venerdì 31 gennaio 2014

Il sipario del mistero

 

AKIKO YOSANOth

QUANDO PREMO I MIEI SENI

Quando premo i miei seni
io lentamente scosto da parte
il sipario del mistero
   Come intenso ivi il colore
   rosso di quel fiore.

(da Midaregami, 1901 - Traduzione di Alfonso Pluchinotta)

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“Il sipario del mistero”, un mistero assolutamente femminile, quello del seno – i seni, numericamente parlando, “pallottoliere dell’amore” per Jaroslav Seifert. La poetessa giapponese Akiko Yosano (1878-1942), in questo tanka stravolge il punto di vista del Giappone dell’epoca – risale all’inizio del secolo scorso, si tenga presente – sull’idea di nudità, eros e sessualità femminile. Il seno, da simbolo di maternità, assume con Akiko per la prima volta una valenza diversa nella cultura nipponica: quel sipario si spalanca sulla scena della bellezza, sul corpo di una donna.

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AMEDEO MODIGLIANI, “NUDO SEDUTO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Seni: mistero mobile.
RAMÓN GÓMEZ DE LA SERNA, Mille e una greguería

giovedì 30 gennaio 2014

Questa sera di Venezia

 

ARMANDO ROMERO

CANZONE ALLA STRANIERA

Desidero a piena luce
questa sera di Venezia
per decifrare con lei
gli arcani del tuo sorriso.

Desidero che ti sommerga
nel mistero
di pietre consumate e legni
per trovarti poi
nel disfarsi dei palazzi.

Dammi la fortuna
di vedere che ti dissolvi
negli oboe di Vivaldi,
nelle tele del Bellini.

Dammi nell’andare del tuo corpo
il colpo dei remi
sotto le barche di Rialto.

E se a piena luce
sei qui oggi
solo per un istante,
non tornare alla tua terra
questa sera.

(da Versi liberi per Venezia, Sinopia, 2010 - Traduzione di Alessandro Mistrorigo)

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Il fascino di Venezia, tutto il suo incanto si manifesta in questa poesia del colombiano Armando Romero (Cali, 1944): immergersi nell’atmosfera di calli e rii, di canali e ponti, di palazzi antichi e gondole, di barche e vaporetti, vuol dire infine essere proiettati in un altro mondo, in un territorio magico dove tutto è possibile, dove vigono regole diverse e arcani segni possono avere nuovi significati.

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Venezia

FOTOGRAFIA © CHRISTOPHE JACROT

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LA FRASE DEL GIORNO
Venezia! Questa parola da sola sembra far scoppiare nell’anima un’esaltazione, eccita tutto ciò che vi è di poetico in noi, scatena tutte le nostre facoltà di ammirazione.
GUY DE MAUPASSANT, Gil Blas, 5 maggio 1885

mercoledì 29 gennaio 2014

Addio a José Emilio Pacheco


Domenica scorsa è morto in una clinica di Città del Messico il narratore e poeta messicano José Emilio Pacheco, tra i maggiori intellettuali ispanoamericani. Era nato nel 1939 e vinse i principali premi letterari per autori di lingua spagnola: l’Alfonso Reyes, il Pablo Neruda, il Reina Sofia, il prestigiosissimo Cervantes. I suoi versi partono da un senso di desolazione, come se il poeta non fosse altro che un osservatore costernato della realtà, per giungere però spesso, con ironia quasi britannica, ad un futuro visto con fiducia.

 

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ALTO TRADIMENTO

Non amo la mia patria.
Il suo fulgore astratto
è inafferrabile.
Ma (benché suoni male)
darei la vita
per dieci dei suoi luoghi,
certa gente,
porti, boschi, deserti, fortezze,
una città disfatta, grigia, mostruosa,
vari personaggi della sua storia
montagne
- e tre o quattro fiumi.

(da Non chiedermi come passa il tempo, 1970 - Traduzione di Alessio Brandolini)

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LA FRECCIA

Non importa che la freccia
non raggiunga il bersaglio.
Meglio così.
Non catturare nessuna preda.
Non far danno a nessuno
perché ciò che importa
è il volo, la traiettoria, l’impulso,
il tratto d’aria percorso nel salire,
l’oscurità che sgombra al conficcarsi
vibrante
nell’estensione del nulla.

(da Non chiedermi come passa il tempo, 1970 - Traduzione di Stefano Bernardinelli)

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NOTTE E NEVE

Mi affacciai alla finestra e, al posto del giardino, trovai la notte
          costellata di neve.

La neve rende tangibile il silenzio.
È il crollo della luce e si spegne.

La neve non vuole dire nulla:
è solo una domanda che lascia cadere milioni di segni
          interrogativi sopra il mondo.

