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martedì 9 novembre 2010

Guido e Ketty


GUIDO GOZZANO

KETTY

I.

Supini al rezzo ritmico del panka.

Sull'altana di cedro, il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.

Bel fiore del carbone e dell'acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.

Sputa. Nell'arco della sua saliva
m'irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.

Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,

ma signora di sé della sua sorte
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.

Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l'esplora.

Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l'inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.

II.

Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s'ingemmano di stelle.

Ora di sogno! E Ketty sogna: «...or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?

Da noi procaccia dollari l'inchiostro...»
«Oro ed alloro!...» - «Dite e traducete
il più bel verso d'un poeta vostro...»

Dico e la bocca stridula ripete
in italo-britanno il grido immenso:
«Due cose belle ha il mon... Perché ridete?».

«Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.

(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti.)

Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d'infelici
come quei monni astratti e solitari.

Sui venti giri non degli edifici
vostri s'accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;

sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;

l'arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore...»
Ma intender non mi può, benché m'ascolti,

la figlia della cifra e del clamore.

III.

Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.

Gelido è il braccio ch'ella m'abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l'agile persona...

- «O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l'Illustrious lòchs collection più famosa.

Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...

(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all'ascella
a tratti brevi, come uno stromento)

e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
- «Dischiomerò per Voi l'Italia bella!»

«Manca D'Annunzio tra le mie primizie;
vane l'offerte furono e gl'inviti
per tre capelli della sua calvizie...»

- «Vi prometto sin d'ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti...»

L'attiro a me (l'audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando...)

Imperterrita indulge al resupino,
al temerario - o Numi! - che l'esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,

ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora

il cugino l'attende a giuste nozze.

(da Poesie sparse)

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Nel 1912 Guido Gozzano tenta l’estrema carta per vincere la tubercolosi: compie un viaggio in India, “verso la cuna del mondo”, in cerca di climi caldi e salubri che possano guarirlo dalla malattia. E anche lì incontra una di quelle figure femminili che incarnano il suo amore sognato e la sua impotenza sentimentale: come la “Cocotte”, la ciclista Graziella, la Signorina Felicita, l’amica di nonna Speranza, è questa Ketty, ragazza americana in viaggio di piacere a Ceylon.

Forse sono proprio la  libertà e l’emancipazione di questa ragazza americana scarsa di seno e forte come un ragazzo a colpire Gozzano, a fargli considerare Ketty come una icona di questo suo amore: ne rileva la differenza con i gesti da educande delle donne italiane del tempo, ne sente la forza interiore. In quel tramonto orientale, sdraiati sulle chaise-longue mentre le pale del ventilatore ritmano lo scorrere del tempo, i due parlano d’arte, della cultura italiana, il poeta si lamenta dei gazzettieri, della situazione della cultura – già un secolo fa! – e poi si comporta da italiano, ammettendolo pure: insomma, ci prova, convinto di essere ben accetto. Invece trova soltanto schiaffi… L’amazzone forte che fa collezione di capelli di personaggi famosi, che fuma e sputa tabacco, gli dà una lezione di morale.

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William Clark Wontner, "Un'elegante bellezza"

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah! Se potessi amare ! Vi giuro, non ho amato / ancora: il mio passato è di menzogne amare.
GUIDO GOZZANO, La via del rifugio, “Il responso”




Guido Gustavo Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916),   poeta italiano, fu il capostipite della corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Inizialmente si dedicò alla poesia nell'emulazione di D'Annunzio e del suo mito del dandy. Successivamente, la scoperta delle liriche di Giovanni Pascoli lo avvicinò alla cerchia di poeti intimisti, accomunati dall'attenzione per "le buone cose di pessimo gusto". Morì di tisi a 32 anni.


lunedì 8 novembre 2010

A due passi da casa


RABINDRANATH TAGORE

OCCHI PER VEDERE

Viaggiai per giorni e notti per paesi
lontani. Molto spesi
per vedere alti monti, grandi mari.
E non avevo gli occhi per vedere
a due passi da casa
la goccia di rugiada
sulla spiga di grano!

