mercoledì 31 dicembre 2014

Di anno in anno

 

FRANCO FORTINI

PER L’ULTIMO DELL’ANNO 1975

ad Andrea Zanzotto

Come nel buio si ritrae lento,
Andrea, questo anno già da sé diviso.
Ora nel vischio del suo fiele intriso
starà così per sempre dunque spento.

Ma quel che in noi di anno in anno è deriso
o incompiuto e deforme non lamento:
se uno è vinto e un altro è stato ucciso,
uno ha durato contro lo sgomento.

Qui stiamo a udire la sentenza. E non
ci sarà, lo sappiamo, una sentenza.
A uno a uno siamo in noi giù volti.

Quanto sei bella, giglio di Saron,
Gerusalemme che ci avrai raccolti.
Quanto lucente la tua inesistenza.

(da Paesaggio con serpente, Poesie 1973-1983, Einaudi, 1984)

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Un altro anno che finisce, un altro anno da porre a bilancio. E il consuntivo è naturalmente un dare e avere, una serie di eventi belli e di altri meno belli, di desideri realizzati e di altri frustrati. Non si può sfuggirvi, è ineluttabile questo scorrere del tempo, come rileva il poeta Franco Fortini (1917-1994) in questo sonetto dedicato all’amico Andrea Zanzotto. Insomma, i San Silvestro e i Capodanni sono posti lì come dei chiodi, come delle boe attorno a cui passare: è una cosa che possiamo soltanto accettare, nulla più.

Che dire d’altro? Buon anno, amici!

2015


La fine di ogni anno è tempo di statistiche. Eccomi a tracciare quello che è il “registro” del Canto delle Sirene per il 2014. Non siete obbligati a leggerlo: se volete, passate subito alla frase del giorno :-)

 

VISITE: 173.000 (+2,7%)

PAGINE VISTE: 364.000 (+6,7%)

TEMPO MEDIO SUL SITO: 2:13 (+7,7%)


LE CINQUE PRINCIPALI CHIAVI DI RICERCA
(escludendo “Il canto delle sirene” e simili):

  1. moralista francese del 600
  2. dora markus
  3. haiku sulla primavera
  4. francesca woodman
  5. nizar qabbani

RECORD DI VISITE: 1.053, il 5 gennaio
(il più basso 276 il 24 agosto)


I POST PIÙ LETTI IN ASSOLUTO NEL 2014

  1. I moralisti francesi 
  2. Bacio anche le tue domande
  3. Dora Markus
  4. Le affinità d’anima
  5. Haiku d’autunno

I POST PIÙ LETTI TRA QUELLI SCRITTI NEL 2014

  1. Juan Gelman
  2. Un amore felice è normale
  3. Amare è aspettarti
  4. Altre due poesie per novembre
  5. L’inseparabile ombra

SITI CHE LINKANO IL BLOG
(cui va Il mio doveroso grazie)

  1. La Poesia di Claudio Malune 623 visite originate
  2. La belle auberge 294
  3. Spazio Radioquattordici 1847
  4. Frammenti di specchio 139
  5. Arazzi e scazzi 86
  6. Il giardino delle Esperidi 60
  7. Germogliare 44
  8. Liceo Levi Montebelluna 35
  9. Natapolla 23
  10. L'Olivo Saraceno 19

PROVENIENZE DA SOCIAL NETWORK, AGGREGATORI E MOTORI DI RICERCA

  1. Google 114.000
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  5. Yahoo 1.745
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  8. Arianna 480
  9. Ask 384
  10. Internet 3 353

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LA FRASE DEL GIORNO
Non può esser già un nuovo anno. Io non ho ancora finito l’anno scorso!
CHARLES M. SCHULZ, Peanuts

martedì 30 dicembre 2014

Tra le nebbie

 

ALFONSO GATTO

INVERNO A MILANO

Vedete là nel cielo, in quel piccolo sole
d’inverno tra le nebbie, un ricordo del sole?
Come la luna guarda e si lascia guardare.
Milano a mezzogiorno è già crepuscolare.

E gli alberi anneriti in quel freddo d'argento
hanno rami gentili, a tratti passa il vento,
un vento senza voce, a poco a poco imbruna.
Solo il piccolo sole come una grande luna.

Così il Duomo fiorito di grigio e di lichene
appare nelle nebbie delle notti serene.

(da Il Vaporetto, Nuova Accademia, 1963)

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Una decina giorni fa, intorno a Natale, una nebbia abbastanza insolita ha invaso queste lande e anche la città di Milano – insolita perché ormai rari sono i nebbioni di una volta per merito (o colpa?) della cementificazione. Comunque, nel cielo del mattino brillava a tratti quel sole simile a una luna, a una particola appena luminosa nel grigio totale che avvolgeva le strade e i giardini. Quel sole che ritrovo adesso nella poesia di Alfonso Gatto (1909-1976),  così come quelle antiche nebbie capaci di trasformare in un gotico fantastico il volto delle città.

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Sole nebbia

FOTOGRAFIA © ROGER FORD

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LA FRASE DEL GIORNO
C'è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza.
CARLO CAMPANINI, Catene invisibili

lunedì 29 dicembre 2014

Sul ponte con le oreficerie

 

GHIANNIS RITSOS

CITTÀ FERMA NEL TEMPO LONTANO

Città ferma nel tempo lontano
ocra castano verde scuro
porte a volta finestre ortogonali -
mi fermai sul ponte con le oreficerie
guardai il fiume - non scorreva
solo le statue traslocavano nel pomeriggio
portando in spalla i loro piedistalli
fino ai profondi dormitori degli amanti nudi.

