domenica 30 giugno 2013

Forse il cuore ci resta

 

SALVATORE QUASIMODO220px-Salvatore_Quasimodo_1959

FORSE IL CUORE

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
Nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.

(da Giorno per giorno, Mondadori, 1947)

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È una poesia degli anni bui e tristi della Seconda Guerra mondiale questa di Salvatore Quasimodo (1908-1968): giunge dagli incendi e dalla polvere dei bombardamenti, dallo sconforto che domina l’animo, riecheggia altri suoi celeberrimi versi, “Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, /oscillavano lievi al triste vento” in quel vano orpello delle parole, ormai inaridite. La speranza però non è morta: è nel futuro, è nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, è nella coscienza, è nella pietà.

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Milano

MILANO BOMBARDATA, 1943 – FOTOGRAFIA © ALBERTO ALBERTINI

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LA FRASE DEL GIORNO
I filosofi, i nemici naturali dei poeti, e gli schedatori fissi del pensiero critico, affermano che la poesia (e tutte le arti), come le opere della natura, non subiscono mutamenti né attraverso né dopo una guerra. Illusione; perché la guerra muta la vita morale d'un popolo
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SALVATORE QUASIMODO, Il falso e vero verde

2 commenti:

Vania ha detto...

..impronta di "vita"...questa poesia.

ciaoo Vania

DR ha detto...

perché vivere è sperare

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