(da “Gitanjali”, 1913)

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Una poesia di grande spiritualità, come lo sono spesso quelle di Rabindranath Tagore, l’indiano Premio Nobel nel 1913. Una prima semplicistica lettura è quella dell’abitudine alla bellezza o dello spregio per le cose di tutti i giorni: si va in posti lontani a cercare la meraviglia quando la si può trovare nei dintorni di casa. Ma c’è una lettura molto più profonda, quella della ricerca esistenziale, della scoperta dell’illimitato e del sacro nella vita quotidiana, dell’immanenza di Dio riflessa nella natura – concetto molto caro a Tagore, che scrive: “Se in qualche modo sono riuscito a comprendere Dio, se la visione di Dio mi è stata concessa, devo avere ricevuto la visione attraverso questo mondo, attraverso l’uomo, attraverso gli alberi, gli uccelli, gli animali, la polvere e il terreno”. Attraverso una goccia di rugiada su una spiga di grano…

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Fotografia © ABC News

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LA FRASE DEL GIORNO
La mia religione è la religione del poeta.
RABINDRANATH TAGORE, Hibbert Lectures




Rabindranath Tagore, nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur (Calcutta, 7 maggio 1861 – Santiniketan, 7 agosto 1941), poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo bengalese. Insignito del Nobel nel 1913 “per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei versi con i quali, con consumata capacità, ha reso il proprio pensiero poetico, espresso in inglese con parole proprie, parte della letteratura occidentale”.


domenica 7 novembre 2010

L’Oriente e l’Occidente


ADONIS

ORIENTE E OCCIDENTE

Una cosa si era distesa nel cunicolo della storia
una cosa adorna, esplosiva
che trasporta il proprio figlio di nafta avvelenato
al quale il mercante avvelenato intona una canzone
esisteva un Oriente simile a un bambino che implora,
chiede aiuto
e l’Occidente era il suo infallibile signore.

Questa mappa è mutata
l’universo è un fuoco
l’Oriente e l’Occidente sono una tomba
sola
raccolta dalle sue ceneri.

(da “Memoria del Vento”, Guanda, 1998)

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Questa poesia è del 1968. A noi che la leggiamo adesso, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e le guerre in Iraq e in Afghanistan, risuona premonitrice, piena di una forza profetica. Ma se c’è speranza di superare questa contrapposizione tra l’Oriente e l’Occidente è grazie a persone come Adonis, il poeta siriano ottantenne più volte indicato come favorito al Premio Nobel: dal suo esilio di Parigi scrive versi moderni in un arabo classico e proclama la sua laicità attingendo alla tradizione religiosa e mistica, vive in Occidente ma è orgoglioso della sua nazionalità. Come se dicesse: l’unica strada è quella della convivenza, occorre vivere assieme per superare le paure, conoscersi per rispettarsi.

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  Immagine © Digital Arts Studios

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LA FRASE DEL GIORNO
Non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono.
JOHANN WOLFGANG GOETHE, Le affinità elettive




Adonis o Adunis, pseudonimo di Alī Ahmad Saʿīd Isbir (Al-Qassabīn, 1º gennaio 1930) è un poeta e saggista siriano. È attivo nella la volontà di una rinascita culturale araba, rileggendone il patrimonio in una chiave non nazionalistica o religiosa, ma di apertura alla modernità. È stato più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura.


sabato 6 novembre 2010

Uno, doje, tre e quattro


“Viviana conosce solo Vincenzo. E anche Carmela. Vincenzo conosce Carmela e Viviana ma non Daniele, che non conosce nessuno dei tre. Eppure Viviana, Carmela, Daniele e Vincenzo scrivono un libro figlio di un blog figlio di un libro che detto così sembra il remake di «Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo». Il tutto senza trucco e senza inganno. Come è possibile? E, anche, perché? La risposta in “Uno, doje, tre e quattro”, la storia di quattro @mici che diventano amici raccontando se stessi, le loro idee, le loro esperienze e le loro differenze - età, politica, studi, città, passioni, modi di pensare e di scrivere - attraverso le pagine di un blog. Il risultato? Un libro avvolgente, scritto con il linguaggio delle passioni e delle ragioni, in cerca di radici e di futuro. Si, “Uno, doje, tre e quattro” è tutto questo e ancora di più, perché in questo gran parlare di cosa cambia e cosa invece no nell'era dei social network, in questa guerra poco entusiasmante e ancora meno convincente tra gli ultras del «toccare» e quelli del «taggare», il volume è anche il segno di un passaggio e di una possibilità. Il passaggio dal mondo degli atomi a quello dei bit, e ritorno. La possibilità di produrre contenuti e non solo consumarli, come invece avveniva nella fase precedente”.

