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mercoledì 8 agosto 2012

In un giardino


ALEXIS DIAZ PIMIENTA

IL POETA FRUSTRATO

A volte vorrei essere un poeta sociale,
di quelli che scrivono versi duri come pane raffermo,
versi osceni,
grassi,
asfissianti.

A volte vorrei essere Juan Gelman,
mettere la parola “fuoco” in una strofa,
scrivere un verso lungo come il sibilo d'una pallottola.

Ma sono in un giardino
che ti aspetto,
tu arrivi all'improvviso,
con la tua gonna cortissima,
e il vento apre tutte le prigioni.

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I versi del poeta cubano Alexis Diaz Pimienta mi hanno fatto pensare a una diatriba di tempi ormai lontani, quelli in cui si processavano pubblicamente cantautori come Lucio Battisti e Claudio Baglioni perché dediti a cantare esclusivamente l’amore e lil lato privato dell’esistenza, mentre altri – Guccini, Vecchioni, Venditti - facevano la loro fortuna raccontando il sociale. Il mondo è bello perché è vario, perché non c’è un pensiero dominante o uno stile imperante: Diaz Pimienta, che tra l’altro è un abile “repentista”, ovvero improvvisatore di versi cantati, non si vergogna – come non si vergognavano Battisti e Baglioni – dello scrivere d’amore. Lascia ad altri l’impegno, il gusto politico, conscio, come Hermann Hesse, che “Il principio di ogni arte è l'amore; valore e dimensione di ogni arte vengono soprattutto determinati dalle capacità d'amore dell'artista”. E resta in quel giardino, che abbiamo già visto protagonista delle sue poesie, ad inseguire l’amore.

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LEONID AFREMOV, “COUPLE UNDER RAIN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita
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TOM SCHULMAN, L’attimo fuggente, sceneggiatura




Alexis Díaz Pimienta (L'Avana, 25 agosto 1966), poeta e scrittore cubano. Direttore della Cattedra di Poesia Improvvisata presso l'Università delle Arti, autore di romanzi, racconti, poesie e letteratura per bambini e ragazzi, è considerato uno dei più grandi ricercatori e professionisti dell'improvvisazione ("repentismo") a livello internazionale.


martedì 7 agosto 2012

Poeta, dicono


FRANCO LOI

PUÈTA

Puèta, disen d'òmm inamurâ,
puèta, disen, a chi piang la sera,
e la matina s'alsa desperâ.
Ma anca al legriusà se dis puèta,
a chi sa ben parlà, bev e magnà,
e a quel che canta i donn, e amô puèta
disen la giuentü che sa encantâss.
Ma quèj che fan murì cun la puesia
ligada sü, ciavada, e fan negà
nel liber de la vita... Avemaria!
în no puèta, în no òmm de lüstrà.
Je ciàmen massa e ciau, cusì sia.

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Poeta, dicono d'uomo innamorato,
poeta, dicono, a chi piange la sera
e la mattina s'alza disperato.
Ma anche al rallegrarsi si dice poeta,
a chi sa ben parlare, bere e mangiare,
e a quello che canta le donne, e ancora poeta
dicono la gioventù che sa meravigliarsi.
Ma quelli che fanno morire con la poesia
legata dentro, chiusa a chiave, e fanno annegare
nel gran libro della vita... Avemaria!
Non sono poeti, non sono uomini da onorare.
Li chiamano massa e ciao, e così sia.

(da Aria de la memoria, Einaudi, 2005)

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Tanti anni fa, ai tempi in cui frequentavo il ginnasio – avevo dunque intorno ai quindici anni – una frase mi colpì particolarmente: è di Byron ed era scritta sul diario di una ragazza bionda che incontravo sul treno e che vedevo spesso triste e malinconica. Una mattina, mentre si apprestava ad affrontare il lungo viaggio per Venezia in occasione del Carnevale, me la fece leggere. Era scritta a biro blu su uno sfondo a pastello rosa e viola: “Per diventare poeta un uomo deve essere innamorato o infelicissimo”. Non ricordo molto altro di lei, se non che qualche tempo dopo non la vidi più, probabilmente aveva abbandonato gli studi o si era iscritta in una scuola di una diversa città. Quella frase invece mi è rimasta dentro, incisa nell’anima, tanto che molte volte nel corso della mia vita ci ho ripensato, soprattutto quando mi è capitato di scrivere poesie piene di gioia o di dolore. Tutto questo preambolo autobiografico per dire della poesia in dialetto milanese di Franco Loi, che delinea l’essenza del poeta, quella sua capacità di meravigliarsi, di provare emozioni e di saperle condividere: in fondo è per questa sensibilità che i poeti si elevano sulla massa.

