sabato 30 aprile 2016

La divinità scintillante del sogno

 

VALDAS DAŠKEVIČIUSDaskevicius

SOLO ACQUA E ARIA

Quando la divinità scintillante del sogno
allaga la memoria, io voglio ricordare
di che lingua fiorimmo quel giorno
allorché fummo solo acqua e vento.

Voglio ricordare, ma mi ricordo
solo allorquando tutto io dimentico,
se mi ridesto e me stesso disconosco,
se di nuovo sono solo acqua e aria.

(Traduzione di Pietro U.Dini)

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Il lituano Valdas Daškevičius (Kedainiai, 1961) scrive una bella poesia sulla valenza del sogno, su quello shakespeariano “essere re” in esso, dominando sui ricordi e impastandoli con i desideri e le illusioni, tanto da viverli con un’intensità che però ci sfugge al risveglio.

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Olbinski

DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Io ti ho avuto quindi come illude un sogno: / nel sonno un re, ma nullità al risveglio.
WILLIAM SHAKESPEARE, Sonetti

venerdì 29 aprile 2016

Acqua aprilina

 

SUSANNA RAFARTsusanna rafart

UN PESO ABITUALE

Fu quando la cisterna si riempì
di acqua aprilina
e un’algebra sottilissima inghiottiva
tutti i sensi degli uomini in un punto.
Occhi lunghi di gru trattenevano
l’ombra
sui rilievi delle felci;
crescevano le ali dei merli
e il bosco era come l’unghia che
s’infilza
con un colpo secco. Era tutto
nuovo e strano,
eppure un peso abituale
nell’aria sequestrava la speranza.

(da Pozzo di neve, Crocetti, 2005 – Traduzione di Francesco Ardolino)

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“La poesia anticipa il futuro e fornisce il codice perché dalla completa distruzione qualcosa si salvi”: questa è la visione poetica della poetessa catalana Susanna Rafart (Ripoll, 1962), qui applicata a un risveglio primaverile della cittadina di montagna alle falde dei Pirenei dove ha vissuto.

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Primavera

FOTOGRAFIA © MI9

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia cerca disperatamente di salvare un mondo che sembra ossessionato dal distruggersi
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SUSANNA RAFART

giovedì 28 aprile 2016

In brutta copia

 

OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAMMandel'stam

LO DICO IN BRUTTA COPIA, A VOCE BASSA

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita

9 marzo 1937

(da Cinquanta poesie, Einaudi, 1998 - Traduzione di Remo Faccani)

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“Voi, strappandomi i mari, la rincorsa, lo slancio / e dando al piede il sostegno di una terra forzata, / che avete escogitato? Un calcolo sagace: / il moto delle labbra non può venir sottratto” scriveva il poeta russo Osip Emil’evič Mandel’štam (1891-1938). La dittatura stalinista lo aveva ormai messo sotto la lente, analizzato, condannato al confino per la sua visione del mondo considerata antisovietica. Le parole però sono libere, continuano a essere gridate in una libertà assoluta, quella che Mandel’štam aveva rivendicato in una lettera all’amico-nemico, il poeta Gippius: “Non ho alcun preciso sentimento nei riguardi della società, di Dio e dell'uomo - però con tanta maggior forza amo la vita, la fede e l'amore”.

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CieloHDR

FOTOGRAFIA © FREEOBOI

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LA FRASE DEL GIORNO
Trascorra il sedimento dell’istante – / il caro segno non si cancellerà.
OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM

mercoledì 27 aprile 2016

I fiori caduti del glicine

 

ADA NEGRINegri

IL PERGOLATO DI GLICINI

Solaria, il vento del sud scrolla e devasta il tuo pergolato di glicini.
Ne piombano a terra i corimbi, chicchi violetti di grandine, pesanti d'un peso di morte.
Così a te traboccan dagli occhi, nell'ora del torbido amore, le lacrime;
ma non si raccoglie il pianto d'amore, non si raccolgono i fiori caduti del glicine.

(da I canti dell’isola, Mondadori, 1924)

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L’isola dove soffia il vento del sud in questa poesia di Ada Negri (1870-1945) è la bellissima Capri. Lì la poetessa lodigiana soggiorna per un lungo periodo nel 1923: “nell’isola tocca il suo stesso corpo; v’intende la sua stessa esistenza come alternanza di paura e di ebbrezza, di lutto che acceca e di canto che medica, consola” rileva Elio Pecora. E un pergolato di glicini che si sfogliano al tocco caldo dello scirocco genera l’analogia con il pianto d’amore.

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Glicine

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore perdona tutto, tranne una cosa, quella di non essere amato.
HENRI LACORDAIRE

martedì 26 aprile 2016

Il gigantesco rovere

 

GUIDO GOZZANO

SPERANZA

Il gigantesco rovere abbattuto
l’intero inverno giacque sulla zolla,
mostrando in cerchi, nelle sue midolla
i centonovant’anni che ha vissuto.

Ma poi che Primavera ogni corolla
dischiuse con le mani di velluto,
dai monchi nodi qua e là rampolla
e sogna ancora d’essere fronzuto.