Non avevo mai pensato di aprire un blog: ora ne ho più di uno. Non avevo mai pensato di scrivere un libro: ora invece eccolo qui, come lo presenta la scheda della casa editrice che lo promuove. Le magie che l’evoluzione tecnologica, accelerata negli ultimi decenni, ha portato nelle nostre vite hanno consentito a quattro persone che neanche si conoscevano – e ancora io non conosco personalmente, almeno fino alla presentazione di Napoli del 16 novembre prossimo,  gli altri tre autori – di scrivere un libro assieme. Con Vincenzo Moretti, il sociologo autore di “Enakapata”, Viviana Graniero e Carmela Talamo, abbiamo dato vita a quella che in principio poteva sembrare un’illusione, ma che strada facendo ha messo radici ed è diventata “Uno, doje, tre e quattro”. Vincenzo Moretti racconta le motivazioni: “Certo, le nuove tecnologie ci azzeccano, ma ridurre la cosa a una faccenda di blog e di posta elettronica sarebbe un clamoroso errore, perché quello che veramente è cambiato in questo controverso nuovo mondo nato con l’internet è l’aumento esponenziale del numero di persone che hanno la possibilità non soltanto di consumare contenuti, ma anche di crearli, di produrli. È un passaggio, questo dal consumo alla creazione - produzione, che è tanto più importante perché avviene qui e ora, in un mondo cioè nel quale i contenuti, le informazioni, la conoscenza rappresentano il cuore della sfida competitiva in atto a ogni livello”.

Una sfida che lui ha avviato la vigilia di Pasqua del 2010 tra una pastiera e una torta pasqualina e che noi abbiamo raccolto: “Viviana, Carmela e io abbiamo dato fiducia a quest’uomo che avremmo potuto prendere per visionario, ma che abbiamo invece valutato come un lucido analizzatore dei tempi e dei media. Abbiamo intrapreso questa «follia» sapendo che era la costruzione di qualcosa di nuovo, e lo abbiamo fatto sostenendoci, alla Isaac Newton, sulle spalle dei giganti per vedere più lontano”. Siamo partiti dal social network, da Facebook per la precisione, con la nostra astronave e abbiamo toccato qua e là i pianeti che ci si presentavano: in “Uno, doje, tre e quattro” c’è la ricerca scientifica, c’è il rapporto tra Nord e Sud con il fenomeno leghista, c’è la poesia, ci sono le radici e le nostalgie, ci sono domande e risposte sul perché si scrive e sul perché i cervelli italiani preferiscano fuggire all’estero, c’è il tifo, c’è persino la gestione della spazzatura. Non ci credete? Leggete cosa scrive Carmela Talamo: “Ritorno all’argomento smaltimento rifiuti per dire che Somma Vesuviana è un piccolo esempio, sicuramente ci sono ancora tante cose da migliorare, sicuramente ci sono ancora tante domande a cui si deve dare una risposta ma, come ho detto, da qualche parte bisogna pur iniziare, e iniziare dalle persone di buona volontà continua a sembrarmi una bella cosa. Sì, me ne convinco ogni giorno di più: ci vuole gente che non si arrende alle pur mille difficoltà che la nostra bella terra ci impone in ogni circostanza, gente che ogni giorno cerca di fare comunque un passo avanti, fosse anche piccolo piccolo, non importa, basta che sia fatto nella giusta direzione. Mi piace la gente che riesce a fare, a distinguersi, ad andare oltre, contribuendo così a spazzare via un po’ di sporcizia dalla nostra napoletanità”.

Dimenticavo: c’è anche un’ampia pagina dedicata ai giochi di parole, ai tautogrammi e agli acrostici: lasciamo la parola a Viviana Graniero, l’esperta del gruppo in questo campo: “Quando mi viene in mente un racconto, una cosa da scrivere, una storia da scarabocchiare, in genere quello che ne esce è sempre qualcosa di ironico, giocoso. Ormai credo di avere la mente deformata, intrecciata dalle regole linguistiche, dalle restrizioni e dalle (il)limitazioni della letteratura potenziale. Che cosa può esserci di più meraviglioso? Arrivare fin dove si può e anche oltre, giocare senza fermarsi mai, perché, potenzialmente, per l’appunto, le possibilità della nostra lingua non hanno confini”.

