lunedì 30 settembre 2013

Voce di onde

 

KO UNKo Un

LE LINGUE DEL MONDO

Quando il vento parla
volano i suoi capelli e si gonfiano le gonne,
quando il vento non parla
del suo villaggio non si gonfia la bandiera.
 
Quando il cielo parla
si bagnano le vesti
e s'inzuppano i tetti,
frenetiche cadono le gocce.
 
Quando i fiori parlano
il suo volto sorride luminoso.
 
Oltre il mare, nella terra a oriente,
il mondo diventa onde, voce di onde.

(da L’isola che canta, Lietocolle, 2009 – Traduzione di Vincenza D’Urso)

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Natura e anima compongono i versi del poeta sudcoreano Ko Un (Kunsan, 1933) anche quest’anno tra i candidati favoriti al Nobel per la Letteratura. “La mia poesia non è costretta in uno spazio né delimitata in un tempo. La ritrovo ovunque: sui monti sotto forma di neve, o nel mare quando diventa onda. Di sera la mia poesia è una stella. E quando entra nella storia si trasforma in evento. Nell'oscurità essa prende il posto del sole. È la mia piccola sorgente di luce” come ha spiegato in un’intervista a Repubblica il 25 giugno 2013.

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Gwanghwamun

KEIKO TANABE, “GWANGHWAMUN, SEOUL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio... deve diventare il prodotto del silenzio - sorgente del significato - che viene prima dell'atto della parola
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KO UN

domenica 29 settembre 2013

Gli ultimi giorni di settembre

 

EDGAR LEE MASTERSedgarleemasters

HARE DRUMMER

Vanno ancora i ragazzi e le ragazze da Siever
a bere il sidro, dopo scuola, gli ultimi giorni di settembre?
O a raccogliere nocciole lungo le boscaglie
nel podere di Aaron Hatfield quando incomincia la gelata?
Perché spesso ridendo con ragazzi e ragazze
io giocai nella strada e sulle colline
quando il sole era basso e l’aria fresca,
fermandomi a bastonare il noce
ritto, senza una foglia, contro il tramonto in fiamme.
Ora il sentore del fumo d’autunno
e le ghirlande che cadono
e gli echi per le valli
mi portano sogni di vita. Li sento aleggiare.
Mi chiedono:
Dove sono quei tuoi compagni ridenti?
Quanti sono con me, quanti
nei vecchi frutteti sulla strada di Siever
e nei boschi che guardano
l’acqua tranquilla?

(Da Antologia di Spoon River, 1915 – Traduzione di Fernanda Pivano)

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Le calde memorie della gioventù si mescolano con le sensazioni del primo autunno in questa poesia dall’Antologia di Spoon RIver di Edgar Lee Masters (1868-1950). Hare Drummer, uno dei personaggi che costituiscono il cimitero sulla collina, ricorda a noi vivi la bellezza del ricordo, delle emozioni semplici che la vita ci sa regalare e che si ripetono di generazione in generazione. Si ripetevano, almeno, prima di questo XXI secolo in cui i ragazzi sono perennemente con il naso nello smartphone.

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snapthewhip oil

WINSLOW HOMER, “SNAP THE WHIP”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto più seria, pura e rispettosa sarebbe la vita di molti uomini se potessero conservare anche oltre la giovinezza qualcosa di questo cercare, di questo chiedere il nome delle cose!

HERMANN HESSE, Hermann Lauscher

sabato 28 settembre 2013

Tanto ho pensato a te

 

HENRIK NORDBRANDT

OMBRE

Tanto ho pensato a te
e ho scritto tanto di te
senza proprio sapere chi tu fossi.
In tante e tante camere ho dormito
senza averti al mio fianco
e tante son le case
nelle quali ho abitato, senza di te.
Tante son le città in cui non ti ho incontrato.

Tante sono le cose che ho esaurito
o smarrito per via verso di te,
e tante possibilità ho sprecato,
tante vite che la tua presenza qui e ora
mi fa sentire perdute
che ormai ti posso vedere solo
come la luce primaverile che talvolta
sfiora la tua gota o accende l’ardore dei tuoi occhi
lasciando le ombre ancora più fredde e più profonde.

(da Poesia d’amore del Novecento, Crocetti, 2006 - Traduzione di Maria Giacobbe)

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La prima cosa che ho pensato leggendo questa poesia di Henrik Nordbrandt (Copenaghen, 1945) è che rappresenta il negativo di “Ho sceso dandoti il braccio un milione di scale” di Eugenio Montale: là il tempo ricordato è presenza ed il presente vede la mancanza della donna amata; qui tutto è rovesciato e il tempo perduto è assenza mentre è l’oggi ad averne la presenza. Nordbrandt malinconicamente non può fare a meno di rimpiangere quel tempo sprecato, invece di appagarsi della situazione presente.

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Altar of Memory

JACK VETTRIANO, “ALTAR OF MEMORY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu sei il mio amore e la mia disperazione. / Tu sei la mia follia e la mia saggezza. / E sei tutti i luoghi in cui non sono stato / e che mi chiamano da tutti gli angoli del mondo!

HENRIK NORDBRANDT

venerdì 27 settembre 2013

Centenario di Siro Angeli

 

Il 27 settembre 1913 nasceva a Cesclans, un piccolo villaggio carnico, il poeta Siro Angeli. Combattente in Russia, autore di teatro e critico, diresse a lungo il terzo canale radiofonico della Rai e morì nel 1991 a Tolmezzo. Poesia tradizionale la sua, lontana dalle correnti del Novecento e dallo sperimentalismo: segnata dalla scomparsa della moglie dopo dieci anni di matrimonio, si muove nell’ambito di una ricerca della verità superiore, contemplata spesso in una figura di donna stilnovista, al contempo reale e simbolica.

