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venerdì 8 agosto 2008

The Theatre


“The Theatre”: si chiamava semplicemente così il teatro londinese dove William Shakespeare debuttò come attore e dove fece rappresentare le sue prime opere.
Ebbene, quattro secoli dopo, è ritornato alla luce: un gruppo di archeologi, guidato da Jo Lyon del Museo di Londra, si è imbattuto nelle rovine dell’edificio in New Inn Broadway Street, nel quartiere di Shoreditch, nella zona orientale della città. In realtà gli esperti stavano lavorando alla sede della Tower Theatre Company. Come Cristoforo Colombo, hanno fatto una scoperta più importante di quello che credevano.

Il “Teatro” di Shakespeare era un palcoscenico all’aperto dal tetto ricoperto di paglia, inaugurato nel 1576 dall’impresario e attore girovago James Burgage: fu una delle prime sale teatrali aperte a Londra. Il “Bardo” vi debuttò come primo attore della compagnia maschile “The Lord Chamberlain”, di cui era comproprietario, e poi, da drammaturgo, vi rappresentò le sue prime creazioni.

“The Theatre” fu poi smantellato e Shakespeare portò le sue opere al “Globe”, che, ricostruito, si può ancora ammirare sulla riva del Tamigi.

Le rovine ritrovate confermano quanto scritto a proposito del teatro dallo stesso Shakespeare in “Enrico V”: una struttura poligonale. L’archeologa Jo Lyon, si dice “particolarmente emozionata” e spera di far luce non solo sulla vita tuttora oscura del “Bardo”, ma anche sui teatri del periodo di Isabella.
A gioire maggiormente sono i proprietari della “Tower Theatre Company”: è una gloriosa compagnia che lavora per amore dell’arte e si ritrova nella sua sede questo gioiello: “Sapere che costruiremo un teatro del XXI secolo dove Shakespeare e Burgage recitarono e alcune delle opere di Shakespeare furono rappresentate è un’enorme ispirazione” afferma il presidente Jeff Kelly.


Ritratto di Shakespeare (Immagine: Ancestry)


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LA FRASE DEL GIORNO
Sempre una gloria più grande offusca quella minore.
WILLIAM SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, Atto V, Scena I

giovedì 7 agosto 2008

Il meccanismo di Anticitera


Anticitera, come dice il nome stesso, è un isolotto posto di fronte a Citera, nota alle agenzie di viaggio e ai turisti come Kythera. In quella minuscola isola nel 1901 venne scoperto da alcuni pescatori uno strano oggetto di bronzo.
Solo da pochi anni gli scienziati sono riusciti a venire a capo dell’enigma e a scoprire a cosa diavolo servisse: il meccanismo di Anticitera era un complesso sistema meccanico in grado di eseguire complicati calcoli astronomici e di gestire il calendario che regolava l’antica società ellenica. Le ultime funzioni scoperte, decifrando le iscrizioni logorate dal tempo (la macchina risale al 150 avanti Cristo), sono quelle relative alle date dei Giochi Olimpici.

“Il meccanismo è pieno di sorprese” dice Alexander Jones dell’Istituto per lo Studio del Mondo Antico di New York, uno degli studiosi che hanno investigato l’oggetto. “Le ultime rivelazioni stabiliscono la sua origine culturale legata al tempo”. Ed il tempo nell’antica Grecia delle città-stato era scandito dai quattro anni delle Olimpiadi: i Giochi avevano inizio con la luna piena più prossima al solstizio d’estate, quindi era necessario un esperto di astronomia per calcolarne la data con precisione. Per la prima volta si tennero nel 776 a.C. e furono proibiti dall’imperatore Teodosio nel 394 d.C.