Firenze, 31.V.1976

(da Trittico italiano. Nove poesie, Crocetti, 1982 - Traduzione di Nicola Crocetti)

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L’Italia ha sempre affascinato poeti e scrittori, dai tempi del Grand Tour obbligatorio per i giovani aristocratici del XVII secolo. Il Viaggio in Italia di Goethe, Hemingway tra Venezia e la laguna, E.M. Forster a Firenze, Iosif Brodskij a Roma e Venezia, dove addirittura scelse di essere sepolto. E anche un greco come Ghiannis Ritsos (1909-1990) cede al fascino del Bel Paese, affacciandosi da Ponte Vecchio per cogliere la bellezza e la sensualità di Firenze.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Firenze è una città che ha uno spiccato carattere, ed è fermamente radicata nei sentimenti di molte persone. Benché molti stranieri possano in un primo tempo sentirla fredda e scostante, purtuttavia essi non possono negare la sua speciale intensità.
KEVIN ANDREW LYNCH

domenica 28 dicembre 2014

Datemi spazio

 

ALDA MERINI

SPAZIO

Spazio spazio io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita;
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.

(da Vuoto d’amore, 1991)

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Datemi spazio, chiede la poetessa milanese Alda Merini (1931-2009), forse restia agli spazi angusti per i suoi trascorsi in clinica psichiatrica: al suo “cuore di radice ferita” necessitano le vaste praterie dell’anima, le estasi dell’assoluto, se è vero che “Io trovo i miei versi intingendo il calamaio nel cielo”.

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Floating

ROB GONSALVES, “THE PHENOMENON OF FLOATING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio.
ALDA MERINI, Aforismi e magie

sabato 27 dicembre 2014

Fidati delle ore

 

GALWAY KINNELLgalway-kinnell-1

ASPETTA

Aspetta, per adesso.
Diffida di tutto se devi.
Ma fidati delle ore. Non ti hanno forse
portato ovunque, fino adesso?
Eventi personali si faranno nuovamente interessanti.
I capelli si faranno interessanti.
Il dolore si farà interessante.
Le gemme che si schiudono fuori stagione si faranno interessanti.
Guanti usati si faranno nuovamente graziosi;
le loro memorie sono ciò che dà loro
il bisogno di altre mani. La desolazione
degli amanti è la stessa: quell’immenso vuoto
ricavato da esseri così piccoli quali noi siamo
chiede di essere riempito; il bisogno
del nuovo amore è fedeltà al vecchio.

Aspetta.
Non andare troppo presto.
Sei stanco. Ma tutti sono stanchi.
Ma nessuno è stanco abbastanza.
Aspetta solo un po’ e ascolta:
musica di capelli,
musica di dolore,
musica di telai che intessono di nuovo i nostri amori.
Sii lì per sentirla, sarà la sola volta,
più di tutto per sentire la tua esistenza intera,
ripetuta dalle pene, recitare se stessa fino al completo esaurimento.

(Wait, da Nuovi poeti americani, Einaudi, 2006 - Traduzione di Elisa Biagini)

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Galway Kinnell (1927-2014), poeta statunitense Premio Pulitzer, traccia qui i confini della sua ricerca: la poesia non è una fuga nell’immaginario ma un’immersione nello spirito del mondo, nella bellezza della natura. E vivere è un equilibrio precario tra l’idillio e la tenebra, il filo sul quale passeggiamo come funamboli. E, dice Kinnell, “forse la poesia è come il canarino che giace sul fondo della sua gabbia nella miniera: ci avverte di ciò che sta per accadere”.

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Man at red bar

FABIAN PEREZ, “MAN AT RED BAR”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non mi sono mai definito poeta. Robert Frost disse che il termine poeta è una parola di lode e quindi uno non deve applicarla mai a se stesso o suonerà vanitoso.
GALWAY KINNELL, Kent, 25 novembre 2013

venerdì 26 dicembre 2014

Centenario di Parronchi

 

Ho già dedicato un lungo post al poeta Alessandro Parronchi: rimando a quello per una breve analisi poetica. Oggi, che ricorre il centenario della nascita - essendo egli nato a Firenze il 26 dicembre 1914, lo stesso anno degli amici Luzi e Bigongiari, e morto nella città natale il 6 gennaio 2007 – mi limito a proporre un’altra ampia scelta delle sue poesie.

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OTTONE ROSAI, “RITRATTO DI ALESSANDRO PARRONCHI”

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da I visi, 1943

I VISI

Vecchi rami si tingono di verde,
e a tratti solitario nell’odore
dei vicini frutteti un nauseante
fior di mandorlo inebria di speranza
lo sguardo inaridito dei viandanti.
La notte strofinandole turchine
ha rese le ghirlande, e oltre le case
come avvolti i cipressi e d’angosciosi
veli opache le sue stele tremende
hanno i giardini, e il vento come spenge
oro e oro su un fosco davanzale!
Così una volta contro i vetri chiusi
dove urtavano bacche, questo sole
rifrangeva improvviso i primi suoni
delle campane, un brusio d’alveari.
E l’aie d’irrequieti giovanetti
giubilando s’empivano. È tornata
l’ora del vespro, il pigro urto del vento
sperde le fredde luci in un fulgore
di roseo vino effervescente

1941

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SALUTO

E tu ti leverai libera un giorno
su queste strade e cercherai nel rosa
d’altre sere venienti una fanciulla
che ti somigli e replichi il tuo viso
nell’aria, le tue palpebre nel sole.

Mi sarà dato risentire i gridi
dell’antica città dove la chioma
illuminata germinò il colore
dell’ortensia, e sui labbri d’autunnale
vento percossi palpitar la voce
per te ancora di lacrime amorose.

Così al mondo passar senza parole
non potrai: per le foci delle stelle
questa notte risale e ogni altro lume
berrà. Presto con te saranno sole
l’ombre intente ai giardini, io senza vita

tornerò qui d’intorno ad alitare
dolce forse così come la neve
cade i freddi cortili, ai davanzali
delle case ove in quiete ombre s’avverano.

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da Un’attesa, 1949

LIED

A un soffio di vento dell’alba ha tremato
la stella, poi veli su veli di luce
la vincono. Invade i marosi del cielo
l’inverno e sconvolge quei rami d’ulivo
un vento che strappa l’amico all’amico,
che strugge i ricordi, che annulla per sempre
nel bianco dell’alba la luce d’un viso.

