giovedì 31 dicembre 2015

Per l'anno nuovo

 

GIORGIO BASSANI

BRINDISI PER L’ANNO NUOVO

Da oggi in poi le mie poesie voglio farle
giuro
sulla prima cosa che mi verrà in
mente sul
niente
di tutti i minuti d’ogni mia
ora d’adesso sul nulla
del mio
futuro.

(da In gran segreto, Mondadori, 1978)

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E facciamolo il brindisi per l’anno nuovo, servendoci di questi versi dello scrittore ferrarese Giorgio Bassani (1916-2000), un invito al carpe diem, all’accorgersi delle piccole cose che compongono la vita, ad abbandonare gli assilli e le elucubrazioni mentali.

Auguri di un 2016 sereno e ricco di soddisfazioni!

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Come ogni anno, ecco le statistiche relative al Canto delle Sirene per il 2015. Non siete obbligati a leggerlo: se volete, passate subito alla frase del giorno.

VISITE: 244.000 (+29%)

PAGINE VISTE: 508.000 (+28%)

TEMPO MEDIO SUL SITO: 1:54 (-14%)


LE CINQUE PRINCIPALI CHIAVI DI RICERCA
(escludendo “Il canto delle sirene” e simili):

  1. dora markus
  2. haiku sulla primavera
  3. ode al silenzio
  4. nizar qabbani
  5. francesca woodman

RECORD DI VISITE: 1.289, il 1° dicembre
(il più basso 347 il 10 gennaio)


I POST PIÙ LETTI IN ASSOLUTO NEL 2015

  1. Le affinità d’anima
  2. Dora Markus
  3. Haiku d’autunno
  4. Primavera: otto haiku di Issa
  5. Bacio anche le tue domande

I POST PIÙ LETTI TRA QUELLI SCRITTI NEL 2015

  1. Saperti amante e non poterti avere
  2. Le lettere del tuo nome
  3. Il tempo è donna
  4. Voglio rendere grazie
  5. Forse il mio cuore è il mondo

SITI CHE LINKANO IL BLOG
(cui va Il mio doveroso grazie)

  1. La Poesia di Claudio Malune 648 visite originate (+3%)
  2. La belle auberge 293 (=)
  3. L'Olivo Saraceno 161 (+742%)
  4. Arazzi e scazzi 140 (+40%)
  5. Blanc de ta nuque 54 (+237%)
  6. Senza filtro 30 (nessun confronto)
  7. Non ho tempo 28 (+125%)
  8. Tobia Alberti 25 (nessun confronto)
  9. Scaglie poetiche 19 (+375%)
  10. Il mondo di Carmen 16 (+25%)

PROVENIENZE DA SOCIAL NETWORK, AGGREGATORI E MOTORI DI RICERCA

  1. Google 158.837 (+28%)
  2. Facebook 10.046 (+17%)
  3. Bing 3.552 (+5%) 
  4. FeedBurner 3.710 (+36%)
  5. Yahoo 1.860 (+6%)
  6. Ask 571 (+33%)
  7. Virgilio 466 (-20)%
  8. Arianna 373 (-22%) 
  9. Google+ 212 (+8%)
  10. Liquida 188 (-273%)

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli anni scorrono troppo velocemente… Ci sono sempre più persone al mondo, ma c’è sempre meno tempo per fare le cose… Servono anni più lunghi!
CHARLES M. SCHULZ, Peanuts

mercoledì 30 dicembre 2015

Un moto di dolcezza

 

ALAIN BOSQUET

DIO DICE: TRA ME E ME

Dio dice: «tra me e me
sento che manca
un moto di dolcezza;
è per questo che improvviso
un colibrì, un po’ di rugiada,
un’isola molto leggera,
un canto d’amore, un sogno intermittente
dove passeggia un altro Dio».

(da Le tourment de Dieu, 1987)

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Un Dio umano e poetico in questi versi del poeta francese Alain Bosquet (1919-1998), lo stesso che in un’altra poesia “per evitare qualsiasi malinteso” rende invisibili il drago, l’angelo e l’unicorno. Un Dio dedito alla tenerezza e alla dolcezza che, con i suoi colibrì e i suoi canti d’amore, certo piacerebbe a Papa Francesco.

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Colibri

FOTOGRAFIA © TARINGA

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LA FRASE DEL GIORNO
Dio dice al suo poeta: / “Ti ho scelto perché m’informi / sulla mia identità”.
ALAIN BOSQUET, Le tourment de Dieu

martedì 29 dicembre 2015

Una vertigine

 

NELO RISI220px-Nelo_Risi

ORIGINE, VERTIGINE

Voce delle cose
delle onde delle piante brusii sommessi
frammenti in quel silenzio
così la musica tra due silenzi
un primo fondamento ha il seme
che dall’origine ci appartiene
è LA PAROLA un corpo fatto
della stessa carne dell’uomo
e del mondo capogiro in movimento
una vertigine dall’invisibile
al visibile che affiora.

(da Né il giorno né l’ora, Mondadori, 2008)

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“Una vertigine dall’invisibile al visibile che affiora”: è una bella immagine per definire la poesia quella scelta da Nelo Risi (1920-2015). Ed è anche un punto fondante della sua poetica: come rilevò Giovanni Raboni, infatti in Risi “ il detto prevale sempre e comunque sul non detto, il nero sul bianco, la chiarezza sull'ambiguità, il piano sullo spessore, l'univocità sulla polivalenza”. La parola poetica allora diventa carne, diventa essere umano, diventa la voce ancestrale che ci chiama.

