martedì 25 aprile 2017

Ella

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

ELLA IN CIELO

Pregava Dio,
pregava con fervore
perché facesse di lei
una felice ragazza bianca.
E se ormai è tardi per questi cambiamenti,
allora Signore Iddio, guarda quanto peso
e toglimene almeno la metà.
Ma Dio, benevolo, disse: No.
Le posò soltanto la mano sul cuore,
le guardò in gola, le carezzo il capo.
E quando tutto sarà compiuto – aggiunge -
mi allieterai venendo a me,
mia nera gioia, tronco pieno di canto.

(da Qui, 2009 – Traduzione di Pietro Marchesani)

 

Cento anni fa, il 25 aprile 1917, a Newport News, città della Virginia, nasceva Ella Fitzgerald. La sua voce cristallina e potentissima – tre ottave di estensione, praticamente uno strumento musicale, sapeva interpretare alla perfezione il jazz, soprattutto quando improvvisava i fonemi dello scat. La poetessa polacca Wisława Szymborska (1923-2012) la apprezzava moltissimo, tanto da chiedere che al suo funerale venisse eseguito Black Coffee, un brano di Sonny Burke nell’esecuzione della Fitzgerald. Questa poesia è il suo omaggio, la constatazione di quel dono che Dio o la natura avevano dato in sorte alla ragazza nera che voleva diventare una ballerina, e trascrive in versi una confessione di Ella: “So che non sono una ragazza affascinante non è facile per me arrivare davanti a una folla di persone. Questo un tempo mi preoccupava molto, ma ora ho capito che Dio mi ha dato questo talento da usare, così devo solo stare lì e cantare”.

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Ella

FOTOGRAFIA DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
Non è da dove arrivi, è dove vai che conta.
ELLA FITZGERALD

lunedì 24 aprile 2017

Vasi alla finestra di Dio

 

NIKIFÒROS VRETTÀKOS

POESIE PER LA STESSA MONTAGNA, II

Ti salivo, ti scendevo, carico
di cielo per i miei domani.
Le mie parole, calici, dovevano
riempirsi di luce. I miei versi,
vasi alla finestra di Dio.

(da Corale, 1988 - Traduzione di Gilda Tentorio)

 

“La sua poesia è la scoperta del mondo “da dentro”, uno sguardo di stupore e meraviglia di tutti i sensi che esplorano la bellezza” scrive Gilda Tentorio a proposito del poeta greco Nikifòros Vrettàkos (1912-1991). La poesia è un quotidiano porsi in rapporto con il mondo e con l’universo, una sorta di fatica di Sisifo che però non è fine a se stessa ma garantisce la comprensione. Per questo il poeta può esporla fieramente, come “vasi alla finestra di Dio”.

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Fiori

NIKOLAJ KARACHARSKOV, “FIORI SUL DAVANZALE DELLA FINESTRA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Somigliano i miei versi al bacio dorato del sole sulla neve.
NIKIFÒROS VRETTÀKOS, Il libro di Margherita

domenica 23 aprile 2017

Amore, tu sapessi…

 

VITTORIO BODINI

CON QUESTO NOME

Amore, cosa chiamo con questo nome
io non sono più certo di sapere.
Se ricerco nel fondo ove s'immerse
il tuo quieto naufragio,
fra i denti degli squali, di quelle sabbie gelosi,
presto riemerge il mio pensiero nudo
al visibile giorno,
con le braccia ferite e qualche filo
d'alga sul corpo, o i ciechi segni d'una medusa.

Ma a sera, se col passo delle fiere
che convengono caute presso lo stagno,
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
in me come a tremante vetro s'affacciano
le antiche colpe, o errori, o la presente
solitudine, oh allora, come sei
tu stranamente viva sulle mie labbra,
e che stupiti altari la mia voce
odono che si scolpa nelle tenebre
a mia insaputa: O amore, tu sapessi…

(da La luna dei Borboni, 1952)

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Siamo nel pieno dell’ermetismo: questa poesia di Vittorio Bodini (1914-1970)apparve il 31 gennaio 1947 su Libera voce e si inserisce nel dibattito epistolare prima e letterario poi in corso con l’amico critico Oreste Macrì. Non è solo la definizione di amore a essere al centro del discorso, ma l’essenza stessa del dire poetico, la difficoltà – o impossibilità addirittura – di comunicare, quella che in Zeta (1969)sarà “questa mano accusativa / che non salva e non placa /che lascia tutto come sta”.

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Tramonto

FOTOGRAFIA © COLOURBOX.COM

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta passeggia fra i seni altrui / fra lune altrui / ed intanto si interroga sulla propria / statura d'uomo.

VITTORIO BODINI, Zeta

sabato 22 aprile 2017

Deposito di ombre

 

OLGA OROZCO Orozco

CANTI A BERENICE, VI

Non hai mangiato il loto dell’oblio
- l’omerico privilegio degli dei –,
perché sapevi già che chi dimentica diventa un oggetto inanimato
- abbandonato alla risacca o relitto alla deriva -
all’estro del capriccioso mare delle altre memorie.
E così hai frugato un giorno nel tuo deposito di ombre
e hai annodato di nuovo con teneri lacci piccole ossa disperse,
tessuti innamorati del sapore della pioggia,
viscere dolci come arnie soprannaturali per l’ape regina,
denti che furono lupi nelle steppe della luna,
unghie che furono tigri nella profonda giungla imbalsamata.
E hai avvolto tutto in questo sacco di carbone stellato
che hai scagliato fino a qui, come da un treno in corsa,
e che in qualche luogo ha lasciato un buco attraverso cui ti aspirano
e dove devi tornare.