Lontano da qui mi vedrai. Sentiremo,
speranza che ho chiuso nel cuore, spuntare
viole nei fondi boscosi, degli anni
perduti la ressa disfarsi, cantare
a noi quelle voci che prima udivamo,
le dita sui rami ghiacciati di brina
nel rosso dell’alba più calde passare.

La triste catena fu rotta, pareva
che mai l’uno all’altro saremmo sembrati
gli stessi che un giorno s’amarono... Andiamo!
Le stelle son già dileguate, la neve
coi fumi dell’alba si mischia, riappare
più forte la luce, né più dove ieri
ci vinse la sera possiamo tornare.

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da Pietà dell’atmosfera, 1970

GRAZIE, BETOCCHI

Triste assillo dell’inutilità
ci tormenta da giovani.
Ricordo che davanti alle vetrine
di Seeber ero triste se pensavo:
poter essere lì con un libro
che dica qualcosa…
Perché questo inutile vagare?

Poi gli anni accelerarono
e non ci fu più modo
nell’orgasmo di far tutto, di sentirsi
inutile, piuttosto mi sentivo
- presuntuoso o illuso? –
non utile abbastanza…
Così il tempo ingannando
l’attività mi ha preso
e con sé giorno giorno mi trascina.
Quand’ecco apro un giornale e leggo
le poesie di Betocchi “diarietto invecchiando”.
Perdio, mi chiedo, dov’è più
la vera utilità?
Da quest’uomo che ha fede anche per me
il tormento dell’inutile rinasce.

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da Climax, 1990

IL NUMERO CI VINCE

Il numero ci vince. E per resistergli
l'uomo adopra il computer.
Ma tu che mi sei accanto - se per caso
capitato sia qui o per un disegno
prefissato
ab aeterno
non importa -
solo che io possa pungerti nel cuore
so di averti compagno mio per sempre.
Fai tu lo stesso con chi ti sta accanto,
lui con un altro: e il mondo sarà fiamma.

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Altre poesie di Alessandro Parronchi sul Canto delle Sirene:

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LA FRASE DEL GIORNO
La mia poesia non sorride, è memoria di ciò che vive od è vissuto, cerca di ritrovarne la traccia e si vorrebbe colorare di speranza.
ALESSANDRO PARRONCHI, Il Secolo XIX, 1° giugno 2001

giovedì 25 dicembre 2014

E se poi venisse davvero?

 

DINO BUZZATIBuzzati

CHE SCHERZO!

E se poi venisse davvero?
Se a quell’ora precisa
mentre la nebbia oppure la pioggia nera
oppure comunque le caligini il fetido l'incubo nero
della notte sopra la pianura dell’umidità
e dell’espansione economica
l'arcipelago delle luminarie
sempre più denso verso il centro
specialmente i cinema i bar le stazioni di servizio
e poi nel cuore della città
la massima concentrazione di luci
di lusso di soldi di gioia di vizio
se nei palazzi cascine falansteri
attraverso le illusioni e i misteri,
lui davvero venisse?
Che scherzo pericoloso, eh?

Perché dicono dicono ma
non ci crede più nessuno.
Il proprietario del magazzino famoso
di articoli da regalo
non ci crede, e ne ride bonario
con le clienti in visone
anche il negoziante di giocattoli
sollevato dall'andamento straordinario
degli affari nonostante la recessione.

Non ci crede il capofamiglia
né lo scapolo né il coniugato
né il vecchio zio né la figlia,
neppure la mamma sebbene
tenendoli sulle ginocchia
abbia dettato ai bambini le lettere
col presepio e il bordo dorato
destinazione Paradiso
in franchigia, senza riflettere
al rischio della mistificazione.

Non ci crede neanche don Saverio
il buon prevosto della parrocchia
non basta infatti la fede
per prendere veramente sul serio
questa antica superstizione.

E neppure ci credono i bambini
che avrebbero sufficiente ingenuità
voglia di miracoli, di fantasia
di mostri, di favole, ma
ci fu quel sorriso speciale
della mamma così ambiguo e allora
nacque in loro l’ipocrisia
per la prima volta, con la paura
tipicamente italiana
di passare per cretini.

Neanche loro dunque ci credono più
che alla mezzanotte del venti-
quattro, carico di regali
in carte d'oro e d'argento
fra un grande sbattere d’ali
(ci saranno anche gli angeli, no?)
arriva il Bambino Gesù.

E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse? Se accanto al fuoco
al mattino si trovassero i doni
la bambola il revolver il treno
il micio l'orsacchiotto il leone
che nessuno di voi ha comperati?
Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.

E se sul serio venisse?
Silenzio! O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell’attraversare il salotto
Guai se tu svegli i ragazzi,
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi coi nostri razzi.
Fa piano, Bambino, se puoi.

(da Novità, n. 165, dicembre 1964-gennaio 1965)

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Cari amici del Canto delle Sirene, eccomi anche quest’anno ad augurarvi un Lieto Natale: lo faccio con questa poesia di Dino Buzzati (1906-1972) che invoca la magia del Natale e medita sulla necessità di non trasformare la festa solo in un’ipocrisia commerciale.

Auguri!

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PAUL LANDRY, “A CHRISTMAS MORNING”

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LA FRASE DEL GIORNO
In quest'ora abbiamo un posticino dentro di noi dove siamo semplicemente bambini, che attende e sta là, fiducioso e mai confuso, nel suo diritto a una grande gioia: questo è il Natale.
RAINER MARIA RILKE, Lettere di Natale alla madre

mercoledì 24 dicembre 2014

Ma oggi quale Natale?

 

GIOVANNI CRISTINICristini

SE LA CAPANNA È VUOTA

Ma oggi quale Natale
se sul dosso bianco di neve
più non arranca l’asino
con il suo traino dorato;

se gli alberi del prato
non hanno più cristalli sulle dita,
e il torrente ghiacciato
più non muove il mulino;
se i cammelli hanno perso
la strada della stella
e la capanna è vuota
e sulla buia pietra del camino
non c’è che un po’ di cenere
e carbone?

