mercoledì 26 luglio 2017

Una scrivania


JÁN ZAMBORZambor

SCRIVANIA

Una scrivania, intravista
nel vecchio garage di una casa abbandonata
e silenziosa, sdraiata
su un fianco, portata
via da qualche parte, finora
inutile,
ma forte come una quercia,
liscia come un foglio;
che intenso desiderio
di restare qui,
di accarezzarla con un panno delicato,
di portarla solennemente a casa,
di accomodarmi ad essa, così grande,
di posarvi un piattino con una tazza tintinnante,
di lucidarla con i gomiti, le palme delle mani e le dita,
o con la faccia,
di sperimentare piaceri
da eremita.
Sicuramente fiorirebbe, darebbe foglie,
frutti.
Bue degli antenati,
tirerebbe un carico pesante,
trarrebbe dal fango un carro impantanato.
Buon cavallo fedele degli antenati,
mi condurrebbe
galoppando nel paesaggio,
le nostre teste al vento.

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Il poeta slovlacco Ján Zambor (Tušická Nová Ves, 1947) intravede una vecchia scrivania abbandonata in un garage e se ne innamora: la vede già nella sua casa, si sogna seduto a scrivere. Di più, l’immaginazione va oltre, ne fa oggetto di zoomorfismo, la trasforma in un possente bue, in un agile cavallo capace di viaggiare nella fantasia.

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Paul Ward

FOTOGRAFIA © PAUL WARD

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LA FRASE DEL GIORNO
La nostra scrivania è come una fortezza che ci protegge dal mondo estraneo e talvolta ostile.
RICHARD POWELL, L’uomo di Filadelfia

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