Non hanno confini neppure le nostre connessioni: in un secondo possiamo colloquiare con persone che si trovano a New York o a Parigi o nel Borneo. Il vero senso del libro è questo: gli autori uno, due, tre e quattro insieme da svariati punti d’Italia senza neppure sedersi davanti a un tavolo. Neuroni e fibre ottiche. È il futuro, bellezza…


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VENITE A TROVARCI SULLA PAGINA FACEBOOK DI “UNO, DOJE, TRE E QUATTRO…

.Titolo: Uno doje tre e quattro
Editore: Ediesse
Distributore: PDE
Codice ISBN: 9788823015258

PRESENTAZIONE: 16 NOVEMBRE 2010
NAPOLI: La Feltrinelli, Via Santa Caterina a Chiaia, 23

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere vuol dire manifestare il proprio essere, dare un significato alle azioni di tutti i giorni. Vuol dire anche cercare di circoscrivere la realtà, racchiudere l’universo o almeno la parte che riusciamo a comprenderne, intrappolarla come acqua in un bicchiere. Una parte infinitesima mentre oceani rimangono ancora là fuori.
V. GRANIERO, C. TALAMO, D. RIVA e V. MORETTI, Uno, doje, tre e quattro

venerdì 5 novembre 2010

Per avanzare nell’enigma


ANTONELLA ANEDDA

IN UNA STESSA TERRA

a Mauro Martini

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell'ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l'attesa marina - senza grido - infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell'enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera -
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

(da “Notti di pace occidentale”, Donzelli, 1999)

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“Antonella Anedda (Anedda-Angioy) è nata a Roma da una famiglia sardo-corsa. Si è laureata in storia dell’arte studiando tra Roma e Venezia. Ha insegnato presso l’Università di Siena. Attualmente vive tra la Sardegna e Roma dove lavora part-time a scuola”. Così la stessa poetessa si presenta nella sua pagina Facebook.

Questi versi sono la dichiarazione di una poetica. In un’intervista rilasciata a Niederngasse 16, Antonella Anedda specifica meglio: «Che la poesia sia un messaggio in bottiglia affidato al mare e destinato a un interlocutore vicino o sconosciuto è anche un’immagine ripresa da Paul Celan (e da Mandel’stam). Scherzando direi che non sono sicura che il poeta scriva sul biglietto: “Io esisto”; forse scrive: “Tu, mondo, esisti”; o forse: “Siamo tutti in questo naufragio, su questa isola”. E se torna a scrivere “Io sono”, ci mette un punto interrogativo. Non penso che il poeta sia il solo e unico che si sforzi di attestare la propria esistenza; anzi, probabilmente scrive perché non è certo di esistere, perché sa che siamo, in realtà, spettri. Conosce, come Virgilio, come Kafka, la vanità delle opere, sa che in fondo sono nulla. A proposito di Kafka, c’è una frase che spiega, presumo, quello che intendo: “Tra te e il mondo, vedi di scegliere il mondo”. Dire, scrivere “Io esisto” è tipico della gioventù. Se poi nella bottiglia si infila un canto che riguarda l’isola, e quella parte di io che la contempla e la pensa, allora va bene metterla in mare».

Scrivere per penetrare l’enigma allora, per tentare di aprire un varco che, se non ci mostrerà il significato del reale, almeno ne rischiarerà una parte. Scrivere come condivisione, come partecipazione alle passioni e alle sofferenze del mondo.

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Fotografia © Halcyon Health

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LA FRASE DEL GIORNO
Per questo scrivo con riluttanza / con pochi sterpi di frase / stretti a una lingua usuale / quella di cui dispongo per chiamare / laggiù perfino il buio / che scuote le campane.
ANTONELLA ANEDDA, Notti di pace occidentale




Antonella Anedda Angioy
(Roma, 22 dicembre 1955) è una poetessa e saggista italiana.  Ha insegnato nella scuola e collabora con diversi atenei. L’esordio di Residenze invernali (1992) l’ha proposta da subito all’attenzione della critica. La sua scrittura sensibile e suggestiva ha caratterizzato anche l’opera saggistica,



giovedì 4 novembre 2010

Tutto era fuoco a quel tempo


RAFEAL ALBERTI

RITORNI DELL'AMORE COME ERA

A quel tempo eri bionda e grande,
solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luce erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine, palpito
d'onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell'aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo.

