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domenica 5 aprile 2026

La nostra Pasqua


CARLO BETOCCHI

PER PASQUA: AUGURI A UN POETA

a Giorgio Caproni

Giorgio, quante croci sui monti, quante,
fatte d’un po’ di tutto, di filagne
che inclinate si spaccano, di scarti,
 
ma croci che respirano nell’aria,
in vetta alle colline, dove i poveri
hanno anch’essi un colore d’azzurro,

la simile cred’io l’ebbe Gesù,
non già di prima scelta, rimediata
tra’ rimasugli d’un antro artigiano,

commessa con cavicchi raccattati,
eppure estrosa, ed alta, ed indomabile
e tentennante com’è la miseria:

ecco la nostra Pasqua onde ti manda
il mio libero cuore quest’auguri
pensando che non è per l’occasione

ma per quella di sempre, che si salva
dalle occasioni, del cuor che non soffre
che del non amare, e sempre sta in croce

con un cartiglio fradicio che in vetta
dice: È un poveraccio, questi che vuole
ciò che il mondo non vuole, solo amore.


(da L’estate di San Martino, Mondadori, 1961)

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Carlo Betocchi in occasione della Pasqua invia una lirica colloquiale all'amico  poeta Giorgio Caproni: una poesia incentrata sulla sacralità delle croci povere e umili sui monti. Betocchi le paragona alla povertà della croce di Cristo, per lui cristiano simbolo di un amore autentico e della condivisione del dolore umano.

Buona Pasqua, lettori del Canto delle Sirene!

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FOTOGRAFIA © DAVID/FLICKR

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  LA FRASE DEL GIORNO  

La Pasqua è la celebrazione di un mondo che si risveglia. Insieme ad essa, riscoprendo il significato di concentrazione e speranza, cambiamo noi stessi. Traiamo forza, gioia, gentilezza e fiducia gli uni negli altri. Possa la Pasqua, piena di speranza, unire tutti, darci la forza di andare avanti e rafforzare l'unità e l'amore per il prossimo!
DALIA GRYBAUSKAITÉ

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Carlo Betocchi (Torino, 23 gennaio 1899 – Bordighera, 25 maggio 1986), poeta e scrittore italiano. Fra i poeti ermetici è considerato una sorta di guida morale. Tuttavia, contrariamente a loro, fondava le sue poesie non su procedimenti analogici che evocano significati, ma su un linguaggio diretto, sul realismo e sulla tensione morale.


sabato 4 aprile 2026

Cucù, cucù


KIRMEN URIBE

IL CUCULO

Sentì il cuculo per la prima volta all'inizio di aprile.
Forse perché era irrequieto,
forse per quella sua mania di ordinare il caos,
volle indovinare quali note cantasse.

Il pomeriggio dopo, eccolo lì nel bosco,
con un diapason, in attesa che cantasse.
Il diapason non mentiva:
Si-Sol erano le note del cuculo.

La scoperta divenne nota ovunque;
tutti volevano verificare se il cuculo
cantasse davvero quelle note.
Ma i risultati non coincidevano.
Ognuno rivendicava la propria verità.
Alcuni dicevano che fossero Fa-Re, altri Mi-Do.
Non riuscivano a mettersi d'accordo.

Nel frattempo, il cuculo continuava a cantare nel bosco.
Non Si-Sol, non Fa-Re, non Mi-Do.
Proprio come mille anni prima,
il cuculo cantava: cucù, cucù.

(da Nel frattempo, prendimi la mano, 2007)

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Il canto del cuculo annuncia la primavera. Generalmente compare in aprile, quando ritorna per deporre le uova nei nidi di altri uccelli dopo aver svernato in Africa. Quel segnale di primavera serve al poeta basco Kirmen Uribe per costruire un apologo dove si confrontano uomo e natura, la necessità scientifica di catalogare tutto  - "mania" - in contrasto con la semplice poesia della bellezza.

