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domenica 13 settembre 2009

Va la vita per onde di stagioni

 

DIEGO VALERI

PERDUTE RIVE

Va la vita per onde di stagioni,
ride nel giro dei ritorni illusi,
splendono forme, passano confusi
paesi in festa di colori e suoni.

Tu guardi fuor di gioia e di dolore
le immagini del tempo fuggitive,
rammentando le perdute rive…
Quella luce dov’è? Dov’è il tuo cuore?

(da Poesie, 1962)


Un’altra estate finisce in un lento, dolcissimo settembre. Ed è tempo per nuove riflessioni sullo scorrere del tempo, sul giro delle stagioni, come se tutti noi navigassimo su un largo fiume e ci guardassimo ora indietro, senza più vedere quelle perdute rive… Ci restano nella memoria, nel ricordo, anche quando attraversiamo - come in questi giorni di sagre – paesi addobbati per la festa. Non c’è gioia nel ritrovarle né dolore per averle perdute: solo la consapevolezza dell’inesorabile trascorrere dei giorni. Diego Valeri lo spiega, per dirla con Eugenio Montale, con “quella sua poesia che sembra facile - non precisamente crepuscolare o ermetico”: con delicatezza e una musicale semplicità.


Thomas Kinkade, "Venezia"


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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo si allunga e si contrae. Quando si allunga, come una gomma ci imprigiona all'infinito nelle sue braccia. Non lascia liberi così facilmente. Ci troviamo risospinti nel luogo dove eravamo prima, o abbandonati nel buio, dove non si sposta neanche di un secondo, ignorando i nostri sensi tesi e gli occhi serrati.
BANANA YOSHIMOTO, H/H




Diego Valeri (Piove di Sacco, 25 gennaio 1887 – Roma, 27 novembre 1976), poeta, traduttore e accademico italiano, fu ordinario di Letteratura Francese all’Università di Padova per oltre vent’anni, tranne nel periodo 1943-45 quando riparò in Svizzera come rifugiato politico.


sabato 12 settembre 2009

I libri più rubati su Internet


Il sito Freakbits ha voluto stilare una lista dei dieci libri elettronici più scaricati in maniera illegale – si tratta di download eseguiti su Bit

Torrent tra le 100.000 e le 250.000 volte. Nessun romanzo, o quasi, nessun libro di poesie, molta pornografia o eros, un supporto per un gioco di ruolo (Leonardo) e manuali. Ecco i titoli:

1. Kamasutra

2. I segreti di Adobe Photoshop

3. La guida completa per idioti al sesso divertente

4. I quaderni perduti di Leonardo da Vinci

5. La casa solare – Una guida per progettisti

6. Dietro la pornografia – La scrittura erotica nell’antica Inghilterra

7. Twilight – La serie completa

8. Come spingere qualcuno a dire sì – La scienza dell’influenza

9. Fotografia di nudo – L’arte e il mestiere

10. Aggiustalo! – Come eseguire tutte le piccole riparazioni in casa


Che la letteratura sia assente dalla lista potrebbe essere motivo di consolazione, ma, se ci pensiamo un attimo, questo elenco sta a significare che alla gente – ai ragazzi, soprattutto, che divorano Internet – la letteratura interessa sempre meno. L’unico e-book che vi si avvicina solo marginalmente è la saga dei vampiri di “Twilight”. A me sarebbe piaciuto trovare nella lista le opere complete di Hemingway, Fitzgerald, Céline e Kafka, la Divina Commedia, l’Odissea… Almeno non c’è Dan Brown!



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LA FRASE DEL GIORNO
Più della metà della cultura moderna si basa su libri che non si dovrebbero leggere.
OSCAR WILDE, L’importanza di chiamarsi Ernesto

venerdì 11 settembre 2009

11 settembre

“Lo spirito umano non è misurabile dalla dimensione
delle azioni, ma dalla dimensione del cuore.”