(da Canti a Berenice, 1977)

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Sant’Agostino nelle sue Confessioni scrisse che “La facoltà della memoria è grandiosa. Ispira quasi un senso di terrore, Dio mio, la sua infinita e profonda complessità”. Ricordare significa ricostruire, riconnettere, riallacciare collegamenti dispersi, come fa il protagonista di questi versi della poetessa argentina Olga Orozco (1920-1999): come un moderno Dottor Frankenstein rimette assieme i pezzi dolorosamente ma anche dolcemente, tenendo ben presente che l’oblio è il nulla.

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Olbinski

DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Tua sorella, la memoria, con un giovane ramo ancora tra le mani, / racconta un’altra volta la leggenda infinita di un paese di nebbia.
OLGA OROZCO, Da lontano

venerdì 21 aprile 2017

Centenario di Palau i Fabre

 

Il poeta e critico d’arte spagnolo Josep Palau i Fabre nasceva il 21 aprile 1917 a Barcellona. Vi morirà nel 2008. Narratore, drammaturgo, saggista, massimo esperto di Picasso, fu il principale esponente della letteratura in lingua catalana del dopoguerra, che sviluppò curiosamente per cicli: poesia dal 1942 al 1952, teatro dal 1957 al 1986, narrativa breve dal 1983 al 1996. Ammaliato dall’alchimia, la applica alla poesia, intesa non “come fine a se stessa, ma come mezzo d’esplorazione, o di sperimentazione, come per altri possono essere il microscopio o la musica – come ne  medioevo si usavano i metalli”.

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Palau

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LETTERA

Ti scrivo parole di fuoco con una matita rossa.
Se ti parlo del bacio è già un po' baciarti.

Barcellona, 1940

(da Poesie epigrammatiche, 1940-42)

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LORELEI

La musica dell'acqua
come una bianca donna.
Perché la mia barca
naviga questi luoghi?
Non esiste alba in me
né aria a sufficienza
per farmi più leggera
questa canzone estranea.

23 gennaio 1943

(da Poesie dell'alchimista, 1952)

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LA GRANDE CORSA DEL MARE

a Amàlia Tineo

La grande corsa del mare sempre diversa
(ho navigato la Grecia catalana)
mi attira con le sirene impossibili
e i delfini lucenti – fulgore di spade -
e gli azzurri, sempre più azzurri, delle lontananze.

Adesso navigo in me stesso un’acqua
più nuda e trasparente, più impalpabile.
Un’acqua come aria. Alba
del cuore, in pace, senza barche né onde;
senza delfini né remi, senza funi né scalmi;
un’acqua solo acqua e acqua e acqua.

(da Poesie dell'alchimista, 1952)

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Vedi anche:

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LA FRASE DEL GIORNO
Un poeta non lo scopre nessuno. Un poeta si scopre da sé il giorno che scrive i primi versi buoni.

JOSEP PALAU I FABRE, Pensieri

giovedì 20 aprile 2017

Marino Muñoz Lagos

 

Lo scorso 15 aprile all’Hospital Clinico de Magallanes a Punta Arenas è scomparso il poeta cileno Marino Muñoz Lagos, amico di Pablo Neruda e di Francisco Coloane. Nato nel 1925 a Machlan, si trasferì nel sud nel 1948 per rimanervi e diventare la voce della poesia australe: “Quanti amano questa terra non dimenticano gli elementi essenziali che la fanno imprescindibile: la distanza, il colore, la solitudine, il vento, la neve”. Elementi naturali e atmosferici che permeano la sua poesia, abitata da marinai e navigatori di lungo corso e dal paesaggio magellanico del sud del Cile.

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Marino Muñoz Lagos

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VECCHI POETI DEL MARE

Amo i vecchi poeti
che ci parlano di porti diversi
e di bar singolari,
di pianole dall’alto delle alte
muraglie e voci di paesi lontani
tra bicchieri di rum,
birre spumeggianti
e una pugnalata ben assestata.

Questi poeti tornano sui loro passi
e hanno il compito di darci un mare
di vecchie litografie.

Eppure è affascinante viaggiare
verso quei porti
dove i bar diventano
gli azzurri pontili della nostalgia.

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PERDONATE I TRADITORI

Quando d’inverno
si mangiavano le prime castagne
e la pioggia era
una ragazza che giungeva
sui vetri,
rincorrevi i tuoi figli
uno a uno e faccia a faccia,
e indovinando i loro sogni
o i tuoi, dicevi
con segreta speranza: "medico,
ingegnere, donna di casa, contadino,
albero, spiga, poeta".
Madre: ti abbiamo tradito.
Siamo i più celebri
vagabondi della terra.

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BAR COSMOPOLITA

Arriviamo al bancone come una nave
che accosta al molo.

Il bar respira il fumo azzurro
di svariati tabacchi
e a mala pena riusciamo a scorgere
i gesti della cameriera.

Si parla di lunghi viaggi
e gli avventori più ubriachi
si guardano nei fantasmi che sorgono
dagli specchi rotti.

All’improvviso si apre una porta
a un colpo di vento
e tutti ci vediamo navigare
in un mare di tenebre
verso la più spaventosa ubriachezza.

(da I volti della pioggia, 1970)

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LA FRASE DEL GIORNO
Abitiamo la nostalgia come se fosse una vecchia casa.

MARINO MUÑOZ LAGOS, I volti della pioggia

mercoledì 19 aprile 2017

Il tuo sguardo

 

MARÍA CINTA MONTAGUTMontagut

LA SERA

La sera
Quando il sole spietato svanisce,
Quando la brezza si installa nel ricordo
E gli specchi sanno che è giunto il loro tempo,
Disegno con le mie mani il tuo sguardo.
Mai i tuoi occhi mi hanno amato come l’aria,
Mai le tue labbra.
La tua pelle come praterie
dove fiumi azzurri si contemplano,
Mai il tuo corpo intero.
La sera
Il tuo sguardo è un cacciatore solitario.