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Print

ILLUSTRAZIONE © EVILBRIGHT/DEVIANTART

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho fatto un pieno di versi / per la traversata dei deserti / dell’amore
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NELO RISI, Il mondo in una mano

lunedì 28 dicembre 2015

Il sultano dello zenit

 

ELSA MORANTEMorante

AMULETO

Quando tu passi, e mi chiami,
assente son io.
Per lunghe ore ti aspetto,
e tu, distratto, voli altrove.
Ma tanto, il mezzano serafico
del nostro amore,
il sultano dello zenit
che muove sul quadrante le sfere
con le dita infingarde e sante,
ha già segnato l’istante
del nostro convegno.
Molli si volgono i miei giorni
a quella imperiosa stagione.
Candida e glaciale essa risplende
alta salendo, come fuoco.
Ah, nostra incantevole stanza!
Che importa a me, infido spirito,
dei tuoi diversi pensieri?
Il presagio inchina già la fronte
all’annuncio. Sorte e amore
ti congiungono a me.

(1945)

(da Alibi, Garzanti, 1958)

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«Ogni amore è un amore perso. Non infelice: perso, invivibile» scriveva Elsa Morante (1912-1985): così si possono leggere le poesie di Alibi, la raccolta che pubblicò nel 1958. È un amore che lavora dentro, che viene da lontano, che si impone da sé come dal celebre “Amor vincit omnia” di virgiliana memoria, quasi che fosse scritto dentro di noi, come se fosse inciso nelle stelle e nel destino questo suo futuro originarsi. Di più: è un amore lungamente aspettato, sognato, covato, costruito per quanto possa risultare impossibile, come una sorta di amuleto che si tiene dalle parti del cuore.

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Elsa-Morante

ELSA MORANTE NEL 1956 © ARCHIVIO CORSERA

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana.
ELSA MORANTE, L’isola di Arturo

domenica 27 dicembre 2015

Il nostro sapere

 

ADAM ZAGAJEWSKI

MARE DEL NORD

Tale è infatti nelle nostre rappresentazioni il sapere:
scuro, salmastro, limpido, in continuo movimento,
profondamente libero...
Elizabeth Bishop

Ma forse facevamo soltanto finta di non sapere niente.
Forse così era più facile, di fronte all'enormità dell’esperienza,
di fronte alle sofferenze (sofferenze altrui, in generale).
Forse c’era in questo addirittura un po’ di pigrizia
e un briciolo di indifferenza ostentata. Forse pensavamo:
meglio essere un tardo epigono di Socrate
piuttosto che riconoscere che qualcosa tuttavia sappiamo.
Forse nelle lunghe passeggiate, quando ci si disvelavano
la terra e gli alberi, quando cominciavamo a capire qualcosa,
avevamo paura del nostro coraggio.
Forse il nostro sapere è amaro, troppo amaro,
come le grigie fredde onde del Mare del Nord,
che ha risucchiato già così tante navi,
ma continua ad essere affamato.

(da Poesia, n. 310, Dicembre 2015 - Traduzione di Marco Bruno)

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Il nostro sapere – dice bene il poeta polacco Adam Zagajewski (Leopoli, Ucraina, 1945) – non è in grado di conoscere l’universo: un po’ come nel racconto di Borges occorrerebbe disegnarne una mappa 1:1. Eppure, con i nostri limiti, con la nostra consapevolezza socratica (“so di non sapere”), facciamo di questa nostra conoscenza assolutamente incompleta un trampolino per tuffarci verso il nuovo sapere.

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Stiften

FOTOGRAFIA © STIFTEN

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LA FRASE DEL GIORNO
Non capisco tutto e mi rallegro / persino che il mondo come un oceano / inquieto superi la mia capacità / di comprendere.
ADAM ZAGAJEWSKI, Dalla vita degli oggetti

sabato 26 dicembre 2015

I nomi fatui della rosa

 

LEONARDO SINISGALLI

SANTO STEFANO 1946

Vantano i nomi fatui della rosa
ai piedi delle statue le fioraie romane.
Stringo le spine secche sulla proda
ove un giorno spuntò improvviso dall’Erebo
Amore, e accolgo nel vecchio bavero
il fiato che ogni anno si fa più debole.

(da I nuovi Campi Elisi, 1947)

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Un Santo Stefano romano per Leonardo Sinisgalli (1908-1981): passata l’ebbrezza festosa del giorno di Natale, eccolo incamminarsi per le piazze dell’Urbe e comprare fiori che non sono per nessuna amata, anche l’aria sembra all’improvviso essersi fatta più fredda e tagliente per il poeta, inconsolabile malinconico.

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ALEXEI ANTONOV, “COUNTRY ROSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Naturalmente ogni cosa, anche un sasso, / Una rosa potrà bastare al mio cuore.
LEONARDO SINISGALLI, Vidi le Muse

venerdì 25 dicembre 2015

Davanti al presepio

 

ELIO FIORE

MA L’ANGELO DISSE AI PASTORI

«Non temete, vi annuncio una grande gioia,
grande per tutto il popolo! Nella città
di David, oggi, è nato alla luce
un Salvatore, il Messia Signore!
Andate, troverete il bambino avvolto
in fasce e posto in una greppia,
una stella vi guiderà nella grotta».
Così mi leggeva mio padre prima del ’43,
davanti al presepio creato su un pianoforte
verticale, ed io dialogavo con un pastore
con le braccia aperte e con una pecorella,
e li facevo salire in alto, verso la stella.
Rivedo tutto nel mio cuore, anche la stella,
il coro degli angeli e i pastori stupiti
andate nel mondo, con la lieta novella.