MURALE A GROUND ZERO

Sono passati otto anni dal giorno in cui il mondo cambiò. Sembra ieri…


Fotografia tratta dal web

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi abbiamo a che fare, con gli attentati di New York e del World Trade Center, con l’avvenimento assoluto, la "madre" degli avvenimenti, l'avvenimento che concentra in sé tutti gli avvenimenti che non hanno mai avuto luogo.
JEAN BAUDRILLARD, Lo spirito del terrorismo

giovedì 10 settembre 2009

Pavese, nord e sud



CESARE PAVESE

TERRE BRUCIATE

Parla il giovane smilzo che è stato a Torino.
Il gran mare si stende, nascosto da rocce,
e dà in cielo un azzurro slavato. Rilucono gli occhi
di ciascuno che ascolta.
A Torino si arriva di sera
e si vedono subito per la strada le donne
maliziose, vestite per gli occhi, che camminano sole.
Là, ciascuna lavora per la veste che indossa,
ma l'adatta a ogni luce. Ci sono colori
da mattino, colori per uscire nei viali,
per piacere di notte. Le donne, che aspettano
e si sentono sole, conoscono a fondo la vita.
Sono libere. A loro non rifiutano nulla.


Sento il mare che batte e ribatte spossato alla riva.
Vedo gli occhi profondi di questi ragazzi
lampeggiare. A due passi il filare di fichi
disperato s'annoia sulla roccia rossastra.


Ce ne sono di libere che fumano sole. 
Ci si trova la sera e abbandona il mattino
al caffè, come amici. Sono giovani sempre. 

Voglion occhi e prontezza nell'uomo e che scherzi
e che sia sempre fine. Basta uscire in collina
e che piova: si piegano come bambine,
ma si sanno godere l'amore. Più esperte di un uomo.
Sono vive e slanciate e, anche nude, discorrono
con quel brio che hanno sempre.


Lo ascolto.
Ho fissato le occhiaie del giovane smilzo
tutte intente. Han veduto anche loro una volta quel verde.
Fumerò a notte buia, ignorando anche il mare.


(da Lavorare stanca, Einaudi, 1936)


Cesare Pavese nel 1935 ha ventisette anni ed è al confino a Brancaleone, in Calabria. Ascolta un ragazzo del posto che è stato a Torino magnificare la libertà delle donne del Nord. Erano tempi in cui le differenze erano molto più marcate di oggi tra Nord e Sud: l’integrazione dovuta all’emigrazione nelle grandi fabbriche settentrionali ancora non c’era stata, la rivoluzione sessuale era ben lontana. Gli ascoltatori, con gli occhi luccicanti, accesi da una favolosa eccitazione, si immaginano quelle donne torinesi nell’ozio languido di un caldo pomeriggio d’estate. Davvero un altro mondo.

L’esule Pavese ritrova in quelle parole il mondo da cui è stato allontanato, confronta a sua volta quelle “terre bruciate” dove i fichidindia si allargano sull’arida campagna vicina al mare con il “verde” delle colline sopra Torino. Rammenta la libertà delle donne cittadine, quelle che fumano, vanno per i caffè, si vestono per piacere e non rifiutano nulla, quelle che impudiche, nude nel letto, non si vergognano di parlare. E le parole del giovane smilzo gli hanno acceso ricordi e nostalgie: la notte si troverà ancora a pensarvi, assorto e insonne, fumando…




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LA FRASE DEL GIORNO 

 -  Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato.
 - Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino.
CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò




Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950), scrittore, poeta, traduttore, saggista e critico letterario italiano. Nato poeta con Lavorare stanca, si è poi dedicato alla narrativa scrivendo romanzi famosissimi: Paesi tuoiLa luna e i falòLa casa in collina. I suoi temi principali sono il mito e la terra.


mercoledì 9 settembre 2009

La battaglia di Teutoburgo

Una delle più grandi sconfitte dell’Impero Romano fu quella della Foresta di Teutoburgo, nei pressi di Osnabruck, nell’odierna Germania. Il disastro si verificò nella battaglia durata tre giorni, dal 9 all’11 settembre del 9 d.C. Duemila anni fa esatti.

Tre legioni romane, ventimila uomini bene armati ed equipaggiati, agli ordini dello sprovveduto generale Publio Quintilio Varo, furono sterminate dal raccogliticcio esercito di un capo germanico, Arminio, il cui nome è divenuto simbolo dell’identità tedesca (c’è una squadra di calcio, l’Arminia Bielefeld, molti tedeschi si chiamano Armin o Hermann) ed è servito a fini nazionalistici nella riforma luterana, nella guerra franco-prussiana e nell’orrore nazista.

In quei giorni di settembre, dopo un’estate tranquilla, Varo stava riportando le sue legioni nei quartieri d’inverno. Ma quando stava puntando su Alisio, ebbe notizia di lotte tra tribù confinanti e obbligò l’esercito a una diversione per mettere pace tra i contendenti. Era una trappola, naturalmente. E Varo ci finì dentro. “La più comune causa di un disastro è il senso di sicurezza” come commentò lo storico romano Velleio Paterculo: Arminio lo sapeva e ne approfittò per mettere in pratica il suo piano fomentato da anni di odio antiromano.