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DIPINTO DI OLEG SHUPLYAK

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni poeta è un mistico, altrimenti non è un poeta, solo un fabbricante di versi.
SÁNDOR MÁRAI, Terra, Terra!




Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930) poeta, scrittore e saggista italiano. Autore in dialetto milanese, i temi ricorrenti nelle sue poesie di sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera.


lunedì 6 agosto 2012

Lo stridore della cicala


LEONARDO SINISGALLI

POESIA PER UNA CICALA

Io non so cantare lo zelo
Della formica immortale.
Più vicino alla mia sorte
È lo stridore della cicala
Che trema fino alla morte.
Nel tempo mio diletto
Mi confidavo a quell'ira
Insistente che mi assopiva
Con la cicala nel petto.
Ora nello sfacelo
Della mia giornata mi resta
Un po' di polvere in pugno,
Ma tanto vale la tua spoglia
Che ancora risento quel melo
Stormire e nell'aria di giugno
La tua allegria funesta
Nascere dietro una foglia.

(da Vidi le Muse, 1943)

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Credo che tutti noi conosciamo la celebre favola di Esopo – poi riadattata da La Fontaine – che vede protagoniste una cicala e una formica: “Era d'inverno, e le formiche stavano asciugando il loro grano, che si era bagnato. Ed ecco che una cicala affamata andò a chiedere loro del cibo. Ma le risposero le formiche: «Perché durante l'estate non hai fatto anche tu provviste?» Rispose la cicala: «Non ne avevo tempo, ma cantavo armoniosamente». E quelle, ridendole in faccia, le dissero: «Beh, se nel tempo estivo cantavi, d'inverno balla»”. Ebbene, io ho sempre fatto il tifo per la spensierata cicala, per il suo carpe diem che non si preoccupa del futuro. Dev’essere per via della mia anima poetica… E mi trovo in buona compagnia, se anche Leonardo Sinisgalli (1908-1981) si immedesima nell’allegro canto dell’insetto, già invidiato da Federico García Lorca: “Cicala! / Beata te, / che sopra il letto di terra / muori ubriaca di luce. // Tu sai delle campagne / il segreto di vita, / e il racconto della vecchia fata / che nascere sentiva l'erba / rimane nascosto in te”.

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JULES JOSEPH LEFEBVRE, “JEUNE FEMME A LA MANDOLINE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma tu cicala assorta, / piena di suoni, muori / e resti trasfigurata / in suono e luce celeste
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FEDERICO GARCÍA LORCA, Libro de poemas




Leonardo Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981), poeta,  saggista e critico d'arte italiano. Noto come Il poeta ingegnere per il fatto che lavorò per Olivetti e Pirelli e per aver fatto convivere nelle sue opere cultura umanistica e cultura scientifica. Fondò e diresse la rivista “Civiltà delle macchine”.


domenica 5 agosto 2012

Marilyn

 

