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giovedì 17 dicembre 2009

Sottolineato

Ho sempre amato estrapolare le frasi che mi colpiscono nei libri che leggo. Io non sottolineo, utilizzo un altro metodo, forse più faticoso ma certamente più pratico: trascrivo tali perle di saggezza o di ironia o semplicemente di bellezza su foglietti che poi lascio all’interno dei libri. Sono una specie di succo dell’opera letta, il midollo delle pensate dell’autore.
Questo preambolo per segnalare un gruppo di Facebook dedicato appunto a questa attività, diffondere in rete il lavoro di ricerca di tali frasi: è “Sottolineato”, fondato da Adriano Parracciani. Si presenta così: “I libri sono una miniera di parole e di conoscenza. Nei libri c'è scritto tutto: il passato, il presente ed il futuro. Quali sono le frasi che sottolinei nei libri che leggi? Quelle che metti in evidenza, che ti stimolano, quelle che salveresti dalla distruzione, quelle del copia e incolla?”.
A titolo di esempio, ecco i miei ultimi contributi:

LA PASSIONE SECONDO THÉRÈSE - DANIEL PENNAC (13)
Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto.

FUGA DAL NATALE - JOHN GRISHAM (153)
Saltare Natale, che idea ridicola.
Magari l'anno prossimo.

TEATRO [La colonna infame] – DINO BUZZATI (505)
La notte sa molte cose che il giorno dimentica perché preferisce dimenticare. La notte scrive nel cuore degli uomini.

VITA D'UN UOMO [Un Grido e Paesaggi] – GIUSEPPE UNGARETTI(267)
Ci si accorge dell'azzurro - è verità - quando l'amore non può essere che malinconia, quando ogni luogo pare non ospitare più se non malinconia.

L'ALEPH - JORGE LUIS BORGES (17)
Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale.

Forza, che aspettate? Sottolineate, e condividete le vostre letture…

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LA FRASE DEL GIORNO
Citando un verso isolato se ne moltiplica la forza attrattiva.
MARCEL PROUST, I Guermantes

mercoledì 16 dicembre 2009

Il decimale dell’amore

ROBERT FROST

INCONTRARSI E PASSAR OLTRE

Mentre scendevo il colle lungo il muro
C’era un cancello al quale mi ero accostato
Per guardare, ed appena me n’ero voltato
Che ti vidi salire. C’incontrammo. Ma
Tutto quel che facemmo quel giorno fu confondere
Grandi e piccole orme sulla polvere estiva, come
A figurare il nostro essere meno di due
Ma sempre più che uno. Il tuo parasole
Separò il decimale puntandosi profondo.
E per il tempo che parlammo tu sembravi
Sorridere a qualcosa che osservavi
Nella polvere (oh, senza pregiudizio per me!)
Dopo andai oltre il cammino che avevi compiuto
Prima che ci incontrassimo, e tu oltre il mio.

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Qualche giorno fa abbiamo visto strani influssi matematici nelle poesie: la probabilità di Wislawa Szymborska, il due che non è dato da uno più uno ma da molto di più in Cortázar. Anche in questa poesia di Robert Frost i numeri la fanno da padroni con una immagine che quantifica l’amore che non è ancora nato, ma che può sbocciare: non è ancora il due, la coppia, e non è ancora l’uno, il singolo; è qualcosa di più, un’entità numerica da esprimere con un decimale, 1,1 o 1,45…

Quello che Frost racconta è un incontro casuale su una strada polverosa. La ragazza ha l’ombrellino e splendida è la metafora di quel punto segnato dalla sua punta nella polvere dove si mescolano le impronte grandi lasciate dal poeta e quelle piccole della donna: quel punto tracciato è la virgola che separa l’uno dal decimale, l’amore che può sorgere da quell’incontro. Per “quel giorno” può bastare. I due proseguono per le loro strade, che in realtà si scambiano, lasciando presagire che quell’uno virgola presto sarebbe diventato un due…

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Claude Monet, “Donna con parasole”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore è l’irresistibile desiderio di essere irresistibilmente desiderati.
ROBERT FROST, Comment




Robert Lee Frost (San Francisco, 26 marzo 1874 – Boston, 29 gennaio 1963), poeta statunitense, vincitore di quattro Premi Pulitzer. Le sue poesie, attraverso la raffigurazione con una notevole padronanza del linguaggio colloquiale della vita rurale del New England all’inizio del ‘900, indagano temi sociali e filosofici. La strada non presa è la sua poesia più celebre.


martedì 15 dicembre 2009

Gli haiku di Borges

JORGE LUIS BORGES

DICIASSETTE HAIKU

1

Qualcosa me han detto
la sera e la montagna.
Ma l’ho perduto.