All’interno del meccanismo di Anticitera ruote dentate rappresentano i cicli del calendario: facendole girare l’utente poteva prevedere le relazioni tra i vari cicli astronomici deducendo le posizioni del Sole e della Luna e le eclissi. Purtroppo il reperto non è completo: molte delle ruote mancano e le iscrizioni sono troppo corrose, anche se la lettura ai raggi X e con la tomografia possono rivelarne una parte. Resteranno così nel mistero, dopo due millenni, molte delle capacità di questo sofisticato oggetto.



Il meccanismo (Immagine: Derek De Solla Price)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è un fanciullo che gioca muovendo i dadi: il regno di un fanciullo.
ERACLITO, Frammenti, 52 DK 1972

mercoledì 6 agosto 2008

Paolo VI


La sera del 6 agosto 1978 i telegiornali lanciarono la notizia: papa Paolo VI era morto alle 21.40 per un collasso polmonare nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Non aveva ancora compiuto 81 anni.

La sua salute era andata peggiorando nel corso dell’anno: lo aveva molto provato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Aveva addirittura scritto una lettera ai terroristi:
“Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. (…) Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova”.

Giovanni Battista Montini era nato a Concesio, in provincia di Brescia, nel 1897 ed era stato arcivescovo di Milano prima di assurgere al trono pontificio. Fu eletto papa il 21 giugno 1963 e gli toccò il compito di chiudere il Concilio Vaticano II aperto da Giovanni XXIII. I mutamenti della società lo portarono a fare i conti con il boom economico, la contestazione, la secolarizzazione ed il terrorismo. Fece scalpore nel 1964 la vendita della tiara in favore dei più bisognosi: Paolo VI apriva a una nuova umiltà della Chiesa che i suoi successori avrebbero proseguito. Montini si trovò a dover affrontare temi scottanti per la società civile: l’aborto, il divorzio, il celibato sacerdotale, il controllo delle nascite. La “Humanae vitae” a quel mondo che nel 1968 volava verso un progresso ribelle sembrò conservatrice e inaccettabile. Ma non era altro che l’interpretazione autentica del Vangelo.

Volle portare il papato nel mondo, anticipando i lunghi viaggi di Giovanni Paolo II: fu il primo pontefice a servirsi dell’aereo e a visitare i cinque continenti. Memorabili furono le tappe in Terrasanta nel 1964 e all‘Assemblea delle Nazioni Unite a New York l‘anno successivo. Nelle Filippine, nel 1968, scampò ad un attentato: monsignor Marcinkus deviò il pugnale dell‘assalitore.

L’attenzione per quei popoli lontani e spesso sofferenti lo portò ad emanare l’enciclica “Popolorum progressio”. Vi si legge: “Combattere la miseria e lottare contro l'ingiustizia, è promuovere, insieme con il miglioramento delle condizioni di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell'umanità. La pace non si riduce a un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”.

Volle umiltà anche per le esequie, celebrate in San Pietro: “Raccomando vivamente di disporre per convenienti suffragi e per generose elemosine, per quanto è possibile. Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso). La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me”.





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LA FRASE DEL GIORNO
O Fratelli! O Sorelle! Poesia dovrebbe essere il nostro discorso! Parola che cede al silenzio la pienezza ineffabile del suo significato.
PAOLO VI, Omelia del 12 novembre 1972

martedì 5 agosto 2008

Sull'America (II)


Come li vedono gli altri:

"L'America non ha ruderi né rarità, ma, d'altra parte, ha la sua marina e le sue maniere".
OSCAR WILDE, Il fantasma di Canterville

"Chissà? Forse l'America dopo tutto non è stata mai scoperta. Secondo me è stata semplicemente avvistata".
OSCAR WILDE, Il ritratto di Dorian Gray

"L'America è piena di dottori cialtroni".
FRANZ KAFKA, America

"L'America può servir d'esempio. È una terra di libertà dove nessuna classe rimane ignorata o muta".
MAURICE DENUZIÈRE, Louisiana

"Allora questa è l'America, mi stupii. Bella, bella l'America!"
TED HUGHES, The Birthday Letters

E come si vedono loro:

"Il lieto fine è la nostra fede nazionale".
MARY McCARTHY, On the courtesy

"L'America è il solo paese idealista del mondo".
THOMAS WOODROW WILSON, Discorso dell'8 settembre 1919

"L'America è acefala e le cose riconosciute altrove penetrano la nostra coscienza molto lentamente".
EZRA POUND, Selected Prose

"Sì, hanno indubbiamente un debole per la pubblicità".
CLIVE CUSSLER, Recuperate il Titanic!

