mercoledì 18 novembre 2015

Lesbia, Rosalind, Ofelia e lei

 

GIUSEPPE CONTEgiuseppe-conte

IN ENDECASILLABI

A sedici anni, lettore poiché era giusto
allora soltanto di Catullo e di Shakespeare
scrissi per una compagna di liceo
versi come «Nessuna donna mai
fu amata tanto,/ quanto tu sei…»
Dio, non sapevo niente di donne, di amore.
Quella ragazzina bruna, dalle labbra
sporgenti, gli occhi grandi come
due albicocche, ci erano usciti tutti
con lei, fuorché io, il suo cantore.
Io la guardavo, sperduto. Come avrei
voluto abbracciarla, tempestarle
il capo di quel segreto che erano i baci.
Io la guardavo a scuola, per strada,
la domenica alla messa nella Chiesa
detta dai frati. Poi tornavo a casa, aprivo
i libri, Lesbia, Rosalind, Ofelia
e lei, e i sogni su lei, in endecasillabi.

(da Dialogo del poeta e del messaggero, Lo Specchio, Mondadori, 1992)

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“Perché, ditemi, chi non si è mai innamorato / Di quella del primo banco, / La più carina, la più cretina, / Cretino tu, che rideva sempre / Proprio quando il tuo amore aveva le stesse parole, /Gli stessi respiri del libro che leggevi di nascosto / Sotto il banco?” cantava Antonello Venditti nel 1975. È un’iniziazione cui tutti gli studenti si sono sottoposti – e a maggior ragione i giovani poeti, che alimentavano con le letture i propri sogni, come fece anche Giuseppe Conte (Imperia, 1945): quella ragazza va a rivestire nell’immaginazione i panni della Lesbia catulliana, della Rosalind e della Ofelia shakespeariane e il ragazzo innamorato potrà orgogliosamente dire, una volta cresciuto, le parole di Neruda: “Mi sentii parte pura / dell'abisso, /ruotai con le stelle, / il mio cuore si sparpagliò nel vento”.

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Cowie

JAMES COWIE, “IN THE CLASSROOM”, 1922, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse il poeta è un uomo che ha in sé / la crudele pietà di ogni primavera.
GIUSEPPE CONTE, Le stagioni

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