Portico d’Ottavia, 16 novembre 1989

(da Famiglia Cristiana, n. 51, 1989)

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Natale è periodo di suggestioni e di memorie, come questo ricordo proposto dal poeta romano Elio Fiore (1935-2002). Vi auguro di vivere nell’atmosfera di festa e di riunione che questa giornata sa creare.

Ancora buon Natale.

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DAVID COLIJNS, “ANNUNCIO AI PASTORI”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Natale - quella coperta magica che ci avvolge, qualcosa di intangibile come un profumo. Può creare un incantesimo di nostalgia. Natale può essere un giorno di festa, o di preghiera, ma sarà sempre un giorno di ricordi - un giorno in cui si pensa a tutto ciò che abbiamo amato.
AUGUSTA E. RUNDEL

giovedì 24 dicembre 2015

Notti sante

 

TADEUSZ KANTORKantor_thumb

NOTTE SILENZIOSA

Perdute nel calendario.
Ci sono state nella mia vita molte
di queste n o t t i s a n t e.
Ma ne ho serbata
una.
Inverno.
Neve fin dove arriva lo sguardo.
Un cielo nero scintillante di stelle.
Sotto quel cielo
stavamo in piedi io e mia sorella,
tenendoci per mano,
la testa verso l'alto,
cercavamo quella
stella di Betlemme.
Avevamo solo pochi anni.

A casa, la famiglia alla messa della
vigilia di Natale,
l'abete, il vecchio prete,
San Niccolò, nel quale ho riconosciuto
il nostro sacrestano.
Siamo corsi fuori di casa,
nella notte,
c’eravamo noi due soli,
aspettavamo qualcosa...
Chissà...
Poi siamo corsi giù
verso la stalla,
per sentire come gli animali
parlano la lingua degli uomini.
Di colpo sono arrivate le slitte,
il cocchiere con una torcia,
siamo saliti in quelle slitte
e raggomitolati aspettavamo...
I bambini aspettano sempre qualcosa d’importante...
Durante una notte simile può succedere di tutto...

La notte
come una fanciulla
amata
attesa con nostalgia.

È stato in una notte come quella che
cominciò il mio teatro,
la Povertà,
la felicità e i PIANTI,
e l’amore...
Lentamente si compiva il
m i r a c o I o,
l ’ a r t e.
I bambini aspettano sempre.
Per tutta la vita ho aspettato
qualcosa che, credevo,
sarebbe avvenuta.

(da Stille Nacht. I corsi di Avignone, Ubulibri, 1991 – Traduzione di Patrizia Valduga)

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La notte come una fanciulla attesa con nostalgia. Tadeusz Kantor (1915-1990) regista e scrittore polacco, ricorda così le notti di Natale. Questo miracolo è l’augurio che faccio a tutti voi, lettori del Canto delle Sirene: gustare l’attesa con la gioia allegra dei bambini.

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FOTOGRAFIA © HD WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Natale non è una data, bambini, è uno stato d’animo.
MARY ELLEN CHASE

mercoledì 23 dicembre 2015

Suono di casa

 

GIOVANNI PASCOLI

LE CIARAMELLE

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne,
ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave:
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole:

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

(da Canti di Castelvecchio, 1903)

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Il suono delle ciaramelle – un antico strumento a fiato che in genere accompagna le zampogne – caratteristico delle feste di Natale, ispira a Giovanni Pascoli (1855-1912) dieci quartine che risvegliano il “fanciullino” che è nel poeta e in ognuno di noi: le suggestioni che il Natale sa creare si risvegliano ogni anno con i loro ricordi, con quel presepe popolato di gente umile, con il senso dell’attesa tipico di questa festa, con quella che si è soliti definire “la magia del Natale”.

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FOTOGRAFIA © IL TAMTAM

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LA FRASE DEL GIORNO
A Natale tutte le strade conducono a casa.
MARJORIE HOLMES

martedì 22 dicembre 2015

Il ritorno dell’inverno

 

Quest’anno il solstizio d’inverno cade il giorno dopo il tradizionale 21 dicembre, come capita negli anni che precedono quelli bisestili: alle 6.48 di questa mattina il sole ha raggiunto il valore massimo valore della sua declinazione negativa. Per celebrare il suo ritorno, ho scelto tre poesie con ghiaccio, neve e la dolcezza infinita dei tramonti: sono dell’autore di tanka giapponese Tabukoku Ishikawa (1886-1912), del poeta veneto Diego Valeri (1887-1976) e della poetessa russa Bella Achmadulina (1937-2010).

 

TAKUBOKU ISHIKAWAbun01

IL RITORNO DELL’INVERNO

Come un fanciullo che da un lungo viaggio
stanco ritorna al paese natio,
e dorme e si riposa,

così tranquillo, placido e sereno
è l’inverno che torna.

(da Una manciata di sabbia, 1910)

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DIEGO VALERI

VETRATA

Fermo sopra la valle ottenebrata,
tra il rabesco della ramaglia nera,
il tramonto invernale
s’ergeva in fiamme, come una vetrata
di cattedrale.