ERNESTO CARDENAL

PREGHIERA PER MARILYN MONROE

Signore
accogli questa ragazza conosciuta in tutta la terra con il nome di Marilyn Monroe
anche se questo non era il suo vero nome
(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dell’orfanella violentata a 9 anni
e la piccola commessa che a 16 aveva voluto ammazzarsi)
e che adesso si presenta davanti a Te senza nessun maquillage
senza il suo Addetto Stampa
senza fotografi e senza firmare autografi
sola come un astronauta davanti alla notte spaziale
Essa sognò da bambina che si trovava nuda in una chiesa
(secondo quel che racconta di Time)
davanti a una folla prostrata, con le teste sul pavimento
e doveva camminare in punta di piedi per non pestare le teste.
Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.
Chiesa, casa, antro, sono la sicurezza del seno materno
ma anche qualcosa più di ciò...
Le teste sono gli ammiratori, è chiaro
(la massa di teste al buio sotto il fiotto di luce).
Ma il tempio non sono gli studi della 20th Century Fox.
Il tempio – in marmo e oro – è il tempio del suo corpo
in cui sta il Figlio dell’Uomo con una frusta in mano
a cacciare i mercanti della 20th Century Fox
che hanno fatto della Tua casa di preghiera un covo di ladri.
Signore
in questo mondo contaminato di peccati e di radioattività
Tu non incolperai soltanto una piccola commessa.
Che come ogni piccola commessa ha sognò di essere una stella del cinema.
E il suo sogno divenne realtà (ma come la realtà del technicolor)
Essa non fece altro che agire secondo il copione che le demmo
- Quello delle nostre stesse vite – Ed era un copione assurdo.
Perdonala Signore e perdona noi
per la nostra 20th Century
per questa Colossale Super-Produzione nella quale tutti abbiamo lavorato.
Essa aveva fame di amore e le abbiamo offerto tranquillanti.
Per la tristezza di non essere santi
le venne raccomandata la Psicoanalisi.
Ricorda Signore la sua paura crescente della macchina da presa
e l’odio per il maquillage – mentre insisteva a truccarsi ad ogni scena –
e come divenne più grande l'orrore
e più grave la mancanza di puntualità negli studi.
Come ogni piccola commessa
sognò di essere una stella del cinema.
E la sua vita fu irreale come un sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.
Le sue storie d'amore furono un bacio con gli occhi chiusi
che quando si aprono gli occhi
si scopre che è stato sotto i riflettori
e spengono i riflettori!
e smontano le due pareti della stanza (era un set cinematografico)
mentre il Regista si allontana col suo quaderno
perché la scena è ormai stata girata.
O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Rio
il ricevimento nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor
visti nella stanzetta dell’appartamento miserabile.
Il film terminò senza il bacio finale.
La trovarono morta sul letto con una mano sul telefono.
E i detectives non seppero chi stava per chiamare.
Fu
come uno che ha fatto il numero dell’unica voce amica
e sente solo la voce di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.
O come uno che ferito dai gangsters
allunga la mano verso un telefono staccato.
Signore
chiunque fosse quello che stava per chiamare
e non chiamò (e forse non era nessuno
o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles)
rispondi Tu al telefono!

(Traduzione di Antonio Melis)

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Marilyn Monroe se ne andò da questa terra cinquant’anni fa, la notte del 5 agosto 1962. Secondo la versione ufficiale, alle 3.30 la governante bussò alla porta dell’attrice, vedendo la luce accesa, ma non ebbe risposta; chiamò allora Ralph Greenson, lo psichiatra della Monroe, che entrò e constatò il decesso, dovuto all’ingestione di 47 pasticche di Nembutal. Suicidio, omicidio per conto della mafia o dei Kennedy, complotti vari o qualsiasi cosa accadde, un minuto dopo essere morta Marilyn Monroe entrò nel mito, rimanendo per sempre la bionda trentenne di tanti film di successo, penetrando nell’immaginario di tanti che non erano neppure nati quando accadde il fatto. Il poeta-sacerdote nicaraguense Ernesto Cardenal ricostruisce come un giornalista la vita dell’attrice, raccontandone i tormenti, i drammi, i dolori, quasi per cercare lì la risposta alla sua tragica fine.

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MARILYN MONROE NEL 1962 © GEORGE BARRIS

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LA FRASE DEL GIORNO
Dalla morte di Marilyn Monroe, non ci sono più state dee dell'amore
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PETER BOGDANOVICH, Chi c’è in quel film?




Ernesto Cardenal Martínez (Granada, Nicaragua, 20 gennaio 1925) poeta, presbitero e teologo nicaraguense. Protagonista della rivoluzione in Nicaragua del 1979, fu tra i massimi esponenti della teologia della liberazione: è stato il fondatore della comunità religiosa di Solentiname.


sabato 4 agosto 2012

Effimera materia della tua vita


ÁNGEL GONZÁLEZ

COME SE MAI

C’è qualcosa di più nel sole che muore stasera?
Il vento
che si alza,
che strappa profumi?
Staccate di colpo, le foglie degli alberi
cieche vagano nel cielo.
Uccelli alti si incrociano, si allontanano
nella luce che li guida.
L’ombroso chiarore
sarà già dall’altra parte
- per un istante solo -
l’aurora.

Con bandiere di fumo qualcuno mi avverte:

- Guardalo bene;
ciò che passa
non tornerà mai più
ed è come se mai fosse stato

effimera materia della tua vita.

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Ángel González, come abbiamo visto in un altro post, è affascinato dai tramonti. Devo confessare che è una cosa che ho in comune con il poeta di Oviedo: resto ad osservare il cielo per qualche minuto ogni sera quando va in scena lo spettacolo, e ne escono riflessioni personali e poesie. Perché? Perché sono “romantico” come mi dicono spesso? Perché sono introspettivo? Perché semplicemente è bello rimanere a guardare il cielo colorarsi? Forse la risposta l’ha trovata Ángel González: è un minuscolo pezzo di vita che se ne va, ogni sera, è un brandello dei nostri giorni che scompare e non ritornerà, non ritornerà mai più.