Rampolla e sogna − immemore di scuri −
l’eterna volta cerula e serena
e gli ospiti canori e i frutti e l’ire

aquilonari e i secoli futuri...
Non so perché mi faccia tanta pena
quel moribondo che non vuol morire!

(da La via del rifugio, 1907)

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“Non so perché mi faccia tanta pena / quel moribondo che non vuol morire” dice Guido Gozzano (1883-1916), ma in realtà lo sa bene: in quella vecchissima quercia abbattuta che ora prova comunque a risvegliarsi nei tepori di primavera rivede se stesso, vede il suo destino di malato di tisi. L’illusione di verde e di vita della quercia, che sogna i nidi e il vento, le ghiande e il futuro, è l’illusione di vita che anch’egli prova: “Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia, / se già la Signora vestita di nulla non fosse per via. / Io penso talvolta...”

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Joseph Thors - A Fallen Oak in a Landscape

JOSEPH THORS, “A FALLEN OAK IN A LANDSCAPE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v'è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone

lunedì 25 aprile 2016

Lo impiccarono i tedeschi

 

MARIO TOBINOTobino

IL PASI

Il Pasi era un giovanotto
veniva dalla Romagna,
insieme eravamo giovani,
si camminava muovendo le spalle,
le donne avean per noi debolezza.
Lui lo impiccarono i tedeschi
dopo sevizie che non ho piacere si sappiano,
io ho un cappotto di anni,
ma, o Pasi, sei stato
il più bell'italiano di mezzo secolo.

(da L'asso di picche, Vallecchi, 1955)

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25 aprile, Anniversario della Liberazione. Al di là della retorica e dei suoi eccessi, ecco una umanissima poesia di Mario Tobino (1910-1991), scrittore e psichiatra viareggino, combattente sul fronte libico e, dopo l’8 settembre, partigiano sulle colline toscane. È il ricordo di Mario Pasi, medico ravennate, commissario del CLN bellunese, catturato nel dicembre 1944 dai tedeschi, torturato e seviziato per quattro mesi nella caserma Tasso di Belluno e impiccato il 10 marzo 1945 al Bosco delle Castagne per rappresaglia ad un attentato al Poligono di tiro di Mussoi. I versi di Tobino fanno pensare ancora una volta alla celebre frase della Casa in collina di Cesare Pavese: “Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

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foto-archivio-25-aprile

IMMAGINE DAL WEB

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LA FRASE DEL GIORNO
La storia fosse scritta dalle vittime / altro sarebbe, un tempo di minuti, / di formiche incessanti che ripullulano / al nostro soffio e pure ad una ad una / vivide di tenacia, intente d’essere.
ALFONSO GATTO, La storia delle vittime

domenica 24 aprile 2016

Ma vivi altrove

 

CESARE PAVESE

NOTTURNO

La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi più puro.

                                     Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.

19 ottobre 1940

(da Lavorare stanca, Einaudi, 1943)

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Cesare Pavese (1908-1950) in questo ritratto notturno riesce a fondere il paesaggio e la figura di una donna – l’immagine però viene dalla memoria, è un segno mitico che appartiene al passato, al sogno, al possibile. È la realizzazione di quel suo pensiero che appunterà in seguito nel Mestiere di vivere: “Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta”.

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Schloe

CHRISTIAN SCHLOE, “NIGHT WITH A VIEW

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LA FRASE DEL GIORNO
I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi.
CESARE PAVESE, Feria d’agosto

sabato 23 aprile 2016

Shakespeare 400

 

E dunque sono trascorsi 400 anni dalla morte di WIlliam Shakespeare, uno dei più grandi autori teatrali della storia, se non il massimo: battezzato a Stratford-upon-Avon il 26 aprile del 1564 – ignota è la data di nascita, ivi morì il 23 aprile del 1616, nello stesso giorno in cui abbandonarono questa terra altri due grandissimi scrittori, Miguel de Cervantes e Garcilaso de la Vega.

Shakespeare lasciò anche 154 Sonetti: scritti tra il 1591 e il 1604, sono un ossessivo ripetersi di temi che vertono intorno ad alcuni grandi gruppi: la bellezza del giovane amato (sì, il Bardo, che aveva moglie e tre figli, era bisessuale), l'invito al giovane a riprodursi per perpetuare questa bellezza, la promessa di eterna fedeltà, la gelosia verso un poeta rivale, la comparsa finale di una “dama scura”, incarnazione di un amore infedele e spesso crudele, una fascinosa figura del male. Ne propongo tre nella traduzione di altrettanti grandi poeti italiani: Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Giovanni Giudici.

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Shakespeare

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SONETTO 2

When forty winters shall beseige thy brow,
And dig deep trenches in thy beauty's field,
Thy youth's proud livery, so gazed on now,
Will be a tatter'd weed, of small worth held:
Then being ask'd where all thy beauty lies,
Where all the treasure of thy lusty days,
To say, within thine own deep-sunken eyes,
Were an all-eating shame and thriftless praise.
How much more praise deserved thy beauty's use,
If thou couldst answer 'This fair child of mine
Shall sum my count and make my old excuse,'
Proving his beauty by succession thine!
  This were to be new made when thou art old,
  And see thy blood warm when thou feel'st it cold.