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IMMAGINE CREATA CON IA

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  LA FRASE DEL GIORNO  

E ora sento di nuovo la sua voce, / E il suo messaggio è ancora di pace, / Canta di un amore che non cesserà, / Per me non canta mai invano.
FREDERICK LOCKER-LAMPSON, Poesie

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Kirmen Uribe Urbieta (Ondarroa, 5 ottobre 1970), scrittore e poeta spagnolo. Basco, vive a New York. Il suo lavoro trascende i confini e intreccia storie personali e collettive. Attraverso la poesia e la narrativa , esplora temi di identità, migrazione e memoria, reinventando forme letterarie da una prospettiva umanista.


venerdì 3 aprile 2026

Innalzato sulla croce


JOSÉ WATANABE

LA CROCIFISSIONE

Innalzato sulla croce, figlio mio,
ti ergi sempre più eretto: il tuo capo, ferito dalle spine,
tocca ora le nubi più alte.

Non posso raggiungerti, non posso
chiudere la tua ferita con la mia mano,
e la sostanza dorata
che il Padre ti ha dato
continua a lasciarti attraverso la lancia.
I profumi
della tua nascita sono tornati nell'aria. Oh, figlio mio,
crocifisso dall'eternità,
il tuo sangue cade
e brucia la terra
e brucia i secoli. Il tempo dei poveri
e il tempo dei re,
con ogni loro ora,
giacciono prostrati, ardenti ai tuoi piedi.

Domani tutto sarà nuovo,
tranne questo infinito dolore. E non c'è consolazione,
solo una domanda che grido,
  e forse tu mi rimproveri:

era necessario
che la carne della mia carne
fosse data come alleanza
tra la terra ingrata e il cielo?

 
(da Abitò tra noi, 2002)

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Il poeta peruviano José Watanabe, che in Abitò tra noi  reinterpreta i passaggi della vita di Gesù attraverso una lente profondamente umana, carnale e materiale, si concentra sulla  sofferenza fisica della crocifissione. Cristo è visto come un uomo che soffre e la sua sofferenza umana emerge attraverso la voce e il dolore straziante di Maria, che osserva il figlio sulla croce e si interroga sulla necessità di quel sacrificio estremo.

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GIOTTO, "LA CROCIFISSIONE"

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Se le avessero detto che stringeva / a sé l'intero mondo e la sua Storia / non l'avrebbe capito. Erano solo / un figlio con sua madre.
MARIA LUISA SPAZIANI, I fasti dell'ortica

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José Watanabe Varas (Trujillo, 17 marzo 1945 - Lima, 25 aprile 2007) poeta peruviano. Voce dei “poeti del ‘70”, al tipico colloquialismo e allo sperimentalismo della corrente mescolò lo zen, il taoismo, il buddhismo e la cultura degli haiku che gli derivavano dalle sue origini giapponesi.


giovedì 2 aprile 2026

Al bancone del bar


CHARLES SIMIĆ

PERSONE CHE PRANZANO

Persone che pranzano
e pensano a ogni boccone,
o almeno così sembra, sedute
al bancone del bar, addentando
enormi panini, masticando
e riflettendo attentamente prima di bere
un altro piccolo sorso delle loro bevande.

Il cameriere dai capelli castani
che prende le ordinazioni si è fermato a riflettere,
la matita appoggiata sul taccuino,
il ragazzo con il berretto da baseball blu
e la donna con gli occhiali da sole
sono completamente sconcertati
mentre mescolano e mescolano i loro caffè.

Se alzassero lo sguardo, potrebbero vedere
Socrate in persona chino sulla griglia
con un grembiule bianco macchiato e un cappello
fatto con il giornale del giorno prima
che gira filosoficamente una frittata
in una piccola padella bruciacchiata.

(da Picnic notturno, 2001)

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"Osservare le persone è la mia occupazione preferita e non c'è posto migliore per farlo di un ristorante quando si sta cenando" dichiarò in un'intervista il poeta serbo naturalizzato statunitense Charles Simić. Qui lo fa a pranzo in una di quelle tavole calde che abbiamo imparato a conoscere seguendo i film e le serie americane, e lo fa con un occhio ironico ma al contempo sensibile, leggendo la quotidianità attraverso piccoli dettagli.