(da Come un lento pugnale, 1980)

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Lo sguardo dell’altro,il corpo dell’altro come mezzo per riconoscersi: è questo il tema centrale della raccolta Come un lento pugnale della poetessa spagnola María Cinta Montagut (Madrid, 1946). Ricrearlo, immaginarlo, non è soltanto un mezzo per sopperire all’assenza ma anche un modo per comprendere, per ricostruire, sera dopo sera…

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Van Hove

DIPINTO DI FRANCINE VAN HOVE

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LA FRASE DEL GIORNO
Lo sguardo alle volte può farsi carne, unire due persone più di un abbraccio
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DACIA MARAINI

martedì 18 aprile 2017

Scatto ultrarapido

 

BILLY COLLINS

BALISTICA

Quando mi sono imbattuto nella foto a scatto ultrarapido
di un proiettile che aveva appena perforato un libro
con le pagine che scoppiavano per la velocità,

ho scordato i prodigi della fotografia
e ho cominciato a chiedermi quale libro
il fotografo avesse scelto per lo sparo.

Mi sono venuti in mente tanti romanzi
compresi quelli di Raymond Chandler
dove un proiettile in più si noterebbe a fatica.

La saggistica offriva troppe possibilità:
una storia di case del faro scozzesi,
una biografia di Giovanna D’Arco, e così via.

O poteva essere un’antologia di letteratura medievale,
con il proiettile che aveva appena decapitato Sir Gawain
e sparpagliato il variegato gruppo di pellegrini.

Ma più tardi, mentre scivolavo nel sonno,
ho capito che il libro giustiziato
era una raccolta recente di poesie scritte

da uno che non ammiravo
e che la pallottola doveva aver attraversato
il suo scritto incontrando poca resistenza.

a ottocentoquaranta metri al secondo,
passando per le poesie della sua infanzia
e quelle sullo stato deprimente del mondo

e poi per la foto dell’autore,
attraverso la barba, gli occhiali rotondi
e quello speciale cappello da poeta che gli piace indossare.

(da Balistica, Fazi Editore, 2011 - Traduzione di Franco Nasi)

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“Collins usa il linguaggio comune dell’americano medio, con il ritmo della lingua parlata, senza enfasi retoriche, a volte comico e divertito, altre ironico e commovente, di un’immaginazione che si esercita a partire dagli oggetti quotidiani o dagli elementi della natura; una poesia che rifugge dalle visionarietà apocalittiche” scrive il traduttore e curatore dell’edizione italiana di Balistica, Franco Nasi. Si può apprezzare lo stile di Billy Collins (New York, 1941) nella poesia eponima, dove maggiormente si manifesta quello “sguardo divertito”, quell’ironia nell’osservare il mondo che diventa improvvisamente autoironia.

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Getty

FOTOGRAFIA © GETTY IMAGES PER USO EDITORIALE

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è un mezzo di trasporto economico. Alla fine della poesia il lettore dovrebbe trovarsi in un luogo diverso da quello da cui è partito.

BILLY COLLINS

lunedì 17 aprile 2017

La Pasqua dell’Angelo

 

ANDREA ZANZOTTO

STORIE DELL'ARSURA

I

Vuoto d'acque, misero scheletro
lungo le case del mio paese,
Soligo io ti guardo e non mi basta
la Pasqua dell'Angelo, non piove da mesi.
Hai sete, piccolo fiume imbavagliato
nudo nudo e senza parola.
Io tra le lacrime guardo
il sole allontanato ed offeso dal vento,
la Pasqua dell'Angelo
tra furiosa polvere sparire
e invernali ombre di reticolati
di rive in brulle rive
assecondare la tua magra quiete.
Da tanto a te, Soligo, mi conformo,
la sete lunga lunga trassi come il tuo letto,
da tanto non piove che un'amara abitudine
mi ha tolto ricordarmi
che sia la sete stessa.

II

Dai miei poveri giorni mi svio,
salgo con lena primaverile
verso i boschi di Lorna
e benefiche valli e grato verde
d'aprile acerbamente sogno.
Nulla per dorsi spenti
e per cavi torpori mattutini
nulla dietro il ventaglio del meriggio
che soffocate sere scopre
per tramiti gessosi e stecchi e brividi.
Negli altri anni a queste ore
sulle mie pene invernali
grande e madido il bosco
era cresciuto, mansueto limo
aveva popolato il mio cortile.
Ma ora un sole infelice mi fa scuotere il capo,
or si fende la creta, sbigottito è il ruscello,
e le tue care labbra
sento umide solo
per un'avara dimenticanza
dell'immenso risucchio dell'arsura.

(da Elegia e altri versi, 1954)

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È il Lunedì dell’Angelo, il giorno della tradizionale “gita fuori porta” più sulle orme dell’arte e della natura che dei discepoli diretti a Emmaus. Andrea Zanzotto (1921-2011), poeta trevigiano di Pieve di Soligo, attraversa il paese in un paesaggio primaverile insolitamente dominato dalla siccità – in realtà molto simile a quello di quest’anno - verso i boschi che coprono la collina che lo sovrasta. Buona gita fuori porta a chi ci andrà e comunque buona Pasquetta.

