domenica 31 marzo 2013

Una mattina di Pasqua

 

CHARLES MARTIN324_cmartin

DOMENICA DI PASQUA, 1985

“Intraprendere azioni per la ricomparsa in vita degli scomparsi
  è un atto sovversivo, saranno adottate misure a riguardo”.
  Generale Oscar Mejia Victores, Presidente del Guatemala

Nel Palazzo presidenziale stamattina
Il Generale è colto dal sospetto
Che tutti gli scomparsi torneranno,
In un atto sovversivo di resurrezione.
 
Di cosa ti preoccupi? Mai gli scomparsi
Saranno riportati dove sono stati presi;
Il tempo dei miracoli è finito per sempre;
Poiché non dormono, neppure si sveglieranno.
 
E se ti dicono che Cristo una volta riapparve
Vivo una mattina di Pasqua, che lo hanno visto,
Dà loro dei bugiardi, oggi chi può incontrarlo?
 
Forse Egli è con quanti sono scomparsi,
Fatto a pezzi e ucciso, gettato in un burrone
Con le braccia legate strette dietro la schiena.
 
(da Starting from sleep, 2002)

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Cristo è con chi soffre, con chi è umiliato, con chi è emarginato. È la lezione che da circa tre settimane Papa Francesco sta impartendo al mondo: Cristo, si badi bene, non la carità, non l’aiuto materiale che, senza di lui, trasformerebbe, come ha dichiarato il pontefice in uno dei suoi primissimi discorsi, la Chiesa in una organizzazione non governativa. È per questo che nella poesia di Charles Martin (New York, 1942) il generale Mejia Victores, presidente del Guatemala nel 1985 grazie a una spietata repressione della guerriglia, è timoroso: in ogni uomo torturato e ucciso si ripete il sacrificio.

Buona Pasqua, amici del Canto delle Sirene.

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EL GRECO, “RESURREZIONE”

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LA FRASE DEL GIORNO
In ognuno si crocifigge un Redentore
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HERMANN HESSE

sabato 30 marzo 2013

Come un’acqua perduta

 

ALESSANDRO PARRONCHIparronchi3

IL TUO CUORE

…io lo penso, il tuo cuore, come un’acqua
perduta in un deserto
che invano aspetta chi ci si disseti.
Lo penso come un albero fiorito
in piena notte, che nessuno guarda,
se non da vetri in fuga un viaggiatore
che noia o affari portano lontano.
Come uccello spaurito
vaga pei lacunari d’una volta
di cui non trova uscita e crea soltanto
col suo strido più vasta solitudine…

(da Coraggio di vivere, 1956)

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Cosa c’è di più prezioso dell’acqua in un deserto, di una pozza che sgorga nell’oasi e dà vita per chilometri e chilometri attorno? E cosa c’è di più bello di un albero fiorito, la speranza del frutto? Cosa c’è di più libero di un uccello che vola? A queste cose Alessandro Parronchi (1914-2007) paragona il cuore umano: ma senza una corrispondenza con l’Altro, il cuore resta giocoforza in solitudine e, quel che è peggio, vano. Nessuno può dissetarsi a quell’acqua, solo il viaggiatore fugace può gettare uno sguardo distratto a quella fioritura bellissima, e l’uccello non vola più libero ma si scontra contro i vetri della gabbia che lo limita.

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FAB, “LOVE IN CAGE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.
JOHN DONNE, Devotions upon Emergent Occasions

venerdì 29 marzo 2013

Io non sono io

 

JUAN RAMÓN JIMÉNEZjuanramon

IO NON SONO IO

Io non sono io

                    sono colui
che cammina accanto a me senza che io lo veda,
che, a volte, sto per vedere,
e che, a volte, dimentico.
Colui che tace, sereno, quando parlo,
colui che perdona, dolce, quando odio,
colui che passeggia là dove non sono,
colui che resterà qui quando morirò.

(da Eternità, 1918 – Traduzione di Claudio Rendina)

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Sdoppiamento della personalità? No, non scherziamo: è qualcosa che va oltre quello che esprime il Premio Nobel spagnolo Juan Ramón Jiménez (1981-1958) in questi versi. È la parte spirituale di noi stessi, è quella che può essere definita l’anima o l’inconscio, il soffio vitale. È la parte migliore di noi, quella che sa amare, che sa perdonare, che sa ascoltare. È l’ansia di eternità tante volte raccontata dal poeta. È quello che resterà di noi…

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Decalcomanie

RENÉ MAGRITTE, “LA DÉCALCOMANIE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non pensate alla mia vita, / lasciatemi libero e immerso. / Io centro nel centro
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JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, La stagione totale

giovedì 28 marzo 2013

Dentro gli inferni

 

ELIO PECORAnum009pecora

GIOVEDÌ SANTO

Divisa in due, avvolta dai lini in un cesto,
la Vergine dell’Afflizione con il cuore d’argento
esce una volta l’anno dalla stanza in penombra.
In chiesa, ricomposta, a fianco del figlio piagato,
dietro gli ori del grano fiorito nel buio,
andrà per le vie fino alle rupi e al Calvario.
Dopo i petardi e le campane a distesa
tornerà con la veste trapunta nell’armadio di noce.

