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domenica 7 novembre 2010

L’Oriente e l’Occidente


ADONIS

ORIENTE E OCCIDENTE

Una cosa si era distesa nel cunicolo della storia
una cosa adorna, esplosiva
che trasporta il proprio figlio di nafta avvelenato
al quale il mercante avvelenato intona una canzone
esisteva un Oriente simile a un bambino che implora,
chiede aiuto
e l’Occidente era il suo infallibile signore.

Questa mappa è mutata
l’universo è un fuoco
l’Oriente e l’Occidente sono una tomba
sola
raccolta dalle sue ceneri.

(da “Memoria del Vento”, Guanda, 1998)

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Questa poesia è del 1968. A noi che la leggiamo adesso, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e le guerre in Iraq e in Afghanistan, risuona premonitrice, piena di una forza profetica. Ma se c’è speranza di superare questa contrapposizione tra l’Oriente e l’Occidente è grazie a persone come Adonis, il poeta siriano ottantenne più volte indicato come favorito al Premio Nobel: dal suo esilio di Parigi scrive versi moderni in un arabo classico e proclama la sua laicità attingendo alla tradizione religiosa e mistica, vive in Occidente ma è orgoglioso della sua nazionalità. Come se dicesse: l’unica strada è quella della convivenza, occorre vivere assieme per superare le paure, conoscersi per rispettarsi.

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  Immagine © Digital Arts Studios

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LA FRASE DEL GIORNO
Non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono.
JOHANN WOLFGANG GOETHE, Le affinità elettive




Adonis o Adunis, pseudonimo di Alī Ahmad Saʿīd Isbir (Al-Qassabīn, 1º gennaio 1930) è un poeta e saggista siriano. È attivo nella la volontà di una rinascita culturale araba, rileggendone il patrimonio in una chiave non nazionalistica o religiosa, ma di apertura alla modernità. È stato più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura.


sabato 6 novembre 2010

Uno, doje, tre e quattro


“Viviana conosce solo Vincenzo. E anche Carmela. Vincenzo conosce Carmela e Viviana ma non Daniele, che non conosce nessuno dei tre. Eppure Viviana, Carmela, Daniele e Vincenzo scrivono un libro figlio di un blog figlio di un libro che detto così sembra il remake di «Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo». Il tutto senza trucco e senza inganno. Come è possibile? E, anche, perché? La risposta in “Uno, doje, tre e quattro”, la storia di quattro @mici che diventano amici raccontando se stessi, le loro idee, le loro esperienze e le loro differenze - età, politica, studi, città, passioni, modi di pensare e di scrivere - attraverso le pagine di un blog. Il risultato? Un libro avvolgente, scritto con il linguaggio delle passioni e delle ragioni, in cerca di radici e di futuro. Si, “Uno, doje, tre e quattro” è tutto questo e ancora di più, perché in questo gran parlare di cosa cambia e cosa invece no nell'era dei social network, in questa guerra poco entusiasmante e ancora meno convincente tra gli ultras del «toccare» e quelli del «taggare», il volume è anche il segno di un passaggio e di una possibilità. Il passaggio dal mondo degli atomi a quello dei bit, e ritorno. La possibilità di produrre contenuti e non solo consumarli, come invece avveniva nella fase precedente”.

Non avevo mai pensato di aprire un blog: ora ne ho più di uno. Non avevo mai pensato di scrivere un libro: ora invece eccolo qui, come lo presenta la scheda della casa editrice che lo promuove. Le magie che l’evoluzione tecnologica, accelerata negli ultimi decenni, ha portato nelle nostre vite hanno consentito a quattro persone che neanche si conoscevano – e ancora io non conosco personalmente, almeno fino alla presentazione di Napoli del 16 novembre prossimo,  gli altri tre autori – di scrivere un libro assieme. Con Vincenzo Moretti, il sociologo autore di “Enakapata”, Viviana Graniero e Carmela Talamo, abbiamo dato vita a quella che in principio poteva sembrare un’illusione, ma che strada facendo ha messo radici ed è diventata “Uno, doje, tre e quattro”. Vincenzo Moretti racconta le motivazioni: “Certo, le nuove tecnologie ci azzeccano, ma ridurre la cosa a una faccenda di blog e di posta elettronica sarebbe un clamoroso errore, perché quello che veramente è cambiato in questo controverso nuovo mondo nato con l’internet è l’aumento esponenziale del numero di persone che hanno la possibilità non soltanto di consumare contenuti, ma anche di crearli, di produrli. È un passaggio, questo dal consumo alla creazione - produzione, che è tanto più importante perché avviene qui e ora, in un mondo cioè nel quale i contenuti, le informazioni, la conoscenza rappresentano il cuore della sfida competitiva in atto a ogni livello”.