(da Isole alla deriva, 1976 – Traduzione di Alessio Brandolini)

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MISERIA DELLA POESIA

Mi chiedo che posso farmene di te
adesso che sono passati tanti anni,
sono caduti gli imperi,
la piena ha travolto i giardini,
si sono cancellate le foto
e nei luoghi sacri dell’amore
sorgono negozi e uffici
(con nomi in inglese naturalmente).
Mi chiedo che posso farmene di te
e faccio una pseudopoesia
che tu mai leggerai
– o se la leggi,
invece di una fitta di nostalgia,
provocherà il tuo sorrisetto critico.

(da Poesia, n. 246, Febbraio 2010 – Traduzione di Emilio Coco)

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Altri post riguardanti José Emilio Pacheco sul Canto delle Sirene:

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LA FRASE DEL GIORNO
Eppure amo questo continuo mutamento, / questo variare istante dopo istante: / senza di esso ciò che chiamiamo vita / sarebbe di pietra.
JOSÉ EMILIO PACHECO

martedì 28 gennaio 2014

Miei vecchi amori

 

NASOS VAGHENÀS5392

ODE BARBARA, XIII

Miei vecchi amori. Visibili
ore di un secolo che non vuole morire.
Si rompono continuamente lune intorno a me.
La luce che m’illumina di certo verrà
da stelle spente.

Tutta la notte sradico sentimenti
dal mio petto che resta sempre verde.
Erbacce con radici d’eternità.
Mi stordisce il rumore del tempo.
Scendo

in una notte più profonda di quella vera
con una duplice tenebra negli angoli
e caligini d’usi passati.
Camminando lentamente, attento
a non svegliarvi.

(da Poeti greci del Novecento, Mondadori, 2010 - Traduzione di Filippomaria Pontani)

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Vecchi ricordi riaffiorano dal passato, dai meandri della memoria. Il poeta greco Nasos Vaghenàs (Drama, 1945), li scava, li recupera con la cura di un archeologo, prova a coltivarli con le attenzioni di un giardiniere, cerca di collegare le suggestioni che essi generano. Ma arduo è il procedimento di ricostruzione del tempo andato, difficile, doloroso addirittura. Meglio andare in punta di piedi attraverso questo museo, come un osservatore silenzioso.

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DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
È meglio aver amato e perduto, che non aver mai perduto niente.

SAMUEL BUTLER

lunedì 27 gennaio 2014

Scarpette rosse

 

JOYCE LUSSUJoyce_Lussu

C’È UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE

C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono
c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole...

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È superfluo ogni commento a questa poesia di Joyce Lussu (1912-1998), scrittrice italiana, che ho scelto quest’anno per la Giornata della Memoria. È l’orrore stesso della descrizione a parlare, a denunciare l’inimmaginabile che la “bestia umana” è capace di compiere. La mano levata sui bambini è un surplus a quello sterminio posto in essere scientemente e scientificamente dai nazisti. Quelle scarpette rosse si aggiungono alle “pile di occhiali / montagne di scarpe” che il poeta sudcoreano Ko Un vide e raccontò visitando il campo di Auschwitz. “Sulla via del ritorno / ognuno fissava fuori dal finestrino in direzione diversa” dice Ko Un. Il suo sgomento, quello di Joyce Lussu, devono restare e essere tramandati perché, come scrisse lo storico americano George Santayana, con una massima che mi piace citare spesso: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

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Auschwitz 1, Polonia - Il primo campo di concentramento costruito dalla Germania nazista dove eseguirono i primi esperimenti con lo Zyklon B per uccidere i detenuti, dove uccisero il primo trasporto di Ebrei, dove condussero i primi esperimenti criminali sui prigionieri, dove vennero eseguite la maggior parte delle fucilazioni, dove era situata la prigione principale del Blocco 11 e l'ufficio del comandante -<br />In foto le scarpe.<br />Newfotosud Sergio Siano

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LA FRASE DEL GIORNO
Volevano ad ogni costo uccidere l'ultimo ebreo sul pianeta. Oggi ci si potrebbe chiedere: perché la memoria, perché ricordare, perché infliggere un dolore tale? In fondo per i morti è tardi ma per i vivi no. Se non si può annullare il tormento, si può invece sperare, riflettere, prendere coscienza.
ELIE WIESEL, La Repubblica, 27 gennaio 2010

domenica 26 gennaio 2014

Il fuoco sotto la neve

 

CLÉMENT MAROTmarot200

AD ANNA, CHE GLI GETTÒ DELLA NEVE

Anna per gioco mi gettò della neve,
che trovai fredda, senz’alcun dubbio:
ma era fuoco, e n’ebbi prova,
ché ne avvampai, di soprassalto.
Visto che il fuoco s’annida quieto
sotto la neve, quale riparo potrò
trovare dalle sue fiamme? Anna,
solo il tuo incanto potrà placarle
(io ben l’ho inteso: ghiaccio, neve,
acqua valgono a nulla) se al loro ardore
anche tu cedi, com’io ho ceduto.