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Soligo

FARRA DI SOLIGO – FOTOGRAFIA © RADIO VENETO UNO

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LA FRASE DEL GIORNO
Dalle passeggiate nel bosco si può imparare molto di più che dalle pagine dei libri
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ROMANO BATTAGLIA, Foglie

domenica 16 aprile 2017

Alla televisione Cristo in croce

 

EUGENIO MONTALE

SERA DI PASQUA

Alla televisione
Cristo in croce cantava come un tenore
colto da un’improvvisa colica pop.
Era stato tentato poco prima
dal diavolo vestito da donna nuda.
Questa è la religione del ventesimo secolo.
Probabilmente la notte di San Bartolomeo
o la coda troncata di una lucertola
hanno lo stesso peso
nell’Economia dello Spirito
fondata sul principio dell’Indifferenza.
Ma forse bisogna dire che non è vero
bisogna dire che è vera la falsità,
poi si vedrà che cosa accade.
Intanto chiudiamo il video.
Al resto provvederà chi può
(se questo chi
ha qualche senso).
Noi non lo sapremo.

(da Quaderno di quattro anni, Mondadori, 1977)

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Sera di Pasqua del 1975, alla televisione Jesus Christ Superstar, il film di Norman Jewison del 1973 tratto dal musical di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber. E l’ottantenne Eugenio Montale (1896-1981) in questa messinscena di hippies trova un altro appiglio al tema di Quaderno di quattro anni: l’equivocità del linguaggio, la sua usura, la necessità di cambiarlo.

Buona Pasqua!

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UNA SCENA DA “JESUS CHRIST SUPERSTAR”

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LA FRASE DEL GIORNO
Pasqua ventosa che sali ai crocifissi  / con tutto il tuo pallore disperato, / dov'è il crudo preludio del sole?

ANDREA ZANZOTTO, Dietro il paesaggio

sabato 15 aprile 2017

Metafora dell’oblio

 

ALFONSO BREZMESBrezmes

FINZIONI

Dimmi che è solo un sogno
o al massimo un altro racconto di Borges;
che i sentieri che percorre l’amore
sono labirinti che si biforcano
e si perdono, si biforcano
e si perdono, e che il tuo ricordo
è solo un uccello che attraversa
in volo
gli incerti confini della poesia.
Un altro universo
tra le migliaia di universi possibili.
Un’ultima,
e dolce,
e superba
metafora dell’oblio.

(da La notte tatuata, Ed. Renacimiento, 2013)

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È un omaggio al grande Borges sin dal titolo, mutuato da una delle sue opere più intriganti, questa poesia dello spagnolo Alfonso Brezmes (Madrid, 1966), una sorta di applicazione all’amore di una vernice borgesiana, con uno dei suoi celebri stilemi, quello del giardino dei sentieri che si biforcano: e così giorno per giorno li attraversiamo, ci perdiamo, ci ritroviamo finché restiamo soli nel labirinto con tutti i nostri ricordi che si trasformano lentamente in oblio.

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ILLUSTRAZIONE DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Innamorarsi è dar vita a una religione il cui dio è fallibile.
JORGE LUIS BORGES, Nove saggi danteschi

venerdì 14 aprile 2017

Al Venerdì Santo

 

DAVID MARIA TUROLDO

A STENTO IL NULLA

No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!

Fede vera
è al Venerdì Santo
quando Tu non c’eri
lassù!

Quando non una eco risponde
al suo grido

e a stento il Nulla
dà forma

alla Tua assenza.

(da Canti ultimi, Garzanti, 1992)

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David Maria Turoldo (1916-1992), oltre che poeta era un sacerdote ma soprattutto un uomo che si interrogava, che poneva continue sfide alla sua fede perché non fosse un bigotto integralismo ma un ragionato percorso. E la desolazione, la totale e vuota sofferenza del Venerdì Santo, della Passione ormai conclusa con la deposizione del Cristo nel sepolcro è per un credente la sfida più difficile: in quel momento il Dio inchiodato alla croce non è ancora quello sfolgorante della Resurrezione né il Maestro che arringa le folle e compie miracoli, ma solo un uomo.

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Sorokin

EVGRAF SEMËNOVIC SOROKIN, “CROCIFISSIONE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Queste le ragioni del mio / quotidiano penare: è libertà, / il mio amore, / libertà - cercata sempre / e mai raggiunta.
DAVID MARIA TUROLDO, O sensi miei

giovedì 13 aprile 2017

Cercandoti

 

MARUJA VIEIRA

SERA, FIORI E FIUME

Amore mio…
Rotolano queste parole
in mezzo al fragore
dell’acqua.
Amore mio…
come un tempo
lascia cadere i suoi fiori gialli
l’albero, il nostro albero.

Sulla riva del fiume
cammino lentamente,
cercandoti.
Sei qui. Lo so.
Sono venuta con la certezza di incontrarti
nella traccia della luce
sulla pietra,
nella canzone distante,
nella torre accesa
dalla sera.

Amore mio
lontano.

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“Lasciami il tuo ricordo, quello di quest’ora / Non importa che tu te ne vada. / Lasciami il ricordo…”: c’è un amore perduto, dolorosamente strappato – vent’anni di esilio dice in altri versi – nella vita della poetessa colombiana Maruja Vieira (Manizales, 1922): lontano, assente, certo ma presente nella memoria, continuamente cercato, inseguito nelle sue tracce sparse qua e là nel ricordo, difeso a spada tratta dalla minaccia dell’oblio.

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afremov3

DIPINTO DI LEONARD AFREMOV

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LA FRASE DEL GIORNO
Non esiste separazione definitiva fino a quando c'è il ricordo.

ISABEL ALLENDE, Paula

mercoledì 12 aprile 2017

Come la zolla a primavera

 

TOMAS TRANSTRÖMER

APRILE E SILENZIO

La primavera giace deserta.
Scuro come il velluto il fossato
si snoda al mio fianco
senza immagini riflesse.