(da Poesie scelte, 1976)

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BELLA ACHMADULINAbella-izabella-akhmadulina_8-t_thumb[4]

INVERNO

Oh, gesto dell'inverno verso di me,
assiduo e freddo.
Sì, c'è qualcosa nell'inverno
come di una tenera medicina.
Altrimenti come mai all'improvviso
dall'oscurità e dalla sofferenza
la fiduciosa infermità
gli tende le mani?
Oh, caro, fa magie,
di nuovo sfiorerà la mia fronte
il bacio salùbre
dell'anellino di ghiaccio.
Ed è sempre più forte la tentazione
di andare incontro all'inganno con fiducia,
di guardare negli occhi dei cani
e stringersi agli alberi.
Perdonare, come se fosse un gioco,
di slancio, in volata,
e, dopo aver finito di perdonare, perdonare
ancora qualcuno.
Diventare uguale ad un giorno invernale,
al suo vuoto ovale,
ed essere sempre al suo cospetto
una sua piccola sfumatura.
Annullarsi,
per richiamare aldilà della parete
non la mia ombra, ma la luce
da me non oscurata.

(1962)

(da Poesie scelte)

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FOTOGRAFIA © WORLD MARKET

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LA FRASE DEL GIORNO
Se l’inverno incombe, può la Primavera essere lontana?
PERCY BYSSHE SHELLEY, Ode al vento dell’ovest

lunedì 21 dicembre 2015

Centenario di Helle Busacca

 

Il 21 dicembre del 1915 nasceva a San Piero Patti, nel Messinese, la poetessa Helle Busacca. Dopo la scomparsa della madre e l’abbandono del padre, si trasferì a Bergamo e poi a Milano, dove si laureò in Lettere classiche. Nel 1972 si spostò a Firenze, dove morì nel 1996. La sua opera poetica risente dei drammi personali – la colpì molto il suicidio del fratello Aldo, cui tra il 1973 e il 1980 dedicò la trilogia I quanti del suicidio, I quanti del karma e Niente poesia da Babele. Helle Busacca fonde classicità e modernità, coniuga Aristotele con la fisica e Spinoza con la biochimica con risultati che fanno pensare talvolta alla Beat Generation o a Eliot. Eugenio Montale, nella Farfalla di Dinard la classificò come “un rapace più grosso del falco e meno dell’aquila provvisto di solide ali non tanto grandi da consentirgli di spiccare il volo da terra…”, un po’ come l’albatro di Baudelaire, “un demone imprendibile, tardigrado e scaltro, coriaceo e a prova di pallettoni”.

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Busacca_thumb

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C’È CHI NASCE UN MATTINO

C’è chi nasce un mattino
tirato a lucido, un banco
di nubi che indietreggia di là dal limite
dell’orizzonte a incurvare
i grattacieli e i campanili
di Milano in una bolla di quarzo
il viale sotto casa con le foglie rosse
e d’oro a felpargli il passo in un sontuoso
tappeto indiano,
mattini
tersi di novembre che pare
aprile e la rosa sul terrazzo
illusa mette le foglioline
nuove,
“crede che sia
primavera”, ti dicevo.
E c’è
come te e me, chi è nato
con la nebbia che nessun sole potrà forare
cupa da cataclisma
giornata conchiusa in un giro
inesorabile di ventiquattro
ore, la nebbia precipita
in pioggia melma le strade
le gore che straripano la tramontana
che rapprende al tuo brancolare
un lastrico di ghiaccio su cui stramazzi,
e quando è l’ora ventiquattresima
non ti riguarda più se entro un attimo
il cosmo scatterà in una nuova alba.

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PETALI

Poi, qualche volta, a sera si ritrovano
nevicate di petali alle soglie.
Dietro quel volto i cieli si scolorano,
anneriscono.
Più non ci rimane
che uno stupore di esistere.
E avremmo un tempo, ad una sua parola,
sbiancato come i salici alla luna…

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SCIENZA E ALTRO

Io ho imparato, non certo
nel nostro mondo probabile:
quello che non accade non è reale.
Sian pure reali le strade
dell’indeterminazione,
ma quanto non avvenne come atto
non è ciò che completa il tre e quattordici.
Qualunque ne sia la ragione
- ma d’essa fanno parte le galassie
fuggenti oltre tutte le tavole
di Mendeleiev e dell’uomo, -
la cosa che non accadde
è l’unica che conti sotto le volte
del razionale-irrazionale.
Non credere ch’io cada in contraddizione:
rimpianto è un errore di calcolo,
non cresce la spiga il papavero,
né il grappolo; è altro il suo dono.

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UNA POESIA (CXV)

theory of probability
filosofia della matematica
ipotesi problemi nessi funzioni
l’atomo di elio di idrogeno
i quanta plasma phisics
nucleon photon neutron x
rays spectra hig energy accelerators
l’atomo nella chimica nella fisica
nella biochimica
è
troppo tardi per imparare,
e intendere le frasi sottolineate
nei tuoi libri meravigliosi;
ma i vocaboli, certi vocaboli,
ed ecco, tu cercavi ciò che io ho cercato.
Meccanica ottica acustica
cibernetica interazioni,
e poi?
Quello che acceca
dalle pagine fulgide di equazioni,
è la figura che scandisce
il limite: sequenze sequenze
di simboli, e, =
a zero, = a
infinito;
e non è facile,
non è davvero facile, nelle pause
sempre più dense sulle tue carte,
spartiti di musiche arcane
crescendi sinfonici, astrali
pianissimi, allegretti, maestosi
andanti, fughe sempre più alte,
rinvenire, – oltre le sudice e grame storie
di maschere su porcini grugni, e l’abbacinato
folgorio di un cuore sulle arse foglie
di centomila stagioni, –
centrare l’autentica e sola ragione
di quel tuo deciso netto mortale,
– e the tao science, e zen buddism
e buddha, sayngs, e the tibetan
book of dead, e aristotele:
“dell’anima” e i “dialoghi dell’amore”,
platone, euripide: “chi è il colpevole,
chi è la vittima?” pindaro, le odi,
erasmo, “la moria”, spinoza,
“etica”. –
di quel tuo affrontarti
“sono ingegnere e devo saper fare
calcoli e previsioni”,
con quel finale
simbolo: zero, o infinito?
Dalle tue carte
risponde, lettere a penna, non più stampate,
una parola:
CATARSI.