S’abbuiano i colli, fra i castagni e gli ulivi
nel gregge ammassato il pastore cerca l’agnello,
chiama, bestemmia, l’afferra - in quel belato
il pianto estremo che non conosce il morire.
Latrano i cani, poi l’usignuolo per gli orti
cede al suo canto, lo svolge, lo lancia nel vento
lieve che muove i gracili rami del melo
piantato a novembre in un mattino piovoso.

Il pero, il loto, il tiglio, l’ippocastano,
appronta ciascuno a suo modo la fioritura
(foglie si svolgono tenere come ferite
nei verdi che variano dove il gelo riarse),
cava la talpa i suoi ciechi percorsi
scansando il pruno e il velenoso oleandro,
il motore in salita segnala un ritorno
nella casa di pietra con le serrande abbassate.

Eccidi a Gaza, tregua di un giorno in Rhodesia,
sparisce la nave stracolma di schiavi bambini,
un uomo - occhi grigi e giaccone a quadri -
dice che ieri notte ha scannato sua madre,
nella galassia sfocata s’accende una stella,
lesta si slarga nel telegiornale la mappa
dove su Nord e Sud scurano nubi:
i mari intorno sono un sobbalzo di accenti.

Scende il Cristo straziato dentro gli inferni
per riapparire, sabato a mezzanotte,
biancovestito dietro il sipario viola.
…Tante e più volte anche tu sei disceso
nei luoghi stretti presieduti dall’ansia
sgomento ogni volta di non più ritornare
all’orto da coltivare, alle stanze in penombra,
sempre ogni volta tornando senza risposta.

Orfeo salì spossato i cupi viadotti
portando in petto il seme della sconfitta
- ne venne al canto un intoppo, una sprezzatura:
a cui s’accorda la voce breve e delusa
di chi s’aggira in uno spazio inconcluso
e vuole restarvi: come se quello spazio
fosse l’unico luogo dove gli è dato abitare,
dove ognuno compie il suo oscuro percorso.

(da In margine e altro, Oedipus, 2011)

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Giovedì santo, un normale giovedì di marzo che riveste i panni simbolici della memoria per i cristiani: la sera dell’ultima cena, dell’Orto degli Ulivi, dell’arresto di Gesù. Ma è un giovedì santo di oggi, nel quale agli echi dei riti tradizionali che ancora si svolgono nelle chiese e talvolta nei paese si intrecciano le notizie svogliatamente udite dai telegiornali e le proprie vicende personali. Perché, come dice il poeta Elio Pecora (Sant’Arsenio, 1936) tutti noi alla fine siamo il Cristo che muore e poi risorge, siamo l’Orfeo della mitologia greca che scende agli Inferi per amore e fallisce nell’impresa di salvare l’amata Euridice proprio sul più bello: lo siamo nelle sconfitte di ogni giorno, lo siamo nelle vittorie inutili che riportiamo.

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RITI DEL GIOVEDÌ SANTO A ISPICA – FOTOGRAFIA © LEANDRO DISTEFANO

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LA FRASE DEL GIORNO
Da quando l'uomo non crede più all'inferno, ha trasformato la sua vita in qualcosa che somiglia all'inferno. Non può farne a meno
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ENNIO FLAIANO, Taccuino del marziano

mercoledì 27 marzo 2013

Linguaggio non parole

 

TOMAS TRANSTRÖMER565px-Transtroemer

MARZO ‘79

Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
Mi recai sull’isola innevata.
Non ha parole la natura selvaggia.
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
Linguaggio non parole.

(da Poesia del silenzio, Crocetti, 2001 – Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

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Attraverso le sue immagini dense e limpide ha offerto un nuovo accesso alla realtà”: questa fu la motivazione che portò all’assegnazione del Nobel per la Letteratura 2011 allo svedese Tomas Tranströmer (Stoccolma, 1931), definito spesso “poeta del silenzio” non solo per via degli sconfinati spazi deserti e spesso innevati della sua terra, ma soprattutto per questa sua contrapposizione del silenzio alla parola nella ricerca poetica. Un silenzio che dal 1990 è anche dell’uomo Tranströmer, colpito da un ictus che lo ha lasciato paralizzato a metà e privo della facoltà della parola.