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IMMAGINE DI THIAGO APTREVITA ELABORATA CON FILTRO IA

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Di solito vediamo poco di ciò che ci circonda. Una buona poesia ci restituisce la vista e l'udito. Questo è, in effetti, uno dei meriti della poesia.
CHARLES SIMIĆ, Terrain.org, 22 agosto 2008

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Charles Simić, vero nome Dušan Simić (Belgrado, 9 maggio 1938 – Dover, New Hampshire, 9 gennaio 2023), poeta statunitense di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia.


mercoledì 1 aprile 2026

Poesie per aprile XII


La dolcezza di aprile, quella che “genera lillà” e “confonde memoria e desiderio risvegliando le radici sopite” secondo la lezione di Eliot, è stupore, gioia e meraviglia per Diego Valeri, Quella stessa dolcezza, evocata dal profumo mellifero dei fiori di robinia, è invece fonte di memoria per un altro poeta, Giancarlo Consonni, che in essa ritrova il sapore dell’infanzia.

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FOTOGRAFIA  GREAT PLAINS NURSERY

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DIEGO VALERI

APRILE

Per sapere la gioia dell’aprile,
bisogna, amici, uscir per i sobborghi,
mirare il cielo, le vie dorate e gli orti,
e i colli che traspaiono laggiù.

Serenità divina! azzurro e azzurro! …
I carrettieri passano cantando;
si rincorrono i bimbi strepitando;
Stan sull’uscio le donne a comarò.

Una gallina ci attraversa il passo,
e becca ai nostri piedi un verme rosso;
gli anitroccoli biondi accanto al fosso
si spulciano con gaia alacrità…

Prime foglie tremanti su la rama
nuda, o lucenti sulla terra bruna!
Si vorrebbe baciarle ad una ad una,
piangendo di dolcezza e di bontà.

Ecco un pèsco fiorito, più soave
di soave fanciulla adolescente,
ecco un ciliegio più forte e splendente
dell’uomo arriso dalla gioventù.

Una distesa d’orti. In primo piano:
selvette d’insalata ricciolina,
viali d’aglio, qualche testolina
di fagiolo che spunta a far cucù;

dietro: tappeti di varia verdura
distesi in simmetria, tende pezzate,
molli trapunte scure fiocchettate
di verze gialle e cavolfiori blu;

nello sfondo: robinie che la guazza
ha ingioiellato di puri diamanti,
un filare di pioppi palpitanti…
e il cielo azzurro… la serenità!

Si va col passo dei conquistatori,
col cuore acceso nell’aperta mano.
Vogliam gettarlo, amici, al ciel lontano,
o al balcone che primo s’aprirà?

(da Terzo tempo, Mondadori, 1950)

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GIANCARLO CONSONNI

ROBINIA PSEUDOACACIA

Nel mezzo di ogni aprile
quando in piazza del Suffragio
passo sotto le acacie
in fiore chiudo gli occhi
e cammino accanto
ai boschetti di robinia
della mia infanzia.

Il profumo è lo stesso,
signore dello spazio
come in quei sentieri.

(da Il conforto dell’ombra, Einaudi, 2025)

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  LA FRASE DEL GIORNO  

D'aprile / l'aria si fa appena calda. / Pare una guancia.
VALERIO MAGRELLI, Nature e venature

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Diego Valeri (Piove di Sacco, 25 gennaio 1887 – Roma, 27 novembre 1976), poeta, traduttore e accademico italiano, fu ordinario di Letteratura Francese all’Università di Padova per oltre vent’anni. La sua poesia si distingue per una ricerca di purezza, semplicità e armonia, ispirata dalle piccole cose.


Giancarlo Consonni (Merate, 14 gennaio 1943 – Milano, 13 febbraio 2026), poeta, urbanista e storico dell'architettura italiano. Ha pubblicato raccolte di poesie sia nel dialetto di Verderio (Lecco) – Lumbardia (1983), Viridarium (1987) e Vûs (1997) – sia in italiano: In breve volo (1994), Luì (2003), Filovia (2016).