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FOTOGRAFIA © ACTORSUAREZ

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LA FRASE DEL GIORNO
Questo giorno fugace / che, proprio come un delinquente, / approfitta dell’ombra per andarsene
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ÁNGEL GONZÁLEZ, Prosemi o meno




Ángel González Muñiz (Oviedo, 6 settembre 1925 – Madrid, 12  gennaio 2008), poeta spagnolo della Generazione del ‘50. Premio Principe delle Asturie nel 1985 e Premio Regina Sofia nel 1996. La sua opera mescola intimismo e poesia sociale con un tocco ironico. Il passare del tempo, l’amore e la civilizzazione sono i suoi temi ricorrenti, giocati su toni di un’ottimistica malinconia.



venerdì 3 agosto 2012

Bacio anche le tue domande


ERICH FRIED

COME TI SI DOVREBBE BACIARE

(dal titolo di una poesia di Paul Fleming 1609-1640)
a Elisabeth

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio

il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso

(Traduzione di Riccarda Novello)

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L’amore non è solo sesso. Non è solo il lato fisico, ma è costituito anche dal lato spirituale, dal contatto tra le anime. Ecco perché non dovrebbe colpirci così tanto questa poesia di Erich Fried (1921-1988), ebreo austriaco naturalizzato britannico. Invece ci meraviglia questo amore, il “vero amore” così lontano dagli stereotipi che i media e soprattutto i programmi televisivi cercano di veicolare. Ti bacio perché sei tu, non perché ne voglio trarre piacere, ti bacio per dirti che sono al tuo fianco e che lo sarò quando ne avrai bisogno, quando tornerai delusa, quando starai male perché, usando versi di un’altra poesia di Erich Fried, “la prima volta mi sono innamorato / dello splendore dei tuoi occhi, / del tuo riso, / della tua gioia di vivere. / Adesso amo anche il tuo pianto / e la tua paura di vivere / e il timore di non farcela / nei tuoi occhi”.

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BRASSAI, “COUPLE D’AMOUREUX DANS UN CAFÉ, QUARTIER ITALIE, 1932”

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LA FRASE DEL GIORNO
È assurdo / dice la ragione / è quel che è / dice l’amore
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ERICH FRIED




Erich Fried (Vienna, 6 maggio 1921 – Baden-Baden, 22 novembre 1988), poeta austriaco naturalizzato britannico. Ebreo, fu costretto ad abbandonare il suo paese nel 1938 dopo l'occupazione nazista. Emigrato a Londra, fu giornalista e commentatore del programma in lingua tedesca della BBC.


giovedì 2 agosto 2012

Questa è la domanda


CARLOS PUJOL

RICORDARSI DI ALLORA

Ricordarsi di allora,
delle ferite che si conoscono a memoria,
aperte come labbra
che tacciono perché il tempo si vergogna
del suo inutile linguaggio.
Ma questa è la domanda:
con quale antico dolore dobbiamo pagare
il poco che sappiamo?

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Tutti noi abbiamo antiche ferite che il tempo ci ha inferto, e molte di queste non si rimargineranno mai, resteranno vive e aperte a lungo: “Dammi dolore cibo cotidiano” scriveva Salvatore Quasimodo in una sorta di poesia-preghiera in Acque e terre. I nostri ieri, il passato che ha costruito le persone che siamo ora, ci presentano continuamente il conto, ci obbligano a guardare indietro, a scontare errori e sofferenze. «Perché?» ci domandiamo talora. È una domanda che si pone anche il poeta e romanziere catalano Carlos Pujol: con quanto dolore ci tocca pagare il granello di sabbia di universo che conosciamo?

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LUCIO FONTANA, “CONCETTO SPAZIALE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Per dare un nome al mondo, / che è limpido e misterioso come l’acqua, / cerco canzoni nuove che risuonino / come uno scampanellio nella memoria.

CARLOS PUJOL




Carlos Pujol Jaumandreu (Barcellona, 1936 - 16 gennaio 2012), poeta, traduttore, editore e storico della letteratura spagnolo. Insegnante di Letteratura francese all’Università di Barcellona tradusse, Balzac, Baudelaire, Simenon e Voltaire, ma anche Orwell, Emily Dickinson e Jane Austen, esordì nel 1981 con L’ombra del tempo.