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FOTOGRAFIA © PHIL MARTIN

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LA FRASE DEL GIORNO
Da quando non sono più in grado di parlare ho scoperto nuovi aspetti della scrittura. E ora non posso più nascondermi dietro le chiacchiere
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TOMAS TRANSTRÖMER

martedì 26 marzo 2013

Quello ch’è stato

 

DIEGO VALERIValeri

IL FIUME

Il fiume che si svena alla sua foce,
la sera che s’incenera e si sfa
nella tenebra morta, il fil di voce
del vento tra la viscida erba... Cuore,
quello ch’è stato d’amore e dolore
più non sarà.

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Scriveva in Intermezzo il critico Giacomo Debenedetti, parlando a proposito del poeta Diego Valeri (1887-1976): “I veneziani hanno la frase «dai copi in zo», dai tetti in giù: per esprimere bonariamente quello che in forma più solenne si chiama il dominio del finito, del discreto: insomma, dell’accessibile a noi, gente di questa terra. (…) Valeri è riuscito «dai copi in zo» ad accreditare il territorio delle sue esplorazioni e scoperte liriche. E a persuaderci che anche in questo territorio, c’è un ragguardevole spazio di poesia”. Concordo: Valeri stringe un’alleanza con la vita, la interpreta con serena accettazione, ne coglie gli aspetti che questa sua finitudine lascia talora filtrare con il tramite degli elementi naturali, come in questa sera alla foce di un fiume dove il cuore prende coscienza della naturalezza del vivere.

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CLAUDE MONET, “CHARING CROSS BRIDGE, IL TAMIGI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu vedi: è stolto temere la morte / se, vivendo, ogni istante si muore
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DIEGO VALERI, Calle del vento

lunedì 25 marzo 2013

Un poeta è un passero

 

PIER PAOLO PASOLINIppp_aprile2010

QUASI ALLA MANIERA DELL’ACHMATOVA, PER LEI

Un poeta dice che un poeta è un passero
che ripete tutta la vita le stesse note.
Le tue sono le note di un passero che crede
che la sua vita sia tutta la vita.

Nessuno va a disilludere un passero, perché
un passero non può farsi disilludere:
la sua sicurezza è come la presenza -
sulla terra - del paese di Carskoe Selò.

È passata su Carskoe Selò la rivoluzione?
Certo, è passata, ma semplicemente come
“un evento che non ha l'eguale”:

e il passero ha continuato a cantare.

Nulla esiste se non si misura col mistero:
che testimonianza avremmo degli “eventi”
se non cantasse
prima e dopo
di loro
un passero col suo canto lieve e severo?

(da Poesie marxiste, 1964-1965, in Tutte le poesie, Mondadori)

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Un omaggio di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) alla grandezza di un altro poeta, la russa Anna Achmatova, tanto da assumerne anche lo stile, si trasforma infine in una meditazione sulla poesia e sulla sua funzione nella società. Quella Musa che la Achmatova attende chiedendosi “Che cosa sono onori, libertà, giovinezza / di fronte all’ospite dolce / col flauto nella mano?” è la stessa che Pasolini sente fremere nel petto: “Se bevo un bicchiere di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bere, e mi sento gridare, con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo”.

 

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OLGA DELLA-VOS-KARDOVSKAYA, “RITRATTO DI ANNA ACHMATOVA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ai piedi della Storia / pigolo come fra i ceppi di un tiglio / un passero spaventato
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CURZIA FERRARI, Lucertola

domenica 24 marzo 2013

Un ramoscello d’ulivo

 

MARINO MORETTI220px-Marino_Moretti

LA DOMENICA DELLE PALME

Chinar la testa che vale?
E che val nova fermezza?
Io sento in me la stanchezza
del giorno domenicale,

mentre la madre mia buona
entra con passo furtivo
nella mia stanza e mi dona
un ramoscello d'ulivo...

E se'n va. Tutto quello
ch'ella vuol dirmi lo dice
a questo suo ramoscello
che adornerà una cornice:

adornerà la cornice
dorata a capo del letto
l'ulivo ch'è benedetto,
l'ulivo che benedice;

porterà pace e abbondanza
nelle casette più sole,
rallegrerà un po' la stanza
dell'infermo, senza sole,

ricorderà poi con tanta
fede l'ingresso solenne
di Cristo a Gerusalemme
nella domenica santa!...

Ulivo, e a me che dirai?
Le stesse cose anche tu?
se una parola: giammai,
se due parole: mai più?

Nulla tu doni al mio cuore
che lo consoli un istante,
ed il mio sguardo tremante
non vede in te che un colore:

il color triste di tutto
il mondo che non à sole
e piange tacito e vuole
vestirsi di mezzo lutto;

il colore della noia
e dei fiori di bugia,
il colore della mia
giovinezza senza gioia;

il colore del passato
che ritorna ben vestito,
il color dell'infinito
e di ciò che non è stato;

il color triste dell'ore
così lente a venir giù
dai lor numeri, il colore
che non è colore più.