Quale Natale se oggi
per la tua e nostra fame
non c’è più pane,
e per scaldarsi il cuore
l’uomo alza le mani
tremanti - quasi una resa mortale -
al freddo fuoco del televisore?

(da Famiglia Cristiana, n. 51, 1995)

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Siamo ormai giunti alla Vigilia di Natale, tra l’affannosa ricerca dell’ultimo regalo e l’equilibrismo per fare i conti con la crisi economica che ci stritola ormai da anni. Ho scelto per oggi i versi con cui il poeta bresciano Giovanni Cristini (1925-1995) denuncia la perdita di valori della nostra società, l’assenza della memoria, l’affidarsi forsennato ai mezzi di comunicazione che sembrano un mezzo per alleviare la solitudine e invece spesso altro non fanno che acuirla, allo svuotamento del senso spirituale del Natale, tramutato ormai in una festa commerciale, lontana dallo spirito del presepio.

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Preti

MATTIA PRETI, “ADORAZIONE DEI PASTORI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Possiamo dirci umani / almeno per una notte / ancora.
DAVID MARIA TUROLDO, Lo scandalo della speranza

martedì 23 dicembre 2014

Sotto Natale

 

TONINO GUERRAGuerra

LA PIÓMA

A n m’arcòrd piò e’ dé
e l’òura ma a sémi sòtta Nadèl,
ò vést che caschèva una pióma
da in zoima e’ campanoil
e a so rèst a guardè pr'aria
cumè ch’a fóss me che vulèva
e pianin pianin a so arivàt ma tèra
s’una legerèzza che mai.

* * *

LA PIUMA

Non ricordo più il giorno
e l’ora ma eravamo sotto Natale,
ho visto che cadeva una piuma
da in cima al campanile
e sono restato a guardare in alto
come se fossi io che volavo
e piano piano sono arrivato a terra
leggero come non mai.

(da Famiglia Cristiana, n. 51, 1994)

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È l’antivigilia di Natale e ormai si respira quell’atmosfera un poco magica e soffusa tipica di questi giorni, quasi sospesi. È quella poesia, quella leggerezza che trova con il suo dialetto romagnolo Tonino Guerra (1920-2012): quel senso spirituale che si respira con l’approssimarsi del Natale.

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Piuma

FOTOGRAFIA © LOADPAPER

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LA FRASE DEL GIORNO
Difficile da dir che cosa sia: / Tale è, che anche solo / Narrarne il natalizio è già poesia.
RICCARDO BACCHELLI, La stella del mattino

lunedì 22 dicembre 2014

Non basterà tutto un Natale

 

CRISTINA CAMPO

BIGLIETTO DI NATALE A M.L.S.

Maria Luisa quante volte
raccoglieremo questa nostra vita
nella pietà di un verso, come i Santi
nel loro palmo le città turrite?

La primavera quante volte
turbinerà i miei grani di tristezza
dentro le piogge, fino alle tue orme
sconsolate – a Saint Cloud, sulla Giudecca?

Non basterà tutto un Natale
a scambiarci le favole più miti:
le tuniche d’ortica, i sette mari,
la danza sulle spade.

“Mirabilmente il tempo si dispiega…”
ricondurrà nel tempo questo minimo
corso, una donna, un àtomo di fuoco:
noi che viviamo senza fine.

(da La tigre assenza, 1991, Adelphi)

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Siamo ormai nella settimana di Natale. Ne approfitto per alcune poesie che girano attorno alla festa: per esempio, questo “biglietto d’auguri” in versi dedicato dalla poetessa bolognese Cristina Campo (1923-1977) alla quasi coetanea Maria Lusia Spaziani, da lei conosciuta a Roma, che le fece incontrare intellettuali e poeti. 

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FOTOGRAFIA © VITADAMAMMA

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LA FRASE DEL GIORNO
Il vero messaggio del Natale è che noi tutti non siamo mai soli.
TAYLOR CALDWELL

domenica 21 dicembre 2014

Inventi tracce

 

ALFRED KOLLERITSCHKolleritsch

SOFFIO DI VENTO

Con quale intensità inventi tracce,
seguirle,
ma tu non ti getti
come Afaia nel mare,
tu frantumi a morsi il bocciolo
per i tuoi giardini,
per la fine del fiorire,
nel mezzo della fuga.

(Windhauch, da La somma dei giorni, 2001 - Traduzione di Riccarda Novello)

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Il poeta austriaco Alfred Kolleritsch (Brunnsee, 1931) ha un suo concetto di poesia: “Parlare e dire significa al tempo stesso legare, ordinare le cose. La poesia è l’atto di disciogliere questo ordine, per liberarlo dalla rigidità e rinnovarlo continuamente”. Così si spiega quell’inventare tracce e seguirle: compito del poeta è quello di analizzare, inventare, sperimentare, per svelare le apparenze del reale, per andare oltre l’immanente.

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Signature --- Image by © Royalty-Free/Corbis

FOTOGRAFIA © HOLYTACO

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LA FRASE DEL GIORNO
Se si dà alla poesia il valore di cosa del mondo, allora anche le altre cose del mondo si illuminano diversamente e si è indotti a riflettere su cosa sia poi il mondo, in cui l’apparire accade, prima che si richiuda nell’essere-apparso”.
ALFRED KOLLERITSCH

sabato 20 dicembre 2014

Bastimenti

 

DARIA MENICANTI

SOGNO

Dal porto grigio e tenero di nebbia
con soavi lentezze bastimenti
uscivano infiniti - e su una tolda
qualcuno mi garriva salutando
pur me pur me coi cenni, con la mano.
L'angoscia di quel fazzoletto
nella sua chiusa palma!
Fitto mi stette subito il coltello
dell'abbandono:
ero dunque la terra
da cui si strappa l'albero infelice.
Ero colei che infine si diserta
dopo infinita guerra.
    E dolevo di lui selvaggiamente
per ogni sua radice.