(da Epigrammi)

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Una aggraziata poesia che viene dal Cinquecento francese: una ragazza che lancia una palla di neve al poeta, il quale dentro quel gelo, quel freddo contatto trova invece il caldo dell’amore, l’ardore delle sue fiamme che lo divorano perché non è riamato. I protagonisti di questo gioco sono Anna d’Alençon e il raffinato poeta Clément Marot (1497-1544), che traghettò la poesia francese dal Medioevo all’età moderna, generando una schiera di imitatori.

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MAESTRO VENCESLAO, “BATTAGLIA A PALLE DI NEVE”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore allo stato puro è quello non corrisposto
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ALESSANDRO MORANDOTTI, Minime

sabato 25 gennaio 2014

È il poema a dire noi

 

OCTAVIO PAZOctavio_Paz

PAROLE IN FORMA DI POLVERIO

A José Emilio Pacheco

Apro la finestra
                      che dà
su nessuna parte
                       La finestra
che si apre verso dentro
                                 Il vento
solleva
         istantanee lievi
torri di polvere turbinante
                                    Sono
più alte di questa casa
                               Stanno dentro
questo foglio
                  Cadono e si rialzano
Prima di dire
                  qualcosa
al piegare il foglio
                         si disperdono

Turbini d'echi
                   aspirati   inspirati
dal loro proprio girare
                               Adesso
si aprono in un altro spazio
                                     Dicono
non ciò che dicemmo
                             un'altra cosa sempre altra
la stessa cosa sempre
                              Parole del poema
che giammai diciamo
                              È il poema a dire noi
                    

(da Ritorno, 1976 – Traduzione di Franco Mogni)

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Devo dire che la visione poetica del premio Nobel messicano Octavio Paz (1914-1998) è molto vicina a quella che ho io: la poesia è una specie di autoanalisi fatta in pubblico, è una visione dell’io e delle sue interpretazioni. Così il procedimento di formazione di una poesia è questo interno turbinio che solleva la polvere e porge la visione delle cose, permettendo alla poesia stessa di esprimersi: “Sul foglio di carta / il poema si fa / come il giorno / sulla palma dello spazio”.

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FOTOGRAFIA © THE AUSTRALIAN

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LA FRASE DEL GIORNO
Contro il silenzio e il rumore invento la Parola, libertà che si inventa e mi inventa ogni giorno.
OCTAVIO PAZ, Libertà sulla parola

venerdì 24 gennaio 2014

In mezzo ai fiori

 

NIKIFÒROS VRETTÀKOSvrettakos

LECTIO MAGISTRALIS

Se mi vedessero stare in piedi
immobile, in mezzo
ai miei fiori, come
in questo istante,
penserebbero che
sto tenendo loro una lezione. Invece
sono io che ascolto
e loro che parlano.

Lì, in mezzo a loro,
mi insegnano la luce.

(da La filosofia dei fiori, 1988 - Traduzione di Gilda Tentorio)

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È sul numero 289 della rivista Poesia, gennaio 2014, che ho pescato questa “lezione” del poeta greco Nikifòros Vrettàkos (1912-1991). Lezione, come da titolo, ma con un rovesciamento dei ruoli che supera l’antropocentrismo con cui vediamo e giudichiamo il mondo: sono i fiori, è la natura ad insegnare, a rivelare quello che del mondo non sappiamo o che crediamo di sapere.

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MARC GOMMANS, “FIELD FLOWERS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Le mie parole, calici, dovevano / riempirsi di luce. I miei versi, / vasi alla finestra di Dio.
NIKIFÒROS VRETTÀKOS, Corale

giovedì 23 gennaio 2014

Un amore felice è normale?

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

UN AMORE FELICE

Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l'uno verso l'altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così - in premio di che? Di nulla;

la luce giunge da nessun luogo -
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò offende i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po',
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono - è un insulto.
In che lingua parlano - comprensibile all'apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s'inventano -
sembra un complotto contro l'umanità!

È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d'uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l'amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice.
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

(da Ogni caso, 1972 – Traduzione di Pietro Marchesani)

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Avrà ragione Wisława Szymborska (1923-2012)? Avrà ragione nel dire che l’amore felice non giova al mondo, che non fa crescere, che non eleva? Certo, l’amore felice è egoismo in due e chiude fuori tutto il resto per definizione: paradossalmente chiude fuori anche l’arte, la poesia, la letteratura. L’amore che deve ancora realizzarsi – sempre che ce ne sia la possibilità o almeno l’illusione – è tutto un ingegnarsi per giungere allo scopo e fonte di progresso sulla strada lunga e faticosa per arrivare alla fusione di due anime. Be’, allora però probabilmente diventerebbe un amore felice e ricadremmo nella domanda iniziale…

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DIPINTO DI LEONID AFREMOV

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LA FRASE DEL GIORNO
Accade dell'amore vero come delle apparizioni degli spiriti: tutti ne parlano ma pochi li hanno veduti.
FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD, Riflessioni e massime

mercoledì 22 gennaio 2014

La rosa e l’uragano

 

 

SARA TEASDALEteasdale5

PER IL VENTO UNA NUVOLA COS’È?