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Siro-Angeli

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CHE A ME VENISSE AMORE

Che a me venisse amore
con i tuoi occhi alfine
tanto creduto avevo
che a me è venuto, amore.

Che amore non finisse
per me dentro i tuoi occhi
tanto temuto avevo
che a morte egli lo disse.

E morte, perché amore
non avesse mai fine,
fermò solo il tuo cuore;
e il verde dei tuoi occhi

divenne il suo colore.

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VOLEVI ESSERE MIA

Volevi essere mia
come nessuna è stata
ad uomo in terra mai:

Lilith, Eva, Maria.
Come nessuna amata,
facevi una mattina

di ogni mia giornata,
quando di stanza in stanza
un passo adolescente

andava, di bambina
cresciuta troppo presto,
e un ridere di niente

bastava alla speranza.
Poco durò. Non era,
vivere, solo questo.

Almeno più leggera
la terra del mio strazio
io prego che ti sia,

ora che in breve spazio
ti accoglie, a lei tornata
per rimanere mia

come nessuna è stata
ad uomo o sarà mai:
Lilith, Eva, Maria.

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RASENTE I MURI ANDANDO

Rasente i muri andando
per strade ed ore vuote
a tarda notte, quando

si spegne ogni finestra,
ogni porta si chiude,
e tu indugiando tra gli ultimi

tram guardi frettolosi
su cigolanti ruote
ritornare al deposito -

anche uno che ti insulti
ringrazieresti, in questa
quiete di palude.

(da L’ultima libertà, Mondadori, 1962)

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono sempre pronto a tradire la letteratura con la vita.
SIRO ANGELI

giovedì 26 settembre 2013

Mettici il cielo

 

JÜRGEN THEOBALDYtheobaldy1

LAVORARE CON LA CARTA

Di ogni poesia
puoi farti una rondine.

L’importante è che sia piegata ad arte.

Proprio di ogni poesia, sai,
anche se non riuscita.

Poi col pensiero vai e mettici il cielo.

(da Tutto sempre di nuovo, 2000 - Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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Mettici il cielo. Questo è il consiglio che dà il poeta tedesco Jürgen Theobaldy (Strasburgo, 1944) a chi legge le poesie. Perché solo così, mettendoci la nostra fantasia, i sogni e le aspirazioni, i desideri e le passioni, i ricordi e le esperienze, possiamo fare davvero nostra una poesia.

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Aereo

IMMAGINE © ETSY

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LA FRASE DEL GIORNO
La pagina bianca o coperta solo di punteggiatura è come una gabbia senza uccello. La vera opera aperta è quella che chiude la porta: il lettore, aprendola, fa scappare l’uccello, il testo
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OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

mercoledì 25 settembre 2013

Le ombre che forgiammo insieme

 

PEDRO SALINAS

LXIX. LE SENTI COME CHIEDONO REALTÀ

Le senti come chiedono realtà
scarmigliate, feroci,
le ombre che forgiammo insieme
in questo immenso letto di distanze?
Stanche ormai di infinito, di tempo
senza misura, di anonimato,
ferite da una grande nostalgia di materia,
chiedono limiti, giorni, nomi.
Non possono vivere più così: sono alle soglie
della morte delle ombre, che è il nulla.
Accorri, vieni, con me.
Insieme cercheremo per loro
un colore, una data, un petto, un sole.
Che riposino in te, sii tu la loro carne.
Si placherà la loro enorme ansia errante,
mentre noi le stringiamo avidamente
fra i nostri corpi,
dove potranno trovare nutrimento e riposo.
Si assopiranno infine nel nostro sonno
abbracciato, abbracciante. E così,
quando ci separeremo, nutrendoci
solo di ombre, fra lontananze,
esse
avranno ormai ricordi,
avranno un passato di carne ed ossa,
il tempo vissuto dentro di noi.
E il loro tormentato sonno
di ombre sarà, di nuovo, il ritorno
alla corporeità mortale e rosa
dove l'amore inventa il suo infinito.

(da La voce a te dovuta, 1933)

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Finisce così La voce a te dovuta di Pedro Salinas (1891-1951): il poeta spagnolo si rassegna alla fine della relazione con la professoressa statunitense Katherine R. Whitmore e resta con la moglie, che ha tentato il suicidio in seguito alla scoperta del suo tradimento. Alla fine, rimangono solo ombre e ricordi da bruciare sull’altare di un amore che diventa puro spirito e quindi infinito.

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Film

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LA FRASE DEL GIORNO
Non voglio che ti allontani, / dolore, ultima forma / di amare
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PEDRO SALINAS, La voce a te dovuta

martedì 24 settembre 2013

Álvaro Mutis

 

Álvaro Mutis, poeta e romanziere colombiano è morto il 22 settembre all’Istituto Nazionale di Cardiologia di Città del Messico per un problema cardiorespiratorio. Lo ha reso noto ieri la moglie, Carmen Miracle. Mutis, nato a Bogotá  nel 1923, aveva vissuto a lungo in Belgio, dove il padre era diplomatico, e in Francia. Nel  2001 era stato insignito del Premio Cervantes. Tra i suoi romanzi più noti “Ilona arriva con la pioggia” e “La casa di Araucaíma”. Octavio Paz, il Nobel messicano, seppe fotografarne bene il carisma poetico: “Non è difficile riconoscere in Alvaro Mutis la voce di un vero poeta. (…) Lo spirito esita tra la pietra e la putrefazione. E il miglior momento della grande nudità e, anche, dell'apogeo della forma. Lusso e agonia: cerimonia della catastrofe, rito del disastro. Tutto, inclusa la morte, esige una liturgia. Non esiste mito, non c'è favola ricreatrice del mondo e, in una parola, non esiste poesia senza un rito”.