Quando quaranta inverni faranno assedio alla tua fronte
Scavando trincee fonde nel campo della tua bellezza,
L’imponente livrea dell’ammirata giovinezza
Sarà ridotta a uno straccio d’abito tenuto in poco conto:
Se allora si chiedesse dove la tua bellezza giace,
Dove tutto il tesoro dei giorni caldi di vigore,
Dire: nei tuoi propri occhi infossati profondamente,
Mostrerebbe con indiscreta lode, ingiuria implacabile.
Ma quale lode ispirerebbe la tua bellezza logora
Se tu potessi replicare:”Questo mio ragazzino,
Assolverà il mio debito, scusabile farà ch’io invecchi”,
La sua bellezza dimostrandosi, per successione, tua!
 
Sarebbe il tuo rinnovamento quando già sarai vecchio,
  Vedresti il tuo sangue ardere quando già ne sentirai il gelo.

(Traduzione di Giuseppe Ungaretti)

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SONETTO 22

My glass shall not persuade me I am old
so long as youth and thou are of one date;
but when in thee time's furrows I behold,
then look I death my days should expiate.
For all that beauty that doth cover thee
is but the seemly raiment of my heart,
which in thy breast doth live, as thine in me:
how can I then be elder than6 thou art?
O, therefore, love, be of thyself so wary
as I, not for myself, but for thee will,
bearing thy heart, which I will keep so chary
as tender nurse her babe from faring ill.
  Presume not on thy heart when mine is slain;
  thou gav'st me thine, not give back again.

Allo specchio, ancor giovane mi credo
ché Giovinezza e te siete una cosa.
Ma se una ruga sul tuo volto io vedo
saprò che anche per me morte non posa.
Quella beltà che ti ravvolge è ancora
parvenza del mio cuore che nel tuo
alberga – e il tuo nel mio -; e come allora
decidere chi è il vecchio di noi due?
Poni in serbo il tuo cuore, ed io lo stesso
farò di me: del tuo così zelante
come fida nutrice in veglia presso
la cuna, che ogni morbo stia distante.
  Spento il mio cuore, invano il tuo riprendere
  vorresti: chi l'ha avuto non lo rende.

(Traduzione di Eugenio Montale)

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SONETTO 43

When most I wink, then do mine eyes best see,
For all the day they view things unrespected;
But when I sleep, in dreams they look on thee,
And darkly bright are bright in dark directed.
Then thou, whose shadow shadows doth make bright,
How would thy shadow's form form happy show
To the clear day with thy much clearer light,
When to unseeing eyes thy shade shines so!
How would, I say, mine eyes be blessed made
By looking on thee in the living day,
When in dead night thy fair imperfect shade
Through heavy sleep on sightless eyes doth stay!
  All days are nights to see till I see thee,
  And nights bright days when dreams do show thee me.

Più chiudo gli occhi e tanto più rivedo
Durante il giorno cose non guardate:
Ma, se dormo, nei sogni in te soltanto
Buio fulgore scrutano il tuo buio.
E se con la tua ombra ombre fai di luce
Quale gioiosa vista sarebbe la tua ombra
Nel chiaro giorno a luce ancor più chiara,
Se tanto splende a occhi senza vista?
Ossia: quanto beati sarebbero i miei occhi
Per contemplare te nel vivo giorno,
Se nella morta notte la tua pur imperfetta
Ombra nel sonno appare a occhi senza vista?
  I giorni sono notti finché io guardo te,
  Pieno giorno le notti se in sogno appari a me.

(Traduzione di Giovanni Giudici)

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LA FRASE DEL GIORNO
Finché l'uomo avrà occhi, avrà respiro,/ vive la mia parola, e in lei sei vivo
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WILLIAM SHAKESPEARE, Sonetti

venerdì 22 aprile 2016

Dulcinea ogni giorno più bella

 

NAZIM HIKMET

DON CHISCIOTTE

Il cavaliere dell’eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare, il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c’era il mondo
con i suoi giganti assurdi e abbietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.

Lo so quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c’è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
è la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.

(da Poesie d’amore, Mondadori, 2002 – Traduzione di Joyce Lusse)

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Domani non ricorre solo il 400° anniversario della morte di William Shakespeare: in quello stesso giorno moriva anche Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte. Quel personaggio, archetipo di tutti i sognatori e di tutti i visionari, prototipo degli innamorati persi, è caro a tutti noi: anche al poeta turco Nazim Hikmet (1902-1963) che in questi versi prende le sue parti.

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Picasso

PABLO PICASSO, “DON CHISCIOTTE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ognuno è come il cielo l‘ha fatto, e qualche volta molto peggio.
MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte della Mancia

giovedì 21 aprile 2016

Semplicemente questo

 

JOSÉ ANTONIO MUÑOZ ROJASMunoz Rojas

LA FELICITÀ, COS’È LA FELICITÀ?

La felicità, cos’è la felicità? (La parola
non mi rende felice, tra l’altro). Direi
che è semplicemente andare con te per mano,
sostare un momento perché un profumo ci chiama,
una luce ci rincorre, qualcosa che ci riscalda
dentro, che ci fa pensare che non è la vita
a portarci, ma che siamo noi la vita,
che vivere è questo, semplicemente questo.