Soli a splendere
sono dei fiori gialli.

Mi porta la mia ombra,
come la sua nera custodia
un violino.

La sola cosa che voglio dire
brilla fuori dalla mia portata
come l’argento
sul banco dei pegni.

(da La lugubre gondola, 1996 - Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

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Il viaggio su una lugubre gondola in una città che è emblema della transitorietà con le sue maree e i suoi palazzi destinati a sprofondare un giorno, la sua bellezza, per dirla con Thomas Mann, “lusinghiera e ambigua” capace di dar “sonni voluttuosi”, porta il premio Nobel svedese Tomas Tranströmer (1931-2015), malato e ormai incapace di parlare, a riflettere sul viaggio della vita e sul senso del suo dire, sull’inadeguatezza dell’altro mezzo espressivo.

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Venezia

SHIRL THEIS, “GIRO DI VENEZIA IN GONDOLA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Imparavo che la terra era viva e che esisteva un mondo infinitamente grande che strisciava e volava e viveva la sua ricca vita senza curarsi minimamente di noi
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TOMAS TRANSTRÖMER

martedì 11 aprile 2017

Giorgio Bàrberi Squarotti


Torinese, classe 1929, il critico letterario e poeta Giorgio Bàrberi Squarotti è morto domenica scorsa nella sua città natale. Allievo di Giovanni Getto, divenne professore di storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Torino: studioso di Dante e Machiavelli, di Tasso, Verga, Manzoni e Gozzano, non disdegnò neppure la letteratura contemporanea. Oltre all’ampio corpus di saggi (da Astrazione e realtà a Poesia e narrativa del Secondo Novecento), lascia un corposo bagaglio poetico in 18 raccolte nelle quali spesso amava contaminare in preziosi e raffinati endecasillabi antico e moderno, associando figure classicheggianti del mito agli uomini e soprattutto alle donne – vestali, ninfe, fanciulle nude, ragazze in fiore proustiane - del XX e XXI secolo.

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Barberi Squarotti
FOTOGRAFIA © LA STAMPA
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da Le vane nevi, 2002

GRAMIGNA

Nell’orto, il vecchio professore strappa
la gramigna, le radici delle viti
selvatiche, ossa e crani un po’ sbrecciati,
poi il turgore ardente per coltivare
delle fragole, fragilità
candida di un ciliegio, la speranza
delle future mele rosse, l’oro
dei fiori, dell’alloro, il melograno
e tutte le altre immagini del tempo
ch’egli crede con la primavera
trionfalmente si rinnovi. Oh fede
vana della ragione più che voce
vuota nell’ombra di un cespuglio debole,
neppure appare un nome che lì voglia
mostrarsi un poco per fargli capire
che il tempo non esiste, ma soltanto
l’attimo eterno del bel corpo nudo.


Firenze, 28 aprile 2002
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da Le Langhe e i sogni, 2003

L’INIZIO DELLA FESTA

Volle offrire la festa dell'inizio
nella sua stanza appena sistemata
(e quante negligenze, tuttavia:
una calza spaiata, nera, su una sedia,
le mutandine appese alla finestra,
un fazzoletto forse sporco, storto
un quadro con le rose e i tulipani),
ma soltanto e a fatica riuscì
a aprire la bottiglia di barbera,
e i dolci e le pizzette tutti si erano
confusi, e rotolarono le arance
sul pavimento fino oltre la porta):
sconsolata e affannata, si sedette
sul divano viola, il capo curvo
per celare le lacrime tremanti,
poi si decise per l'unico riscatto
possibile della sua inettitudine,
iniziò a spogliarsi, pure in questo
inesperta e turbata, e imbarazzata
si mostrò nuda nel vivo fulgore
come la Verità che è, finalmente.


Torino, 1 gennaio 2002
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da Gli affanni, gli agi e la speranza, 2009

DALLA PIETRA

Dal candore perfetto della pura
e ilare pietra nevicata uscì
una ragazza bruna, lentamente
inventandosi il vento per potersi
scuotere i brevi capelli per lieve
ammirazione e gioco; e discendeva
alla festosità cupa ed ironica
del violaceo mare, infintamente
imbarazzata e al tempo stesso fiera
per la perfetta nudità del cielo
e le tettine appena ricoperte
dalla striscia blu. Sempre più correndo,
rapida scese la spiaggia fino
alle onde irrigidite e decorate
dalle alghe serpentine e da meduse
raffinate, le sorse accanto l'ala
di una barchetta azzurra, la salì
agile, mentre dal largo erano arrivati
gonfi venti arrossati ed anelanti,
e trionfanti e buffi la portarono
fino al bar di fiori e di cristalli, dove
il burbero il padre la presenterà
agli altri dei, e la inciterà a danzare
tutta la notte e, dopo, con l'Aurora
dalle dita rosate.


Torino, 12 settembre 2003


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LA FRASE DEL GIORNO

La poesia è la manifestazione suprema della capacità creativa dell’uomo che aggiunge all’essere qualcosa che prima nel mondo non c’era.
GIORGIO BÀRBERI SQUAROTTI

lunedì 10 aprile 2017

Cresciuta è la sera

 

LIBERO DE LIBERO

PASSEGGIATA

Cresciuta è la sera
tra le foglie e odora
la tua guancia al rapido
vento d’una parola
quando la fronte tu pieghi
colma d’occhi.

(da Il libro del forestiero, Mondadori, 1946)

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Minimale più che ermetico, il solitario poeta ciociaro Libero De Libero (1906-1981) attinge quasi alla sorgente del Surrealismo ricreando in un rapidissimo bozzetto un’immagine pregna di  vita, quella che secondo Sergio Solmi è “un colorito d’idillica autobiografia, che conferisce alla sua maniera un certo carattere, per così dire di «poésie ininterrompue» seppure in un diverso senso che in un Éluard”.

