lunedì 7 marzo 2016

Si chiamava Moammed Sceab

 

GIUSEPPE UNGARETTI

IN MEMORIA

Locvizza il 30 settembre 1916

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

(da L’Allegria, 1931)

 

Moammed Sceab, arabo che fu pensionante nell’albergo del Quartiere Latino dove risiedeva nei suoi anni parigini Giuseppe Ungaretti (1888-1970), si uccise nell’estate del 1913 perché si sentiva un uomo senza radici, senza patria e senza religione. Una condizione che il poeta stesso comprende – originario di Lucca, ma nato e vissuto ad Alessandria d’Egitto, trasferitosi a Parigi e ora impegnato nelle trincee del Carso come soldato. Anche lì scrive versi sin dal primo giorno, il Natale del 1915, e prende coscienza della condizione umana e del rapporto dell’uomo con l’assoluto: è quello che mancava a Moammed Sceab e che invece è ancora di salvezza per Ungaretti, pur nel bel mezzo di una guerra orribile: la possibilità di esprimere “il canto del suo abbandono”, di circoscrivere in poesia il suo malessere, la sua solitudine di “déraciné”.

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rue-des-carmes

PARIGI, RUE DE CARMES, 1913

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LA FRASE DEL GIORNO
Poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola /  la limpida meraviglia / di un delirante fermento.

GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

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