Per il vento una nuvola cos’è?
Che cos’è mai la schiuma per il mare?
Cos’è una rosa per un uragano?
Ancora meno sono io per te?

Ma ben più di una stella per la notte,
più della pioggia per gli alberi, più
di quel che il cielo è per la terra -
questo per me sei tu.

(da Gli amorosi incanti, Crocetti, 2010 - Traduzione di Silvio Raffo)

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Il valore che si dà al sentimento è il tema di questi versi della poetessa statunitense Sara Teasdale (1884-1933). “Provo a scrivere di ciò che mi commuove. Non mi importa di sorprendere il lettore” disse in un’intervista. E certamente l’amore non corrisposto è quanto di più commovente esista, come testimoniano poesie, romanzi e film: all'unilaterale picco di sentimento replica in un ipotetico grafico una colonna prossima allo zero. Ed è con l’iperbole delle immagini che Sara Teasdale lo rappresenta.

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rosa

FOTOGRAFIA © NEXUS DESKTOP

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LA FRASE DEL GIORNO
È già una felicità poter amare, anche quando ad amare si è soli.
THÉOPHILE GAUTIER, La signorina di Maupin

martedì 21 gennaio 2014

La forma del mio sogno

 

HOMERO ARIDJISth

HA LA FORMA DEL MIO SOGNO

“Elle a la forme de mes mains
  elle a la couleur de mes yeux…”

                             Paul Éluard

Ha la forma del mio sogno
gli occhi della mia infanzia
ama ciò che amo
ciò che non ritorna
ciò che ancora non arriva
si alza dalle mie palpebre
e da lì fa volare i suoi sogni
Va e rimane
lei è sempre e ovunque
e saluta l’universo
Riempie ogni giorno del mondo
e non nasce perché non ha fine
La incontro nel silenzio nel perdono
ma lei è sparsa in ogni respiro
Se un giorno riuscirò a penetrare la sua anima
vendemmierò il suo corpo
uomo prato e nebbia

(da Los ojos desdoblados, 1960)

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Il poeta messicano Homero Aridjis (Contepec, 1940) “apre una porta nella luce” come scrisse di lui Seamus Heaney: è una variazione intorno a L’innamorata, una celebre poesia di Paul Éluard (“Lei è in piedi sulle mie palpebre / E i suoi capelli sono nei miei, / Lei ha la forma delle mie mani, / Lei ha il colore dei miei occhi, / Lei è sprofondata dentro la mia ombra / Come una pietra sopra il cielo. / Lei ha sempre gli occhi aperti / E non mi lascia dormire. / I suoi sogni in piena luce / Fanno evaporare i soli, / Mi fanno ridere, piangere e ridere / Parlare senza avere niente da dire”). Ne nasce il suo personalissimo sogno, fatto di ricordi e di speranze, che altro non è se non la vita stessa.

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Le Peignoir vert

FRANCINE VAN HOVE, “LE PEIGNOIR VERT”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni uomo che nasce cade in un sogno così come uno cade in mare. Se cerca di arrampicarsi per prender aria come vorrebbero le persone inesperte, ecco che annega.
JOSEPH CONRAD, Lord Jim

lunedì 20 gennaio 2014

Parole ciottoli levigati

 

 

ERIKA BURKART

SENZA RESPIRO

Solo per un attimo
bussando
al tuo cuore
chiamo a raccolta
tutte le parole
che riesco a trovare
sul ciglio della strada.
Tutte le parole
ciottoli levigati
sotto le nostre lingue.
Li lascio cadere
lungo il cammino
per ritrovare la strada
che mi riporta a casa.

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“Nessuno, mai, riesce a dare l'esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle”: è il Flaubert di Madame Bovary. All’importanza delle parole che diciamo, o che invece non diciamo, non pensiamo spesso: le lasciamo cadere così, come pietre. Possono ferire o invece condurci verso l’altro. Possono allontanarci o avvicinarci, come queste che cerca la poetessa svizzera Erika Burkart (1922-2010).

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FOTOGRAFIA © PAUL MNICH

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LA FRASE DEL GIORNO
Originariamente le parole erano magie e, ancor oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico
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SIGMUND FREUD, Introduzione alla psicoanalisi

domenica 19 gennaio 2014

Notte di guerra

 

SALVATORE QUASIMODO

19 GENNAIO 1944

Ti leggo dolci versi d'un antico,
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell'est, come ora ricadono lugubri
e desolate in questa profondissima
notte di guerra, in cui nessuno corre
il cielo degli angeli di morte,
e s'ode il vento con rombo di crollo
se scuote le lamiere che qui in alto
dividono le logge, e la malinconia
sale dei cani che urlano dagli orti
ai colpi di moschetto delle ronde
per la vie deserte. Qualcuno vive.
Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,
chiusi in ascolto dell'antica voce,
cerchiamo un segno che superi la vita,
l'oscuro sortilegio della terra,
dove anche fra le tombe di macerie
l'erba maligna solleva il suo fiore.