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Afremov

LEONID AFREMOV, “COPPIA NEL PARCO”

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LA FRASE DEL GIORNO
E te guardando nella mente me ammiro / e tanto mi piace essere te / che il distacco poco mi duole
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LIBERO DE LIBERO, Romanzo

domenica 9 aprile 2017

Centenario di Edward Thomas

 

Edward Thomas, nato a Lambeth nel 1878, aveva 36 anni quando scoppiò la prima guerra mondiale. A quell’epoca era un noto critico letterario e scrittore e poeta in proprio. Avrebbe potuto evitare l’arruolamento, avendo moglie e tre figli. Tentennava mentre vedeva gli Zeppelin volare minacciosi nel cielo britannico, finché l’amico Robert Frost, dall’America, all’inizio dell’estate del 1915 gli inviò una poesia che aveva appena scritto e che pubblicherà l’anno dopo, La strada non presa: Thomas, che era di natura irresoluto, prese quel testo come un segno o un’esortazione a non procedere oltre nel suo procrastinare e si arruolò negli Artists Rifles, un corpo di volontari di fanteria leggera che si era distinto già nella seconda guerra boera. Nel luglio del 1915 Edward Thomas fu incorporato come caporale e nel novembre 1916 fu trasferito come sottotenente della Royal Garrison Artillery, unità che fu dispiegata in Francia, ad Arras. Edward Thomas cadde il primo giorno dell’offensiva, cento anni fa, il 9 aprile 1917, Domenica di Pasqua.

Fu Robert Frost, che aveva letto le sue prose, a convincerlo nel 1913 della poeticità racchiusa in esse: Thomas rielaborò molti suoi scritti trasformandoli in poesie, la maggior parte delle quali ha come tema un mondo agreste e naturale ormai in via di disfacimento. Ma a quel punto la guerra era inevitabile: andavano per la maggiore i versi bellici e patriottici oppure di denuncia e le sue poesie dal sapore bucolico passarono quasi inosservate.

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Thomas

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LA SEMINA

Era un giorno
Fatto per seminare,
La terra secca,
Dolce come tabacco.

Era il remoto echeggiare
Della civetta
E la prima stella
L’ora era tutta bella, da assoporare.

Un’ora così lunga era,
Già buttato
Il seme,
Nulla più di incompiuto rimaneva.

Ma ascolta, è ormai notte
Una pioggia discreta
(Baci o lagrime?)
Darci la buonanotte.

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LE ORTICHE

Altre ortiche ricoprono, come già ricoprirono
Per tante primavere il rugginoso erpice, l’aratro
Che gli anni logorarono, e il rullo di pietra:
soltanto il ceppo dell’olmo le supera in altezza.

Quest’angolo dell’aia è da me prediletto:
Come il più caro incarnato di una corolla
Accarezzo la polvere sulle ortiche, che si perde
Appena per rivelare la dolcezza dello scroscio.

(da Poesie, 1917 - Traduzione di Attilio Bertolucci)

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LA FRASE DEL GIORNO
Lasciami qualche volta ballare / con te / o alzarmi / o stare in piedi magari / in estasi, / fermo e libero / in una rima, / come fanno i poeti
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EDWARD THOMAS

sabato 8 aprile 2017

Le vecchie spiagge

 

JOSÉ MARÍA ÁLVAREZAlvarez

AYMANT

Come Benvenuto Cellini, il quale mi attrae più che i maestri del Quattrocento, mi piace errare sulla spiaggia abbandonata dalla marea, raccogliendo conchiglie e ciottoli.
—Claude Lévi-Strauss

…Le vecchie spiagge. Dove sempre
                                              qualcosa
ti porta. Non c’è altra emozione
al mondo come le spiagge…

Cammini in riva al mare. Il sole che lo trafigge,
il velo cristallino,
e le conchiglie
semisepolte dalla sabbia, le strisce
azzurre
disegnate dalla luce.

Non è la tua memoria
che riconosce,
dove sono depositati questa luce, questi colori
queste spiagge trasparenti, la sensazione
del mare tra le dita.
È una felicità senza passato. Solo un istante
di esaltazione, la
Vita
oltre
       l’intelligibile.

(da Museo delle cere, 1970)

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È un’occupazione, quella di raccogliere conchiglie e ciottoli levigati dal mare, che ho in comune con l’etnologo Claude Lévi-Strauss dei Tristi tropici citato in epigrafe, il poeta spagnolo José María Álvarez (Cartagena, 1942) e qualche milione di persone al mondo. Camminare in riva al mare, respirare l’aria pregna di salsedine, spaziare con lo sguardo su quella distesa apparentemente senza fine mi rigenera, mi ricrea, portando le sue “promesse di osservazioni e di scoperte con cui alletta l’immaginazione”, come dice ancora Lévi-Strauss. Peccato che poi l’etnologo francese, incapace di apprezzare quei “vasti spazi e sfumature di colori infinite”, continui dicendo di preferire la montagna, e nemmeno quella spettacolare delle vette dolomitiche, ma la mezza montagna di pascoli e vacche…  

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Spiaggia

FOTOGRAFIA © CFREDALFORD/PIXABAY – CC0 PUBBLICO DOMINIO

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LA FRASE DEL GIORNO
I giorni passati, la gioia o il dolore / che li illuminarono, chi fu in essi, / irrompono nella memoria / come onde su una spiaggia
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JOSÉ MARÍA ÁLVAREZ, Museo delle cere

venerdì 7 aprile 2017

Il bacio di ieri

 

CLARIBEL ALEGRÍA

IL BACIO

Il bacio di ieri
ha aperto la porta
e tutti i ricordi
che ho creduto fantasmi
caparbi si sono alzati
a mordermi.

