domenica 8 febbraio 2015

Cosa può mai fare la poesia?

 

JUAN GELMAN

IL CANE

La poesia non chiede da mangiare. Mangia
i poveri piatti che
gente senza vergogna né pudore
le serve a notte fonda.
La parola divina non esiste più. Cosa può
mai fare la poesia, se non
accontentarsi di quel che le danno?
Più tardi ululerà laggiù
senza risposta, sarà
un altro cane sperduto
nella città impietosa.

(da Valer la pena, Guanda, 2007 – Traduzione di Laura Bianchini)

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Eh già. La poesia a questo è ridotta nella società odierna. Qualche giorno fa il cantautore Davide Van De Sfroos in un’intervista raccontava di aver “dovuto” esprimere le sue emozioni attraverso le canzoni per avere una platea più vasta. La poesia sembra non avere più posto nella società odierna (si vede! commenterebbe qualcuno), relegata in un minuscolo scaffale delle grandi librerie, costretta ad allagare con le sue acque talora eccelse, talora banali, talora semplicemente artigianali le pagine del web in assenza di un riscontro sui quotidiani; o ancora ristretta in un reading per pochi intimi congiurati del genere società segreta. Il poeta argentino Juan Gelman (1930-2014) la ritrae come un cane randagio, reietto e scacciato eppure l’unico essere capace di dialogare con la luna.

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Stubbs

GEORGE STUBBS, “PORTRAIT OF A WHITE DOG”

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LA FRASE DEL GIORNO
[La poesia] Vive in tutto ciò che si innalza / all’aria e dal nascere. / Non chiede nemmeno una visita. / Le basta quel che non è successo.
JUAN GELMAN, Nel rovescio del mondo

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