(da Giorno dopo giorno, 1947)

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Sono i primi giorni del 1944 a Milano e la città è ancora sotto il giogo nazifascista: Mussolini è caduto sei mesi prima ma è tornato al potere con la Repubblica di Salò e governa in pratica per l’alleato tedesco. È in questo clima cupo, in cui la guerra continua ad esigere il suo tributo anche dai civili e la lotta fratricida insanguina il paese, che Salvatore Quasimodo (1901-1968) legge versi - si tratta di uno dei lirici greci che sta traducendo in quel periodo - quasi per evadere dalla notte di guerra, dall’oscuramento, dalle pattuglie, dagli aerei degli Alleati che bombardano la città. La stessa poesia del Premio Nobel messinese da ermetica si è fatta più piana, con l’esigenza di raccontare ampiamente la realtà; così è anche significativo che il titolo sia la data. Ma, come capita spesso, a quella notte in cui è la disperazione a dominare, subentrerà la speranza: tre giorni dopo, il 22 gennaio, gli Alleati sbarcheranno ad Anzio, dando il via al lungo processo di liberazione dell’Italia.

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EFFETTI DEI BOMBARDAMENTI SU MILANO, PIAZZA VETRA, AUTUNNO 1943

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LA FRASE DEL GIORNO
Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue / e l'oro. Vi riconosco, miei simili, o mostri / della terra. Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati.

SALVATORE QUASIMODO, Giorno dopo giorno

sabato 18 gennaio 2014

Mi sento meno solo

 

ÁNGEL GONZÁLEZ

LEGGO POESIE

Leggo poesie a caso,
leggo quasi senza pensare a quel che leggo.
Quando incontro un verso triste,
sento nell’anima come una carezza.
Non che mi conforti la tristezza altrui;
è che mi sento meno solo.

(da Nada grave, 2008)

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La poesia ha questa grande capacità di veicolare le emozioni, di liberarle dalla gabbia e farle volare per il mondo. Se “far poesia vuol dire riconoscersi” come scrisse Sergio Solmi, vale anche la direzione opposta: leggere poesia vuol dire riconoscersi, se il lettore – in questo caso il poeta spagnolo Ángel González (1925-2008) – si ritrova nell’emozione altrui e la condivide.

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Reader

RICHARD YEOMANS, “THE NOVEL READER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Con la lettura ci si abitua a guardare il mondo con cento occhi, anziché con due soli, e a sentire nella propria testa cento pensieri diversi, anziché uno solo. Si diventa consapevoli di se stessi e degli altri.
SEBASTIANO VASSALLI, Un infinito numero

venerdì 17 gennaio 2014

Quali messaggi?

 

VITTORIO SERENI

NELLA NEVE

Edere? stelle imperfette? cuori obliqui?
Dove portavano, quali messaggi
accennavano, lievi?
Non tanto banali quei segni.
E fosse pure uno zampettio di galline -
se chiaro cantava l'invito
di una bava celeste nel giorno fioco.
Ma già pioveva sulla neve,
duro si rifaceva il caro enigma.
Per una traccia certa e confortevole
sbandavo, tradivo ancora una volta.

(da Gli strumenti umani, 1965)

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Dei segni nella neve, delle impronte lasciate da qualche animale, oppure gibbosità che nascondono qualcosa sotto la neve: Vittorio Sereni (1913-1983) affida loro la speranza di sciogliere l’enigma dell’esistenza, la possibilità remota di seguire in qualche modo la traccia del mistero. Ma, ahimè, anche queste non dicono nulla infine, anzi, è ancora una volta l’enigma a vincere cancellando quei segni con la pioggia.

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Neve

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso
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FËDOR DOSTOEVSKIJ

giovedì 16 gennaio 2014

Juan Gelman

 

Il 14 gennaio è scomparso a Città del Messico Juan Gelman, uno dei maggiori poeti in lingua spagnola del Novecento. Argentino, nato a Buenos Aires nel 1930, si trasferì in varie parti del mondo durante la dittatura per approdare infine in Messico: in quegli anni terribili il regime uccise suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia, genitori di una bimba nata in carcere che il poeta ritroverà solo nel 1999 in Uruguay. Questo esilio forzato, le sue difficoltà, i suoi effetti ritornano di conseguenza nella poetica di Gelman, con quel senso di una esperienza collettiva di allontanamento dalla patria, con la denuncia delle persecuzioni, con quell’impressione continua di sradicamento, con la necessità di ricordare per fare in modo che tutto quel dolore non vada perduto.