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è il culmine delle infinite stratificazioni che dal primo bang ci hanno creati come siamo: per questo, a memoria d'uomo, possiamo "ritrovarci" in essa: dove non ci ritroviamo non c'è poesia.
HELLE BUSACCA

domenica 20 dicembre 2015

Resta, se tu mi ami

 

GUIDO GOZZANO

INVERNALE

«... cri... i... i... i... i... icch...» l’incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
«A riva!» Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
«A riva! A riva!...» Un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva.

«Resta!» Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. «Resta, se tu m’ami!»
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d’immensità, sordi ai richiami.

Fatto lieve così come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m’abbandonai con lei, nel folle accordo,
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro...
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo...

Rabbrividii così, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
già risupini lividi sepolti...
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte.

Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperïosa dell’istinto!
O voluttà di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la ripa, ansante, vinto...

Ella sola restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo nel suo regno solo.
Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.

Non curante l’affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
«Signor mio caro, grazie!» E mi protese
la mano breve, sibilando: − Vile! −

(da I colloqui, 1911)

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Uno dei classici bozzetti che Guido Gozzano (1883-1916) amava dipingere con la sua metrica: il  laghetto torinese del Valentino è ghiacciato, ma fragile è la lastra e già si incrina, tutti i pattinatori della compagnia di amici fuggono tranne la coraggiosa signorina che si allaccia al braccio del poeta e scherzando gli chiede di restare per amore. Lui riesce a resistere un po’, poi però si impaurisce, si divincola e la lascia, riguadagna velocemente la riva. E la bella sorridendo continua a volteggiare incurante dei richiami. Una volta tornata al sicuro, rinfaccia all’amico la “viltà”. È un’altra delle figure femminili tanto care a Gozzano, quelle che “avrebbe potuto amare e non amò”, le amate “rose che non colse”. Sotto il sottile gioco però, come l’acqua sotto quel ghiaccio del laghetto, c’è l’amara verità: il poeta non riesce a raggiungere l’amore, non lo sa provare per quella sua mancanza di coraggio, per quel suo timore di ferire e di ferirsi.

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Marchetti_thumb1

LUDOVICO MARCHETTI, “DONNA CHE PATTINA SUL GHIACCIO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Lei sola, forse, il freddo sognatore / educherebbe al tenero prodigio: / mai non comparve sul mio cielo grigio / quell'aurora che dicono: l'Amore
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GUIDO GOZZANO, I colloqui

sabato 19 dicembre 2015

Come il lampo

 

JOAN MARGARITMargarit_thumb1

POETICA

Inseguendo la bellezza, sei solo:
se la raggiungi, svanisce e lascia
polvere di farfalla sulle dita.
Rincorrerai di nuovo lo splendore
che cerchi dentro di te, come il lampo
che mostra fugacemente,
fino al lontano orizzonte, la realtà.

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È davvero una efficacissima similitudine della poesia e dell’ispirazione questa scelta dal poeta catalano Joan Margarit (Sanaüja, 1938): è quell’attimo fugace in cui il mondo di manifesta in tutto il suo splendore e ci è possibile coglierne per quel solo istante il suo infinito mistero. Un breve momento, proprio come quando nelle notti d’estate un lampo illumina per una frazione di secondo tutto quanto l’orizzonte.

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Lampo_thumb1

FOTOGRAFIA © JOEL SARTORE

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LA FRASE DEL GIORNO
Se la matematica è la più esatta delle scienze, la poesia è la più esatta delle lettere
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JOAN MARGARIT, El País, 19 febbraio 2005

venerdì 18 dicembre 2015

Giro per il mondo

 

ARMANDO ROMERORomero

VAGABONDO

Con la testa vuota
Giro per il mondo
E così ottengo il doppio cielo
Della foglia e del suo contorno

Non detengo la mia strada
Quando nel mare
Si profilano le sartie

Al contrario proseguo
E i miei piedi portano via le orme
Dalla sabbia

Il vento allora
Entra così nella pelle
E nei capelli

È il succo della frutta
All’aprirsi eterno
Il paradiso della tua carne

Con la testa vuota
Giro per il mondo

(da Los móviles del sueno, 1974-75)

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Il viaggio aiuta ad aprire la mente, ci obbliga a rapportarci con gli altri e con le loro culture. Il viaggiatore è una persona curiosa di vedere e di conoscere, come il poeta colombiano Armando Romero (Calí, 1944). E la poesia diventa anch’essa un viaggio, un modo di porsi con il mondo, con gli altri, con l’amata: “Due atti ho sempre provato a conciliare: il viaggio e la scrittura”, e infatti alla base di entrambi c’è l’identica disposizione a meravigliarsi.

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Friedrich

CASPAR DAVID FRIEDRICH, “VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dov’è la poesia, allora, / lo sguardo verso dentro?
ARMANDO ROMERO, Hagion Oros

giovedì 17 dicembre 2015

Rose calpestava


SIBILLA ALERAMO

ROSE CALPESTAVA NEL SUO DELIRIO


        8 dicembre 1916

Rose calpestava nel suo delirio
E il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo, invano, oh creatura!