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Alvaro-mutis_ARCHIVO

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da LE OPERE PERDUTE, 1965

 

NOTTURNO

La notte respira,
indica i suoi spazi nitidi;
le sue creature, da infimi rumori,
dallo scricchiolio lieve dei legni,
si tradiscono.
La notte riconferma
un certo seme occulto
nella mina feroce che ci regge.
Col suo latte letale
nutre in noi
una vita che si prolunga
oltre ogni risveglio mattutino
sulle rive del mondo.
La notte che respira
il nostro faticoso alito da vinti
ci riserva e ci protegge
«per i più alti destini».

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CITTÀ

Un pianto,
un pianto di donna
interminabile,
soffocato,
quasi tranquillo.
Nella notte, un pianto di donna mi ha svegliato.
Prima il rumore di una serratura,
dopo dei piedi che tentennano
e in seguito, a un tratto, il pianto.
Sospiri intermittenti
come cadute di un'acqua interna,
densa,
imperiosa,
inesauribile,
come una chiusa che accumula e libera le acque
o come elica segreta
che interrompe e poi ricomincia il suo lavoro
travasando il bianco tempo della notte.
Tutta la città si è impregnata a poco a poco di questo pianto,
perfino i terreni abbandonati dove si getta la spazzatura,
sotto le cupole degli ospedali,
sopra le terrazze dell'estate,
nelle discrete celle della prostituzione,
nelle carte che girano sui viali spopolati,
con l'emanazione tiepida di certe cucine militari,
sulle medaglie che riposano dentro le teche speciali,
un pianto di donna che è durato lungo tempo
nella stanza vicina,
per tutti coloro che scavano la propria tomba nel sonno,
per coloro che sorvegliano la mina del tempo,
per me che lo ascolto
senza conoscere altro
che il suo debole rotolare all'aria aperta
per inseguire le silenti sabbie dell'alba.

(Traduzione di Martha Canfield)

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da SUMMA DI MAQROLL IL GABBIERE, 1992

 

PROGRAMMA PER UNA POESIA

Finita la cha­ranga, i musi­ci­sti rac­col­gono asson­nati gli stru­menti e appro­fit­tano dell’ultima luce del pome­rig­gio per met­tere in ordine i loro spartiti.

Prima di per­dersi nell’oscurità delle strade, gli spet­ta­tori danno la loro opi­nione sul con­cen­tro. Alcuni espri­mono con deli­be­rata e scru­po­losa chia­rezza. Si trova chi rife­ri­sce della vicenda con un fer­vore gio­va­nile con­ser­vato accu­ra­ta­mente tutto il pome­rig­gio, per farlo bril­lare in quel momento con un fuoco d’artificio al cre­pu­scolo. Altri opi­nano con ter­ri­bile cer­tezza e con­vin­zione, lasciando tut­ta­via intra­ve­dere nella voce fram­menti del grande sipa­rio d’apatia sul quale pro­iet­tano tutti i loro gesti, tutte le loro parole.

La piazza resta vuota, immensa, nell’oscurità senza rive. L’acqua di una fon­tana sot­to­li­nea l’attesa e l’ansietà che con lenta niti­dezza vanno impos­ses­san­dosi di tutto l’ambiente. Da lon­tano si comin­cia a sen­tire la musica bar­bare che si avvi­cina. Dal cavo più pro­fondo della notte sorge que­sto suono pla­ne­ta­rio e rug­gente che strappa dal più nasco­sto dell’anima le radici pal­pi­tanti di pas­sioni dimenticate.

Qual­cosa inizia.

(Traduzione di Fabio Rodríguez Amaya)

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia dev’essere visionaria o non è. La condizione visionaria della poesia talvolta è evidente ed esplicita, altre volte è nascosta, implicita, ma comunque non può mancare.
ÁLVARO MUTIS

lunedì 23 settembre 2013

Il verde tappeto acquarello

 

EMILIO GAYEmilio Gay

PIAZZA MARIA TERESA

Quando improvviso
un gran vento d’autunno
stacca dai lecci
foglie appena appassite
il verde tappeto acquarello
che svaria tra giallo e
tabacco
è letto di anime vive
che ridono all’ultimo sole.

(da Le Ali di Pegaso, GET, 2001)

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Primo giorno d’autunno oggi: gli occhi allenati già colgono le prime avvisaglie della nuova stagione. Il verde delle piante è ancora lì, ma sotto, sull’asfalto dei viali, nelle aiuole, nei giardini, c’è un piccolo strato di foglie gialle, staccatesi dai rami. Quello che notano gli occhi del poeta piemontese Emilio Gay (1933-2004), in Piazza Maria Teresa a Torino, un quadrato verde circondato da lecci nel quartiere di Borgo Nuovo, a due passi dal Po e dalla grande Piazza Vittorio Veneto.

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FOTOGRAFIA © COMUNE DI TORINO

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LA FRASE DEL GIORNO
L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.

ALBERT CAMUS

domenica 22 settembre 2013

La musica è finita

 

FIVOS STAVRIDISstavridis1

VERSI PER MUSICA

Non troverai più il volto
dietro la foglia verde del silenzio
la musica è finita, le luci
sono basse: non so quale promessa,
quali illusioni saranno rimpiazzate
dalla gravità di un’altra decisione.
Giù nella valle delle farfalle
non troverai più i passi perduti;
là adesso l’erba arriva alle ginocchia
e forse la tua solitudine sarebbe impenetrabile
nella spoglia possibilità
di un’altra attesa.

(da Poesie, 1972)

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Minimalismo contemplativo: è quello che mi è venuto di pensare leggendo questi versi del poeta cipriota Fivos Stavridis (1938-2012). È una disillusione quella che è nascosta in questa poesia molto criptica, uno sguardo rivolto al passato, alle memorie di un tempo lontano ormai perduto, sul quale, come sulle tombe di un cimitero ebraico, è cresciuta largamente l’erba.

