sabato 28 giugno 2014

Il 28 giugno 1914

 

Nel bel mezzo della Belle Époque, mentre l’Europa si fingeva spensierata e si affidava al modernismo del Liberty e dell’Art Nouveau, alle meraviglie della tecnologia che avrebbero cambiato la vita del XX secolo - dal cinema all’automobile, dall’elettricità all’aeroplano - scoppiò improvvisa la Prima Guerra Mondiale: il 28 giugno 1914 a Sarajevo lo studente bosniaco Gavrilo Princip assassinava l’arciduca ereditario d’Austria Francesco Ferdinando e la moglie. Fu solo la scintilla, la miccia che diede il via a un’escalation forse sottovalutata dall’Austria, che già dal 1912 temeva un’espansione dell’egemonia serba nei Balcani, e alimentata dai contrasti di interessi determinatisi tra le potenze europee dopo la vittoria tedesca sulla Francia nel 1870.

 

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Quella che ne derivò nei mesi successivi - l’Austria invase la Serbia il 28 luglio, nella settimana seguente si schierarono Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna, l’Italia meditò fino al 24 maggio 1915, gli Stati Uniti attesero il 1917 - fu “un’inutile strage”, come la definì papa Benedetto XV, il “caldo bagno di sangue” di Giovanni Papini, un orrore che costò  oltre ventiquattro milioni di vite umane - basta entrare in uno dei tanti sacrari militari del Veneto per rendersi conto dell’immane carneficina che fu il conflitto che sconvolse il volto dell’Europa.

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La poesia - come per ogni vicenda umana - seppe descrivere le emozioni e le sofferenze: Apollinaire, Ungaretti, Rebora, Slataper, Jahier, Wilfred Owen, Hemingway, furono al fronte, inviati in diretta della Musa nelle trincee, a raccontare la crudeltà della guerra e la vita che nonostante tutto continuava.

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GUILLAUME APOLLINAIREapollinaire-21

CARTOLINA POSTALE

Ti scrivo da sotto la tenda
Sul finire di un giorno d’estate
Fioritura abbagliante
Nel pallore celeste
La vampa di una cannonata
Si sfa prima di essere stata.

(da Calligrammi, 1918 - Traduzione di Vittorio Sereni)

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GIUSEPPE UNGARETTI

VEGLIA

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

(da Allegria di naufragi, 1919)

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PIERO JAHIERJahier_al_fronte

ATTACCO E ABBANDONO DELLA POSIZIONE DI S. OSVALDO

Mio forte compagno Piero Mancini, è
perché non hai voluto arrenderti; è perché
anche per me hai voluto morire; come mio
padre.

La casa era serena e fedele come l'amavi;
e Gioietta ansiosa a interrogar tutto il giorno
colla vocina: ma dov'è, ma chi ha scritto
ch' è prigioniero e ferito?

Dicevi: sta fermo e non temere
ora io sto fermo; ma tu sei caduto…
nella gloria sei passato
o compagno che mi avevi creduto
o amato

E hai detto quando mi hai lasciato :
tu non dovevi venire
ma non temere, Piero, perché torniamo

Perché hai detto torniamo
se avevi il viso che non può tornare?

Ora, io che sono restato,
mi sento chiamare,
inginocchiato,
vicino alla chiesa...
solo della voce eri armato
colla voce ti sei battuto
o compagno, o amato!

Ma perché hai detto: torniamo
se avevi il viso che non può tornare?
Ora, io che sono restato,
mi sento tanto chiamare.

(da Con me e con gli alpini, 1920)

 

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CLEMENTE REBORAClemente Rebora sul fronte giuliano

VIATICO

O ferito laggiù nel valloncello
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l'ora,
affretta l'agonia,
tu puoi finire,
e conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
Grazie, fratello.

(da Canti anonimi, 1922)

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LA FRASE DEL GIORNO
La guerra in un primo momento è la speranza che a uno possa andar meglio, poi l'attesa che all'altro vada peggio, quindi la soddisfazione perché l'altro non sta per niente meglio e infine la sorpresa perché a tutti e due va peggio.
KARL KRAUS, Di notte

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