Rose calpestava, s’abbatteva il pugno,
e folle lo sputo su la fronte che adorava.
Feroce il suo male più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita, ch’io muoia del suo male.


(Archivio Aleramo)

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Nel tormentato amore tra Sibilla Aleramo (1876-1960), e Dino Campana – che la chiamava con il suo nome vero, “Rina” - è la donna la più forte, la più attaccata alla vita nonostante le tante vicissitudini: la scrittrice con lucidità analizza i ricordi dolorosi di quella passione nata tra lei, già affermata e impegnata socialmente, e un poeta più giovane di dieci anni sospeso tra l’esaltazione nevrastenica e l’autodistruzione che infine lo consumerà.  Mario Luzi scrisse che questo appunto-poesia della Aleramo è “da porsi senz’altro tra i versi più vivi che abbia mai scritto e lascia intravedere uno scorcio di vita ‘maudit’ tra i più autentici”: l’amore – anche questa volta – ha provato a “vincere tutto”, ci è riuscito per pochi mesi, dall’incontro del 3 agosto 1916 in cui la scrittrice famosa accetta di incontrare a Barco, località sull’Appennino, il poeta che ha pubblicato a sue spese i Canti orfici a questa lettera che segna la rottura. Ma Rina continuerà a chiedere notizie di Dino fino all’internamento di lui per alienazione mentale nel cronicario di Castel Pulci il 12 gennaio 1918.

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IMMAGINE © LUNARIO NUOVO
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LA FRASE DEL GIORNO
Questo viaggio chiamavamo amore / Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose / Che brillavano un momento al sole del mattino / Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi.
DINO CAMPANA, Canti orfici e altri versi

mercoledì 16 dicembre 2015

Il dove non esiste


GIORGIO CAPRONI

VERSI CONTROVERSI


Erba felice.
Mare
sempre di fortuna.
Luce.
Vivi spari di luce
negli occhi ingombri di boschi
e di gabbiani...
A un passo...
A un passo da dove?...
Il dove
non esiste?...
Esiste
– fra la palpebra e il monte –
tutta quest’erba felice
di nessun luogo...
Tutto
questo inesistente mare
così presente...
Godilo...
Godilo e non lo cercare
se non vuoi perderlo...
Là,
fra la palpebra e il monte.
Come l’erba...
Là in fronte
a te, anche se non lo puoi arrivare...
Negalo, se lo vuoi trovare...
Inventalo...
Non lo nominare...


(da Il conte di Kevenhüller, Garzanti, 1986)


Il conte di Kevenhüller è l’ultima opera scritta in vita dal poeta livornese Giorgio Caproni (1912-1990), molto diversa sia per composizione stilistica – spesso assume le sembianze di un libretto d’opera, di pometto frammentato – sia per la tematica, per quel concentrarsi su un negativo che a sua volta frammenta il reale trasformandolo in un evanescente scenario metafisico e impedisce di dare risposta alle domande che l’esistenza avanzata ora pone, e che non sono poi così distanti dagli interrogativi della giovinezza.
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FOTOGRAFIA © THEFULLER VIEW
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LA FRASE DEL GIORNO
Smettetela di tormentarvi. / Se volete incontrarmi, / cercatemi dove non mi trovo. // Non so indicarvi altro luogo.
GIORGIO CAPRONI, Il franco cacciatore

martedì 15 dicembre 2015

Il grigio cielo


 

KO UN

VERSI SCRITTI IN SOGNO LA NOTTE SCORSA


Là in cima all’albero,
guarda l’uccello che vi si è posato.
Là in cima all’albero,
guarda l’uccello che vola via dopo essersi posato.
Dopo che l’uccello è volato via,
guarda il punto in cima rimasto vuoto,
E poi, la vasta vacuità.
Guarda il grigio cielo.


(da L’isola che canta, Lietocolle, 2009 – Traduzione di Vincenza D’Urso)


La Sinfonia n. 45 in Fa diesis minore di Franz Josef Haydn, nota come “Sinfonia degli addii”, si conclude con un adagio finale in cui i musicisti smettono a turno di suonare e abbandonano la sala lasciando solo due violini in sordina. Questa poesia del sudcoreano Ko Un (Kunsan, 1933) mi ha ricordato quel brano, infatti c’è lo stesso anticlimax: gli oggetti poetici abbandonano uno alla volta la scena, lasciando infine il vuoto di un cielo, tra l’altro non azzurro ma grigio.
 
FOTOGRAFIA © NATURE’S DESKTOP
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LA FRASE DEL GIORNO
Io sogno. / Ieri / non è oggi. / Oggi / Non è domani. / Ma io sogno il domani.
KO UN


lunedì 14 dicembre 2015

La pazienza dell'inverno


ORESTE FERRARI

INVERNALE


Perché dobbiamo essere tristi?
Tutto non è perduto ancora!
Nella memoria ancor s’infiora
la stagion verde che ci ha visti


lieti nei prati che oggi sono
niveo sopore e indifferenza,
mentre dovunque la pazienza
dell’inverno è l’unico dono.


Sotto la neve il bulbo attende
il segno magico dell’anno.
Verrà il giorno! Rifioriranno
le più ineffabili leggende.


Sarà la nuvola rosata
del pesco apparso in cima al clivo,
il grido tenero e giulivo
della rondine alla nidiata.


Sarà il miracolo che fa
sorger dai bruchi le farfalle,
l’arcobaleno sulla valle,
o un viso: e la felicità.