(da Cantos a Rosa, 1954)

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La felicità, secondo il poeta spagnolo José Antonio Muñoz Rojas (1909-2009), esponente della Generazione del’36, è una sensazione, un’emozione che si perpetua: andare per mano con l’amata, sostare ad ammirare le meraviglie della natura, quello che si può infine riassumere così: semplicemente vivere, non farsi portare dai giorni, ma condurli; allora anche la più piccola cosa può dare felicità, può essere accattivante per l’essere.

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Afremov

LEONID AFREMOV, “GLI INNAMORATI II”

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LA FRASE DEL GIORNO
La felicità esiste, la abbiamo / senza desiderio o angoscia. Misura / con bellezza ogni cosa
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JOSÉ ANTONIO MUÑOZ ROJAS, Cantos a Rosa

mercoledì 20 aprile 2016

Oltre i confini della musica

 

ÁNGEL GONZÁLEZ

CANZONE PER CANTARE UNA CANZONE

È musica... Persiste,
fa male all’anima.
Viene talora da un tempo remoto,
da un’epoca impossibile
persa per sempre.
Va oltre i confini della musica.
Ha corpo, profumo,
è come la polvere di una vicenda imprecisa,
di un ricordo che non si è mai vissuto,
di una vaga speranza irrealizzabile.
Si chiama semplicemente:
Canzone

Ma non è soltanto questo.

È anche la tristezza.

(da Trattato di urbanistica, 1967)

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Ci sono canzoni come queste di cui parla il poeta spagnolo Ángel González (1925-2008): vengono dal passato a spolverare come un piumino i ricordi, a rilucidarli. E allora il tempo sembra non essere trascorso, per qualche istante torniamo quelli che eravamo, riassaporiamo quelle antiche emozioni, riviviamo quelle giornate di spiaggia, quell’amore lontano, quel momento con i figli. E quella dolcezza che sentiamo pervaderci in fondo non è che nostalgia o malinconia.

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Roosevelt

UOMO CHE ASCOLTA LA RADIO, WASHINGTON, FDR MEMORIAL

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LA FRASE DEL GIORNO
Chiudo gli occhi per vedere / e sento / che mi pugnala freddo, / con giustezza, / questo ferro vecchio: / la memoria
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ÁNGEL GONZÁLEZ, In ogni modo

martedì 19 aprile 2016

Nel tuo corpo sopito

 

OCTAVIO PAZPaz

TEMPORALE

Il vento lotta al buio col tuo sogno
boscaglia verde e bianca
quercia fanciulla quercia millenaria
il vento ti sradica e trascina e rade al suolo
apre il tuo pensiero e lo disperde
Turbine i tuoi occhi
turbine il tuo ombelico
turbine e vuoto
Il vento ti spreme come un grappolo
temporale sulla tua fronte
temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre
Come un ramo secco
il vento ti sbalza
Nel tuo sogno entra il torrente
mani verdi e piedi neri
rotola per la gola
di pietra nella notte
annodata al tuo corpo
di montagna sopita
Il torrente delira
fra le tue cosce
soliloquio di pietre e d'acqua
Sulle scogliere
della tua fronte passa
come un fiume d'uccelli
Il bosco reclina il capo
come un toro ferito
il bosco s'inginocchia
sotto l'ala del vento
ogni volta più alto
il torrente delira
ogni volta più fondo
nel tuo corpo sopito
ogni volta più notte.

(Temporal, da Salamandra, 1962)

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“Vieni, amore mio, vieni a cogliere i fulmini nel giardino notturno. Prendi questo mazzo di scintille azzurre, vieni con me a strappare qualche ora incandescente al blocco di tempo pietrificato”: così scrisse in Libertà sulla parola il Premio Nobel messicano Octavio Paz (1914-1990).  Quel connubio di amore e sogno è anche il filo rosso che attraversa tutta questa poesia cucendo una serie di immagini surreali a formare infine quel “temporale” che richiama l’antico mito di Danae.

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Danae

EGON SCHIELE, “DANAE”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è fatto di sogni e di passione, di abbandono e di richieste. Sogniamo da svegli.
OCTAVIO PAZ

lunedì 18 aprile 2016

Praticare la poesia

 

RUTGER KOPLANDkopland

SORBI

Praticare la poesia significa
constatare con la massima
accuratezza che per esempio
nel primo mattino
i sorbi mostrano innumerevoli lacrime
come un disegno dell’infanzia
così tante e così rosse.

(Lijsterbessen, da Onder het vee, 1966 – Traduzione di G. Faggin e G. Nadiani)

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Praticare la poesia, in effetti, come suggerisce il poeta olandese Rutger Kopland (1934-2012), significa andare al di là delle cose, cogliere quelle intime connessioni che vengono dalla memoria, saper ritrovare nell’ombra del dubbio quel bagliore di mistero e riuscire a vederlo per un istante solo.

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Sorbi

FOTOGRAFIA © JANNEKE VREUGDENHIL

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LA FRASE DEL GIORNO
Sì, / datemi una domanda priva di risposta.

