giovedì 24 settembre 2015

In una camera d’albergo

 

VALÉRY LARBAUD220px-Valery_Larbaud

NEVERMORE

Nevermore!... e poi, uffa!
Ci sono influssi astrali intorno a me.
Sono immobile in una camera d’albergo
Piena di luce elettrica immobile...
Avrei voglia di vagare, nell’alba gialla, in un parco
Vasto e brumoso, colmo di bianchi lillà.
Ho paura d’avere orribili incubi;
E mi sembra d’aver freddo tanto è il chiarore.
O forse ho fame di cose sconosciute.

Ah! datemi il vento della sera sulle praterie,
E l’odore del fieno tagliato di fresco, come in Baviera
Una sera dopo la pioggia, sul lago di Starnberg,
Oppure ciò che provavo un anno fa,
Guardando dalla passarella del mio yacht
Aprirsi la baia verde e rosa di Gravosa.

(Nevermore, da Poèmes par un riche amateur, 1908 – Traduzione di Clotilde Izzo)

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Il poeta francese Valéry Larbaud (1881-1957) viaggiò molto, anche grazie all’agiatezza della sua famiglia. Conosceva l’inglese, l’italiano, il tedesco e lo spagnolo, tradusse Samuel Butler e fu correttore per la traduzione dell’Ulisse di Joyce. Qui però lo troviamo in un momento di pausa, in una stanza d’hotel, colto da uno spleen quasi baudelairiano o forse semplicemente stanco: allora è la fantasia a vagare sull’onda dei ricordi.

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JACK VETTRIANO, “HEARTBREAK HOTEL”

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LA FRASE DEL GIORNO
La noia è una vertigine, ma una vertigine tranquilla, monotona; è la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore o fino alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell'altro, non esiste al mondo niente che possa servirci o soddisfarci
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EMIL M. CIORAN

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