(da Poesie scritte col lapis, 1910)

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Questa poesia di Marino Moretti (1885-1979) è assolutamente emblematica di cosa significhi essere un Crepuscolare: fuori c’è il sole, c’è la primavera che finalmente esplode con tutti i suoi colori e i suoi profumi, c’è la festa per la Domenica delle Palme, la processione con i rami d’ulivo benedetto; e invece il poeta resta chiuso nella sua stanza a coccolare il suo compianto, a crogiolarsi in un vano rimpianto per qualcosa che non tornerà mai più, a titillare il suo mal de vivre, l’atteggiamento esistenziale. Quando la madre gli reca quel ramoscello d’ulivo, egli lo prende per cortesia filiale e lo poserà poi sulla cornice di un quadro – probabilmente a soggetto religioso – ma non come simbolo di gioia o di fede, piuttosto come emblema di quella totale tristezza, divenuta un venefico liquido amniotico in cui vivere sospesi.

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ulivo

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Presso un'arola o in mezzo d'una strada / nessun desio si fa più vivo in me; / triste son io, triste son io, perché / la tristezza è il mio pane e la mia piada
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MARINO MORETTI, Poesie scritte col lapis

sabato 23 marzo 2013

Chinua Achebe

 

È morto ieri a Boston lo scrittore, saggista e poeta nigeriano Chinua Achebe, più volte candidato al Nobel per la Letteratura. Era nato il 16 novembre del 1930 a Ogidi ed è considerato uno dei padri fondatori della letteratura africana, soprattutto per il romanzo Il crollo, che descrive lo scontro tra il vecchio mondo tribale e quello coloniale e prefigura la rivoluzione contro il potere imposto dagli occidentali. Le sue poesie, gran parte delle quali scritte durante la guerra del Biafra, sul finire degli anni Sessanta e il principio dei Settanta, sono spesso brevi e talora con immagini crude: “Sono in grado di scrivere poesie brevi, intense, in relazione al mio stato d’animo. Tutto quello che si sta creando nell’ambito della nostra lotta” disse allora.

 

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CHINUA ACHEBE A BUFFALO NEL 2008 – FOTOGRAFIA © STUART C. SHAPIRO

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Per ricordare Chinua Achebe, ecco due poesie che ricordano eventi significativi della sua vita: la prima è abbastanza celebre e risale alla guerra del Biafra, ed è il ritratto di una madre rifugiata con in braccio il proprio bambino morto; la seconda fa riferimento al terribile incidente d’auto che nel 1990 lasciò il poeta paralizzato dalla vita in giù.

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MADRE RIFUGIATA CON BAMBINO

Nessuna Madonna con Bambino poteva eguagliare
quell'immagine di tenerezza di madre
per un bambino che doveva dimenticare

L'aria era pesante di odori
di diarrea di bambini non lavati
con costole slavate e sederi prosciugati
in lotta con passi affaticati dietro vuoti ventri rigonfi.
Molte lì hanno da tempo cessato
di preoccuparsi, ma non quella madre,
che manteneva tra i denti un sorriso spettrale,
e negli occhi il fantasma dell'orgoglio materno
mentre gli pettinava i capelli rugginosi
rimasti sul cranio, e poi,
solo negli occhi cantando, iniziò
a ripartirli adagio... In un'altra vita
questo sarebbe stato un piccolo atto quotidiano
privo di importanza tra colazione e scuola:
ora lei lo faceva come ponendo fiori
sulla minuscola tomba di un bambino.

(da Christmas in Biafra and other poems, 1971)

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FARFALLA

La velocità è violenza
Il potere è violenza
Il peso è violenza
La farfalla cerca salvezza nella leggerezza
Nel lieve volo ondeggiante
Ma a un incrocio dove la luce chiazzata
Cade dagli alberi su una nuova sfrontata autostrada
I nostri territori convergenti si incontrano
Giungo con forza sufficiente per due
E la dolce farfalla offre
Sé stessa in un sacrificio giallo brillante
Sul parabrezza di silicone duro.

(da Another Africa, 1998)

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LA FRASE DEL GIORNO
Fra gli Igbo c'è un proverbio, un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato. Lo scrittore deve dire alla gente dove la pioggia lo ha colpito.
CHINUA ACHEBE, Il crollo

venerdì 22 marzo 2013

La piazza a Venezia

 

SARAH KIRSCH518620429

SPRECO

Con un senso di liberazione percorrevo
La piazza a Venezia quando mi venne in
Mente che lì c'erano delle pietre sulle quali
Era passato il tuo piede d'inverno.
Ho visto gli alberi verso il mare
Tignosi e il parco stentato.
Di notte, portata in giro per il canale
Ho seminato in acqua le tue lire.