Una sfida che lui ha avviato la vigilia di Pasqua del 2010 tra una pastiera e una torta pasqualina e che noi abbiamo raccolto: “Viviana, Carmela e io abbiamo dato fiducia a quest’uomo che avremmo potuto prendere per visionario, ma che abbiamo invece valutato come un lucido analizzatore dei tempi e dei media. Abbiamo intrapreso questa «follia» sapendo che era la costruzione di qualcosa di nuovo, e lo abbiamo fatto sostenendoci, alla Isaac Newton, sulle spalle dei giganti per vedere più lontano”. Siamo partiti dal social network, da Facebook per la precisione, con la nostra astronave e abbiamo toccato qua e là i pianeti che ci si presentavano: in “Uno, doje, tre e quattro” c’è la ricerca scientifica, c’è il rapporto tra Nord e Sud con il fenomeno leghista, c’è la poesia, ci sono le radici e le nostalgie, ci sono domande e risposte sul perché si scrive e sul perché i cervelli italiani preferiscano fuggire all’estero, c’è il tifo, c’è persino la gestione della spazzatura. Non ci credete? Leggete cosa scrive Carmela Talamo: “Ritorno all’argomento smaltimento rifiuti per dire che Somma Vesuviana è un piccolo esempio, sicuramente ci sono ancora tante cose da migliorare, sicuramente ci sono ancora tante domande a cui si deve dare una risposta ma, come ho detto, da qualche parte bisogna pur iniziare, e iniziare dalle persone di buona volontà continua a sembrarmi una bella cosa. Sì, me ne convinco ogni giorno di più: ci vuole gente che non si arrende alle pur mille difficoltà che la nostra bella terra ci impone in ogni circostanza, gente che ogni giorno cerca di fare comunque un passo avanti, fosse anche piccolo piccolo, non importa, basta che sia fatto nella giusta direzione. Mi piace la gente che riesce a fare, a distinguersi, ad andare oltre, contribuendo così a spazzare via un po’ di sporcizia dalla nostra napoletanità”.

Dimenticavo: c’è anche un’ampia pagina dedicata ai giochi di parole, ai tautogrammi e agli acrostici: lasciamo la parola a Viviana Graniero, l’esperta del gruppo in questo campo: “Quando mi viene in mente un racconto, una cosa da scrivere, una storia da scarabocchiare, in genere quello che ne esce è sempre qualcosa di ironico, giocoso. Ormai credo di avere la mente deformata, intrecciata dalle regole linguistiche, dalle restrizioni e dalle (il)limitazioni della letteratura potenziale. Che cosa può esserci di più meraviglioso? Arrivare fin dove si può e anche oltre, giocare senza fermarsi mai, perché, potenzialmente, per l’appunto, le possibilità della nostra lingua non hanno confini”.

Non hanno confini neppure le nostre connessioni: in un secondo possiamo colloquiare con persone che si trovano a New York o a Parigi o nel Borneo. Il vero senso del libro è questo: gli autori uno, due, tre e quattro insieme da svariati punti d’Italia senza neppure sedersi davanti a un tavolo. Neuroni e fibre ottiche. È il futuro, bellezza…


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VENITE A TROVARCI SULLA PAGINA FACEBOOK DI “UNO, DOJE, TRE E QUATTRO…

.Titolo: Uno doje tre e quattro
Editore: Ediesse
Distributore: PDE
Codice ISBN: 9788823015258

