lunedì 24 febbraio 2014

Accetti d’esser poeta

 

ANTONIA POZZI

UN DESTINO

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.

A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l'erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.

In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un'unica vita si abbandona.

Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l'argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s'apre alla tua fatica,
se ridato
t'è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d'esser poeta.

13 febbraio 1935

(da Parole, 1939)

.

La poesia / venne a cercarmi. Non so da dove / sia uscita, da inverno o fiume. / Non so come né quando, / no, non erano voci, non erano / parole né silenzio, / ma da una strada mi chiamava, / dai rami della notte, / bruscamente fra gli altri, / fra violente fiamme / o ritornando solo, / era lì senza volto / e mi toccava”: così Pablo Neruda. Ma tutti i poeti capiscono un giorno della loro gioventù che c’è un destino che li aspetta, che sono chiamati a raccontare il mondo e la vita attraverso gli occhi della poesia. È una vocazione, un’illuminazione che si presenta improvvisa: successe anche alla tormentata Antonia Pozzi (1912-1938), che altrove così precisa il compito della poesia: “Vorrei che la mia anima ti fosse / leggera, / che la mia poesia ti fosse un ponte, / sottile e saldo, / bianco – / sulle oscure voragini / della terra”.

.

.Afremov

DIPINTO DI LEONID AFREMOV

.

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LA FRASE DEL GIORNO
Poesia che ti doni soltanto / a chi con occhi di pianto / si cerca – / oh rifammi tu degna di te, / poesia che mi guardi.
ANTONIA POZZI, Parole

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