domenica 21 febbraio 2016

Umberto Eco

 

La sera del 19 febbraio si è spento nella sua casa di Milano Umberto Eco, semiologo e scrittore ma non solo: esperto di estetica medievale, di linguistica, di filosofia, di cultura di massa, di teoria della narrazione. Era nato ad Alessandria nel 1932 e aveva saputo “sdoganare” tutto questo suo sapere specialistico soprattutto nel suo primo romanzo, Il nome della rosa (1980), best seller a livello mondiale, cui seguirono Il pendolo di Foucault (1988) e i meno fortunati L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Il cimitero di Praga (2010) e Numero Zero (2015). Nonostante la sua cultura enciclopedica, Eco sapeva però divertire e divertirsi, come rivelano i giochi di parole e le fantasie letterarie dei due Diario minimo: l’adolescente Lolita rovesciata in una Nonita settantenne, ad esempio – la sostituzione genera tutto un racconto; o ancora le riletture di libri, le filastrocche per adulti sul tema della filosofia, i tautogrammi, i lipogrammi e gli anagrammi, dietro la cui apparente leggerezza si nasconde un’immensa cultura, come nei due esercizi di stile che propongo: una descrizione di Dante in tautogramma (ovvero utilizzando la lettera D iniziale di ogni parola) e una celebre poesia di Eugenio Montale riscritta undici volte in vari lipogrammi e pangrammi.

.

umberto-eco

 

da Il secondo diario minimo (1992)

DANTE

Dirò di detti dal desir dittati.
Dirò di donna deificata.
Dirò di demotico dictamine.
Dopo dirò di dannate dimore di Dite
(di divorator di discendenti),
di dolcissimi dolenti
(dodici + dodici dignitari Dodecannesi),
di devoti Dottori
dicenti di Degnità di Dio.
Dopodiché dirannomi divino.
Dopotutto desideravo dicessermelo.

.

.

UNDICI NUOVE DANZE PER MONTALE

Montale tale e quale

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l'ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!

— Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest'orrida
e fedele cadenza di carioca?


Senza A

Congedi, fischi, buio, cenni, tosse
e sportelli rinchiusi. È tempo. Forse
son nel giusto i robot. Come si vedono
nei corridoi, reclusi!

— Odi pur tu il severo sussulto
del diretto con quest'orrido,
ossessivo ritorno di un bolero?

 

Senza E

Addii sibili al buio, colpi rari
di cristalli abbassati. Ora, magari,
i Macintosh non sbagliano. Mi appaiono
dai corridoi, murati!

— Dona pur tu, su, prova,
al litaniar di un rapido l'improvvido,
ostinato ritmar di bossa nova…

 

Senza I

Un suono nella notte, un cenno, tosse,
lo sportello è sbattuto. È l'ora. Forse
non erra quel computer. Come allude
da quello schermo, muto!

— Do forse alla macumba
che danza questo treno la tremenda
ed ottusa cadenza di una rumba?

 

Senza O

Addii, sibili ed esili starnuti
tra un battere di vetri. È tardi. Muti,
gli ingranaggi san bene. Tu li vedi
su quei sedili, tetri.

— Presti anche tu, chissà,
al litaniar dei rapidi quest'arida
cadenza di un demente cha-cha-cha?

 

Senza U

Addii, fischi di notte, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l'ora. Forse
i replicanti han vinto. Come appaiono
dai corridoi, clonati!

— Non senti forse, a sera,
la litania del rapido dall'orrido
ancheggiare lascivo di habanera?

 

Solo A

AIcantara, Alba, Brà, Praga, Warszawa…
batta la grata. Stacca. Avvampa prava
la lastra catafratta, scaltra apparsa
dalla cava, castrata.

— Salta magra la gamba,
canta la fratta strada, pazza arranca,
assatanata d'asma l'atra samba?

 

Solo E

Sente? Le stesse scene nelle spesse
eterne sere spente. E se sedesse
nelle celle segrete delle streghe
l'Ermete repellente?

— Del TEE presente
l'effervescenze fredde, le tremende
demenze meste d'ebete merenghe?

 

Solo I

Stridii di fischi, gridi intirizziti,
finir di tintinnii. Lì illividiti
vidi i chips IBM-simili, infidi
di finti scintillii…

— Sì, ridi, ridi, insisti:
sibilin di sinistri ispidi brividi
misti ritmi scipiti, tristi twist.

 

Solo O

Son sconvolto, commosso, non fo motto,
tosso. Colpo d'oblò. Or oso. Sbotto:
"T'odo, corrotto mostro!" Lo conosco,
con rosso foco mosso.

— Colgo sol do-do-sol... Fosco locomotor, con moto roco
mormoro l'ostrogoto rock'n'roll…

 

Solo U

Tu tuuu! Nur Du, Lulù. Un rhum? Chuu-chuuu…
Bum, brum, tum, pum. Nunc. Sursum! Puff-puff-puuu!
Pur tu, guru d’un Lull, Ku-Klux d’Ubu…
Gru, lupus, mus, cucù!

— Ruhr, Turku… Tumbuctù? Uh, fu sul bus, sul currus d'un Vudù
un murmur (zum, zum, zum) d'un blu zulù.
1


Pangramma eteroletterale
(vengono usate una sola volta tutte le 26 lettere dell'alfabeto)

MG, DC X, VHF, Qwerty…
JB, sì!
Zun! Polka!2


1 Questa versione, che raggiunge gli imi abissi dell'ermetismo a causa delle sue cupe e ctonie allitterazioni, richiede qualche chiosa. Mentre il treno attraversa il bacino carbonifero della Ruhr, il poeta si rende conto che la donna amata (affascinante avventuriera tedesca) si sta dando all'alcol. Nell'oscurità la vede come un automa e lamenta che l'insegnamento del gran maestro della combinatoria, Raimondo Lullo (qui nominato secondo la corretta versione catalana del suo nome) l’abbia come trasformata nell'incappucciato fantasma di Ubu Roi, sì che la figura muliebre assume ora forme fantasmagoriche di animale. Dalla Ruhr il treno procede verso Turku, in Finlandia, ma il ritmo ossessivo della locomotiva, che evoca la cadenza di un Voodoo haitiano, induce il poeta a pensare di scendere verso l'Africa nera, così che gli pare di udire un rhythm and blues.

2 Anche questa versione richiede una chiosa. Il poeta, in treno, paventa altri più moderni e atroci mezzi di locomozione, come l'automobile e il DC 10. Pensando di vivere In un universo dove gli automi hanno ragione, avverte Il brivido della Very High Frequency, ed evoca la tastiera di un computer (americano, Qwerty e non Qzerty come la vecchia macchina da scrivere italiana). In un empito di ribellione bacchica, decide (questa volta lui) di scegliere l’ebbrezza di un vecchio whisky scozzese e di accettare il ritmo arcaico del treno, che gli evoca una familiare e antica danza mitteleuropea.

.

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l'unica conclusione di ogni ricerca della perfezione.
UMBERTO ECO, Sulla letteratura

Nessun commento:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...