(da Y este poema-rio, 1989)

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“Come riaffluiscono all'improvviso i ricordi lontani? Per ciascuno forse in maniera diversa, in me assumono la forma di una tempesta caotica e violenta” scrive in Ritratto veneziano lo scrittore polacco Gustaw Herling-Grudziński. È quello che accade alla poetessa nicaraguense Claribel Alegría (Estelí, 1924): quel bacio rinnovato scoperchia una sorta di vaso di Pandora che invece di mali libera emozioni dolorose.

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Leech

DIPINTO DI RAYMOND LEECH

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LA FRASE DEL GIORNO
C’è sempre un intruso / uno sguardo / un gesto intorpidito / una frase / un odore / il bacio che unendoci / ci separa.

CLARIBEL ALEGRÍA

giovedì 6 aprile 2017

Oh Lesbia

 

JUAN JOSÉ SAERSaer

PER CLODIA (LESBIA) AL CABARET

I tuoi occhi tuttavia brillavano di recenti allucinogeni
fugaci e leggeri come due ceri nell’ombra.
Cullavi un lupo nel cuore, oh Clodia amatissima, oh Lesbia.
Abbandonato scelgo il tuo lato buono: tra le luci
minime, le atroci, simile a meteora,
la tua testa ballava e dilatava con croci verdi
il chiarore. Abbandonato scelgo
il tuo lato triste: talora, come Dio, non sei
da nessuna parte; allora chiudi
gli occhi, oh Lesbia,  e tremi come queste
grandi foglie tropicali bagnate. Abbandonato
scelgo il tuo lato essenziale: non torni mai,
sei come una morta ostinata, tu,
la cupa padrona dell’essere stato. Abbandonato
scelgo il tuo lato rivolto a me: qualcosa nel tuo viso
è il contrario del tuo cuore.

(da L’arte di narrare, 1977)

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Questa Clodia (o Lesbia), amata-amante di Catullo, quella che “all’angolo dei vicoli spreme questa gioventù dorata di Remo” mentre il poeta veronese si strugge per lei e non resiste, costretto ad “amare di più e a voler ben meno”, affascina molti poeti – l’attrazione per la “stronza”, si perdoni il termine – come il messicano Alí Calderón o l’argentino Juan José Saer (1937-2005) che la trasforma in una moderna ragazza da discoteca cui un nuovo Catullo può dedicare le sue attenzioni: “Così per colpa tua, mia Lesbia, / mi è caduto il cuore / e così si è logorato nella sua fedeltà, / che ormai non potrebbe più volerti bene / anche se fossi migliore / o cessare d’amarti /per quanto tu faccia.”

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Lautrec

HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC, “LA BEVITRICE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma non mi chieda l'amore di un tempo: /per colpa sua è caduto come il fiore / al margine di un prato se lo tocca / il vomere passando.
CATULLO, Carmi

mercoledì 5 aprile 2017

Come la cascata

 

VLADIMÍR HOLAN

ANCHE SE

Anche se fuggi sempre, amore mio,
sei il mio presente perpetuo, oh sì!
Come la cascata:
anche se la abbandona incessante la stessa acqua,
rimane sempre nello stesso posto.

(da Dolore, 1965)

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“La vide soltanto una volta. / Ma da quell’istante stupì / e intonò un canto ma non sapeva a chi, /e intonò un coro ma nessuno lo seguì…” È così che si inscrive l’amata nella poesia di Vladimír Holan (1905-1980), un effimero passaggio che però diventa eterno, sempre assente eppure sempre presente, una memoria che scorre come l’acqua della cascata ma che non si esaurisce.

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Water dancers

ROB GONSALVES, “WATER DANCERS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci sono amori / in cui il mondo non ti basta: manca un passo
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VLADIMÍR HOLAN

martedì 4 aprile 2017

La tua piccola luce

 

JUAN MANUEL INCHAUSPEInchauspe

ASSENZA

A volte
nell’inutile fragore del giorno
la tua piccola luce già spenta sembra accendersi
inattesa su di noi.

Nessuno parla.
Nessuno dice nulla.
Tra il fragore e la tua assenza si leva
l’unica luce che ci illuminò.

(da Poesia completa, 1994)

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Il ricordo trionfa con la luce mai spenta del tutto della sua fiammella in questi versi del poeta argentino Juan Manuel Inchauspe (1940-1991): d’altro canto, la sua luce, malinconicamente, non è in grado di cancellare il buio del presente, non riesce con la memoria a riempire il malinconico vuoto.

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Berkemeyer and Candle

FOTOGRAFIA © JIMMY SALMON

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LA FRASE DEL GIORNO
La sua vista imprime al mio cuore un movimento più rapido, la sua assenza riempie la mia mente.
ROBERT DESNOS, La libertà o l’amore!

lunedì 3 aprile 2017

Evgenij Evtušenko

 

Il poeta russo Evgenij Evtušenko è morto in un ospedale di Tulsa, in Oklahoma, il 1° aprile. Era nato a Zima, cittadina siberiana nei di dintorni di Irkutsk nel 1932. Voce provocatoria sin dai suoi esordi, quando fece emergere il dissenso della sua cifra stilistica dall’imperante “realismo socialista” e combatté apertamente lo stalinismo, con il suo tono spesso sentenzioso e moralistico ha saputo esprimere fedelmente i suoi ideali libertari e la sua irriverenza nei confronti del potere, della società e del mondo delle macchine.