2

La vasta notte
no è ora null’altro
che un profumo.


3

Esiste o no
il sogno che smarrii
prima dell’alba?


4

Mute le corde.
La musica sapeva
quello che sento.


5

Oggi non ride
il mandorlo dell’orto.
È il tuo ricordo.


6

Oscuramente
libri, stampe, le chiavi
han la mia sorte.


7

Da quel giorno
non ho toccato i pezzi
sulla scacchiera.


8

Sopra il deserto
avvengono le aurore.
Qualcuno lo sa.


9

L’oziosa spada
sogna le sue battaglie.
Altro è il mio sogno.


10

L’uomo è spirato.
La barba non lo sa.
Crescono le unghie.


11

Questa è la mano
che talvolta toccava
la tua chioma.


12

Sotto la gronda
lo specchio non riflette
più che la luna.


13

Sotto la luna
l’ombra che si allunga
è una sola.


14

È un impero
quella luce che muore
o una lucciola?


15

La luna nuova
Lei pure la guarda
da un’altra porta.


16

Lontano un trillo.
L’usignolo non sa
che ti consola.


17

La vecchia mano
ancora scrive versi
per dimenticare.

(da “La cifra” Mondadori, 1982, traduzione di Domenico Porzio)

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Solo un appassionato di Giappone come Jorge Luis Borges poteva ardire di cimentarsi con l’haiku in questo modo, trasfondendo pura emozione nel componimento tradizionale nipponico. Qui la natura, che è parte fondamentale dell’haiku, resta sotto traccia, appare sotto le spoglie della luna, dell’usignolo, del mandorlo in fiore. Ma a risaltare è l’emozione: il ricordo, il sogno, l’impossibilità di cogliere qualcosa, la solitudine e l’assenza, l’indecifrabilità dell’universo.

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è uno scoprire e stabilire convenienze e richiami e concordanze tra il Cielo e la terra e in noi e tra noi.
CLEMENTE REBORA, Lettere, 12 novembre 1950




Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino. Creatore di un genere oggi designato “borgesiano”, a definire una concezione della vita come storia, come finzione, come opera contraffatta spacciata per veritiera, come fantasia o come reinvenzione della realtà.



lunedì 14 dicembre 2009

Buzzati e il senso del Natale - 1

 

DINO BUZZATI

LUNGA RICERCA NELLA NOTTE DI NATALE




PISA, INTERNO DEL DUOMO ©  DANIELE RIVA

Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimate alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l'arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.

Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l'inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.
”Che quantità di Dio!” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- “Che bellezza. Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale”.
”È di sua eccellenza l'arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.”
”Neanche un pochino, reverendo? Ce n'è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”
”Ti ho detto di no... Puoi andare... Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c'era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all'improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.

Don Valentino uscì nella notte, se n'andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l'un l'altro e intorno ad essi c era un poco di Dio.
”Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”
”Ho fretta, amici” rispose lui. “Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno”.
”Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.”
E nell'attimo stesso che l'uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.

Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.
”Ma che cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuol prendersi un malanno con questo freddo?”
”Guarda laggiù figliolo. Non vedi?”
Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.”
”Senti” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l'arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.”
”Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi”.
”Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì”.
”Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino, e nell'attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.

Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell'atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).
Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all'orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore” supplicava “per colpa mia l'arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”
Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?
Finché udì un coro disteso e patetico, voci d'angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.
”Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego”.
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.
”Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l'arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

(da Paura alla Scala, 1949)

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Senza dubbio il protagonista di questo racconto nel tipico stile fantastico e surrealista di Dino Buzzati è l’egoismo umano: il vero senso del Natale viene svelato dalla rappresentazione di una ricerca, di un’attesa. E non è la nostra vita un continuo cercare, un continuo attendere? Il pretino protagonista la sera della vigilia di Natale perde Dio, sfuggito quando scaccia un mendicante dal Duomo. La sua affannosa ricerca è però frustrata dall’egoismo di quanti nel loro benessere rifiutano la condivisione, perdendo così essi stessi Dio: una famiglia felice resta con il tacchino ripieno che sembra fatto di sabbia, un contadino dai campi produttivi resta con i terreni aridi; senza Dio, la loro felicità, i loro averi diventano nulla.