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MURME, “LONELY MAN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Le disillusioni si allentano come l'arco, con una forza sinistra, e scoccano l'uomo, questa freccia, verso il vero.
VICTOR HUGO, L’uomo che ride

sabato 21 settembre 2013

Regalo di compleanno

 

TITOS PATRIKIOSPatrikios

REGALO DI COMPLEANNO

Mi hanno regalato altri anni ancora
per parlare non solo, come un tempo,
degli scomparsi, che avremmo dimenticato
ma anche di quelli in mezzo ai quali vivo
di quanti incrocio senza conoscere bene
di quanti rischiano di essere dimenticati anche da vivi.

(da Il nuovo tracciato, 2007)

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Un altro anno. Un’altra pietra nel mucchio. Un’altra festa e un’altra torta. La vita ci segna tutti quanti, non è un mistero. Il compleanno non è che una boa lungo il tragitto, un giorno che sarà presto dimenticato. Ma oggi è oggi e mi regalo questi versi del poeta greco Titos Patrikios (Atene, 1928), come monito perché la vita sia testimonianza anche per chi non c’è più o per chi si è smarrito e non un vuoto trascorrere di giorni.

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FOTOGRAFIA © SPARKEY DAVIS

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LA FRASE DEL GIORNO
La testa mi dice: hai un anno di più. / Il cuore: sono dieci gli anni che sono passati. / Bevo un sorso e il vino mi sussurra: / avevi vent’anni di meno. / Faccio il conto e riempio di nuovo il mio bicchiere
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MARTÍN LÓPEZ VEGA

venerdì 20 settembre 2013

Alle soglie d’autunno

 

ANTONIA POZZI

LA VITA

Alle soglie d'autunno
in un tramonto
muto

scopri l'onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d'uccelli
cui le ali non reggono più.

18 agosto 1935

(da Parole, 1939)

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Ora che l’autunno si approssima – contrariamente a quello che in tanti credono non comincia il 21, ma il 22 o 23 settembre, con l’equinozio: quest’anno la sera del 22 – si sviluppano anche riflessioni del genere di quella che ha ispirato la poesia di Antonia Pozzi (1912-1938): è un momento dell’anno in cui sentiamo lo scorrere del tempo, il fluire delle nostre vite; la fine dell’estate è ancora più intensa, da questo punto di vista, della fine dell’anno: là è più questione di bilanci, è un mero dato del calendario, adesso invece vi siamo immersi con i nostri bioritmi e i nostri sensi.

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LEONID AFREMOV, “END OF SUMMER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Inizio d’autunno: / nel mare e nei campi / un verde solo.

BASHŌ

giovedì 19 settembre 2013

Dolcezze d’autunno

 

DIEGO VALERI

E COSÌ TE NE VAI TU PURE, ESTATE

E così te ne vai tu pure, estate.
Di giorno in giorno più breve è la luce,
più basso il cielo.
Un’ala lunga di vento
si stende liscia su la faccia del mondo.
È il vento umido, molle, delle sere precoci.
Cosa più resta al vecchio cuore
che già si gonfia di pianto?
Restano le tristi dolcezze di autunno
E la luce dell’ultima sera.

(da Calle del vento, Mondadori, 1975)

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Eccola la malinconia di fine stagione, eccola comparire con i primi maglioncini, con le prime felpe della decadente estate. È un fresco nell’aria delle mattine e delle sere che prima non c’era, è l’accorgersi all’improvviso che bisogna accendere la luce quando prima invece si cenava nel chiarore del tramonto. Diego Valeri (1887-1976) ne coglie la tristezza, ma sa come consolarsi: il regalo del mondo per la fine dell’estate è una dolcezza infinita, quella dei frutti che maturano, quella dei bei giorni che ancora si vestono di sole e cominciano a dipingere le foglie di colori caldi.

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FRANK WILSON, “CANYON OAKS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Le estati volano sempre… gli inverni camminano!

CHARLES M. SCHULZ, Peanuts

mercoledì 18 settembre 2013

Ode alla moderazione

 

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CUORE, CUORE SCONVOLTO DA TORMENTI

Cuore, cuore sconvolto da tormenti
che non hanno rimedio, risollevati,
resisti ai tuoi nemici, protendendo
contro di loro il petto, e resta saldo
nel corpo a corpo. Non mostrarti troppo
arrogante se vinci, e non abbatterti,
se vinto, fra i lamenti e ai mali affliggiti
senza strafare, impara a riconoscere
quale alterna vicenda regge gli uomini.

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Questo bellissimo monologo ci viene dalla prima metà del VII secolo avanti Cristo: è infatti una poesia in giambi dello “scandaloso” Archiloco (circa 680-645 a.C.), antesignano dell’autobiografia e fautore di una rottura con la tradizione e la moralità vigente – si vantò, ad esempio, di avere gettato lo scudo per viltà. Eppure in questa esortazione a se stesso appare equilibrato, addirittura moderno, precursore di tante frasi famose sulla moderazione, portavoce di un concetto molto diffuso nel mondo antico, il “medèn àgan”, il nulla di troppo. Non eccedere, dunque, non abbattersi disperati nella sventura e non abbandonarsi alla gioia sfrenata nella felicità, non fare il gradasso quando si vince e il muso lungo quando si perde.