RUTGER KOPLAND, Un posto vuoto dove stare

domenica 17 aprile 2016

Centenario di Magda Isanos

 

Magda Isanos, poetessa romena, nasceva a Iasi, il 17 aprile 1916. Avvocato, pubblicò le sue prime poesie su riviste studentesche e collaborò in seguito alle principali riviste letterarie romene. Afflitta da una grave malattia di cuore, morì a ventotto anni, nel novembre 1944. In vita uscì un solo suo volume, Poesie (1943). Tutti i suoi manoscritti, ad eccezione di un quaderno ritrovato in giardino, andarono perduti la notte del 6 giugno 1944 nel bombardamento aereo che distrusse la sua casa. Fu il secondo marito, lo scrittore Eusebiu Camilar, a pubblicare altre due raccolte di versi - Il canto delle montagne (1945) e Terra di luce (1946) - e un’opera teatrale, I fuochi (1945), scritta in collaborazione con lei. Le poesie di Magda Isanos assumono spesso, anche per i tormenti della malattia, il tono di una meditazione sul destino, sull’inizio e sulla fine, sulla speranza e sul dubbio. E si vestono anche, forse per la sua professione, di un manto sociale, con uno sguardo sulla condizione delle donne e dei contadini, “carne da macello”, come nella poesia sui soldati romeni mandati a morire in Russia nel 1942-43 con gli ungheresi e gli italiani a fianco dell’alleato tedesco.

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Stamps_of_Moldova,_051-11

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RITORNO

Ancora ci saranno nevi ed erbe...
Potrai startene là, senza vederle?
«No di certo, mi alzerò a buio fondo,
per rivedere il frutteto, le arnie,
accarezzare le porte di casa
e la barba del granoturco biondo.

I mastini verranno ad annusarmi
coi musi neri di sonno, e a farmi,
come una volta, le feste: “Padrona,
da dove vieni? Sai di terra buona”...»

(da Poesie, 1943 - Traduzione di Marco Cugno)

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HO VISTO ANCH’IO UOMINI PARTIRE

Ho visto anch’io uomini partire
per la guerra.
Giovani figli della terra,
laceri, su treni merci, andavano a morire,
cantando canzoni monotone e tristi.
Erano tanti da oscurare
la chiarità estivale.
E non sono tornati. Grano e segale
hanno buttato, in Russia, i loro corpi.

Intanto, al loro paese,
passeggiava tronfia nelle città,
la sfrontatezza, l’iniquità.
Loro neppure sapevano
per chi morivano.
Erano popolo, soltanto.
Uomini cresciuti come le piante,
in semplicità, con la terra accanto.

Signore,
dove sono i loro occhi? Le tante
braccia piene di obbedienza e di lena?
Chi li comandava si è preso pena
di numerare le croci e gli storpi?
Se soffia il vento, mi pare di udire
canzoni, moltitudini di piedi
che marciano in cadenza. I babbei,
morti in Russia, tornano alla loro terra
per giudicare te, grugno di porco,
pescecane di guerra!

Fai bene a tremare. Non è sfizio.
È il giorno del giudizio!

(da Il canto delle montagne, 1945 - Traduzione di Marco Cugno)

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LA FRASE DEL GIORNO
Dico «vita»... e prende a battere il cuore / veloce, come un uccello colto da paura.
MAGDA ISANOS, Poesie

sabato 16 aprile 2016

Tutti i mattini di sole

 

DIEGO VALERI

IL ROSSO FULGORE DI QUEL TETTO

Il rosso fulgore di quel tetto
sotto la distesa del pallido azzurro:
è la meraviglia di tutti i mattini di sole,
e i miei occhi possono ancora vederla.
Chi ringraziare di questo dono
se neppure mia madre, che mi fece,
ci pensava, sapeva nulla di me?
Dirò dunque grazie al Signore -
e sia quel che sia -.

(da Calle del vento, Mondadori, 1975)

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Della poesia del padovano Diego Valeri (1887-1976) un altro poeta veneto, Andrea Zanzotto, scrisse che è “connivente con l’effimero, con l’appena detto, con ciò che appena emerge in sensazione delicatissima o pungente”. Da questi suoi versi tardi emerge ancora di più quello stupore davanti alla fugace meraviglia della vita, detto come sempre con voce piana e dimessa ma non per questo meno incisiva: la “felicità del vecchio cuore, / vivo, in amore”.

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Buisman

DENISE BUISMAN PILGER, “ROOFS OVER VENICE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dolce mondo fatto per me, / com’io per lui, / per vivere e morire con lui.
DIEGO VALERI, Calle del vento

venerdì 15 aprile 2016

Di te e di me

 

ODYSSEAS ELYTISelytis_postcard

MONOGRAMMA, III

Così parlo di te e di me
Perché ti amo e nell’amore so
entrare come Plenilunio
da ogni parte, per il tuo piccolo piede nelle lenzuola sconfinate
So sfogliare gelsomini – e ho la forza
sopita, di soffiare e di portarti
attraverso passaggi luminosi e segreti porticati del mare
alberi ipnotizzati con ragnatele inargentate

Di te hanno sentito parlare le onde,
come accarezzi, come baci,
come sussurri il «cosa» e il «sì»
tutt’intorno alla gola, alla baia
Sempre noi la luce e l’ombra