(da Volo d'aquiloni, 1979 – Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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Volo d'aquiloni è una raccolta in cui Sarah Kirsch (Limlingerode, 1935), scrittrice e poetessa tedesca, traccia il resoconto di un viaggio in Italia nel quale prova il senso di perdita delle radici per aver appena  dovuto lasciare la natia Germania Democratica comunista per riparare nella libera Berlino Ovest. In questi versi la possiamo accompagnare tra le pietre veneziane a inseguire il ricordo di un amore che non la ricambia più, che se ne è andato, è rimasto lontano come la patria perduta, “in tutt'altro è affaccendato”, librato in volo come un aquilone appunto, mentre “a noi rimane il resto del filo”.

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MATTHEW ALEXANDER, “AFTERNOON IN THE PIAZZETTA, VENICE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un'ombra assente / Getta / La sua ombra.
SARAH KIRSCH, Amor di cigno

giovedì 21 marzo 2013

Giornata mondiale della Poesia 2013

 

Odio ripetermi, ma è la solita storia con queste giornate mondiali o giornate della memoria o del ricordo, della donna, degli innamorati, della mamma, del papà… Dovrebbe esserlo ogni giorno, quello scelto in particolare è soltanto un simbolo. E con questo spirito allora celebriamo la Giornata mondiale della Poesia: dovremmo sforzarci di scovarla in ogni frangente della vita e non in quest’oasi di un solo giorno che l’UNESCO ha deciso di riservarle. Comunque, ecco tre poesie italiane che parlano di poesia: sono di Giuseppe Ungaretti (1888-1971), di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1924) e di Elio Pecora (Sant’Arsenio, 1936).

 

GIUSEPPE UNGARETTI19910_G._Ungaretti

POESIA

Sagrado il 28 novembre 1916

I giorni e le notti
suonano
in questi miei nervi
d'arpa

vivo di questa gioia
malata di universo
e soffro
di non saperla
accendere
nelle mie
parole.

(da Poesie disperse, in Vita d’un uomo, Mondadori, 1969)

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MARIA LUISA SPAZIANImaria_luisa_spaziani

E INTANTO SCRIVO

La vita è breve e l’arte lunga, pure
può esser breve l’arte, e interminata.
Questa treccia di luce che si annoda
tra stella e stella, in cerca del suo porto.
So che ho vissuto già più di cent’anni
e sto sull’alto della torre e scruto
ogni giorno l’arrivo del messia.
Di dove non lo so, né chi egli sia,
so che giro all’intorno la lanterna
quando fa notte, e intanto scrivo e scrivo
in ogni pausa, per scaldarmi la mano.
Venne un giorno un profeta mussulmano
e mi disse una cosa amara e strana,
che proprio qui, fra queste oziose carte,
il mio messia s’è fatto la tana.

(da La Luna è già alta, Mondadori, 2006)

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ELIO PECORAth

I POETI

Non meravigliatevi. I poeti sono tutti
un solo invisibile, indistruttibile popolo.
Parlano e sono muti. Trascorrono ère
e cantano ancora in un'antica lingua morta.

Nascono e spariscono civiltà,
ma sempre vanno lungo la strada del cuore.
Parlano di partenze, di ritorni.
Sono uguali per quel che non dicono.

Tacciono come rugiada, semenza, desiderio,
come acque scorrenti sull'argilla,
poi con il canto sottile dell'usignolo
nel bosco divengono agile sorgente sonora.

(da Simmetrie, Mondadori, 2007)

 

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.poesia

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia / ma cos’è mai la poesia? / Più d’una risposta incerta / è stata già data in proposito. / Ma io non lo so, / non lo so e mi aggrappo a questo / come alla salvezza di un corrimano
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WISŁAWA SZYMBORSKA, La fine e l’inizio

mercoledì 20 marzo 2013

Tre poesie di primavera

 

Due minuti dopo il mezzogiorno di oggi, 20 marzo, l’equinozio darà inizio nel nostro emisfero alla primavera. Il canto delle Sirene celebra con poesie a tema: lo spagnolo Juan Cobos Wilkins (Riotinto, 1957) posa lo sguardo sulla bellezza inebriante di questa stagione senza mancare a un accenno ai famosissimi versi dalla Terra desolata di Eliot: “Aprile è il più crudele dei mesi, genera /  Lillà da terra morta, confondendo /  Memoria e desiderio, risvegliando / Le radici sopite con la pioggia della primavera”. La divina Emily Dickinson (1830-1886) alla stessa bellezza guarda e al miracolo che ogni anno si compie - proprio su quello si focalizza il riferimento evangelico a Nicodemo (Gv, 3-3-4): “«In verità, in verità ti dico: nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce di nuovo». Nicodemo gli domandò: «Come può un uomo rinascere quand'è vecchio? Può forse rientrare nel seno della madre e nascere?»”. Il Premio Nobel Salvatore Quasimodo (1901-1968) incrocia invece la forza dell’amore della terra con il suo amore per una donna.