A nulla valsero i tentativi di Segeste, suocero di Arminio, fedele ai romani, di mettere in guardia il burocrate Varo: la XVII, la XVIII e la XIX legione, con al seguito l’impedimento delle vettovaglie e delle famiglie, scortati da Arminio, che sembrava accompagnare amichevolmente la colonna, si aprirono il varco nell’oscurità della foresta, che nel 9 d.C. copriva una vasta zona tra l’Ems e il Weser. E lì Arminio e i suoi scomparvero. I romani erano al massimo del disordine, frammisti ai carriaggi e alla massa di famigliari che seguivano disarmati, vi fu un temporale che spezzò le cime degli alberi causando altra confusione. L’attacco giunse improvviso: gli uomini di Arminio lanciarono nugoli di giavellotti, i romani organizzarono uno straccio di linea difensiva e bruciarono i carri per aprirsi una via di fuga verso la campagna. Invece si ritrovarono nella foresta e subirono gravissime perdite, una forte pioggia ostacolò ancora di più i loro movimenti, inzuppando gli scudi e rendendoli inutilizzabili.

 

Otto Albert Koch, “Varusschlacht”, 1909


Fu allora che Arminio ordinò l’assalto finale all’arma bianca. Varo e le più alte cariche militari, invece di combattere fieramente si tolsero la vita, solo Vala Numonio, comandante della cavalleria, riuscì a fuggire. “L’esercito romano fu sterminato fino all’ultimo uomo da un nemico che massacrò quei soldati come se fossero bestie” racconta ancora Velleio Paterculo. Quanti furono catturati vennero crocifissi oppure arsi vivi o ancora immolati in sacrificio agli dei.

Delle legioni di Varo per anni non si seppe più nulla, solo voci di una rivolta e di un massacro. Più tardi, fu Germanico a scoprire i resti dell’esercito romano nella selva: ossa calcinate, frammenti di giavellotti, resti di cavalli, teschi attaccati agli alberi. Racconta Svetonio nelle “Vite dei Cesari”: “Quando giunse la notizia... dicono che Augusto si mostrasse così avvilito da lasciarsi crescere la barba ed i capelli, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: «Varo rendimi le mie legioni!»”.

Per l’Impero Romano la sconfitta nella foresta di Teutoburgo fu l’inizio della fine.


La foresta di Teutoburgo © Nikater (Licenza GNU)

 

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LA FRASE DEL GIORNO 
Tutta la guerra si basa sull’inganno. 
SUN TZU, L’arte della guerra

martedì 8 settembre 2009

Gli haiku di Benedetti

L’haiku, la classica forma poetica giapponese con tre versi di 5-7-5 sillabe, è un modo di esprimere con immediatezza uno stato d’animo. Affascina anche noi occidentali, forse per la sua brevità in questi tempi di fretta. Brevità apparente, perché in così poco spazio, si potrebbe meditare a lungo. Jack Kerouac e Jorge Luis Borges praticarono gli haiku, e anche Mario Benedetti, il poeta uruguayano scomparso il 17 maggio di quest’anno. Ecco alcuni dei suoi haiku – nella traduzione purtroppo va perduta la classica forma metrica giapponese.

 

46

Passano le nubi
e il cielo torna limpido
di ogni colpa.

99

Come riderebbero
i punti cardinali
se fossero cinque.

104

Quando te ne vai
non scordare di portarti
il tuo disprezzo.

148

L’albero sa
di chi è ogni passo
di chi l’ascia.

149

So che l’abisso
ha il suo fascino
io non mi avvicino.

151

Con la tristezza
si può andare lontano
se uno va da solo.

213

Un pessimista
è solo un ottimista
ben informato.