(da “Ritorni della vita lontana”, 1956 – Trad. Vittorio Bodini)

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Il poeta spagnolo Rafael Alberti, dopo aver combattuto nella guerra di Spagna, fu costretto a rifugiarsi in esilio prima in Messico e poi a Buenos Aires. È lì che nascono le poesie dei “Ritorni”, quell’opera di recupero del passato, di elaborazione della memoria per riportare alla luce i miti perduti della terra abbandonata: l’infanzia, le coste spagnole, l’amico Federico Garcia Lorca, sere di pioggia, la tristezza dei giorni perduti e naturalmente, come in questo caso, l’amata. Una donna che si viene in qualche modo a fondere con la terra, ad assumere su di sé le sembianze della spiaggia e del mare, a diventare sabbia e spuma d’onda, a essere fuoco in contrasto con l’ombra che avvolge il limbo del presente.

Ma tutto questo ricordare – “premeditazione proustiana” commenta il poeta Vittorio Bodini, traduttore di Alberti – non è negativo: getta una nuova luce sul presente, rende molto simile al mare di Cadice dell’infanzia questa baia del Paranà che ora è di fronte al poeta.

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Fotografia © Photoeverywhere

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LA FRASE DEL GIORNO
Resta pur sempre la fortuna, il dono / infinito di poter tornare sui remoti / passi che demmo un dì in quei luoghi / che il nostro amore andò creando / come in un sogno.
RAFAEL ALBERTI, Ritorni della vita lontana




Rafael Alberti Merello (El Puerto de Santa María, 16 dicembre 1902 - 28 ottobre 1999), poeta spagnolo. Membro della Generazione del ‘27. Il suo lirismo si evolve da una poesia più intellettuale e astratta alla violenza satirica di opere quali Capital de la gloria (1936-1938) e infine a un più delicato e nostalgico intimismo.


mercoledì 3 novembre 2010

Ed è tutto ciò ch’io sono

 

ANDREA ZANZOTTO

ESISTERE PSICHICAMENTE

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
- soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli -
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch'io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d'inferno
degli atomi e il conato
torbido d'alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

(da Vocativo, 1957)

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Lo so, è difficile leggere Andrea Zanzotto: il poeta di Pieve di Soligo traspone nello stile la scoperta della condizione di angoscia in cui si svolge l’esistenza umana e in questa ricerca si avvale di accostamenti cari alla tecnica surrealista (terra-carne, chiarore-uovo) e di una scelta lessicale sgradevole (acido, conato, vermi) per significare la condizione degradata della realtà interiore. “Esistere psichicamente” è la constatazione che la propria realtà è soltanto una realtà mentale, della psiche, e che la fuga da questa condizione ci è preclusa. Il terrore espresso dall’io narrante è che la distanza dal mondo oggettivo sia talmente grande che nulla esista di tangibilmente esterno, che sia vero soltanto quel «ma è solo psiche» strategicamente collocato al centro esatto della poesia.

Tutto negativo dunque? Forse la ricerca immane del poeta, per la quale Franco Fortini parlò di “titanismo esistenziale e cosmico” condurrà al fallimento, ma una piccola speranza, un breve spiraglio è lasciato aperto: il «chiarore-uovo» ha sicuramente una valenza positiva, è l’embrione, è la vita, così come quelle «parole e amori» sono i prodromi di un linguaggio che Zanzotto esplorerà in seguito: “Primo elemento di una / proposizione, morula / imprecisa, persa ancora / in bui uteri, promessa”, la poesia dell’infanzia intesa “come tensione all’essere e allo sviluppo, all’espressione e quindi alle responsabilità, nonostante tutto”, quella che il poeta veneto cercherà osservando e descrivendo il paesaggio delle sue colline e i loro riti arcaici e rurali, provando a rimanere aggrappato all’umano dove questo ancora si conserva per contrapporsi ai non valori della società odierna.

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Immagine © Magazine Poesie

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LA FRASE DEL GIORNO
Scommettiamo in essa (la poesia) con qualche buona fede.
ANDREA ZANZOTTO




Zanzotto_AndreaAndrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921), poeta italiano tra i più importanti del secondo Novecento. La sua poesia, che scava profondamente nella materia linguistica, è legata alle tracce e alle memorie del suo paese natio: "Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio”.