Febbraio-marzo 1963

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La poetessa milanese Daria Menicanti (1914-1995) racconta con i suoi versi accuratamente levigati un suo sogno: una serie infinita di navi che partono nella nebbia, la gente che saluta con la mano, con i fazzoletti. E quel partire è per lei che rimane a terra un addio, è lo staccarsi dall’amato, un doloroso restare.

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Nave

IMMAGINE © HANSEN FINE ART

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LA FRASE DEL GIORNO
L’essenza / stessa della speranza è di restare.
DARIA MENICANTI, Altri amici

venerdì 19 dicembre 2014

Le dissi

 

JOSÉ MARÍA FONOLLOSAfonollosa2

SESTA STRADA

Che non sarei più rimasto con lei le dissi.
(Lei camminò al mio fianco fino al mio appartamento).

Che non l’avrei più abbracciata le dissi.
(Lei pose le mie braccia sulle sue spalle).

Che non l’avrei più ascoltata le dissi.
(Lei versava le sue parole nella mia bocca).

Che non avrei fatto l’amore con lei le dissi.
E adesso riposa qui sopra il mio petto.

(Avenue of the Ámericas, da Ciudad del hombre: New York, 1990)

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Una serie di piani sequenza, oppure un susseguirsi di scene teatrali in questa poesia di José María Fonollosa (1922-1991), poeta spagnolo che visse da esule a New York alla metà degli Anni ‘50 e che considerava la Grande Mela la città dei suoi sogni. Quattro atti minimi in cui un uomo si nega a una donna, a un amore che ritiene concluso e che invece divampa alla fine in tutta la sua passione, confermando il motto virgiliano “Omnia vincit Amor, et nos cedamus Amori”.

 

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DIPINTO DI CLARE ELSAESSER

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LA FRASE DEL GIORNO
È più facile capire quando l'amore comincia che quando finisce.
ROBERTO GERVASO, Il grillo parlante

giovedì 18 dicembre 2014

Lasciarti essere te

 

ERICH FRIED

TE

Te
lasciarti essere te
tutta intera
Vedere
che tu sei tu solo
se sei
tutto ciò che sei
la tenerezza
e la furia
quel che vuole sottrarsi
e quel che vuole aderire
Chi ama solo una metà
non ti ama a metà
ma per nulla
ti vuole ritagliare a misura
amputare
mutilare
Lasciarti essere te
è difficile o facile?
Non dipende da quanta
intenzione e saggezza
ma da quanto amore e quanta
aperta nostalgia di tutto-
di tutto
quel che tu sei
Del calore
e del freddo
della bontà
e della protervia
della tua volontà
e irritazione
di ogni tuo gesto
della tua ritrosia
incostanza
costanza
Allora
questo
lasciarti essere te
non è forse
così difficile.

(Dich, da È quel che è, Einaudi, 1988 – Traduzione di Andrea Casalegno)

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Lasciarti essere te. Quello è il senso dell’amore: comprendere l’essenza dell’altro e rispettarlo. Dice bene il poeta austriaco naturalizzato britannico Erich Fried (1921-1988): “Chi ama solo a metà / non ti ama a metà / ma per nulla”, chi antepone il sé al noi non ama, chi crede nel possesso non ama, chi vuole cambiare l’altro non ama.

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Liepke

MALCOLM LIEPKE, “BLACK COLLAR”

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LA FRASE DEL GIORNO
Io bacio anche le tue domande / E i tuoi desideri / Bacio il tuo riflettere / I tuoi dubbi / E il tuo coraggio / Il tuo amore per me / E la tua libertà da me / Il tuo piede che è giunto qui / E che di nuovo se ne va.
ERICH FRIED, È quel che è

mercoledì 17 dicembre 2014

Un grido semplice

 

GHIANNIS RITSOS

TEATRO ANTICO

Quando, verso mezzogiorno, si trovò al centro del teatro antico,
lui, giovane greco, privo di sospetto, ma bello quanto quelli,
lanciò un grido (non di ammirazione; l’ammirazione
non la provava affatto, e se anche l’avesse provata
non l’avrebbe certo manifestata), un grido semplice
forse per la gioia incontenibile della sua giovinezza
o per saggiare la sonorità del luogo. Di fronte,
al di sopra dei monti verticali, l’eco rispose –
quest’eco greca che non imita né ripete
ma semplicemente continua a un’altezza smisurata
l’eterno grido di evviva del ditirambo.

(da Il funambolo e la luna, 1984 - Traduzione di Nicola Crocetti)

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Quando visitai l’imponente teatro greco di Siracusa e quello più raccolto ma forse più intimo di Taormina, sognai di potere in qualche modo ritornare indietro nel tempo per assistere come un greco antico alle tragedie di Euripide, Eschilo e Sofocle, alle commedie di Aristofane e Menandro. La macchina del tempo – come è noto – non esiste, ma la nostra immaginazione è un surrogato abbastanza accettabile, in mancanza. In quei teatri, come in quelli di Atene e di Epidauro, si percepisce quello spirito greco che Ghiannis Ritsos (1909-1990) evoca nella sua poesia. Su quegli spalti sembra davvero di sentire risuonare le voci degli attori, l’evoè lanciato dalle Baccanti a Dioniso.

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Siracusa

TEATRO GRECO DI SIRACUSA - FOTOGRAFIA © GALENFRYSINGER

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LA FRASE DEL GIORNO
Il teatro è l'attiva riflessione dell'uomo su se stesso.
NOVALIS, Frammenti

martedì 16 dicembre 2014

Conturbante e surreale

 

MARIA LUISA SPAZIANI

DARSI LA MANO DI LONTANO

Darsi la mano di lontano è il gesto
più assurdo, conturbante e surreale.
Tu sei vivo, e la stringo in certe notti
anche a Giacomo, Guido, Eugenio ed Emily.

Non c'è tesoro al mondo che non fossi
disposta a barattare, anche la vita,
se sfiorasse nel buio la mia mano
fra cinquant'anni un giovane poeta.

