mercoledì 15 ottobre 2014

Centenario di Piero Bigongiari

 

Ricorre oggi il centenario di Piero Bigongiari, poeta e saggista toscano che nacque a Navacchio, nel Pisano, il 15 ottobre 1914 e morì nel 1997. Insegnante all'Accademia di Belle Arti di Firenze, collaboratore di “Letteratura” e “Campo di Marte”, studioso di Leopardi, fu poeticamente esponente di un postermetismo austero e raffinato che lascia però trasparire impeti sensuali, passando da una tendenza metafisica (Non ha il cielo un segreto che ti culmini, / le tue risa s'iridano al vetro  / della sera dolcissima di fulmini) a un simbolismo capace di trasfigurare la realtà (L'onda che si accavalla  / trova in se stessa sponda all'infinito).

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ASPETTANDO E. CHE TORNA DA ROMA

La tramontana accende nei camini
più vivida la fiamma: so, lontana,
che le tue ciglia bevono dal cielo
oblique più neri i suoi propositi.
So che guardi, né la tempesta schiara
i tuoi occhi, come un paesaggio andare
il tempo che da me qui ti separa.

Riconosco le rare, le lontane
pendici arroccate, un torreggiare,
all’orizzonte nuvole infocate
sui tufi della Valle Tiberina,
Orvieto, Arezzo, l’Arno che fa un’ansa
verde improvvisa, so che il tempo veste
- scompare e appare tra esili pioppete -
questa o altra divisa; ma tu scendere
non puoi da questo treno, né io salire
posso su un altro, anima mia indivisa
che torni come nel suo vaso il mosto
a fermentare.
                       Porta verso un alt
come scarica il carbonaio qui sotto
nel suo antro d’interi boschi il nero
smemorato deposito del fuoco.
Né questa tramontana urta per giuoco
su bacche intirizzite dall’autunno,
su arrossate pendici, a trarvi, è d’uopo
fin il rossore e l’allegria dell’atto.

Infilati gli stivali di gomma
il pescatore tenta la fanghiglia
dove il sole è vivace,
innesta ecco la canna, mette l’esca,
guarda sulla spalletta la marmaglia
che l’insulta, bestemmia, attende in pace.

(da Le mura di Pistoia, Mondadori, 1958)

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AMORE

C'è poco spazio per l'amore, tra una
chiamata telefonica, un viaggio,
un grido, a malapena un esser qui
tra un sorriso, un morire del sorriso,
ma questo è amore, questo poco spazio
che viene meno: screzio del possibile,
strazio dell'impossibile che può.

Se è intatta la coppa, l'incrinata
coppa ma che non versa, è che l'amore
che l'incrina la tiene, che la sbriciola
la rifonde in un tutto. Nulla passa:
la ferita non versa, par guarita.
Ma non l'amore, esso non è guaribile.

Non guarisce l'amore, l'inguaribile
scende stilla a stilla dagli occhi, e uno dice: vedo;
stilla a stilla dal cuore, e uno dice: sento,
sento un vuoto, un dolore, sento venir meno
la notte o l'alba che dovrebbero seguirsi
a breve distanza, caute, tacendo.

È notte o l'alba, non so: il fiume qui è grosso
ma pur fine, fatto di stille di temporali miti.
Gridano di andarsene dal cuore le poche cose che lo
posseggono
ma come una stiva che una tempesta mette a soqquadro,
quanto spazio là, quanto spazio tra le cose mercanteggiate,
in qualche pericolo
qualcuno grida lassù in alto con un urlo lacerante qualcosa.

Ha veduto, o non ha veduto, il pack aprirsi
a un' improvvisa primavera che ha percorso le acque
fredde
in canali profondi; ha veduto, o non ha veduto,
anche il carico aprirsi, sbandare, ritrovare quel disordine
antico che all'improvviso provoca non udito,

ultrasuono infrasuono, non una voce per chi è sordo a ogni ordine estremo
o forse all'opposto di ogni ordine. Se tutto, dentro e fuori,
ugualmente e tutto insieme si apre, attento
attento a non cadere in questa grafia fine che l'amore crea
tra le cose
come se volesse descriverle, lui l'indescrivibile,
attento a non scinderti in un significato che non può
significare l'insignificabile
perché l'amore può stritolarti là in mezzo dove ti lascia
dolcemente cadere
se tu non ne sei la tenaglia ma il mallo amaro.

(da Antimateria, Mondadori 1972)

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VETRATA

O memoria, la terra è il tuo ritorno
negli occhi, le magnolie
in un torno di gridi dai cortili
traboccano, sui lividi ginocchi
spunta l’età più grande come un’alba.
Una febbre rimuove dagli stipiti
la madre dolcemente: là trasporta
simile a luce le vele dal porto:
afosa muove sulle braccia a chi
non scorda. Mentre un lampo rosa inonda
la finestra, l’attesa: una tempesta
di caldo, un bacio che fa vana ressa.
E i cani spenti di una festa delirano
di viola se grappoli di nulla
pendono già a un oriente.

(da Autoritratto poetico, Sansoni, 1985)

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma lo sguardo è dentro le cose / a cercarvi la buccia tra la polpa, / e non v’è colpa sufficiente per la nostra gioia, / nemmeno la speranza e la solitudine: / tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.
PIERO BIGONGIARI, Autoritratto poetico

2 commenti:

Paolo ha detto...

Bel poeta ma molto più macchinoso dell'insuperabile Luzi

DR ha detto...

è vero... Luzi tra l’altro lo metto lunedì per il suo centenario. E c’è un altro poeta fiorentino del 1914, Alessandro Parronchi

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