domenica 2 agosto 2015

L’infanzia che perdemmo

 

MARIO GORIGori

LA SERA

Una radio che strepita e la sera
che si addensa sui tetti. Quando muore
il giorno, si rifugia nel ricordo
il disperato sogno che non vive.
Non abbiamo altra gloria, troveremo
sempre vuota la sera e ancora il vento
parla di lontananze. Quel bambino
che scuote una bandiera colorata
di crocicchio in crocicchio non sa nulla
di quello che noi siamo. Era così
l’infanzia che perdemmo, era così
quella nostra bandiera dei crocicchi.
La memoria risale e trovo inquiete
stagioni con il sangue dei vent’anni
aperti all'avventura. Chi pensava
che cresceva già allora in un sorriso
l’ombra atroce del tempo che ci chiude.

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È un peccato che vi siano poeti semisconosciuti come Mario Gori (1926-1970), siciliano di Niscemi. Meriterebbero maggiore visibilità, ma i loro versi rimangono inghiottiti in vecchie antologie, qualche volta riaffiorano qua e là come relitti nel mare della Rete, come questi, reperiti attraverso un sito spagnolo: riecheggiano le voci di Gozzano e Pavese in quel risaltare del fascino dell’infanzia, della sorprendente magia del ricordo che fa rivivere illusioni che il tempo inesorabile ha cancellato.

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BARBARA WALSH, “BEACH BOY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Poi, da un giorno all'altro ti ritrovi a cinquant'anni, e l'infanzia o quel che ne resta è in una piccola scatola, che è pure arrugginita.
GUILLAUME LAURANT, Il favoloso mondo di Amélie, sceneggiatura

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