(da Poesia, n. 296, Settembre 2014)

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Maria Luisa Spaziani (1922-2014) intesse con queste due quartine un omaggio alla poesia sottolineando quel rapporto di intimità che si instaura tra il lettore e il poeta: tutti noi abbiamo le cosiddette “poesie del cuore”, così come uno o più autori prediletti – facile riconoscere nei quattro nomi citati Leopardi, Gozzano, Montale e la Dickinson – che portiamo dentro di noi, che consideriamo ormai alla stregua di amici.

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Chalmé

MARC CHALMÉ, “RAGAZZA CHE LEGGE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni poesia è, a suo modo, una preghiera, in grado di distogliere lo sguardo dall’orizzontalità del nostro vivere e guardare un po’ al di sopra.
MARIA LUISA SPAZIANI, Gazzetta d’Asti, 25 novembre 2012

lunedì 15 dicembre 2014

Mare di cemento

 

GEORG HEYM

BERLINO I

Seduti sopra l'erto e polveroso
argine della strada, contempliamo
la calca innumerevole e confusa
e, nella sera, la città lontana.

Le vetture dei tram, imbandierate,
s'aprono, colme un varco tra la folla.
Fendon gli omnibus, carichi, le strade.
Suonar di clacson, fumo ed automobili.

Verso l'immenso mare di cemento.
Ma ad ovest si disegna, fusto a fusto,
la filigrana delle chiome spoglie.

Il sole pende, enorme, all'orizzonte.
Fiamme saetta l'arco della sera.
E il sogno della luce, alto, su tutto.

(Berlin I, da Umbra Vitae, 1912 – Traduzione di Paolo Chiarini)

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Georg Heym (1887-1912), poeta tedesco del quale ho già proposto Dormiveglia, trascorse la sua breve vita poetica nel solco dell’espressionismo: questa poesia, che rappresenta un tramonto cittadino, anticipa molte scene di film celebri di quel movimento artistico – come non pensare a Metropolis di Fritz Lang? – con quel muoversi di veicoli e di pedoni, con quelle architetture di vetro e di cemento su cui si riflette la luce arancione della sera.

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Kirchner

ERNST LUDWIG KIRCHNER, “BRANDENBURGERTOR, BERLIN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Se i pessimisti profetizzano un futuro di macerie, i profeti ottimisti sono ancor più raccapriccianti quando annunciano la città futura in cui viltà e tedio dimoreranno in alveari intatti.
NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA, In margine a un testo implicito

domenica 14 dicembre 2014

E ricercai la stretta porta

 

PEDRO SALINAS

UN’ANIMA TU AVEVI

Un’anima tu avevi
cosi chiara ed aperta
ch'io non potetti mai
nella tua anima entrare.

Andavo in cerca di aditi angusti,
d’alti e difficili passaggi…
Si andava alla tua anima
per aperti cammini.

Preparai un’alta scala
- sognavo di alte mura
che le fossero a guardia -,
però l’anima tua
era senza riparo
di muri e di recinti.

E ricercai la stretta porta
della tua anima,
ma non aveva accessi,
così franca com’era,
la tua anima.

Dov’è che cominciava?
Dov’è che aveva termine?
E rimasi per sempre seduto
sulle vaghe frontiere della tua anima.

(El alma tenías, da Preagios, 1923 - Traduzione di Vittorio Bodini)

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Questi versi appartengono alla prima fase poetica di Pedro Salinas (1891-1951), quando il poeta spagnolo avvertiva maggiormente gli influssi di Juan Ramón Jiménez, che non a caso scrisse la prefazione di Presagios. La poesia pura è al centro dei suoi temi, spaziando dall’amore al mistero dell’esistenza, con incrostazioni ultraiste che svaniranno negli anni a seguire. Ed ecco allora da dove nasce questa impossibilità di raggiungere le profondità dell’anima, questa impossibilità di realizzare la pienezza dell’amore che ritornerà poi come scelta sofferente nella raccolta La voce a te dovuta, quando Salinas dovrà rinunciare a Katherine.

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steirnagle_Summer-Read

MICHAEL STEIRNAGLE, “SUMMER READ”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho sempre avuto un desiderio d’amore così vivo che per esso sono divenuto poeta.
PEDRO SALINAS, Lettere d’amore a Margarita

sabato 13 dicembre 2014

Il più bello dei sogni

 

NAZIM HIKMET

ANIMA MIA

Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà

anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi pian piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.

(da Poesie d’amore, Mondadori – Traduzione di Joyce Lussu)

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“La tua anima è un fiume, mio amore, / scorre in alto tra le montagne / tra le montagne verso la piana / verso la piana senza poterla raggiungere”. Il poeta turco Nazim Hikmet (1902-1963) soffre di nostalgia per l’amata, lui per anni recluso in carcere o esule all’estero e separato da lei. Ma, come si sia, il vero amore è desiderare il bene dell’amato. Ecco allora questa dolcissima visione della donna nel sonno, il poeta la prega di abbandonarsi alla dolcezza del sogno, al languore del sonno, dove è racchiusa ora la sua carezza d’amore.

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Casorati

FELICE CASORATI, “IL SOGNO DEL MELOGRANO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu porti in te un riflesso di me stessa, una parte di me. Ti ho sognato, ho desiderato la tua esistenza.
ANAÏS NIN, Henry e June

venerdì 12 dicembre 2014

L’onda che ritorna

 

MEIRA DELMAR

REMINISCENZA

Si incrociarono un breve istante
il tuo sguardo e il mio.

E seppi all’improvviso
- non so se anche tu -
che in un tempo
senza anni né orologi,
un altro tempo,
i tuoi occhi e i miei
si erano incontrati,
e quella di allora
non era che un’eco,
l’onda che ritorna,
attraversando mari,
all’antica spiaggia.