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escritor_Juan_Gelman

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POESIA

Giovedì passato nell'atmosfera amichevole
della tua conversazione. Sulla tovaglia,
i dolci piatti, il coltello all'erta,
la voglia di mangiare.

La voglia pure di mangiare un poco,
di tutto, di qualunque cosa, di niente.
Di piangere tagliando la cipolla
e di ridere giusto nel cucchiaio.

Le tue mani esperte, tiepide di verdura,
ed il grembiule che sempre si rovina
proprio lì, però che rabbia!
Di nuovo
hanno aumentato il pane, eh? Che problema!

Che problema, moglie mia, che problema,
toccare l'aria di questo giovedì pulito!
Guardarsi il petto scandalo di vita!
Sentire nel tuo ventre il figlio come cresce!
E il resto, lo aggiusteremo poco a poco.

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MI BUENOS AIRES QUERIDO

a Julio Gerchunoff

Seduto al bordo di una sedia sfondata,
Ubriaco, malato, quasi vivo,
Scrivo versi previamente pianti
Per la città dove sono nato.

Bisogna catturarli.
Anche qui
Sono nati dolci figli miei
Che in tutto questo dolore ti addolciscono con bellezza.
Bisogna imparare a resistere.

Né ad andarsene
Né a rimanere.
A resistere.
Anche se di sicuro
Ci sarà ancor più dolore e oblio.

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GIORNALISMO

Alla mattina alle dieci gli impiegati della giustizia
si misero a urlare contro l’ingiustizia del loro magro salario
alle undici si scoprirono certe manovre delittuose
alle dodici il partito democratico borghese confermò di essere democratico e borghese

ci fu un concorso in municipio
crebbe la carestia di vita
si pranzò in generale in maniche di camicia di fronte a un buon vino
la legge organica della polizia non soffrì di grandi varianti
all’una alle due del pomeriggio sotto la gloria del gran giorno
altre città del paese ricordarono i loro fondatori i loro banditi

gli enti locali promossero decisioni contrarie
il sud continuò al sud
il presidente alle quattro ricevette il suo decimo magnate del petrolio

alle cinque mi scocciai
però alle sei ti vidi
dopo tanti anni ti vidi alle sei e mi turbai come un bimbo

il passato saliva come i tuoi dolci seni
ed erano le sei di una dolcezza come un violento oblio
ora ci sono delle lentiggini sul tuo collo e la tua voce era attuale
di modo che alle sette non facevi più notizia
cominciava il crepuscolo
usciva la gente dal lavoro
cresceva la carestia di vita
si scoprivano nuove manovre delittuose
in lungo e in largo nel paese.

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EPITAFFIO

Un uccello viveva in me.
Un fiore viaggiava nel mio sangue.
Il mio cuore era un violino.
Amai a volte, altre no. Qualche volta
fui amato. Anche a me
rallegravano: la primavera,
la mano nella mano, ciò che è felice.
Dico che l’uomo deve esserlo!
(Qui giace un uccello.
Un fiore.
Un violino)
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LA FRASE DEL GIORNO
Il problema è che non si scrive mai poesia, si viene scritti dalla poesia. La poesia è una signora molto occupata, poiché ci sono poeti dappertutto. Bisogna aspettarla, non chiamarla. Non è questione di pazienza o di volontà. Si tratta di attendere che arrivi con ciò che ho chiamato ossessione
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JUAN GELMAN

mercoledì 15 gennaio 2014

La solitudine delle rose

 

GHIANNIS RITSOS

PICCOLA SOLITUDINE

In un angolo del cortile, tra la schiuma di sapone,
alcune rose si sono piegate sotto il peso del loro profumo.
Nessuno ha sentito l’odore di queste rose.

Nessuna solitudine è piccola.

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Un piccolo gioiello questa breve poesia di Ghiannis Ritsos (1909-1990): il poeta greco dipinge a larghe pennellate un giardino di rose, opulente come matrone. Il giardino però è deserto e nessuno vi passa. Il verso finale è in pratica un aforisma che colpisce come una coltellata. Vale il prezzo del biglietto, si direbbe, se fosse la giocata di un fantasista allo stadio.

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GEORGE COCHRAN LAMBDIN, “ROSES”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quest'orrore della solitudine, questo bisogno di dimenticare il proprio io nella carne esteriore, l'uomo lo chiama nobilmente “bisogno d'amare”
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CHARLES BAUDELAIRE, Il mio cuore messo a nudo

martedì 14 gennaio 2014

Se sei il mio sangue

 

JUAN CUNHAimages

PERCHÉ NON SCORRI NELLE MIE VENE?

Se sei un fiore perché non stai sullo stelo
Dondolata appena dal respiro che brucia?

Se sei colomba perché tubando non scappi
Quando si avvicina il cacciatore rosso di rossa furia?

Se sei una vela perché non vai leggera
Come le vele che il fiume trattiene tra le dita?

Se sei il mio sangue perché non scorri nelle mie vene
Passando e ripassando nel mio cuore che non dorme?