 

JUAN COBOS WILKINSjuan-cobos-wilkins

UN POETA

Un poeta non deve in primavera
passare da solo per i parchi.

Sotto i rami si abbracciano le coppie
e l’erba è umida.

Non deve attraversare
da solo i parchi in primavera.

Ci sono nuvole lanceolate, voli, resti
di amore usato già in terra, e i lillà,
i lillà così dolci, come feriscono.

In primavera è pericoloso il mondo.

(da Biografía impura, 2009)

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EMILY DICKINSONBlack-white_photograph_of_Emily_Dickinson2

UN’ARIA MUTATA DELLE COLLINE

Un’aria mutata delle colline -
una luce tiria riempie il paese -
un’aurora più ampia di mattina -
un tramonto più profondo sul prato -
un’orma di piede vermiglio -
un dito purpureo sul pendio -
una mosca beffarda alla finestra -
un ragno di nuovo all’opera consueta -
un passo più energico del galletto -
un fiore atteso dappertutto -
un’ascia che suona forte nei boschi -
odore di felci su strade solitarie -
tutto ciò e altro che non so dire -
uno sguardo furtivo che conosci bene -
e il mistero di Nicodemo
l’annuale replica riceve!

(da Poesie, Mondadori, 1995)

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SALVATORE QUASIMODO220px-Salvatore_Quasimodo_1959

OGGI VENTUNO MARZO

Oggi ventuno marzo entra l’Ariete
nell’equinozio e picchia la sua
testa maschia contro alberi e rocce,
e tu amore stacchi
ai suoi colpi il vento d’inverno
dal tuo orecchio inclinato
sull’ultima mia parola. Galleggia
la prima schiuma sulle piante, pallida
quasi verde e non rifiuta
l’avvertimento. E la notizia corre
ai gabbiani che s’incontrano
fra gli arcobaleni: spuntano
scrosciando il loro linguaggio
di spruzzi che rintoccano
nelle grotte. Tu copri il loro grido
al mio fianco, apri il ponte
fra noi e le raffiche
che la natura prepara sottoterra
in un lampo privo di saggezza,
oltrepassi la spinta dei germogli.
Ora la primavera non ci basta.

(da La terra impareggiabile, Mondadori, 1958)

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PETER MOTZ, “SPRING TIME”

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LA FRASE DEL GIORNO
E noi, pellegrini d'amore, sentiamo nel cuore una grande / felicità, che si spande dal calice d'ogni fiore
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GIUSEPPE VILLAROEL, La bellezza intravista

martedì 19 marzo 2013

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi

 

CAMILLO SBARBAROCamillo_Sbarbaro

PADRE CHE MUORI TUTTI I GIORNI UN POCO

Padre che muori tutti i giorni un poco,
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t'accorgi e non rimpiangi -
se penso la fortezza con la quale
hai vissuto; il disprezzo c'hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c'hai voluto alla tua madre,
alla sorella ingrata, a nostra madre morta;
tutta la vita tua sacrificata
e poi ti guardo come ora sei,
io mi torco in silenzio le mani.

Contro l'indifferenza della vita
vedo inutile anch'essa la virtù
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d'una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.

Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
sul cuore, inconfessato...
Io giovinetto imberbe ti guardai
con ira, padre, per la tua vecchiezza...
Stizza contro te vecchio mi prendeva...

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s'oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo -
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere
ma con quelle più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare a ciglio asciutto:
il ricordo che piccolo, al pensiero
che come gli altri uomini dovevi
morire pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lagrimavo.
Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell'infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d'aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

Se potessi promettere qualcosa
se potessi fidarmi di me stesso
se di me non avessi anzi paura,
padre, una cosa ti prometterei:
di viver fortemente come te
sacrificato agli altri come te
e negandomi tutto come te,
povero padre, per la fiera gioia
di finir tristemente come te.

(da Pianissimo, 1914)

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C’è sempre stata conflittualità tra figli e padri – questioni psicanalitiche che non vado qui a toccare e divergenze sociali, modi diversi di vedere il mondo. Poi la gioventù se ne va e alla spensieratezza un po’ folle subentrano le prese di responsabilità. È allora che la maggior parte di noi vede il proprio padre in maniera più obiettiva: privi di quei paraocchi infantili, se ne riconoscono pregi e difetti, si valutano differentemente le decisioni prese. E, molto spesso, si scopre di assomigliare al proprio padre più di quanto si sarebbe mai immaginato. Così anche Camillo Sbarbaro (1888-1967), che al padre dedicò un’altra poesia bellissima: “Padre, se anche tu non fossi il mio / padre, se anche fossi a me estraneo, / per te stesso egualmente t'amerei. / Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno / che la prima viola sull'opposto / muro scopristi dalla tua finestra / e ce ne desti la novella allegra…”. Questi versi di un’asciuttezza incredibile sono la confessione di quel tormento, la presa di coscienza di voler essere come il padre, comunque sia andata la sua vita.