PRESENTAZIONE: 16 NOVEMBRE 2010
NAPOLI: La Feltrinelli, Via Santa Caterina a Chiaia, 23

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere vuol dire manifestare il proprio essere, dare un significato alle azioni di tutti i giorni. Vuol dire anche cercare di circoscrivere la realtà, racchiudere l’universo o almeno la parte che riusciamo a comprenderne, intrappolarla come acqua in un bicchiere. Una parte infinitesima mentre oceani rimangono ancora là fuori.
V. GRANIERO, C. TALAMO, D. RIVA e V. MORETTI, Uno, doje, tre e quattro

venerdì 5 novembre 2010

Per avanzare nell’enigma


ANTONELLA ANEDDA

IN UNA STESSA TERRA

a Mauro Martini

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell'ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l'attesa marina - senza grido - infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell'enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera -
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

(da “Notti di pace occidentale”, Donzelli, 1999)

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“Antonella Anedda (Anedda-Angioy) è nata a Roma da una famiglia sardo-corsa. Si è laureata in storia dell’arte studiando tra Roma e Venezia. Ha insegnato presso l’Università di Siena. Attualmente vive tra la Sardegna e Roma dove lavora part-time a scuola”. Così la stessa poetessa si presenta nella sua pagina Facebook.

Questi versi sono la dichiarazione di una poetica. In un’intervista rilasciata a Niederngasse 16, Antonella Anedda specifica meglio: «Che la poesia sia un messaggio in bottiglia affidato al mare e destinato a un interlocutore vicino o sconosciuto è anche un’immagine ripresa da Paul Celan (e da Mandel’stam). Scherzando direi che non sono sicura che il poeta scriva sul biglietto: “Io esisto”; forse scrive: “Tu, mondo, esisti”; o forse: “Siamo tutti in questo naufragio, su questa isola”. E se torna a scrivere “Io sono”, ci mette un punto interrogativo. Non penso che il poeta sia il solo e unico che si sforzi di attestare la propria esistenza; anzi, probabilmente scrive perché non è certo di esistere, perché sa che siamo, in realtà, spettri. Conosce, come Virgilio, come Kafka, la vanità delle opere, sa che in fondo sono nulla. A proposito di Kafka, c’è una frase che spiega, presumo, quello che intendo: “Tra te e il mondo, vedi di scegliere il mondo”. Dire, scrivere “Io esisto” è tipico della gioventù. Se poi nella bottiglia si infila un canto che riguarda l’isola, e quella parte di io che la contempla e la pensa, allora va bene metterla in mare».

Scrivere per penetrare l’enigma allora, per tentare di aprire un varco che, se non ci mostrerà il significato del reale, almeno ne rischiarerà una parte. Scrivere come condivisione, come partecipazione alle passioni e alle sofferenze del mondo.

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Fotografia © Halcyon Health

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LA FRASE DEL GIORNO
Per questo scrivo con riluttanza / con pochi sterpi di frase / stretti a una lingua usuale / quella di cui dispongo per chiamare / laggiù perfino il buio / che scuote le campane.
ANTONELLA ANEDDA, Notti di pace occidentale




Antonella Anedda Angioy
(Roma, 22 dicembre 1955) è una poetessa e saggista italiana.  Ha insegnato nella scuola e collabora con diversi atenei. L’esordio di Residenze invernali (1992) l’ha proposta da subito all’attenzione della critica. La sua scrittura sensibile e suggestiva ha caratterizzato anche l’opera saggistica,



giovedì 4 novembre 2010

Tutto era fuoco a quel tempo


RAFEAL ALBERTI

RITORNI DELL'AMORE COME ERA

A quel tempo eri bionda e grande,
solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luce erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine, palpito
d'onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell'aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo.

