giovedì 18 giugno 2015

Pro patria mori

 

WILFRED OWENOwen

DULCE ET DECORUM EST

Piegati in due come vecchi mendicanti,
storti di gambe, di tosse, di moccoli, di melma,
voltammo le spalle alle vampe insistenti
nel duro cammino al riposo lontano.
Sonnambuli in marcia, anche senza stivali,
calzati di sangue. Avanti, zoppi, ciechi,
ubriachi di stanchezza; sordi anche ai fischi
delle granate deluse ormai alle spalle.

Gas! Gas! Svelti, ragazzi - un frugare rapito,
elmetti malmessi messi appena in tempo;
e qualcuno che urlava incespicando,
malcerto come nel fuoco o nel fango. -
Da un vetro appannato e in una luce verde,
come in fondo al mare, l’ho visto annegare.

In tutti i sogni, alla mia vista inerme,
mi cade addosso, sgocciola, soffoca, annega.

Se in un sogno afono ti trovassi anche tu
dietro il furgone su cui lo buttammo,
se vedessi gli occhi dimenati in volto,
la faccia pendula da demonio stanco;
se a ogni sobbalzo sentissi il sangue
sgorgato dal marcio dei polmoni,
osceno come un cancro, amaro come un rancio
amico mio, con tanto zelo non ridiresti
a bambini arso di disperata gloria,
la vecchia menzogna: Dulce et decorum est
pro patria mori.

(Dulce et Decorum est, da Poems, 1921 - Traduzione di Massimiliano Morini)

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Se Ungaretti raccontò la Prima Guerra Mondiale con i suoi versicoli ermetici ma intensi, l’ufficiale britannico Wilfred Owen (1893-1918), si affidò invece all’espressionismo per narrare l’orrore a cui gli toccò di assistere e di prendere parte venendone alla fine travolto - cadde sul campo di battaglia uno degli ultimi giorni del conflitto. È un componimento che possiamo leggere quasi per immagini, come se fosse una serie di spezzoni cinematografici: soldati in trincea mentre sopra passano ed esplodono le granate, soldati in marcia quando scoppia all’improvviso l’attacco con i gas, la maschera antigas indossata in fretta e l’agonia di un compagno ucciso dall’iprite vista attraverso il vetro della maschera, il suo corpo ormai privo di vita caricato su un furgone... Tutto questo, dice Owen, è un incubo che non può essere tollerato, non è degno dell’umanità e quel verso di Orazio (Odi, III, 2, 13), che dice che dolce e degno è morire per la Patria, è soltanto una menzogna.

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Dulce et decorum

Pubblico dominio

FOTOGRAFIE © UNIVERSITÀ DI OXFORD e EPA

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LA FRASE DEL GIORNO
La nostra vera nazionalità è l’umanità.
HERBERT GEORGE WELLS, Lineamenti di storia

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