(da Poesie, Tallone, 1956)


“Una trasfigurazione pacatamente alata di aspetti e immagini della natura”: così Giovanni Titta Rosa definisce la poesia del trentino Oreste Ferrari (1890-1962), patriota amico di Cesare Battisti: si può apprezzare in quest’ansia di primavera presentita come una speranza nel gelo, sotto la neve. Allegri! - ci dice con la sua poesia essenzialmente romantica - si ripeterà il miracolo: germoglieranno i bulbi, rifioriranno i rami, rifioriremo anche noi trovando la felicità.

FOTOGRAFIA © DAVID AUBREY
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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è l’ansia del poeta / che cerca il nodo ove si scande / la musica del giorno eterno / per un suo attimo di luce.
ORESTE FERRARI, Poesie

domenica 13 dicembre 2015

Tre virgola uno quattro


WISŁAWA SZYMBORSKA

PI GRECO


È degno di ammirazione il Pi greco
tre virgola uno quattro uno.
Anche tutte le sue cifre successive sono iniziali,
cinque nove due,
poiché non finisce mai.
Non si lascia abbracciare
sei cinque tre cinque dallo sguardo,
otto nove, dal calcolo,
sette nove
dall'immaginazione,
e nemmeno tre due tre otto dallo scherzo, ossia dal paragone
quattro sei con qualsiasi cosa
due sei quattro tre
al mondo.
Il serpente più lungo della terra dopo vari metri si interrompe. 

Lo stesso, anche se un po' dopo, fanno i serpenti delle fiabe.
Il corteo di cifre che compongono il Pi greco
non si ferma sul bordo del foglio,
è capace di srotolarsi sul tavolo, nell'aria,
attraverso il muro, la foglia, il nido, le nuvole,
diritto fino al cielo, per quanto è gonfio e senza fondo il cielo,
per quanto è gonfio e smisurato il cielo.
Quanto è corta la treccia della cometa, proprio un codino!
Com'è tenue il raggio della stella, che si curva a ogni spazio!
E invece qui
due tre quindici trecentodiciannove
il mio numero di telefono il tuo numero di collo
l'anno millenovecentosettantatré sesto piano
il numero degli inquilini sessantacinque centesimi
la misura dei fianchi due dita sciarada e cifra
in cui vola e canta usignolo mio
oppure si prega di mantenere la calma,
e anche la terra e il cielo passeranno,

ma non il Pi greco, oh no, niente da fare,
esso sta lì con il suo
cinque
ancora passabile,
un
otto
niente male,
un
sette
non ultimo,
incitando, ah, incitando l'oziosa eternità
a durare.


(Liczba Pi, da Grande numero, 1976 – Traduzione di Pietro Marchesani)


Si fa poesia anche con la matematica: lo abbiamo visto con i versi di Hans Magnus Enzensberger e di Bruno Galluccio. La poetessa polacca Premio Nobel Wisława Szymborska (1923-2012), in una raccolta in cui si cimenta anche con la statistica, tratta con la consueta ironia l’infinita grandezza del pi greco, costante utilizzatissima in matematica e fisica (chi di noi, anche tra i più profani di matematica come me, non sa che il π rappresenta il rapporto tra la lunghezza della  circonferenza e  la lunghezza del diametro di un cerchio?)

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FOTOGRAFIA © TDAYATMALARDA KAYBOLUS

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LA FRASE DEL GIORNO
Il cerchio descritto dal pi greco è perfetto, ma appartiene esclusivamente al regno dell’immaginazione
.DANIEL TAMMET, La poesia dei numeri

sabato 12 dicembre 2015

Una vela

DEREK WALCOTT

ARCIPELAGHI


Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All’orlo della pioggia una vela.


Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un’intera razza.


La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.


Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia
e pizzica il primo verso dell’Odissea.


(da Omeros, 1990 – Traduzione di Andrea Molesini)


Ci sono opere che segnano un’intera civiltà: penso a Dante e a Omero, alla base della cultura di tutto l’Occidente e non solo. Omero e i suoi eroi rispuntano ovunque qua e là nella letteratura mondiale (Virgilio, Joyce, Tennyson, lo stesso Dante). Il Premio Nobel antillano Derek Walcott (Castries, 1930) trascrive le storie omeriche come se fossero ambientate ai nostri giorni e nei suoi luoghi, in quegli arcipelaghi che formano le Piccole Antille di cui fa parte Saint Lucia, la sua patria. Così nel poema si intrecciano le storie dei moderni, Achille ed Ettore, innamorati della medesima cameriera, Elena. E a loro volta si confondono con le vite di altri pescatori e viaggiatori che si muovono tra le isole, con le vicende dello stesso narratore: come scrive Andrea Molesini “l’isola, a lungo contesa dagli imperi rivali di Francia e Gran Bretagna, è stata infine consegnata ai turisti; ma se Ettore, un tempo capace di intagliare una canoa nel cedro, è diventato un tassista, Achille, fedele all’arte dei padri, glorifica la presenza del mare nella storia della tribù. E su tutto veglia, pietosa, la poesia, che contempla l’umiliazione imposta all’uomo dalla volgarità dei tempi e lo riscatta”.

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FOTOGRAFIA © HALLGRIMUR P. HELGASON
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LA FRASE DEL GIORNO

Noi viviamo come i nostri nomi.
DEREK WALCOTT

venerdì 11 dicembre 2015

Notte di neve

 

ROCCO SCOTELLARO

DESIDERIO

Io senta la neve ancora
io senta il suo cadere placido
dal mio mondo sparuto.
Le mie piccole cose qui,
la mezza matita che non mi abbandona.
I miei volti nelle fiamme tanti
che hanno lo stesso colore.
E gli anni passano così
nel cuore della notte di neve.