Sempre tu la piccola stella e sempre io l’oscuro natante
Sempre tu il porto e io il faro di destra
Il molo bagnato e il bagliore sopra i remi
In alto nella casa con i rampicanti
Le rose intrecciate, l’acqua che si fa fredda
Sempre tu la statua di pietra e sempre io l’ombra che cresce
Tu l’imposta accostata, io il vento che la apre
Perché ti amo e ti amo
Sempre tu la moneta e io l’adorazione che le dà valore:

Tanto la notte, tanto l’urlo nel vento
Tanto la goccia nell’aria, tanto il silenzio
Tutt’intorno il mare despota
L’arcata del cielo con le stelle
Tanto il tuo più piccolo respiro

E ormai non ho altro
tra le quattro pareti, il soffitto, il pavimento,
se non l’urlo che è tuo e colpisce la mia voce,
l’odore che è il tuo e s’infuriano gli uomini.
Perché non sopportano quel che non hanno
provato ed è loro straniero, è presto, mi senti,
è presto ancora in questo mondo amore mio
Per parlare di te e di me.

(da Monogramma, 1972)

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“Per il poeta - questo può sembrare paradossale, ma è la verità – l’unico linguaggio comune che può ancora usare sono le sue sensazioni. Il modo in cui due corpi sono attratti l’uno dall’altro e si uniscono non è cambiato per millenni” disse il poeta greco Odysseas Elytis (1911-1996) alla lettura per il Premio Nobel assegnatogli nel 1979. Quello che cambia – e che anche i giurati dell’Accademia Svedese vollero sottolineare – è la lucidità dell’uomo moderno nel rapportarsi con la libertà e la creatività: l’io e il tu che si intrecciano come in questi versi tratti dal poema Monogramma.

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over-the-town-1918

MARC CHAGALL, “AU DESSUS DE LA VILLE”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore nasce continuamente. / L’amore sta al principio di tutto.
ODYSSEAS ELYTIS, Sole, il primo

giovedì 14 aprile 2016

La mia voce profonda

 

ANTONIA POZZI

PREGHIERA ALLA POESIA

Oh, tu bene mi pesi
l'anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d'oro
che fu mio cuore,
ho rotto l'erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l'allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Pasturo, 23 agosto 1934

(da Parole, 1939)

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Preghiera alla poesia, a quella dea che concede talora ai mortali di penetrare il mistero, di cogliere il barlume di qualcosa che va al di là della realtà. Antonia Pozzi (1912-1938) eleva questo suo inno a quell’intima “voce profonda”, ed è un’amica, è la principale confidente, è la sola che può curare l’anima dall’alto della sua purezza.

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UNA SCENA DAL FILM “ANTONIA” © FRENESY FILM COMPANY

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LA FRASE DEL GIORNO
Se è tua / questa che è più di un dolore / gioia di continuare sola / nel limpido deserto dei tuoi monti / ora accetti / d'esser poeta.
ANTONIA POZZI, Parole

mercoledì 13 aprile 2016

Linfa verde

 

GISELA GALIMIGisela

UN’ALTRA VOLTA

Sempre la primavera
e questa voglia di fuggire dalle pareti.
Gira la ruota
essere un’altra volta vergine
per smettere un’altra volta di esserlo
gira la ruota
bagnarmi nella tempesta
con un ombrello di risate
come una cattiva ragazza
gira e rigira
il sangue linfa verde
germoglia nei miei fianchi.

(Otra vez, da Claroscuro y colorado, 2008)

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La primavera è ovunque, è un rigoglio verde che erompe e prorompe, pervade ogni cosa, si rovescia sui fossi, sale sugli alberi, sugli arbusti, colora persino i fiumi e i laghi. Quell’esuberante vigoria, quell’estasi della primavera è anche dentro di noi, come rileva la poetessa argentina Gisela Galimi (Lobos, 1968).

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Primavera

IMMAGINE © DARK WALLS

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi non aspira alle gioie dell’amore e a grandi cose, quando nell’occhio del cielo e nel seno della terra ritorna la primavera?
FRIEDRICH HÖLDERLIN, Iperione

martedì 12 aprile 2016

Abitudini e primavere

 

HARRY MARTINSON

IL PAESAGGIO SA TUTTO

Il paesaggio sa tutto
attraverso il suo essere alternante
e attraverso la sua abitudine a tutto
quello che un paesaggio incontra.
Ha abitudini e primavere.
I muschi si approfondiscono lentamente
nei segni delle cicatrici delle pietre,
anno dopo anno.

(da Cespi, 1973)

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Ci sono posti che amo profondamente: quando torno a visitarli, mi accorgo anche dei minimi dettagli diversi dall’immagine che è nella mia memoria. Una sensazione che conosce bene il poeta Premio Nobel svedese Harry Martinson (1904-1978), cantore della natura, tanto che l’Accademia Svedese lo premiò “per una scrittura che cattura le gocce di rugiada e riflette il cosmo”.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Un paesaggio è uno stato d'animo.
HENRI FRÉDÉRIC AMIEL, Diario intimo

lunedì 11 aprile 2016

Mi ha morso il tuo amore

 

BRISEIDA CUEVAS

IL TUO AMORE

 
Nessuno beve nella mia tazza,
nessuno introduce la mano nel mio portapane,

nessuno mangia nel mio piatto.

