sabato 20 giugno 2015

Babele 2000

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

SULLA TORRE DI BABELE

Che ora è? – Sì, sono felice,
e mi manca solo una campanella al collo
che su di te tintinni mentre dormi.
Non hai sentito il temporale? Il vento ha scosso il muro,
la torre ha sbadigliato come un leone, il portale
cigolante sui cardini. – Come, ti sei scordato?
Avevo un semplice vestito grigio
fermato sulla spalla. – E un attimo dopo
il cielo si è rotto in cento lampi. – Entrare, io?
Ma non eri da solo. – D’un tratto ho visto
colori preesistenti alla vista. – Peccato
che tu non possa promettermi. – Hai ragione,
doveva essere un sogno. – Perché menti,
perché mi chiami con il suo nome,
la ami ancora? – Oh sì, vorrei
che restassi con me. – Non provo rancore,
avrei dovuto immaginarlo.
Pensi ancora a lui? – Non sto piangendo.
E questo è tutto? – Nessuno come te.
Almeno sei sincera. – Sta’ tranquillo,
lascerò la città. – Sta’ tranquilla,
me ne andrò via. – Hai mani così belle.
È una vecchia storia, la lama è penetrata
senza toccare l’osso. – Non c’è di che,
mio caro, non c’è di che. – Non so
che ora sia e non lo voglio sapere.

(da Sale, 1962 – Traduzione di Pietro Marchesani)

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È un passato mitologico, è quello della torre di Babele, la costruzione di mattoni che saliva al cielo e che fu causa della divisione dei linguaggi - per punizione divina o per dispersione degli umani nel mondo: “Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (Genesi, 11.9). Ma la poetessa polacca Premio Nobel Wisława Szymborska (1923-2012) lo trasporta ai giorni nostri: Babele è quando parliamo la stessa lingua eppure non ci capiamo, è l’incomprensione che penetra sottile e mina storie d’amore, matrimoni, amicizie quando non si ascolta l’altro o quando non si vogliono comprendere le sue esigenze, quando ci si attorciglia a difesa del proprio io e non si considera l’altro.

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Parlour

JACK VETTRIANO, “THE PARLOUR OF TEMPTATION”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'incomprensione reciproca e l'indolenza fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare
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JOHANN WOLFGANG GOETHE, I dolori del giovane Werther

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