(da El pájaro que vino de la noche, 1929)

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Una variazione sul tema che ricorda il celebre gioco del “Se fossi…”: il poeta uruguaiano Juan Cunha (1901-1985) con strofe classicheggianti paragona l’amata ad altro per domandarsi alla fine quello che più gli preme, ovvero: Perché non sei qui? Perché non sei con me? Perché non mi scorri dentro come il mio stesso sangue?

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IMMAGINE © DIGITAL ART

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è la più terribile, ma anche la più onesta delle passioni; è la sola che non possa occuparsi della propria felicità senza comprendervi la felicità di un altro.
ALPHONSE KARR, Aforismi sulle donne, sull’uomo e sull’amore

lunedì 13 gennaio 2014

Tenui ombre impallidite

 

ALDO CAPASSO180px-Capasso

STUPORE, PERCHÉ MAI…

Fui sempre, come ora, adolescente
ambiguo; turbamento di mestizie
musicali, – erbe che una notte indugi
a blandire e confondere…
Il giovinetto amava
centellinarti, amara sera e dolce,
presso ruine
tacite e bianche.
Ma un frùscio nel sentiero,
di foglia o di fanciulla,
nel cuore sobbalzante
insinuava un sogno
di gettarsi – di darsi
in regalo per nulla.

Tenui ombre impallidite
oscillano nel luogo
deserto e qualche fiore ne sospira.
I ricordi mi tangono; il passato
abita qui ancora; il luogo intorno
compone un regno pieno di bisbigli…

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Ah, la gioventù! I suoi turbamenti e la volubilità dei sentimenti, le timidezze e le sfacciataggini. Chi non ricorda gli errori commessi per inesperienza o per quell’ebbrezza che sembra innata in quell’età dorata? Il poeta veneziano Aldo Capasso (1909-1997) racconta con il suo “realismo lirico” un po’ aulico e datato il ricordo di quegli anni, apparso come un fantasma in uno dei luoghi che frequentava da adolescente.

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DAVID LORENZ WINSTON, “PAST DREAMS”

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LA FRASE DEL GIORNO
La giovinezza è un'orribile età che apprezziamo soltanto nel momento in cui la rimpiangiamo
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ANTONIO AMURRI, Qui lo dico e qui  lo nego

domenica 12 gennaio 2014

Due voci in contemporanea

 

JOSEP PALAU I FABREjosep-palau-i-fabre-lalfa-romeo-i-julietta-L-5OHYmy

POETA-NARCISO

Verso: tu sei identico a me.
Mi vedo in te e tu mi vedi.
Siamo due voci in contemporanea?
Ma quale è di chi? Quale?

(da Poemas epigramáticos, 1942)

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Narciso, famoso personaggio del mito, non ricambia la travolgente passione della ninfa Eco e, per punizione divina, si innamora della sua stessa immagine: muore cadendo nell’acqua di un fiume nel quale si sta irresistibilmente specchiando. Nella lingua di oggi il mito si è trasformato in una persona vanesia e compiaciuta e quindi, in psicanalisi, nel narcisismo. Il poeta catalano Josep Palau i Fabre (1917-2008) traghetta il mito in poesia: in effetti, ogni poeta finisce con il diventare la sua poesia, specchiandosi in essa e rispecchiando in essa la sua vita.

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JOHN WILLIAM WATERHOUSE, “ECO E NARCISO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il primo studio dell'uomo che voglia esser poeta è la sua propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l'indaga, la scruta, l'impara.
ARTHUR RIMBAUD, Lettera a Paul Demeny, 15 maggio 1871

sabato 11 gennaio 2014

I volti che una volta amasti

 

ROBERTO BOLAÑOroberto_bolac3b1o1

I DETECTIVE SMARRITI

I detective smarriti nella città oscura.
Udii i loro gemiti.
Udii i loro passi nel Teatro della gioventù.
Una voce che avanza come una freccia.
Ombra di caffè e parchi
frequentati nell’adolescenza.
I detective che osservano
le loro mani aperte,
il destino macchiato dal proprio sangue.
E tu non puoi nemmeno ricordare
dove si trovava la ferita,
i volti che una volta amasti,
la donna che ti salvò la vita.

(da I cani romantici, 1993 – Traduzione di Alessio Brandolini)

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Lo scrittore cileno Roberto Bolaño (1953-2003) è noto soprattutto per i suoi romanzi: 2666 e I detective selvaggi su tutti. Ma era anche poeta, esprimeva in versi, come tanti altri scrittori, il suo lato più personale, la sua ricerca della vita. E dunque chi saranno mai questi detective sparsi per la città, sguinzagliati a frugare tra i ricordi, a scoprirsi di volta in volta vittime e assassini?