Il tuo amore è un cane rabbioso inseguito dalla gente.

Di casa in casa è atteso con la stanga alla porta.

Tutta la gente sa che mi ha morso il tuo amore.

(da Las lenguas de América. Recital de poesía, UNAM, 2005 – a cura di Carlos Montemayor)

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L’amore è una passione egoistica, che può separare dal mondo: ed è quello che sottolinea con il suo linguaggio forte e folgorante, grazie all’uso dell’immagine del cane rabbioso che morde e contagia, la poetessa messicana di lingua maya Briseida Cuevas (Tepakan, 1969).

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Still Life

WILLIAM GEORGE GILLIES, “NATURA MORTA”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è una forza selvaggia. Quando tentiamo di controllarlo, ci distrugge. Quando tentiamo di imprigionarlo, ci rende schiavi. Quando tentiamo di capirlo, ci lascia smarriti e confusi.
PAULO COELHO, Lo Zahir

domenica 10 aprile 2016

L’amore degli Otelli

 

NASOS VAGHENÀS

BALLATA DELL’AMANTE INSICURO

Scrivere il tuo nome sopra i vetri
                    appannati,
attendere in stazioni dove hai atteso
                    per ore,
son cose che non danno né gioia
                    né dolore.

Suono azzurro, ancestrale, altissimo
                    profumo,
la tua voce scintilla come lacrima
                    angelica.
Ma il mio amore è l’amore degli Otelli.

E quando mi rinfòcola e quando mi
                    addormenta,
rabbrividisco e vedo innanzi Iago.
Mi dico: lega i giambi con lo spago.

Le poesie sono fiori molto esili,
nutriti dalla cònsona tristezza.
E l’ira, se si accumula, li spezza.

(da Ballate oscure, Crocetti, 2006 - Traduzione di Filippomaria Pontani)

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“La poesia può o non può essere ispirata dall'attualità. Però si nutre dell'attualità profonda, dalla quale può anche essere ispirata. Io raramente sono ispirato dai grandi eventi di cronaca” disse in un’intervista al Messaggero il poeta greco Nasos Vaghenàs (Drama, 1945). Quello che è certo è che la poesia si impone nel nostro quotidiano, si nutre delle piccole grandi cose, dei sentimenti, delle emozioni, come accade all’amante insicuro – lo stesso Vaghenás naturalmente – capace di rendere in rima questa sua gelosia.

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Hoffmann

FOTOGRAFIA © PAUL HOFFMANN

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LA FRASE DEL GIORNO
Una persona competente e sicura di sé è incapace di ogni sorta di gelosia. La gelosia è invariabilmente sintomo di insicurezza neurotica.
ROBERT HANSON HEINLEIN, Lazarus Long l’immortale

sabato 9 aprile 2016

Un gran coltello

 

DARIA MENICANTI

COLTELLO

Me ne vo con un gran coltello infisso
nel petto, il manico fuori.
Me ne vado tranquilla e bianca. Un vigile
col fischio mi richiama: – Il coltello,
mi grida, il coltello!-
Par proprio che la lama
superi le misure della legge.
Così mi fermo e pago
l’ennesima contravvenzione

(da Poesie per un passante, 1978)

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Ironia come se piovesse in questi versi dal sapore surreale di Daria Menicanti (1914-1995). Ma se l’immagine che la poetessa propone può essere quella di un cartone animato o di un’illustrazione degli Anni ‘60, ne esce però quel malessere esistenziale, quel dolore che tutti portiamo dentro e per il quale siamo anche costretti a pagare.

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Sargent

JOHN SINGER SARGENT, “STREET IN VENICE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ero colei che infine si diserta / dopo infinita guerra. / E dolevo di lui selvaggiamente / per ogni sua radice
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DARIA MENICANTI, Città come

venerdì 8 aprile 2016

Ogni umana sorte

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

DOMANDE POSTE A ME STESSA

Qual è il contenuto del sorriso
e d’una stretta di mano?
Nel dare il benvenuto
non sei mai lontana
come a volte è lontano
l’uomo dall’uomo
quando dà un giudizio ostile
a prima vista?
Ogni umana sorte
apri come un libro
cercando emozione
non nei suoi caratteri,
non nell’edizione?
Con certezza tutto,
afferri della gente?
Risposta evasiva la tua,
insincera,
uno scherzo da niente -
i danni li hai calcolati?
Irrealizzate amicizie,
mondi ghiacciati.
Sai che l’amicizia va
concreata come l’amore?
C’è chi non ha retto il passo
in questa dura fatica.
E negli errori degli amici
non c’era colpa tua?
C’è chi si è lamentato e consigliato.
Quante le lacrime versate
prima che tu portassi aiuto?
Corresponsabile
della felicità di millenni -
forse ti è sfuggito
il singolo minuto
la lacrima, la smorfia sul viso?
Non scansi mai
l’altrui fatica?
Il bicchiere era sul tavolo
e nessuno lo ha notato,
finché non è caduto
per un gesto distratto.

Ma è tutto così semplice
nei rapporti fra la gente?

