mercoledì 23 aprile 2014

I sonetti di Shakespeare

 

William Shakespeare nasceva a Stratford-on-Avon 450 anni fa, il 23 aprile 1564. Non ha certo bisogno di presentazioni: il più grande drammaturgo di tutti i tempi, le cui opere ancora oggi influenzano la cultura occidentale, basti citare la celeberrima Romeo e Giulietta e le altrettanto famose Otello e Amleto. E anche poeta, autore di due poemetti, Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia, ma soprattutto dei 154 Sonetti, scritti tra il 1591 e il 1604, il periodo in cui la peste dilagava per l’Europa causando – tra l’altro – la chiusura dei teatri. Sonetti tutti identici quanto a struttura metrica: 14 pentametri giambici disposti in tre quartine a rima alternata e un distico a rima baciata. E suddivisibili in due tematiche: quelli da 1 a 121 si concentrano sull’amore per un fair friend, un onesto amico, un giovane uomo – amore platonico, filiale, enigmatico: si dibatte su cosa rappresenti, se il mito dell’androgino della filosofia occulta, un simbolo della forma originaria dell’Essere e della ricerca della perfezione edenica, o se sia una persona in carne e ossa e quindi sottintenda una bisessualità del Bardo. Quelli da 127 a 154 propongono in un rovesciamento di forme e di ruoli l’amore per una donna scura, una dark lady definita anche “la mia diavolessa”.

 

Shakespeare

FOTOGRAFIA © JASON PAUL SMITH

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SONETTO 33

Spesso, a lusingar vette, vidi splendere
sovranamente l’occhio del mattino,
e baciar d’oro verdi prati, accendere
pallidi rivi d’alchimie divine.

Poi vili fumi alzarsi, intorbidata
d’un tratto quella celestiale fronte,
e fuggendo a occidente il desolato
mondo, l’astro celare il viso e l'onta.

Anch’io sul far del giorno ebbi il mio sole
e il suo trionfo mi brillò sul ciglio:
ma, ahimè, poté restarvi un’ora sola,
rapito dalle nubi in cui s’impiglia.

Pur non ne ho sdegno: bene può un terrestre
sole abbuiarsi, se è così il celeste.

(Traduzione di Eugenio Montale)

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SONETTO 73

Contempla in me quell’epoca dell’anno
quando pallide foglie, poche o nessuna, pendono
da quei ramoscelli tremanti contro il freddo,
nudi cori in rovina, ove dolce cantarono gli uccelli.

Tu vedi in me il crepuscolo d’un giorno
quale dopo il tramonto svanisce ad occidente,
che a poco a poco si porta via la notte nera
gemella della morte, che tutto sigilla nel riposo.

Tu vedi in me il languire di quel fuoco
che aleggia sulle ceneri della propria giovinezza
come sul letto di morte su cui dovrà spirare
consunto insieme col suo stesso nutrimento.

Questo tu vedi che fa il tuo amore più forte
a degnamente amare chi presto ti verrà meno.

(Traduzione di Alberto Rossi)

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SONETTO 127

Quante volte quando, mia musica, tu eseguisci
Sopra quel legno avventurato il cui scatto dà suono
Insieme alle tue dita dolci e gentilmente muovi
Concordia delle corde che rapisce l’orecchio attento,

Invidia ho di quei salterelli che agili si protendono
A baciare della tua mano l’incavatura tenera,
Mentre le mie povere labbra di quella messe ansiose,
All’ardimento di quel legno accanto a te s’accendono!

Per essere così solleticate, cambierebbero stato
Accorrendo a prendere il posto di quei danzanti trucioli
Sui quali le tue dita scorrono con movenza gentile
Facendo il morto legno più felice di labbra vive.

Se hanno tanta fortuna quei salterelli petulanti,
Dà loro le tue dita da baciare, ma a me le labbra.

(Traduzione di Giuseppe Ungaretti)

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LA FRASE DEL GIORNO
Vi sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose di quante ne sogna la tua filosofia.
WILLIAM SHAKESPEARE, Amleto

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