(da “Ritorni della vita lontana”, 1956 – Trad. Vittorio Bodini)

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Il poeta spagnolo Rafael Alberti, dopo aver combattuto nella guerra di Spagna, fu costretto a rifugiarsi in esilio prima in Messico e poi a Buenos Aires. È lì che nascono le poesie dei “Ritorni”, quell’opera di recupero del passato, di elaborazione della memoria per riportare alla luce i miti perduti della terra abbandonata: l’infanzia, le coste spagnole, l’amico Federico Garcia Lorca, sere di pioggia, la tristezza dei giorni perduti e naturalmente, come in questo caso, l’amata. Una donna che si viene in qualche modo a fondere con la terra, ad assumere su di sé le sembianze della spiaggia e del mare, a diventare sabbia e spuma d’onda, a essere fuoco in contrasto con l’ombra che avvolge il limbo del presente.

Ma tutto questo ricordare – “premeditazione proustiana” commenta il poeta Vittorio Bodini, traduttore di Alberti – non è negativo: getta una nuova luce sul presente, rende molto simile al mare di Cadice dell’infanzia questa baia del Paranà che ora è di fronte al poeta.

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Fotografia © Photoeverywhere

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LA FRASE DEL GIORNO
Resta pur sempre la fortuna, il dono / infinito di poter tornare sui remoti / passi che demmo un dì in quei luoghi / che il nostro amore andò creando / come in un sogno.
RAFAEL ALBERTI, Ritorni della vita lontana




Rafael Alberti Merello (El Puerto de Santa María, 16 dicembre 1902 - 28 ottobre 1999), poeta spagnolo. Membro della Generazione del ‘27. Il suo lirismo si evolve da una poesia più intellettuale e astratta alla violenza satirica di opere quali Capital de la gloria (1936-1938) e infine a un più delicato e nostalgico intimismo.


mercoledì 3 novembre 2010

Ed è tutto ciò ch’io sono

 

ANDREA ZANZOTTO

ESISTERE PSICHICAMENTE

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
- soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli -
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch'io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d'inferno
degli atomi e il conato
torbido d'alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

(da Vocativo, 1957)

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Lo so, è difficile leggere Andrea Zanzotto: il poeta di Pieve di Soligo traspone nello stile la scoperta della condizione di angoscia in cui si svolge l’esistenza umana e in questa ricerca si avvale di accostamenti cari alla tecnica surrealista (terra-carne, chiarore-uovo) e di una scelta lessicale sgradevole (acido, conato, vermi) per significare la condizione degradata della realtà interiore. “Esistere psichicamente” è la constatazione che la propria realtà è soltanto una realtà mentale, della psiche, e che la fuga da questa condizione ci è preclusa. Il terrore espresso dall’io narrante è che la distanza dal mondo oggettivo sia talmente grande che nulla esista di tangibilmente esterno, che sia vero soltanto quel «ma è solo psiche» strategicamente collocato al centro esatto della poesia.

Tutto negativo dunque? Forse la ricerca immane del poeta, per la quale Franco Fortini parlò di “titanismo esistenziale e cosmico” condurrà al fallimento, ma una piccola speranza, un breve spiraglio è lasciato aperto: il «chiarore-uovo» ha sicuramente una valenza positiva, è l’embrione, è la vita, così come quelle «parole e amori» sono i prodromi di un linguaggio che Zanzotto esplorerà in seguito: “Primo elemento di una / proposizione, morula / imprecisa, persa ancora / in bui uteri, promessa”, la poesia dell’infanzia intesa “come tensione all’essere e allo sviluppo, all’espressione e quindi alle responsabilità, nonostante tutto”, quella che il poeta veneto cercherà osservando e descrivendo il paesaggio delle sue colline e i loro riti arcaici e rurali, provando a rimanere aggrappato all’umano dove questo ancora si conserva per contrapporsi ai non valori della società odierna.

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Immagine © Magazine Poesie

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LA FRASE DEL GIORNO
Scommettiamo in essa (la poesia) con qualche buona fede.
ANDREA ZANZOTTO




Zanzotto_AndreaAndrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921), poeta italiano tra i più importanti del secondo Novecento. La sua poesia, che scava profondamente nella materia linguistica, è legata alle tracce e alle memorie del suo paese natio: "Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio”.


martedì 2 novembre 2010

Nel cimitero dell’autunno


LIONELLO FIUMI

ANTICIPAZIONE

Pel bosco l'autunno buttava fortune
di ori moribondi
nella fossa comune.
Gramaglie violette addobbavan gli sfondi.

