giovedì 17 settembre 2009

Nell’oceano della sera

SOROR DOLOROSA

Resta. Non accendere la lampada. Lascia che i nostri occhi
si riempiano a lungo delle tenebre,
che i tuoi bruni capelli versino la pesante mollezza
delle loro onde sui nostri baci silenziosi.

Noi siamo gli stessi, l'uno e l'altra. I cieli
pieni di sole ci hanno ingannati. Il giorno ci ferisce.
Voluttuosamente culliamo la nostra debolezza
nell'oceano della sera triste e delizioso.

Lenta estasi, sonno agitato e senza sogni
il flusso funebre rotola e srotola e prolunga
i tuoi capelli, dove la mia fronte si tumula in deliquio...

Calma sera, che odia la vita e le resiste,
che lungo fiume di letargica pace e d'oblio
cola nei capelli fitti di tristi nebbie.

(da “Soirs moroses”, 1876)

 

Crepuscolare e decadente Catulle Mendès, poeta francese della seconda metà dell’Ottocento, ormai dimenticato. Autore prolifico, rappresentava l’estetismo tipico di quella fine secolo, che ebbe in Oscar Wilde il suo raffinato protagonista. E questa poesia, avvincente sin dal titolo, mostra la brillantezza e la ricercatezza del vocabolario dell’autore di Bordeaux: può far perdonare una certa superficialità e la facilità nel seguire la moda del tempo.

E l’atmosfera del crepuscolo pervade tutto il sonetto: la luce che svanisce, la mollezza del momento. Nella penombra ci si sente sicuri, lontani dalle luci che feriscono gli occhi. La dolcezza diventa malinconica, l’amore è un’onda che pervade…

Gustav Klimt, “Serpenti d’acqua”

.

Gabriele D’Annunzio nel 1892 partì proprio dal sonetto di Mendés per disegnare in una poesia del suo “Poema paradisiaco” una scenografia languida e convalescenziale, propriamente Liberty, molle fin nella sua musicalità discorsiva ottenuta con l’artificio dell’enjambement, il verso spezzato e ripreso nel verso successivo.

LA SERA

I.

Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l'amate; e vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l'ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.

II.

Ma chi vide più larghi e più profondi
Occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera:- non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l'estasi e il terrore
che m'invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra che io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l'innaturale forma
Con la sera divina si congiunga,
poi che l'immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m'avvolge e trae nel suo letargo
dando l'oblío come l'antico fiume.

III.

Piangi, tu che hai nei grandi occhi la mia
anima ed in cui palpita il mio cuore
segreto, o tu, sorella del Dolore,
sorella de la Sera, unica mia.
Per consolarmi in ore di tristezza
io ti creai de la piú pura essenza,
fantasma immarcescibile, ma senza
consolare la mia vera tristezza!

(da “Poema paradisiaco”, 1892)

Nell’eterea inconsistenza anche la donna diventa un fantasma, una figura da sogno, un artificio letterario che può consolare la tristezza per il breve tempo di una poesia.

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Sophie Anderson, “Head of a Nymph”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quel che vediamo la notte, è lo sfortunato residuo di quanto abbiamo negletto durante la veglia. Il sogno è sovente la rivincita delle cose disprezzate o il rimprovero degli esseri abbandonati. Da qui l'imprevisto e talvolta la tristezza.
ANATOLE FRANCE, Il giglio rosso

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