"Non ci sono secondo atti nelle vite americane".
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, The last Tycoon

vedi anche "Sull'America"



Immagine © Public Domain Net


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LA FRASE DEL GIORNO
Il mondo è pieno di persone che si confrontano sempre con gli altri e sempre decidono in proprio favore.
JEAN DE LA BRUYÈRE, Caractères

lunedì 4 agosto 2008

Aleksandr Solženicyn


Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio, e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo.

Nel 1962 la rivista russa Novyi Mir pubblicò “Una giornata di Ivan Denisovic", opera di un insegnante quarantaquattrenne di matematica di Rjazan. Il suo successo fu inspiegabile: le prime due edizioni andarono a ruba, veniva copiato a mano per lunghe ore nelle biblioteche, in breve sarebbe stato tradotto in tutto il mondo. E divenne un evento politico, capace di suscitare virulente polemiche.

I lettori scoprirono che le espressioni vaghe e fumose del regime sovietico avevano un altro aspetto, reale: una vita, anche se era difficile chiamarla così, in un deserto di neve circondato da filo spinato, in baracche di legno sorvegliate da guardie armate sulle torrette, come nei lager nazisti. Erano i famigerati gulag e l’intuizione dell’autore fu quella di raccontare la giornata di uno dei deportati, una sola giornata, per giunta “quasi felice”. Come sarebbero state le altre visto che “la pena affibbiatagli. dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella. Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…”?

L’autore di “Una giornata di Ivan Denisovic” aveva provato sulla sua pelle il gulag: Aleksandr Solženicyn, morto novantenne ieri notte a Mosca per un’insufficienza respiratoria, era stato condannato nel 1945 a otto anni di lavori forzati e a tre di confino per avere giudicato sbagliata la strategia di Stalin durante la seconda guerra mondiale. Invece del Premio Lenin, cui era sembrato vicino nel 1964, il romanzo d’esordio gli valse la revoca della cittadinanza e l’odio del nuovo regime sovietico: la riabilitazione succeduta alla morte di Stalin era diventata carta straccia.

Quando nel 1970 gli fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, Solzenitsyn non poté ritirarlo: lo fece nel 1974, quando venne espulso dall’Unione Sovietica e poté ritirarsi nel Vermont. Quello stesso anno uscì il suo monumentale romanzo “Arcipelago Gulag”, che rinnovava il tema, trattato anche in “Divisione Cancro” del 1968.

La Russia, subentrata al tracollo del regime comunista, lo invitò a tornare, ma non lo amava poi molto: si avvicinò alla chiesa ortodossa e solo nel 2000 con Putin poté vedere riconosciuta la sua fama e la sua importanza per il paese che lui invece tanto amava. Nel mondo era ormai da quarant’anni un’icona dei paladini dei diritti umani e della libertà di parola.