Stremato, Don Valentino ritrova finalmente Dio nella semplicità della chiesa da cui era partito: il lungo viaggio nella notte gelida gli ha fatto comprendere che Dio non è fuori ma dentro di noi e che il messaggio è sempre quello di Cristo: amatevi l’un l’altro….

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse, ai felici e ai ricchi non è lecito sperare di entrare nel Regno dei Cieli; forse, solo quando sono caduti nel terrore e nella disperazione, gli uomini sono in grado di apprezzare il Regno promesso da Dio.
BRUCE MARSHALL, Il coniglio bianco




Dino Buzzati, all'anagrafe Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fu cronista e redattore del Corriere della Sera. Autore di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, è celebre per Il deserto dei Tartari.


domenica 13 dicembre 2009

Il bolero triste di Cortázar


JULIO CORTÁZAR

BOLERO

Che vanità immaginare
che posso darti tutto, l'amore e la felicità,
viaggi, musica, giocattoli.
Certo è così:
tutto quel che ho te lo do, certo,
ma tutto quel che ho non ti basta
come a me non basta
tutto il tuo.

Per questo non saremo mai
la coppia perfetta, la cartolina,
se non siamo in grado di accettare
che solo in aritmetica
il due nasce da uno più uno.

Perciò ecco un bigliettino
che dice solo:

Sei sempre stata il mio specchio,
Voglio dire che per vedermi devo guardare te.

E questo frammento:

La lenta macchina del disamore
gli ingranaggi del riflusso
i corpi che abbandonano i cuscini
le lenzuola i baci
e in piedi davanti allo specchio si domandano
ognuno a se stesso
e senza guardarsi
non nudi l’uno per l’altra
io non ti amo,
amore mio.

(da Tranne il crepuscolo, 1985)

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Julio Cortázar, scrittore argentino, amava molto il fantastico, la metafisica, il mistero. Innestava tempi su tempi senza seguire una linearità cronologica. Anche in questa poesia riesce a disorientare il lettore: nasce come una dichiarazione d’amore intensa e immensa. L’unione non è quella tra due persone ma una sorta di immedesimazione: quell’uno più uno non dà due come somma ma molto di più, esattamente il contrario di un’altra poesia, di Nelo Risi, intitolata “Uno + uno = uno”. Qui è la ricerca di un amore totale, appagante, che rispecchia i due innamorati l’uno nell’altro. Ma alla fine il gioco si rovescia, giunge il disamore, il lento fluire di un amore divenuto routine.

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Talantbek Chekirov, “Lo specchio"

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LA FRASE DEL GIORNO
Nel mio corpo vivo ho le rovine dell’amore.
PAUL ÉLUARD, Poesie




Julio Cortázar, all'anagrafe Julio Florencio Cortázar Descotte (Ixelles, Belgio, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984), scrittore, poeta, critico letterario, saggista e drammaturgo argentino naturalizzato francese, maestro del racconto, particolarmente attivo nei generi del fantastico, della metafisica, del mistero.


sabato 12 dicembre 2009

Sempre ci sarà poesia

GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER

RIMA IV

Non dite che esaurendo il suo tesoro,
di argomenti priva, ammutolì la lira;
potranno non esserci poeti; ma sempre
ci sarà poesia.

Finché le onde al bacio della luce
palpiteranno ardenti,
finché il sole le frastagliate nuvole
con fuoco e oro visiterà,
finché l’aria nel suo grembo porterà
profumi e armonie,
finché nel mondo ci saranno primavere,
ci sarà poesia!

Finché l’umana scienza non scoprirà
le sorgenti della vita,
e nel mare o nel cielo ci sarà un abisso
che al calcolo resista,
finché l’umanità sempre in cammino
non saprà dove sta andando,
finché ci sarà un mistero per l’uomo,
ci sarà poesia!