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FOTOGRAFIA © MIRRORPIX

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LA FRASE DEL GIORNO
Per una quantità di ragioni nessun periodo del passato ci è tanto ignoto quanto i tre, quattro o cinque decenni che dividono i nostri vent'anni dai vent'anni di nostro padre
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ROBERT MUSIL, L’uomo senza qualità

lunedì 18 marzo 2013

L’amore è fame

 

CARMELINA SOTO220px-Carmelina_Soto_Valencia

GLI AMANTI

Coloro che si sono amati devono essere ciechi.
Perché i loro gesti siano insensati.
Perché le loro braccia si muovano senza grazia o motivo.
Come le tempeste…
ciechi.

Ciechi come bandiere dopo la vittoria
o come le spade
sempre nude e gloriose.

Che astio per i ciechi
e le tempeste.
E per quelli che credono che l’amore sia la sazietà.
Ascoltate bene: L’amore è fame.

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L’amore non è la sazietà. L’amore è la fame: è il desiderio, è l’attesa, non la sua realizzazione. Un cinico come Leo Longanesi arrivò a dire che “L'amore è attesa di una gioia che quando arriva annoia”. La poetessa colombiana Carmelina Soto (1916-1994) è, come tutti i poeti, più romantica, ma in effetti dice più o meno la stessa cosa, con parole che si trasformano in metafore più elevate. L’amore finito, l’amore passato, se non si trasforma in ricordo – una differente faccia della medaglia del desiderio – diventa dolore, follia, rancore.

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JACK VETTRIANO, “WINTER LIGHT AND LAVENDER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli amanti e gli amici desiderano due cose: di amarsi al punto di entrare l'uno nell'altro e diventare un solo essere e di amarsi al punto che la loro unione non ne soffra, quand'anche fossero divisi dalla metà del globo terrestre
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SIMONE WEIL, L’amore di Dio

domenica 17 marzo 2013

Per grazia delle tue labbra

 

PAUL ÉLUARDpaul-eluard

ORDINE E DISORDINE DELL'AMORE

Citerò per primi gli elementi
La tua voce i tuoi occhi le tue mani le tue labbra

Io esisto ma esisterei
Se non ci fossi anche tu?

In questo bagno che è davanti
Al mare all'acqua dolce

In questo bagno che la fiamma
Ha costruito nei nostri occhi

Questo bagno di lacrime felici
Dove sono entrato
Per virtù delle tue mani
Per grazia delle tue labbra

Questo primo stato umano
Come una distesa d'erba nascente

I nostri silenzi le nostre parole
La luce che va
La luce che torna
L'alba e la sera sono il nostro sorriso

E nell'intimo nostro
Tutto fiorisce e matura
Sul giaciglio della tua vita
Dove poso le mie vecchie ossa

Dove finisco.

(da Le dur désir de durer, 1946 – Traduzione di Vincenzo Accame)

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Il poeta francese Paul Éluard (1895-1952) fu uno dei massimi esponenti del Surrealismo. E sua è una delle tipiche istanze di quel movimento: la trasformazione dell’uomo e, attraverso l’uomo, del cosmo grazie a un sentimento catalizzatore: quello che il critico Silvano Del Missier, parlando di Éluard, definisce “l’amore fra l’uomo e la donna, delirio del desiderio e dei sensi, ma anche purezza e comunione di due anime, che colma l’angoscia della solitudine, getta un ponte fra noi e i nostri simili”. Così gli elementi umani vanno a confluire in un’armonia universale in cui la donna diventa una dea capace di generare e riprodurre la realtà, rappresentando la rivelazione, ovvero il tramite tra il poeta e il mondo.

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Magritte -La magie noire 1945

RENÉ MAGRITTE, “LA MAGIE NOIRE”, 1935

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LA FRASE DEL GIORNO
Come la luce vive d'innocenza / il mondo vive dei tuoi occhi puri / e va tutto il mio sangue nei tuoi sguardi
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PAUL ÉLUARD, Capitale del dolore

sabato 16 marzo 2013

Parole nell’aria perdute

 

OCTAVIO PAZOctavio-Paz

DESTINO DEL POETA

Parole? Sì, di aria
e nell’aria perdute.
Tu lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere aria su labbra,
un soffio vagabondo senza sagoma,
breve aroma che l'aria fa svanire.

Anche la luce in se stessa si perde.