Aleksandr Solženicyn



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LA FRASE DEL GIORNO
Il lavoro è come un bastone, ha due estremità: per la gente fai le cose bene, per gli stupidi fai solo finta.
ALEKSANDR SOLZENICYN, Una giornata di Ivan Denisovic




Aleksandr Isaevič Solženicyn (Kislovodsk, 11 dicembre 1918 – Mosca, 3 agosto 2008),  scrittore, filosofo, storico e drammaturgo russo. Conservatore, anticomunista e soprattutto antimodernista, con i suoi scritti fece conoscere al mondo la realtà dei gulag, campi di rieducazione per dissidenti del regime, in uno dei quali fu detenuto per molti anni. Nel 1970 ottenne il Premio Nobel per la letteratura.


domenica 3 agosto 2008

Ricette letterarie - 1

Il casio in pastelletto

Umberto Eco
Il nome della rosa

I libri sono scrigni che contengono di tutto: possiamo trovarci anche delle ricette.
Questa, che viene nientemeno che dal "Nome della rosa" di Umberto Eco, inaugura la nuova sezione "Ricette letterarie" del Canto delle Sirene.

Il "casio in pastelletto" è cucinato dal monaco deforme e vagamente eretico Salvatore per Adso da Melk, che poi dividerà il piatto con il suo maestro Guglielmo da Baskerville.
 
Tradotta dal linguaggio proto-esperanto di Salvatore ("parlava tutte le lingue, e nessuna"), ecco la ricetta:

Servono:

- Formaggio tipo latteria
- Burro o strutto
- Zucchero di canna
- Cannella in polvere

Prendere del formaggio non troppo vecchio e non troppo salato e tagliarlo a fettine. Mettere sul fuoco una pentola con un po' di burro o strutto e porvi le fettine a intenerire.
Quando la cottura è quasi ultimata, spolverare con zucchero e cannella.
Servire caldo.


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 Fotografia © AAA

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio.
PELLEGRINO ARTUSI, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene



Umberto Eco (Alessandria, 5 gennaio 1932 – Milano, 19 febbraio 2016), saggista, scrittore, filosofo e linguista italiano. Autorevole studioso di semiotica, scienza nella quale ha visto l'icona di un sapere interdisciplinare, è anche brillante pubblicista e scrittore, autore di numerosi saggi e di alcuni romanzi di grande successo, fra i quali spicca Il nome della rosa (1980), giallo filosofico di ambientazione medievale.



sabato 2 agosto 2008

Il blog di Orwell


Dal 9 agosto ci sarà un blogger d’eccezione sul web: George Orwell. Naturalmente non sarà lo scrittore inglese, morto nel 1950, a tenerlo. “Orwell Diaries”, pubblicherà giornalmente il diario tenuto dall’autore di “1984” e “La fattoria degli animali” tra il 9 agosto 1938 e il 1942.
Il blog, ideato dal Premio Orwell, cesserà quindi le pubblicazioni nel 2012, mantenendo la distanza di settant’anni tra la stesura del testo e la sua divulgazione su “Orwell Diaries”.

La prima parte degli scritti riguarda i prodromi della Seconda Guerra Mondiale, i viaggi in Marocco e le malattie e le ferite dovute alla sua partecipazione alla Guerra di Spagna. Le riflessioni politiche, le meditazioni sul comunismo e sul fascismo, sul ruolo della stampa, appaiono in un taccuino a parte, nel quale lo scrittore inglese iniziò a scrivere dal 9 settembre del 1938.

Il direttore del Premio Orwell, Jean Seaton, spiega: “I diari di Orwell sono una testimonianza di primo piano degli Anni Trenta: disoccupazione, dicerie, fascismo, comunismo e agricoltura. Tutte le questioni in Gran Bretagna e all’estero sono filtrate attraverso lo sguardo appassionato ma imparziale di un grande autore e di un grande uomo”.

I diari saranno pubblicati così per la prima volta nella loro interezza: dagli stralci presentati dal figlio alla BBC appare una prova di grande empatia e di un’acuto senso di osservazione.
Ma non tutti approvano questa iniziativa: “The Guardian” ha scritto: ”Un blog redatto da un morto conta come un vero blog?”

Mah… A quando il blog di Cesare Pavese o quello di Winston Churchill?



Fotografia © Ceridwen



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LA FRASE DEL GIORNO
Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.
GEORGE ORWELL, 1984