Finché si sentirà ridere l’anima,
senza che le labbra ridano;
finché si piangerà, senza che il pianto arrivi
a rannuvolare la pupilla;
finché il cuore e la testa
continueranno la loro battaglia,
finché ci saranno speranze e ricordi,
ci sarà poesia!

Finché ci saranno occhi che riflettano
gli occhi che li guardano,
finché risponderanno le labbra sospirando
alle labbra che sospirano,
finché in un bacio possano sentirsi
due anime unite,
finché ci sarà una bella donna
ci sarà poesia!

(da Rime, 1871)

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Il mondo evolve: è passato dalla scrittura cuneiforme a quella digitale dei computer, dal lineare B miceneo inciso su creta ai dati scolpiti dal laser sul CD. È passato dallo scalpello alla penna d’oca, dalla stilografica alla biro, dalla macchina per scrivere al computer. Molti misteri sono stati risolti, molti altri sono sorti. E le domande fondamentali non hanno avuto risposta.

Questo ci dice il poeta spagnolo Gustavo Adolfo Bécquer: la poesia rimarrà sempre nell’aria, ci sarà sempre un motivo per mettersi a comporre versi: la scelta è vastissima, dagli spettacoli della natura all’interrogarci sulla nostra esistenza, dalle emozioni che ci toccano il cuore all’amore “che move il mondo”. Il mondo ha bisogno di poesia, anzi, il mondo è la poesia…

© Arjonadelia

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia partecipa di ogni cosa proibita della coscienza - ebrezza, amore, passione, peccato - ma tutto riscatta con la sua esigenza contemplativa cioè conoscitiva
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CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere, 2 settembre 1944




Gustavo Adolfo Claudio Domínguez Bastida, più noto come Gustavo Adolfo Bécquer (Siviglia, 17 febbraio 1836 – Madrid, 22 dicembre 1870), poeta, scrittore e giornalista spagnolo. Il suo ideale poetico è lo sviluppo di una lirica intimista, espressa con sincerità, semplicità, musicalità di forma e facilità di stile, ispirata da Heine, Byron e De Musset e che a sua volta ispirerà i modernisti spagnoli.



venerdì 11 dicembre 2009

Ode alla probabilità

WISLAWA SZYMBORSKA

LA STAZIONE

Il mio arrivo nella città di N. è avvenuto puntualmente.
Eri stato avvertito con una lettera non spedita.
Hai fatto in tempo a non venire all'ora prevista.
Il treno è arrivato sul terzo binario. E' scesa molta gente.
L'assenza della mia persona si avviava verso l'uscita tra la folla.
Alcune donne mi hanno sostituito frettolosamente in quella fretta.
A una è corso incontro qualcuno che non conoscevo, ma lei lo ha riconosciuto immediatamente.
Si sono scambiati un bacio non nostro, intanto si è perduta una valigia non mia.
La stazione della città di N. ha superato bene la prova di esistenza oggettiva.
L'insieme restava al suo posto. I particolari si muovevano sui binari designati.
E' avvenuto perfino l'incontro fissato.
Fuori dalla portata della nostra presenza.
Nel paradiso perduto della probabilità.
Altrove. Altrove. Come risuonano queste piccole parole.

(da Vista con granello di sabbia, Adelphi, 1998 - Traduzione di Pietro Marchesani)

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Bellissima questa poesia della poetessa polacca Wislawa Szymborska, che esprime appieno il suo caratteristico stile di ironia ed espedienti retorici: qui ci prende per mano e ci porta a visitare i territori dell’assurdo, della probabilità, come Montale nei “disguidi del possibile”, come Dino Buzzati in uno dei suoi racconti che indagano un’ossessione.

Ecco che ci possiamo immedesimare in quella donna che non parte e non arriva, in quell’uomo che non è stato avvisato e non aspetta in una stazione di provincia. Eppure l’incontro, mille altri incontri avvengono, e non solo in quella stazione, ma in altre parti del mondo. Altrove, dove noi non siamo…


Dipinto di Jeff Rowland



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LA FRASE DEL GIORNO
Certo, certissimo, anzi probabile.
ENNIO FLAIANO, Diario notturno




Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923), poetessa e saggista polacca, insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996 “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d'umana realtà”.