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JANE  GOUGH, “MANIC”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non spinger mai all'estremo né il male né il bene. Un antico sapiente ridusse tutta la sapienza alla semplice moderazione. Il diritto spinto all'eccesso diviene torto, e l'arancia troppo strizzata sprizza umore amaro. Anche nel godimento non s'ha da giunger mai all'estremo. Lo stesso ingegno si esaurisce, se lo si sfrutta troppo, e chi vorrà torchiare tirannicamente caverà sangue in luogo di latte
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BALTASAR GRACIÁN Y MORALES, Oracolo manuale e arte di prudenza

martedì 17 settembre 2013

E le pareti dell’albergo

 

TOMAS TRANSTRÖMER

LA COPPIA

Spengono la luce ma la sua bianca campana di vetro
Riluce ancora un istante prima di svanire del tutto
Come una pastiglia in un bicchiere di oscurità. Poi si alza.
E le pareti dell’albergo si slanciano nel buio del cielo.

I movimenti dell’amore si esauriscono e loro dormono
Ma i pensieri più segreti si incontrano
Come quando due colori si fondono
Sulla carta umida del disegno di un bimbo.

Buio e silenzio. Ma la città stanotte si è avvicinata.
Con le finestre spente. Sono giunte le case.
Stanno molto vicine nell’attesa affollata,
Di gente dal volto inespressivo.

(da I semilavorati del cielo, 1962 - Traduzione di Franco Buffoni)

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Quando l’Accademia Reale assegnò il Nobel al poeta svedese Tomas Tranströmer (Stoccolma, 1931) lo motivò con la sua capacità di offrire un nuovo accesso alla realtà grazie all’uso di “immagini condensate e translucide”: che cosa volessero significare lo si può intuire da questa poesia in cui protagonista non è tanto una coppia che fa l’amore in una camera d’albergo ma le case che – metafisicamente – si spostano, la luce di una lampadina che si scioglie come un’aspirina nel buio, i colori che si mischiano come se fossero stesi su un foglio dalla mano incerta di un bambino.

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Night

EDWARD HOPPER, “NIGHT WINDOWS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Io ho una relazione di amore intenso con il sogno. Vado a dormire come a una festa. Il risveglio è quasi sempre una disillusione
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TOMAS TRANSTRÖMER

lunedì 16 settembre 2013

Forse un po’ di malinconia

 

EUGENIO FLORITth

MOMENTO

Non mi manca niente. Sto bene.
C’è il sole con il fresco dell’aria.
Ho l’amore vicino. Ma non ho
quel che dentro di me vorrei avere.
Questa pace è tranquilla, ma mi fa male
con un vuoto che non ha nome.
E non so dire quel che vorrei…
Forse un po’ di malinconia.

5 febbraio 1974, dopo aver letto Bécquer

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Ci sono dei momenti così, come questo descritto dal poeta cubano Eugenio Florit (1903-2000): come ne succedono altri in cui siamo inspiegabilmente preda di una felicità immotivata, capita anche di essere presi da un’incomprensibile malinconia. Certo, ad esempio, mettersi a leggere, come dichiara Florit, i versi del poeta spagnolo Gustavo Adolfo Bécquer, venati di una crepuscolare tristezza di fondo, può essere una causa…

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melancholy

EDVARD MUNCH, “MALINCONIA”

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LA FRASE DEL GIORNO
La malinconia è la felicità di essere triste
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VICTOR HUGO, I lavoratori del mare

domenica 15 settembre 2013

Genova mia di mare

 

GIORGIO CAPRONI

SIRENA

La mia città dagli amori in salita,
Genova mia di mare tutta scale
e, su dal porto, risucchi di vita
viva fino a raggiungere il crinale
di lamiera dei tetti, ora con quale
spinta nel petto, qui dove è finita
in piombo ogni parola, iodio e sale
rivibra sulla punta delle dita
che sui tasti mi dolgono? …Oh il carbone
a Di Negro celeste! oh la sirena
marittima, la notte quando appena
l’occhio s’è chiuso, e nel cuore la pena
del futuro s’è aperta col bandone
scosso di soprassalto da un portone.

(da Il passaggio d’Enea, 1956)

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“Genova mia” dice Giorgio Caproni (1912-1990): il poeta nato a Livorno e vissuto a Roma portò per sempre nel cuore la città della sua adolescenza e della sua gioventù, dove trascorse gli anni dal 1924 al 1939, il tempo dell’abilitazione magistrale e degli studi di violino al Conservatorio, il tempo dei primi amori e della prima esplorazione del mondo. Eccola qui Genova, cui Caproni dedicherà nella stessa raccolta la celebre Litania: “Genova mia città intera. / Geranio. Polveriera. / Genova di ferro e aria, / mia lavagna, arenaria”. Questo sonetto, che è del 1952, e precede di due anni Litania, ha in sé il gusto della memoria: è una Genova sognata e ricordata, ricreata ricordo per ricordo, strada per strada, dalla creuza in salita dove si appartava con la ragazza di turno alla zona portuale dove si scaricava il carbone per il marchese Di Negro. Restano nella memoria il suono delle sirene del porto e il colpo di un portone sbattuto nella notte come metafore della sua vita.

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FOTOGRAFIA © GENOVA ERA SUPERBA

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LA FRASE DEL GIORNO
Genova mio rimario. / Puerizia. Sillabario. / Genova mia tradita, / rimorso di tutta la vita
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GIORGIO CAPRONI, Il passaggio d’Enea

sabato 14 settembre 2013

Vorrei dirti che t’amo

 

GESUALDO BUFALINO

A CHI LO SA

S'io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l'obliquo invincibile sole;
s'io sapessi gridare
gridare gridare gridare come il mare
quando s'impenna nel ludibrio d'aquilone;
s'io sapessi, s'io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all'erba crudeli dolcezze...
oh allora ogni mattino,
e non con questa voce roca d'uomo,
vorrei dirti che t'amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.