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Yevgeny-Yevtushenko

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IN STRACARICHI TRANVAI

In stracarichi tranvai
accalcandoci insieme,
dimenandoci insieme,
insieme barcolliamo. Uguali ci rende
una uguale stanchezza.
Di quando in quando c'inghiotte.
il metrò,
poi dalla bocca fumosa ci risputa ,
il metrò.
Per incerte strade, tra vortici bianchi
camminiamo, uomini accanto a uomìni
I nostri fiati si mescolano fra loro,
si scambiano e si confondono le orme
Dalle tasche tiriamo fuori il tabacco,
mugoliamo qualche canzonetta di moda
Urtandoci coi gomiti,
diciamo scusa o non diciamo niente.
La neve sbatte contro le facce tranquille
Avare, sorde parole ci scambiamo.
E proprio noi, tutti noi, ecco qui,
tutti insieme, siamo
quello che all'estero chiamano Mosca!
Noi che qui ce ne andiamo con le nostre borse;
sottobraccio, coi nostri pacchetti e fagottelli,
siamo coloro che nei cieli scagliano astronavi
e sbigottiscono i cuori ed i cervelli.
Ognuno per conto suo, attraverso
le nostre Sadowye, lebjazie, Trubnye
secondo un proprio itinerario
senza conoscerci l'un l'altro
noi, sfiorandoci l'un l'altro,
andiamo...

1960

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TU NON HAI AFFATTO CAPITO

Tu non hai affatto capito,
mia coscienza esigente, che è solo per debolezza
se adesso ho bisticciato con te.
E non hai affatto capito,
quando con disprezzo ti sei vendicata,
che causa di debolezza
non impudenza fu - stanchezza.
E non mi hai capito,
e forse io non ho capito te,
quando ti ho porto la mano
e tu non mi hai porto la tua.
Ma molto bene hai capito
che è la disperazione a portarci
alla perdita del confine, fatale,
tra le forze del bene e del male…

1975

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TI HO AMATO AL SUONO DI PIAZZOLLA

Ti ho amato al suono di Piazzolla,
e con lo scricchiolìo di lenzuola inamidate,
e sotto il fruscio dei girasoli,
al suono di Armstrong
e al suono di Rachmaninov.
Al risuonare di Glenn Gould,
                                               di Saša Izbitzer
di João Gilberto
e sotto lo sgocciolìo di statue bagnate
e di colori non asciutti dal cavalletto.
E in un pagliaio
             al sorgere del sole con i galli,
dove, destatomi,
              io ti volevo,
e nel doppio respiro
di due corpi come uno solo.

Zaporoz’e, 7 dicembre 2008

(da Tutto è ancora possibile salvare, 2015 - Traduzione di Evelina Pascucci)

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Altre poesie di Evgenij Evtušenko sul Canto delle Sirene

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LA FRASE DEL GIORNO
L’autobiografia di un poeta è la sua poesia. Il resto può essere solo una nota a margine.
EVGENIJ
EVTUŠENKO, Autobiografia precoce

domenica 2 aprile 2017

Semi di pioppo

 

HANS MAGNUS ENZENSBERGER

FOLATE

Ci sono parole
leggere
come semi di pioppo

Si alzano
portate dal vento
e tornano a cadere

È difficile afferrarle
perché vanno molto lontano
come semi di pioppo

Ci sono parole
che forse più tardi
smuoveranno la terra

Proietteranno forse un’ombra
un’ombra sottile
o forse no

(da Poesie per chi non legge poesia, 1964)

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Chissà… Il poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, 1929) lascia tutto nel limbo del possibile. Eppure, la poesia, questa poesia fatta di parole che vola leggera come i semi dei pioppi, è in grado di arrivare lontano e di dare nuova vita.

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Pioppi

FOTOGRAFIA © CURTIS NEWTON - (CC BY-NC-SA 2.0)

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LA FRASE DEL GIORNO
Un gran peso / le poesie non l’hanno. / Fintanto che sale, la palla da tennis, / è, mi pare, / più leggera dell’aria.
HANS MAGNUS ENZENSBERGER, Più leggeri dell’aria

sabato 1 aprile 2017

Poesie per aprile III


La dolcezza di aprile, il suo tepore, la prima adolescenza della natura sono i protagonisti di questi versi dedicati al mese delle fioriture e della Pasqua da due poeti del Novecento italiano,  un quasi leopardiano Franco Matacotta (1916-1978) e un limpido Libero De Libero (1903-1981).

 

FRANCO MATACOTTAmatacotta1

IN QUESTO SPARSO ODORE DI GIACINTO

Ancora viva nella pura luce
della sera d’aprile, ancora viva,
luna?

Così fragile sei nell’aria tersa
che fa vibrare i teneri trifogli
ed allontana il suono delle trombe
sulla piana notturna, luna ignara,
in questo sparso odore di giacinto
cancelli ogni memoria e sulla nuda
petrosa terra, tu sola viva, luna.

(da Naialuna, Edizioni amici della poesia, 1948)

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LIBERO DE LIBERO

PER UN APRILE

Il sole è un’arida pietra
stamane e per me si ripete
il tempo di rondini
novelle di altri paesi
come acqua fresca alla mano.
E gli orti e il cielo implume
nel fievole vento dissennati
assaporano l’aria,
già trasale il mio sonno
pensato per l’ombra d’una quercia.

(da Solstizio, Quaderni di Novissima, 1936)

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.Giacinto

FOTOGRAFIA © PEZIBEAR/PIXABAY

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LA FRASE DEL GIORNO
Fuggevoli le ore / che il materassaio batte / da un nascosto cortile / fuggevole è l’aprile.
ATTILIO BERTOLUCCI, Viaggio d’inverno

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