Ma tu spaccasti i ricci col piede.
Le castagne sbuzzavano vivaci,
occhi da palpebre tenaci.
Felice, ridevi del riso che cede.
I tuoi denti anticipavano il bucaneve.

Sul cimitero dell'autunno e della sera
noi mettemmo una macchia lieve
di primavera.

(da Sopravvivenze, Alpes, 1931)

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L’autunno avvampa, ormai le piante hanno indossato i loro ultimi colori prima del lungo sonno invernale e presto saranno spogli scheletri nel grigiore delle nebbie, nel biancore delle nevi. Questa poesia del trentino trapiantato a Parigi Lionello Fiumi, che usa l’analogia del cimitero per simboleggiare la stagione più triste dell’anno, serve anche a ricordare la giornata di oggi, il 2 novembre, in cui si commemorano i defunti. Una preghiera, un pensiero laico, un fiore virtuale per tutti quelli che ricordiamo e che ci mancano.

Quel loro ricordo, una memoria di giornate in cui fummo felici, basta ad accendere una fiammella nel dolore dell’assenza, così come la bellezza di una donna e il suo sorriso felice fanno pregustare a Lionello Fiumi la speranza della nuova primavera.

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imageDonald Ayres, “Autumn wood”

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LA FRASE DEL GIORNO
Busso alla porta dei ricordi. Ed ecco, / da cenere di tempo, / mi balzi tu, a colori vivaci.
LIONELLO FIUMI, E la vita si ostina




Lionello Fiumi (Rovereto, 12 aprile 1894 – Verona, 5 maggio 1973), poeta italiano.  La sua poesia, che muove da quella di Govoni e dei cosiddetti "poeti di Verona e di Ferrara", è essenzialmente impressionistica e visiva, di un crepuscolarismo reso a tratti dinamico da innesti di futurismo e di esperienze cosmopolitiche.


lunedì 1 novembre 2010

Nuove poesie per novembre

 

Credo che novembre sia uno dei mesi meno amati: grigio, freddo, malinconico e anche un po’ triste. Ce le ha addosso tutte. Almeno  ricreiamoci un po’ come i ragazzi di Bertolucci che si divertono tra i fuochi che bruciano le stoppie, operazione ormai desueta nella nostra Italia sempre meno contadina e dimentichiamoci che la terra è spoglia e nuda, priva anche di ogni suo gioiello.

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ATTILIO BERTOLUCCI

FUOCHI IN NOVEMBRE

Bruciano della gramigna
nei campi
un’allegra fiamma suscitano
e un fumo brontolone.
La bianca nebbia si rifugia
fra le gaggie
ma il fumo lento si avvicina
non la lascia stare.
I ragazzi corrono attorno
al fuoco
con le mani nelle mani
smemorati,
come se avessero bevuto
del vino.
Per lungo tempo si ricorderanno
con gioia
dei fuochi accesi in novembre
al limitare del campo.

(da Fuochi in novembre, Minardi, 1934).

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Fotografia © Pitkoton.

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EMILY DICKINSON

MATTINO ALLA FINESTRA

Il Cielo è basso - le Nuvole sono misere.
Un Vagabondo Fiocco di Neve
In un Fienile o sul Solco di una ruota
Si chiede se andrà a finire -
Un Vento Gretto lamenta tutto il Giorno
Come qualcuno l'ha trattato
La Natura, come Noi è talvolta sorpresa
Senza Diadema -

(da Poesie, 1890) 

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LA FRASE DEL GIORNO
Addio sorrisi dell'albe rosate, | Addio tramonti che d'oro parete! | Novembre porta le tristi giornate | E delle nebbie la bigia quïete!
OLINDO GUERRINI, Rime di Argia Sbolenfi




Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.


Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – 15 maggio 1886), poetessa statunitense, è considerata tra i migliori lirici del XIX secolo. La sua vita fu priva di eventi esteriori: dopo i trent'anni scelse un volontario isolamento nella casa paterna. La sua poesia spazia dalle piccole cose della vita quotidiana – la natura, le stagioni – ai grandi temi dell’anima innestati sul tema della solitudine.