(da L’amaro miele, Einaudi, 1982)

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Dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino (1920-1996) abbiamo già esaminato il pessimismo di “Brindisi al faro” e lo stupore di “Risarcimento”.  Ora lo troviamo alle prese con la difficoltà di esprimere l’amore, di dirlo con accenti che vadano al di là della limitata capacità umana: con la potenza del sole, con la forza del mare, con la dolcezza della pioggia. Eppure basta poco a volte, basta semplicemente dire “Ti amo”. È sufficiente, te lo assicuro, Bufalino…

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JACK VETTRIANO, “BACH WHERE YOU BELONG”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amo come l'amore ama. / Non conosco altra ragione di amarti che amarti. / Cosa vuoi che ti dica oltre a dirti che ti amo, / se ciò che ti voglio dire è che ti amo?

FERNANDO PESSOA, Faust

venerdì 13 settembre 2013

Una la verità

 

FRANCO FORTINIFranco20Fortini

COME UNA DOPO L’ALTRA

Come una dopo l’altra una dall’altra una
e un’altra ininterrottamente come lente e veloci
o come stagioni o come le ore o le api o le voci
o il pianto degli innocenti o lo strido delle foglie
o il vocío delle onde delle gocce delle scaglie
di pigna o l'ondulío della ragione nella sua cuna
o della dolorosa fortuna il lamento

ma sopra come la dominante ostinata ragiona
e dice e ridice una la verità.

(da Questo muro, Mondadori, 1973)

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Criptico il pensiero di Franco Fortini (1917-1994): il poeta non fece mai mistero dell’ideologia alla base della sua opera – l’utopia progressista, come scrisse Raboni, anzi di più, quella comunista per esplicita ammissione dell’autore – ma con un lavorio continuo di discussione e di elaborazione, così da veicolare anche gli esiti in contrasto tra il messaggio dell’ideologia e il pensiero dell’uomo. Lavorio che è reso bene dalle immagini scelte, che si susseguono come onde o stagioni per poi ottenere alla fine, come risultato la verità.

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INALUX, “ETERNAL FROST”

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LA FRASE DEL GIORNO
La verità cade fuori della coscienza. / Non sapremo se avremo avuto ragione.
FRANCO FORTINI, Questo muro

giovedì 12 settembre 2013

Il risveglio del capitano Wiesler

 

BERTOLT BRECHTBertolt-Brecht

RICORDO DI MARIE A.

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
Tranquillo sotto un giovane susino
Io tenni l'amor mio pallido e quieto
Tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d'estate
C'era una nube ch'io mirai a lungo:
Bianchissima nell'alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell'amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
Questo rammento: l'ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
Senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
Era molto bianca e veniva giù dall'alto.
Forse i susini fioriscono ancora
E quella donna ha forse sette figli,
Ma quella nuvola fiorì solo un istante
E quando riguardai sparì nel vento.

(da Die Hauspostille, 1927)

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Nel film tedesco Le vite degli altri, che ottenne l’Oscar nel 2007, Wiesler, un capitano della Stasi, la polizia segreta della Germania Democratica, riceve l’incarico di spiare lo scrittore Dreyman per trovare elementi compromettenti che lo mandino in disgrazia con il regime. Wiesler però, poco a poco, comincia ad essere attratto da quel mondo di artisti, tanto che sarà proprio lui a salvare Dreyman dall’arresto eliminando la prova che lo incriminerebbe - una macchina per scrivere nascosta sotto il pavimento - e distruggendo la propria carriera. Il punto di svolta nell’atteggiamento di Wiesler è segnato nel film dalla lettura della prima strofa di questa poesia di Bertolt Brecht (1898-1956): è l’arte che irrompe con la sua forza di sogno nel grigiore della realtà, è la poesia come forma di salvezza e redenzione umana.

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La vita degli altri

FOTOGRAFIA E VIDEO da “LE VITE DEGLI ALTRI” © ARTE

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è il perpetuo sforzo di esprimere lo spirito della cosa, di penetrare il corpo bruto, e di cercare la vita e la ragione che lo fa esistere.
RALPH WALDO EMERSON, Poesia e immaginazione

mercoledì 11 settembre 2013

Se non ti avessi mai incontrata

 

ERICH FRIED

SOLTANTO NON…

La vita
sarebbe
forse più semplice
se io
non ti avessi mai incontrata

Meno sconforto
ogni volta
che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che ancora verrà

E anche meno
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
pretende l'impossibile
e subito
fra un istante
e che poi
giacché non è possibile
si sgomenta
e respira a fatica

La vita
sarebbe forse
più semplice
se io
non ti avessi incontrata
Soltanto non sarebbe
la mia vita

(da È quel che è, Einaudi, 1988 – Traduzione di Andrea Casalegno)

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Di questo libro di Erich Fried (1921-1988), poeta austriaco naturalizzato britannico, trovo molto affascinanti le poesie d’amore della prima parte – anche se qua e là scadono nella banalità. Ma, come nel caso di Come ti si dovrebbe baciare, È quel che è e Ma Fried sa come toccare le corde, sa evocare quello che dovrebbe essere l’Amore, rigorosamente con l’A maiuscola. Così qui si pone una domanda che a molti sarà capitato di porsi: “se non ti avessi mai incontrata”. La risposta è un’ipotetica strada alternativa, una vita diversa, non nostra…

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ROBERT DOISNEAU, “BOUQUET DE JONQUILS, PARIS, 1950”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore non è una scintilla effimera, nata dall'incontro di due desideri, è una fiamma eterna sprigionata dalla fusione di due destini.
GUSTAVE THIBON, Quello che Dio ha unito. Saggio sull’amore

martedì 10 settembre 2013

Alberto Bevilacqua

 

Dopo una lunga malattia, si è spento ieri nella clinica Villa Mafalda di Roma lo scrittore e regista Alberto Bevilacqua. Era nato a Parma nel 1934 ed è noto soprattutto per i suoi romanzi, La califfa in particolare, di cui curò anche la trasposizione cinematografica. Ma  era anche poeta, autore di ben quattordici raccolte, capace di stregare con il suo dire sanguigno e carnale il grande Jorge Luis Borges: “nella poesia di Bevilacqua è espressa con forza la manifestazione massima del mistero dell’uomo: il potere e l’attesa di essere stupiti”. È una poesia che dialoga – con la madre, con le donne, con gli amici – ma spesso diventa anche indagine su se stesso per trovare se non delle risposte, almeno degli spiragli, dei barbagli di verità che scintillino nei lati più oscuri del reale.