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RENÉ MAGRITTE, “GOLCONDE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi... diciamo a noi stessi che l'arte corre su un percorso, e la nostra vita su un altro, e non ci rendiamo conto che è una bugia
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PAUL ÈLUARD

venerdì 10 gennaio 2014

Vivo per tenerti in me

 

LŐRINC SZABÓ220px-Rippl-szabo

SOLITUDINE

Sono così felice, ardentemente,
d'amarti anche così, col mio dolore,
e vivo solo per tenerti in me
e non debbo evocarti per sentire
che sei qui: tu con gli occhi sognanti
e angosciati a osservare
questo destino che mi conduce
e mentre vecchi paesi s'accendono
e gli anni, penso che anche tu t'accendi,
tu che la trovi al fondo del tuo cuore
la mia tenerezza dolente.

Ora è il dolore la felicità,
ed è questo ad unirci; e più ancora
(e mai tanto così completamente!)
quando un sorriso un po' ironico passa
sulla dolcezza del tuo viso, e a me,
forse per pungermi, dici
(ma piena di fiducia e comprensiva):
"Mi ameresti così
se fossi ancora viva?"

(da Föld, erdő, Isten, 1922)

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L’assenza dell’amata è la protagonista di questi versi del poeta ungherese Lőrinc Szabó (1900-1957): l’amore però non è morto, continua a vivere ed è struggente il miracolo che compie, quello di trasformare il dolore in felicità, la mancanza dell’amata in tenerezza. Fa pensare questa poesia: fa pensare alle cose che abbiamo e che non consideriamo, alle parole che dovremmo dire e non diciamo, a tutte le volte che non pronunciamo un «Ti amo».

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FOTOGRAFIA © GOOD-WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
L'assenza genera una solitudine che a nessuno si può imporre di comprendere.

TORBEN GULDBERG, Tesi sull’esistenza dell’amore

giovedì 9 gennaio 2014

Ed è la poesia

 

JAROSLAV SEIFERT1096192757_seifert-jaroslav

IL BISBIGLÌO RETICENTE...

Il bisbiglìo reticente di una bocca baciata
           che sorride: sì
non lo sento da molto tempo.
           E poi non mi spetta.
Mi piacerebbe però trovare ancora parole
che fossero impastate
           con mollica di pane
o profumo di tiglio.
Ma il pane è ammuffito
           e i profumi sono amaricati.

E attorno a me strisciano parole in punta di piedi
e mi strangolano
           se voglio afferrarle.
E i colpi delle maledizioni rimbombano sulla porta!
Se le costringessi a danzare per me,
resterebbero mute.
           E per giunta zoppicano.

Però so bene
che un poeta deve sempre dire più
di ciò che sta nascosto nel rombo delle parole.
Ed è la poesia.
Altrimenti non potrebbe con la búrbera del verso
cavare un bocciolo da strascichi di miele
e forzare il brivido
            a corrervi per la schiena
quando spoglia la verità.

(da Concerto sull’isola, 1965 - Traduzione di Sergio Corduas)

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“Un poeta deve sempre dire più / di ciò che sta nascosto nel rombo delle parole. / Ed è la poesia”. Non si poteva dirlo con parole migliori di quelle di Jaroslav Seifert (1901-1986), poeta ceco, Premio Nobel nel 1984: questa è la poesia, quel qualcosa che va oltre la pagina scritta, oltre le parole, è un surplus che si legge tra le righe, che si annida nei grovigli delle lettere.

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MIHAI CRISTE, “JURNAL DE BORD”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dite, che fare dei poeti, / i quali vogliono esserci / quando sotto i colpi della civiltà / cominceranno a sgranarsi i bulloni del mondo, / e nei camici bianchi degli scienziati / le cuciture si strapperanno?
JAROSLAV SEIFERT, La colata delle campane

mercoledì 8 gennaio 2014

Il ritmo dell’inverno

 

ALMUDENA GUZMÁNAlmudena guzman

ADESSO È IL RITMO DELL’INVERNO

Adesso è il ritmo dell’inverno
che conficca i suoi occhi tra le unghie
e il cielo.

Il resto poco importa.

Solo quei passi che imbevono il mio collo di nebbia
al bordo bellissimo delle sue sirene e dei suoi abissi.

(da Calendario, 2001)

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L’inverno ha un suo fascino spigoloso, che bisogna saper apprezzare. Le nebbie, le nevi, il ghiaccio che lastrica le strade, la brina che ricama merletti sui prati, la galaverna che appende trine ai rami. In questi versi della poetessa e giornalista spagnola Almudena Guzmán (Navacerrada, 1964) assume anche un tocco sensuale.

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FOTOGRAFIA © CHUCK E SARAH FISHBEIN/GETTY IMAGES

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LA FRASE DEL GIORNO
L’inverno non pretende di confortare, ma in fin dei conti sento che è consolante, perché una si raggomitola su se stessa e si protegge e osserva e riflette, e credo che soltanto in questa stagione si possa pensare per davvero.
MARCELA SERRANO, Dieci donne

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