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Gli antichi uomini – mito narrato nel Simposio di Platone – erano forniti di due teste, quattro braccia e quattro mani e di entrambi i sessi, e con la loro forza arrogante mossero guerra gli dei: per punirli Zeus decise di tagliare ciascuno di essi in due “come si tagliano le sorbe per conservarle, o come si taglia un uovo con un filo”. Ogni metà è condannata ad andare in cerca dell’altra metà. È un mito, d’accordo, ma capita talvolta di incontrare una persona e di sentire quell’emozione, di pensare che sia la nostra altra metà separata, quella che si definisce anche “anima gemella”. È il caso raccontato dalla poetessa colombiana Meira Delmar (1922-2009), la percezione di essersi già incontrati, di essere l’altro atteso per anni: basta uno sguardo per far ritornare l’onda partita un giorno alla stessa spiaggia dove nacque.

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Landelle

EMILE FRIANT, “LES AMOUREUX”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amore è desiderio di conoscenza.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

giovedì 11 dicembre 2014

Come i naufraghi

 

ANA PÉREZ CAÑAMARESAnaPerez-Canamares_p-d2c7e

LANCIAMO SMS

per Gsús

Lanciamo sms
e-mail
voci nei giornali di bordo

proprio come i naufraghi
lanciavano in mare le loro bottiglie.
Chiediamo che ci salvino

dalle nostre isole senza spiagge.
Come sempre, ci sono maree
turisti e numerosi curiosi

e solo qualche volta
uno tra la folla
capisce il nostro testo.

(da Las sumas y los restos, 2013)

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Sono versi modernissimi questi della poetessa spagnola Ana Pérez Cañamares (Santa Cruz de Tenerife, 1968): c’è la tecnologia dei nostri tempi, gli sms e le e-mail che ci scambiamo adesso anche dai nostri aggiornatissimi smartphone – ma noi, credendo di essere connessi con il mondo intero, siamo invece sempre più isolati, sempre più soli e neppure ci rendiamo conto che spesso quei messaggi che lanciamo nel vasto mare della Rete, i post nei nostri blog, gli stati che condividiamo su Facebook, i 140 caratteri di testo che usiamo su Twitter, spesso altro non sono che richieste di comprensione, mezzi per rompere questo nostro isolamento.

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Messaggio

FOTOGRAFIA © MBGRAPHICS

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LA FRASE DEL GIORNO
Pensiamo che essere adulti significhi essere indipendenti e non aver bisogno di nessuno. Ecco perché stiamo tutti morendo di solitudine.
LEO BUSCAGLIA, Vivere, amare, capirsi

mercoledì 10 dicembre 2014

Bagnanti ballerine

 

Govoni (1)

 

 

CORRADO GOVONI

BUCATO + BAGNI + BALLO = PRIMO AMORE

Govoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(da Rarefazioni e parole in libertà, 1915)

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Futurismo puro e sperimentale quello di Corrado Govoni (1884-1965) nelle poesie visive di Rarefazioni. Il poeta ferrarese, mai compiutamente futurista, ma passato dal crepuscolarismo ad altre forme più vicine all’ermetismo transitando per il movimento marinettiano solo in seguito all’amicizia con Paolo Buzzi, riesce tuttavia a realizzare alcune delle opere più significative del futurismo poetico grazie all’immaginazione del suo impressionismo grafico rendendo visibile l’intenzione del manifesto: “[Il poeta]Non perderà tempo a costruire i periodi. S'infischierà della punteggiatura e dell'aggettivazione. Disprezzerà cesellature e sfumature di linguaggio, e in fretta vi getterà affannosamente nei nervi le sue sensazioni visive, auditive, olfattive, secondo la loro corrente incalzante”. Govoni va addirittura oltre, fondendo i suoi sentimenti in una poesia che è anche disegno, che riesce a costruire la scena marina in cui si manifesta quell’amore estivo, mettendoci pure dell’ironia: “mare bucato di vecchi di bambine di signorine bagnanti ballerine d’acqua alla corda col cerchio del salvagente osso dei biberons di donne bagnomaria che succhia la mia voluttà”.

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govoni_rarefazioni

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LA FRASE DEL GIORNO
Nel giardino di vento dei tuoi occhi / si è fermata per sempre la mia vista; / ma non dico a nessuno / ch'io vedo i fiori come scarabocchi.
CORRADO GOVONI, Poesie elettriche

martedì 9 dicembre 2014

Nel suo guanciale di passi

 

GERARDO DIEGOgerardodiego

ROSA MISTICA

Era lei
                                  E non lo sapeva nessuno

Ma quando passava
le piante s’inginocchiavano

Annidava nei suoi occhi
                                        l’avemaria
s’intrecciavano nelle sue chiome
                                                      le litanie
Era lei                                              Era lei

Svenni nelle sue mani
come una foglia morta

                                             le sue mani ogivali
                                che davano da mangiare alle stelle

Volavano nell’aria
romanze senza suono

                                          Nel suo guanciale di passi
                                           rimasi addormentato

(Rosa mística, da Imagen, 1921 - Traduzione di Vittorio Bodini)

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Gerardo Diego (1896-1987), poeta spagnolo, portò all’estremo l’avanguardia del surrealismo iberico, seguendo l’esempio francese di Pierre Reverdy: cercava più che il nuovo, l’inedito, come si può apprezzare da questa poesia che racconta dell’incontro con una bellissima donna per la strada e risulta - come rilevò Vittorio Bodini - “una vetrina di immagini” che richiama dipinti di Picasso e di Chagall.

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chagall-pisa

MARC CHAGALL, “PRINTEMPS AU PRÉ”

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LA FRASE DEL GIORNO
Perquisite il mio taschino / Vi troverete piume in funzione di uccello / briciole in cerca di pane tarlate divinità / frasi d’amore eterno senza / carta d’imbarco / e gli occulti sentieri delle onde.
GERARDO DIEGO, Biografia incompleta

lunedì 8 dicembre 2014

Centenario di Alberto Mondadori

 

Alberto Mondadori, di cui ricorre oggi il centenario della nascita, nacque a Ostiglia l’8 dicembre 1914 e morì a Venezia nel 1976. Figlio dell’editore Arnoldo, seguì le orme paterne, lavorando nel gruppo editoriale. Fu lui a fondare settimanali famosi quali Tempo (1939) ed Epoca (1950) e a dare vita alla notissima collana di fantascienza Urania. Nel 1958 si staccò dall’azienda di famiglia fondando l’editrice Il Saggiatore. Scrittore e saggista, pubblicò anche quattro raccolte poetiche, tra cui la prima, la più celebre, Quasi una vicenda, vinse il Premio Viareggio 1957. Voce particolare, anche nello stile, si apre alle riflessioni sulla condizione della vita moderna e ai suoi dissidi: la storia di un “uomo di pena”, come notò Giacomo De Benedetti, che prova a “svincolarsi dalla pena per darsi concretezza formale e unità di visione poetica”.