(da  È fatto giorno, Mondadori, 1954)

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Desiderio di poco, desiderio di niente quello del poeta lucano Rocco Scotellaro (1923-1953): ma è nelle piccole cose la felicità, nella neve che ritorna, nell’odore di terra dell’autunno, nei profumi che riempiono l’aria di primavera, negli occhi dei bambini, nello scodinzolare di un cane, nelle fusa di un gatto, nell’aroma di un dolce stagionale, nella vista del mare, nel rivedere gli amici…

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Tricarico

ROCCO STASI, "TRICARICO – CREPUSCOLO INVERNALE" – LICENZA CC BY 3.0

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LA FRASE DEL GIORNO
Io sono un filo d’erba / un filo d’erba che trema. / E la mia Patria è dove l’erba trema
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ROCCO SCOTELLARO, È fatto giorno

giovedì 10 dicembre 2015

L’angelo che passa laggiù

 

KARL LUBOMIRSKI

L’ANGELO

L‘angelo
che passa laggiù
con moncherini d‘ali
che ti pare tanto stanco,
è quello
che si ritirò dagli uomini,
dalle cose,
e non tornò più.
Ma sii fiducioso,
anche
i suoi moncherini
ti porteranno
a casa.

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Con il suo dire scarno ed essenziale il poeta austriaco Karl Lubomirski (Hall, 1939) ritrae quello che può essere tante cose: la poesia, il nostro spirito, la nostra coscienza, la speranza sulla quale, per quanto esile, possiamo ancora fare affidamento. Tutti noi, segnati dalle cicatrici della vita, abbiamo in noi quell’angelo ferito come la Nike di Samotracia ma ancora vivo e resistente.

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Poppet

FOTOGRAFIA © POPPET AUTHOR

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse gli angeli sono le nostre idee migliori vaganti nello spazio.
KAHLIL GIBRAN, Sabbia e spuma

mercoledì 9 dicembre 2015

La mia anima marina

 

MARGHERITA GUIDACCIGuidacci

LA CONCHIGLIA

Non a te appartengo sebbene nel cavo
della tua mano ora riposi, viandante;
né alla sabbia da cui mi raccogliesti
e dove giacqui lungamente,
prima che al tuo sguardo
si offrisse la mia forma mirabile.
Io compagna d’agili pesci e d'alghe
ebbi la vita dal grembo delle libere onde.
E non odio né oblio ma l'amara tempesta me ne divise.
Perciò si duole in me l’antica patria e rimormora
assiduamente e ne sospira la mia anima marina,
mentre tu reggi il mio segreto sulla tua palma
e stupito vi pieghi il tuo orecchio straniero.

(da Paglia e polvere, 1961)

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Come la poetessa Margherita Guidacci (1921-1992) sono affascinato dalle conchiglie: anni fa scrissi che a colpirmi in quell’ammasso calcareo più che la forma, più che l’iridescenza, la lucentezza o la levigatezza del mantello è la loro provenienza da quel mare cui tutti noi siamo ancestralmente legati. Vale anche per questi versi, che ricordano quegli antichi epitaffi dei poeti greci presenti nell’Antologia Palatina.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho una vasta collezione di conchiglie, che tengo sparse per le spiagge di tutto il mondo.
STEVEN WRIGHT, I have a pony

martedì 8 dicembre 2015

Tonino Milite

 

È morto ieri mattina a Milano il pittore e poeta Tonino Milite. Era nato a Tirana, in Albania, nel 1942. Iniziò la sua carriera come illustratore collaborando con Bruno Munari. Quattro sono le sue raccolte di poesia: Dubi ti amo (1997), L’intermittenza del giallo (2005), MeTeOra (2008) e L’ora stupita (2011). La poetica di Milite risente evidentemente della sua attività pittorica: una freschezza colorata, realizzata con pochi segni capaci però di incidere, di colpire a fondo come i suoi progetti grafici. La sua poesia “come un quadro, mostra qualcosa, con una tonalità scherzosa ed epigrammatica che pure evoca lo scenario cosmico nel quale di collocano i nostri multicolori attimi stupiti” rileva Massimo Bacigalupo su Poesia (n. 267, gennaio 2012).

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Milite

FOTOGRAFIA © LA PROVINCIA DI COMO

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da L’intermittenza del giallo (2005)

PASSA

Passa
una vela,

spingendo
la notte
più in là.

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da L’ora stupita (2011)

A WALLACE STEVENS

Assicuravi
l’uomo alla vita,
lo legavi alla speranza
d’arrivare,
con te e come te sulla cima.
Di notte
l’appuntamento con i versi,
fiori del piacere
colti sul campo del dovere.
Di me, figlio d’ogni lirico d’Europa
e del trobar leu,
non avresti, forse,
apprezzato lo stile.
Saremmo d’accordo
sulla poesia,
parole d’emergenza,
arcaico codice segreto,
oro della specie.

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L’ULTIMA FRAGOLA

a Bruno Munari

In ospedale,
inseguito dalle tigri,
appeso nel dirupo
a una radice che cedeva,
si finse monaco
nel camicione bianco,
dinanzi a un foglio
di carta di riso.

Dopo un tempo sospeso
il gesto zen,
lo scatto del pennello.
Una meteora,
dissi a bassa voce.
L’ultima fragola, rispose.

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Milite2

ILLUSTRAZIONE DI TONINO MILITE

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LA FRASE DEL GIORNO
Atto unico / la nostra vita, / fugace, / stupefatta comparsa.
TONINO MILITE, L’ora stupita

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