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Bevilacqua

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DETTAGLI A SANGUE

Di tanto amarti perduto
non resterà che questo:
il ricordare a strappi come ci si leva
una benda per rabbia da una ferita
fresca
solo frammenti, dettagli a sangue, o svolte
fulminee,
il senso del dolore prima che il dolore esulti:
il poco, il breve
che non sapevamo vivendoli capaci d'immenso.

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SIMILITUDINE A DUE

…hai la bellezza della farfalla che muore
sulla rovente lampada tenuta accesa
da un uomo insonne fino al giorno:
bruciata impronta del confine
fra il grande sogno e la notte breve.
Bellezza, un senso del nulla,
il solo forse,
che percepisce il mondo
che ci scruta dal fondo del suo specchio
dove riflette solo chi ci manca

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DOPPIO SOGNO

Qual è il sogno? Il mio che guardo
me stesso nello specchio e non mi penso
o il tuo, che senza avermi,
m’hai pensato, lo so, tutta la notte?

Qual è il sogno? La fame
che ti porti delle mie parole
tutte avendole udite, o sazietà
che io ne ho senza avermi
dato ascolto neppure un istante?

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L’AMICA LASCIATA

…sono le prime luci
nei cortili delle caserme,
il mondo appena inizia
a conversare con le sue frasi fatte;
ci fu qualcosa fra noi
sconosciuto e tenero in silenzio
che forse il clamore
ha impedito o l’averne
parlato a voce troppo alta…
Dimenticarsi a forza è impossibile,
amica lasciata, bisogna
pensarsi lungamente finché
il pensiero non prenda quella stanchezza
che anche la vita, mentre non sai, consuma

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SISTEMALO IL CUSCINO UN PO’ MEGLIO…

- quando mi aggiusto nel tuo letto
e non so se chiamarla
angoscia che tira il fiato
pastosa del tuo blu nel piumino,
sistemalo il cuscino un po’ meglio:
io non voglio nient’altro, nemmeno
Dio. Voglio essere lasciato
al suono che sarò domani.

al mio anticipato scricchiolio
d’ossa con cui mi aggiusterò sotto i rami
di qualche albero che mi terrà
ignorato alla sua ombra,
oppure
che ombre non darà. Non importa.

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Altre poesie di Alberto Bevilacqua sul Canto delle Sirene:

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LA FRASE DEL GIORNO
Anima amante mia per sbaglio / segnata / come una data / in un estraneo Anno Domini: / io ti ho, forse, / perché ho tutto quello / che non dovrei avere per averti.
ALBERTO BEVILACQUA

lunedì 9 settembre 2013

Troppo tardi

 

HENRIK NORDBRANDTHenrik-Nordbrandt

DOVUNQUE ANDIAMO

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
sono le case cui è troppo tardi per tornare
i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna
e le donne che è troppo tardi per amare
a tormentarci con la loro impalpabile presenza.

E qualsiasi strada ci sembri di conoscere
ci porta lontano dai giardini fioriti che cerchiamo
e che diffondono il loro pesante odore nel quartiere.
E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.

(da Poesia del Novecento in Italia e in Europa, Feltrinelli, 2000 – Traduzione di Bruno Berni)

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Lo spaesamento, l’estraniamento è uno dei temi principali della poetica – e della vita – di Henrik Nordbrandt (Copenaghen, 1945), poeta danese che dal 1970 dimora in Spagna, Grecia e Turchia. Uno spaesamento – una solitudine “costruttiva” capace di osservare il reale - che è anche dell’amore, se in un’altra sua poesia lo paragona alla fine di Bisanzio, a una città in fiamme da cui si fugge: “doveva somigliare a quel riflesso / nel viso tuo / quando te ne scosti i capelli / e mi guardi”. Ne deriva questa sorta di sfasamento temporale, questo continuo ritardo sul reale.

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ADAM DABROWSKI, “TOWARDS INFINITY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nella vita, le cose che desideriamo hanno la specialità di arrivare troppo tardi
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ISAAC B. SINGER, La famiglia Moskat

domenica 8 settembre 2013

L’8 settembre 1943

 

FRANCO FORTINIfortini-x-web

UNA SERA DI SETTEMBRE

Una sera di settembre
quando le dure donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d'inchiostro dei fosfori sull'asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c'era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’'estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c'era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.

1955

(da Poesia e errore, Feltrinelli, 1959)

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Fu una grande illusione collettiva quella che settant’anni fa, l’8 settembre 1943, prese gli italiani: quella sera infatti, seppero dalla radio che entrava in vigore l’armistizio di Cassibile siglato cinque giorni prima con gli anglo-americani. Alle 19.42, mentre fuori splendeva ancora l’ultima luce del giorno, il generale Badoglio diede l’annuncio, già letto a Radio Algeri dal generale americano Dwight Eisenhower.

« Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

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Mentre i vertici dello Stato e del Regio Esercito fuggivano verso sud, la maggior parte degli italiani credette che la guerra fosse finita. Ma, dopo l’euforia, dopo la notte di baldoria e di gioia che racconta Franco Fortini (1917-1994) in questa poesia, ci sarà la disillusione, risulterà chiaro il senso di smarrimento e di disorganizzazione: quei militari che ballavano nelle vigne e dormivano nei fienili si troveranno a dover inseguire lo “Stato”, a ritrovare le loro compagnie e i loro battaglioni, a scegliere infine da che parte stare. E a guardarsi le spalle da un altro terribile nemico, l’infuriato ex alleato tedesco. L’8 settembre 1943 la guerra non era finita: l’Italia aveva solo cambiato di campo, infilandosi nel doloroso capitolo della guerra civile.

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando scoppia una guerra, la gente dice: "Non durerà, è cosa troppo stupida". E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.
ALBERT CAMUS, La peste

sabato 7 settembre 2013

E feci visita al mare

 

EMILY DICKINSONemily_dickinson4

MI AVVIAI DI BUON’ORA…

Mi avviai di Buon'ora - Presi il mio Cane -
E feci visita al Mare -
Le Sirene dello Scantinato
Uscirono per guardarmi -

E i Vascelli - del Piano più Alto
Stesero Mani di Canapa -
Presumendo ch'Io fossi un Topo -
Arenato - sulla Sabbia -

Ma Nessuno Mi smosse - finché la Marea
Andò oltre le mie semplici Scarpe -
E oltre il Grembiule - e la Cintura -
E oltre il Corsetto - anche -

E fece come se volesse divorarmi -
Per intero come una Rugiada
Sulla Manica di una Campanula -
E allora - mi avviai - anch'io -

E Lui - Lui seguiva - dappresso -
Sentivo il suo Argenteo Tallone
Sulle Caviglie - Poi le Mie Scarpe
Traboccarono di Perle -

Finché incontrammo la Solida Città -
Lui sembrava non conoscere Nessuno -
E inchinandosi - con un Possente sguardo -
A me - Il Mare si ritirò -

(da Poesie – Traduzione di Giuseppe Ierolli)

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L’alba, forse uno dei momenti migliori – insieme al tramonto – per osservare il mare, per respirarlo, per viverlo. E prende davvero vita in questi versi di Emily Dickinson (1830-1886), si trasforma in un essere magico e mitologico, tramuta questo sogno della poetessa in una favola: il mare si avvicina quasi timoroso, sospettoso, la sfiora e si ritrae, si fa più audace, quasi minaccioso – Marisa Bulgheroni, che curò il Meridiano della Dickinson ravvisa dietro le metafore della poesia allusioni di tipo sessuale – poi diventa docile, come un altro cagnolino, fino all’arrivo in città, da cui fugge salutando per tornare agli spazi sconfinati della natura.

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DAVID JAMES, “A SUMMER MORNING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare
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JORGE LUIS BORGES, Luna di fronte

venerdì 6 settembre 2013

L’oblio

 

SUSANA CATTANEOsusana_cattaneo

SARÒ LA LUCE

Sarò la luce
che splende
su tutte le penombre.
L’inverno
di ogni amante.
L’erosione del mare
che fa lisce le pietre.
Le tempeste
che scalzeranno le radici.
La notte d’argento
su un oceano silenzioso.
Quella vacanza.
Quel viaggio.
Ogni sera vissuta nella pioggia.
Sarò
le orme sulla spiaggia
in altri mondi.
Il sale dell’Oriente.
Lontananze di porti
e leggende.
La straniera errante.
Quella che incontri
sui tuoi passi.
Sarò ogni cosa.
Sarò l’oblio.

(da Lluvia sobre toda soledad, 2003)

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Tutto il tempo muta e consuma lentamente, inesorabilmente. “Vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede” dice Dante nel Purgatorio. E tutto diventa oblio, prima o poi, come evocano le immagini scelte dalla poetessa argentina Susana Cattaneo (Buenos Aires, 1945):  cose perdute, cose lontane, cose dimenticate, cose cancellate. Sembra un male l’oblio, ma non lo è, è solo una sospensione della memoria, come chiosa Milan Kundera: “L'oblio ci riconduce al presente, pur coniugandosi in tutti i tempi: al futuro, per vivere il cominciamento; al presente, per vivere l'istante; al passato, per vivere il ritorno; in ogni caso, per non ripetere. Occorre dimenticare per rimanere presenti, dimenticare per non morire, dimenticare per restare fedeli”.

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INSTALLAZIONE DI RASHAD ALAKBAROV

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LA FRASE DEL GIORNO
L’oblio è l’unica vendetta e l’unico perdono.
JORGE LUIS BORGES

giovedì 5 settembre 2013

Quello che i poeti non dicono


BILLY COLLINSbillycollins1

LO SFORZO


C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea.
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.


(da Balistica, Fazi, 2011 – Traduzione di Franco Nasi)

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La scorsa settimana, presentando una poesia di Billy Collins (New York, 1941) che attaccava il modo dei critici di intendere le opere poetiche, ho promesso di parlare di un’altra sua poesia riservata agli insegnanti: eccola… Sottoscrivo ampiamente il punto di vista di Collins: infatti in questo blog le righe di presentazione che accompagnano le poesie vogliono essere soltanto uno spunto da cui partire, lasciando a chi legge la facoltà di “entrare” nella poesia, perché questo è leggere dei versi: infilarsi in essi e farli propri. È l’unico modo: “Il testo poetico è inspiegabile, non inintelligibile” scrisse Octavio Paz, Nobel messicano. Non si spiega una poesia, la si capisce.


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NORMAN ROCKWELL, “TEACHER’S BIRTHDAY”
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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole entrano dall’orecchio, appaiono davanti agli occhi, spariscono nella contemplazione. Ogni lettura di una poesia tende a provocare il silenzio
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OCTAVIO PAZ, Corrente alterna
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