 

Mario Benedetti in un disegno di Rodolfo Fucile

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è registrazione rapidissima di momenti chiave della nostra esistenza. In ciò è pura, assoluta, non ha tempo di contaminarsi con nulla. Nemmeno con i nostri dubbi.
ALBERTO BEVILACQUA, La Fiera Letteraria, giugno 1973




Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, noto come Mario Benedetti (Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009), poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano. Figlio di immigrati italiani, fece parte della Generazione del’45. Nel 1973 fu costretto all’esilio dal golpe militare. Rientrò nel 1983.


lunedì 7 settembre 2009

In metropolitana

La poesia è ovunque, come la vita. Le stazioni e i vagoni della metropolitana, queste viscere delle città in cui si scende come nel proprio Ade quotidiano, sono un luogo di incontro dove ci fondiamo e ci misuriamo con l’umanità. Diventiamo piccola parte di quella folla di impiegate, operai, manager, studenti, badanti, suonatori di fisarmonica, donne dell’est europeo che accattonano con voce dolente ripetendo la stessa cantilenante tiritera… Non possiamo sfuggire, una volta dentro, una volta passato l’abbonamento sulla macchinetta magnetica o timbrato il biglietto da un euro: ci immergiamo in quelle luci artificiali, in quell’arcipelago di pubblicità, nelle notizie che provengono dagli schermi televisivi, affrontiamo il caldo d’estate, mitigato dai ventilatori che spruzzano acqua, e il freddo d’inverno, stringendoci nei nostri cappotti e nelle nostre sciarpe. Anche la claustrofobia che abbiamo forse sentito le prime volte se n’è andata, diventa routine. Così come la paura che abbiamo provato nei giorni successivi all’11 settembre, alla strage di Atocha a Madrid, all’attacco nella metropolitana di Londra…

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HANS MAGNUS ENZENSBERGER

METRÒ DI PIAZZA WITTENBERG

Quelli che sulle scale mobili
ti scendono incontro, giù
nell’Ade quotidiano, il vecchio
assorto nella scontrosità del suo cuore,
la donna avvilita
mormorante tra sé qualcosa d’amaro:

entrambi, pervasi d’entusiasmo
un tempo, chissà quando, furono svagati,
fuori di sé, raggianti
di baldanza, oppure no?
Com’è successo? Da quando? E perché?
Fuori, ormai, anche la neve si è ridotta

a fanghiglia.

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EZRA POUND

IN UNA STAZIONE DEL METRÒ

Questi volti apparsi nella folla;
petali su un ramo umido e nero.

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SÉAMUS HEANEY

METROPOLITANA

Fu qui, sotto la volta del tunnel,
tu a correre davanti nel tuo cappotto da viaggio,
io dietro come un agile dio per raggiungerti
prima che ti mutassi in giunco

o in qualche nuovo fiore, bianco
e carminio. Caddero dal cappotto svolazzante
uno a uno i bottoni in breve traccia
tra metropolitana e Albert Hall.

Luna di miele sotto la luna, per il concerto
tardi, e muore l'eco dei nostri passi. Ora
pietre di luna torno come Hänsel a cercare,
il cammino a ritroso ripercorro,

come Hänsel raccolgo i tuoi bottoni     
fra il vento e fioca luce di stazioni.
Partiti i treni, umide le rotaie
nude e tese a seguirti come me

e dannato io sia se guardo indietro.

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LA FRASE DEL GIORNO
Si sa, in una città come Milano la metropolitana non è un mezzo di trasporto, ma è la protagonista della quotidiana commedia umana, il nostro comune inferno o purgatorio.
Scendo, entro, e resto stupito. Cos'hanno oggi i miei compagni di viaggio per starsene lì imbambolati, come in sospeso, con quell'attesa dipinta sui volti, le mani raccolte in grembo, dolcemente imbarazzati come si vergognassero un po' per quello sconveniente abbandono? Nel vagone, fattosi improvvisamente silenzioso, qualcuno sta suonando Vivaldi
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FERRUCCIO PARAZZOLI, MM rossa



Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, 11 novembre 1929), scrittore, poeta, traduttore ed editore tedesco. La sua poesia, con espressione volutamente antipoetica e provocatoria, non vede un mezzo di salvezza per l'uomo e si presenta come denuncia spietata di tutte le storture e debolezze della società.


Ezra Weston Loomis Pound (Hailey, Idaho, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1º novembre 1972), poeta, saggista e traduttore statunitense. Visse per lo più in Europa – in Italia particolarmente - e fu uno dei protagonisti del modernismo e della poesia di inizio XX secolo: temi ricorrenti la nostalgia per il passato e la fusione tra culture diverse.


Séamus Heaney (Castledawson, 13 aprile 1939), poeta irlandese, massimo rappresentante contemporaneo del rinascimento poetico irlandese. Ottenne il Premio Nobel per la letteratura nel 1995 “per gli impianti di bellezza lirica e di profondità etica, che esaltano i miracoli giornalieri e la vita passata”.