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foto02

ALBERTO MONDADORI (A SINISTRA), CON ELIO VITTORINI NEL 1946 – © ARCHIVIO FONDAZIONE MONDADORI

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da Quasi una vicenda, Mondadori, 1957

 

LONTANANZE

Sprofondo
nel gorgo dei tuoi occhi già lontani,
compiute stelle di settembre.
La tuberosa sfoglia
il suo profumo
sul lago che minaccia:
a giorni ne vedrai solo lo stelo
imputridire
come
solo
dimora il tuo ricordo
amaro accordo di violini
che s’affoca tremando.

Le Pleiadi incoronano un cipresso
ed io cammino viottoli celesti
verso la luna,
salendo lungo il cielo.

Meina, ottobre 1935

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SOGNO DI PRIMAVERA

In silenzio consumo
ore anelanti
su sponde di luce,
e mi ridona
ilari e arcigne
il mondo
finestre di mattini.

Lucca, marzo 1947

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SONNO

Hai dormito in me
ed il tuo sonno era
distese bionde,
maraviglia grande di mare inconosciuto,
sommesso mormorio d’acque
che giovani canne
nascondono al passante,
antichi alberi, era, e forti
mura dell’erta Cattedrale,
e mutevole brezza
che praterie sotto cielo sereno
trascolori,
arcani fruscii d’insetti, era,
dall’alba smemorato della notte
in noi compiuta,
tutto ch’è d’esistere felice
era nel tuo dormire,
e stupito si taceva il mondo
ore dimenticando consuete.

Saint-Michel, agosto 1952

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RENOUVEAU

Lontani a venire
i giorni della sala
abbarcata in attesa dei carri,
pur s’annuncia
nei pastosi verdi della valle
nuova stagione.

Odi?
Anche la pioggia
più non lacrima pianto
di giorni perduti.
Piove dolcezza quieta
da turchina balaustra di monti
e il cielo sorprende
così grande così puro,
e lo smarrisce.

Camaiore, aprile 1956

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LA FRASE DEL GIORNO
Sterilità / sei tu che mi convinci a vivere, / spietata illusione di creare?
ALBERTO MONDADORI, Quasi una vicenda

domenica 7 dicembre 2014

Omaggio a Milano

 

GIULIANO GRAMIGNAGramigna

PERCHÉ AMO QUESTA CITTÀ

Un giorno amavi la città
perché fu la tua giovinezza.
Ma che ti scalda
ora in un tuffo al cuore se svolti l'angolo
con ali di bitume ai calcagni?
Non quel volto selvaggio e patetico
che conobbero gli amici,
ma la brace discreta che ti consuma
con il tempo, non-eterna salamandra.
Qui sto più a mio agio che dentro un vecchio
abito, è il mio corpo che sente usure
e morsi, s'intorpidisce con il sonno, si stira la mattina
in un grigio fumoso delicato come una perla.
In una parola: è la città dove invecchio, dove imparo
ogni giorno a tendere al centro.

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Oggi è Sant’Ambrogio, patrono di Milano. E l’omaggio a una città che amo, che ho imparato a conoscere frequentandola per l’Università, è doveroso: ho scelto una poesia di Giuliano Gramigna (1920-2006), bolognese di nascita ma milanese d’adozione, per moltissimi anni critico letterario del Corriere della Sera: perché le città, come rilevò anche Jorge Luis Borges, vivono in noi “come una poesia che non sono riuscito a fissare a parole”, diventano un abito che ci calza a pennello, un affabulatore che ci sa raccontare quanto siano belle e quante memorie vi abbiamo riversato.

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Flickr

GALLERIA VITTORIO EMANUELE – FOTOGRAFIA © MANUEL/FLICKR

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LA FRASE DEL GIORNO
Non è vero che sono brutta. Non è vero che sopra di me c'è sempre la nebbia. Non è vero che sono fredda e penso solo ai soldi. [..] Per chi mi avete preso? Io sono Milano. E sono una bella signora.
RAFFAELLA RIETMANN e MICHELE TRANQUILLINI, Un giorno a Milano

sabato 6 dicembre 2014

Amare è aspettarti

 

SALVADOR NOVONovo

AMARE

Amare è questo timido silenzio
accanto a te, senza che tu lo sappia,
e ricordare la tua voce quando vai
e sentire il calore del tuo saluto.

Amare è aspettarti
come se fossi parte del tramonto,
né prima né dopo, per restare soli
tra i giochi e i racconti
sulla terra riarsa.

Amare è sentire, quando non ci sei,
il tuo profumo nell’aria che respiro,
e contemplare la stella in cui ti nascondi
quando chiudo la porta della notte.

(Amor, da Espejo, 1933)

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Il poeta, saggista e storico messicano Salvador Novo (1904-1974) definisce l’amore: è un levare più che un aggiungere, il desiderio più che il possesso; affonda chiaramente nel concetto di amore del Simposio di Platone: è attesa del piacere, è contemplazione dell’amato, è prendersi persino cura della sua assenza, riempiendola con la sua memoria.

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Waiting

FOTOGRAFIA © FUNONLINE

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LA FRASE DEL GIORNO
Amare significa sapere accogliere e lasciare andare. E’ l’esatto opposto del possesso. E’ la forma più alta di libertà.
MASSIMO GRAMELLINI, La Stampa, 25 novembre 2014

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