(da Domande poste a me stessa, 1954 – Traduzione di Pietro Marchesani)

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“Il bicchiere era sul tavolo / e nessuno lo ha notato, / finché non è caduto / per un gesto distratto”. Forse è soltanto allora, dice la poetessa Premio Nobel polacca Wisława Szymborska (1923-2012), che ci accorgiamo degli altri: quando vanno in pezzi, quando cadono. È soltanto allora che usciamo dal nostro egoismo, dal quotidiano solipsismo, e ci rendiamo conto di non averli ascoltati, osservati, aiutati, domandato “Stai bene?” o “C’è qualcosa che non va?”, di averli magari giudicati senza mai esserci messi nei loro panni.

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Kleiberg-Bliek

MARLEEN KLEIBERG-BLIEK, “SHAKING HANDS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando sono gli altri a venire da noi, non li conosciamo; siamo noi che dobbiamo andare da loro per imparare chi siano
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JOHANN WOLFGANG GOETHE, Le affinità elettive

giovedì 7 aprile 2016

Un ponte teso

 

FRANCISCO VÉJARVéjar

CIÒ CHE TI OFFRO

Nulla di ciò che t’offro
è irraggiungibile:
cieli e solchi d’uccelli, carezze come nubi
– il tuo cuore che batte inimitabile –
Tutto questo è possibile
senza bisogno di fantasticare.

Altro non siamo che argentate tracce
lasciate dalle chiocciole nei luoghi
visitati nei sogni.
E mai nessuno chiederà in che giorno
o in che mese viviamo.

Un lampo che s’incunea dentro il tempo
è quanto ci rimane da salvare.
L’illusione di stare l’un con l’altro.

Nulla di ciò che t’offro
può sembrare impossibile:
pensieri in volo simili ad uccelli,
un ponte teso fra i nostri due mondi.

(Lo que te ofrezco, da Canciones imposibles, 1998 - Traduzione di Cristina Sparagana)

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Un amore fatto di realismo magico, di oniriche immagini che possono materializzarsi nella poesia, nell’emozione minima di una iridescente bava di lumaca su una pietra o del mutare continuo delle nuvole o ancora nell’improvviso passaggio di uno stormo di uccelli nel cielo: è quello che ricrea nel lampo effimero di un’illusione il poeta cileno Francisco Véjar (Viña del Mar, 1967).

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Olbinski

DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Vivere nel paese dei tuoi occhi / più nitido dell’ora sgretolata dal tempo, / più lucido e reale.
FRANCISCO VÉJAR, Canciones imposibles

mercoledì 6 aprile 2016

Se un mattino d’aprile

 

ATTILIO BERTOLUCCI

IN UN TEMPO INCERTO

Se un mattino d’aprile già la glicine
per i quartieri che furono agiati
chiama la pioggia,
anche per noi intimo si fa il giorno,
il passero alla siepe fa ritorno.

Così da uno all’altro camminando
facilmente all’ingiù, quasi un saluto,
camminando all’insù
con lento sforzo, ci si manda, ansiosi
che si sciolgano i cieli nuvolosi.

Ma s’arriccia sul muro il calendario
al tepore del sole, torna fuori
ogni uomo e animale:
chi spera più la pioggia, chi ricorda
il mattino nel mezzogiorno che assorda?


(da In un tempo incerto, Garzanti, 1955)

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Tempo atmosferico e tempo cronologico si fondono nello scenario primaverile di questa poesia di Attilio Bertolucci (1911-2000): sembra di sentire l’odore della pioggia nell’aria, di vedere le goccioline pendere dai profumati fiori viola del glicine. La gente che cammina per quella strada ora un poco decaduta manifesta l’impazienza del cambio di stagione, il desiderio che il cielo si metta al bello, che quel tempo come sospeso riprenda finalmente a scorrere, che quell’incertezza – o inquietudine – infine si sciolga in quel mattino di provincia.

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Snell

MICHELE SNELL, “WISTERIA GATE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Accogli felice i doni del tempo presente
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ORAZIO, Odi

martedì 5 aprile 2016

Una conchiglia rosa

 

ZBIGNIEW HERBERTHerbert

CONCHIGLIA

Davanti allo specchio
nella camera da letto dei miei genitori
c’era una conchiglia rosa.
Mi avvicinavo in punta di piedi
e con un movimento improvviso
la portavo all’orecchio.
Volevo coglierla in quel momento,
quando non si sente la nostalgia
con il suo monotono sussurro.
Sebbene fossi piccolo, sapevo che,
anche quando si ama molto qualcuno,
talvolta sopraggiunge l’oblio.

(da Hermes, pies i gwiazda, 1957)

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Un ricordo d’infanzia – la conchiglia portata velocemente all’orecchio per sorprenderne il vuoto anziché il caratteristico suono che ricorda il mare – serve al poeta polacco Zbigniew Herbert (1924-1998) per un’amara riflessione: la chiusa di questa poesia è un vero e proprio aforisma sul destino umano, sull’amore e sull’oblio.

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Conchiglia

DIPINTO DI MAUREEN HYDE

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LA FRASE DEL GIORNO
Occorre dimenticare per rimanere presenti, dimenticare per non morire, dimenticare per restare fedeli.
MILAN KUNDERA, La lentezza

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