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«Capire una poesia vuol dire, in primo luogo, udirne il suono». E ancora: «Leggere una poesia è udirla con gli occhi, udirla è un corpo / avvolto solo nel suo enigma nudo». Così il Premio Nobel messicano Octavio Paz (1914-1998) esprime la sua poetica, la sua concezione della poesia: le parole sono lo strumento che permette di scardinare il mistero, di recuperare l’antico linguaggio perduto che ci consentirebbe di interpretare la realtà. Il poeta non appartiene a questa rivelazione, è soltanto il tramite: «L’uomo ispirato, colui che davvero parla, non dice nulla di suo; per la sua bocca parla il linguaggio».

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ALIGHIERO BOETTI, “UN POZZO SENZA FINE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Se il mondo è reale - la parola è irreale / se la parola è reale - il mondo / è la crepa lo splendere il gorgo
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OCTAVIO PAZ, Bianco

venerdì 15 marzo 2013

Wisława e l’adolescente

 

WISŁAWA SZYMBORSKAwislawa-szymborska

UN’ADOLESCENTE

Io – un’adolescente?
Se ora, d’improvviso, si presentasse qui,
dovrei salutarla come una persona cara,
benché mi sia estranea e lontana?

Versare una lacrimuccia, baciarla sulla fronte
per la sola ragione
che la nostra data di nascita è la stessa?

Siamo così dissimili
che forse solo le ossa sono le stesse,
la calotta cranica, le orbite oculari.

Perché già gli occhi è come fossero più grandi,
le ciglia più lunghe, la statura più alta
e tutto il corpo è fasciato
dalla pelle liscia, senza un’imperfezione.

In verità ci legano parenti e conoscenti,
ma nel suo mondo di questa cerchia comune
sono quasi tutti vivi,
mentre nel mio quasi nessuno.

Siamo così diverse,
i nostri pensieri e parole così differenti.
Lei sa poco -
ma con un’ostinazione degna di miglior causa.
Io so molto di più -
ma non in modo certo.

Mi mostra delle poesie,
scritte con una grafia nitida, accurata,
con cui io non scrivo più da anni.

Leggo quelle poesie, le leggo.
Be’, forse quest’unica,
se fosse accorciata
e corretta qua e là.
Dal resto non verrà nulla di buono.

La conversazione langue.
Sul suo modesto orologio
il tempo è ancora incerto e costa poco.
Sul mio è molto più caro ed esatto.

Per commiato nulla, un sorriso abbozzato
e nessuna commozione.

Solo quando sparisce
e nella fretta dimentica la sciarpa -

Una sciarpa di pura lana,
a righe colorate,
che nostra madre
ha fatto per lei all’uncinetto.

La conservo ancora.

(da Qui, 2009 – Traduzione di Pietro Marchesani)

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Un paradosso temporale: la poesia è in grado anche di fare questi miracoli. E una ormai anziana Wisława Szymborska (1923-2012) incontra la Wisława Szymborska adolescente – più probabilmente è sempre stata in lei, nascosta sotto i panni della poetessa affermata, premiata con il Nobel, della traduttrice di D’Aubigné, dell’intellettuale redattrice e poi direttrice di settimanali letterari. L’incontro che ne deriva è surreale, certo, e segna la distanza tra la donna anziana che è ora la poetessa e la ragazza che fu, ma è venato, nonostante lei voglia far credere il contrario, di una dolcissima imbarazzata nostalgia che esplode nel ricordo della vecchia sciarpa ad uncinetto.

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MEGAN BREWIS, “GIRL WITH THE HAT AND SCARF”

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli ho chiesto di quei tempi, / quando ancora eravamo così giovani, / ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti. // È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza / - mi ha risposto
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WISŁAWA SZYMBORSKA, Due punti

giovedì 14 marzo 2013

Ci vendemmia il sole

 

GIUSEPPE UNGARETTIUngaretti_Giovane

FASE D’ORIENTE

Versa il 27 aprile 1916

Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

(da L’Allegria, Mondadori, 1942)

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Le poesie del Porto sepolto, sezione dell’Allegria, esprimono – secondo la stessa definizione di Giuseppe Ungaretti (1888-1970) – ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile. Il poeta è in guerra, sulle montagne del Carso, e gode di uno dei momenti di riposo che il regolamento del Regio Esercito prevedeva tra un combattimento e l’altro. In quel tempo mollemente sospeso, gli occhi chiusi che conservano l’immagine luminosa del sole sotto le palpebre, inseguono “la dolcezza di un tempo svanito”: in presenza della natura, in presenza della morte e della distruzione, lo slancio vitale è nella dolcezza del sogno, nel “quasi annientamento di sé”, è nella poesia che, ripetendo le parole di Ungaretti al tenente Ettore Serra, incontrato per una strada di Versa, “era il mio modo di progredire umanamente”.

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GILBERT SPENCER, “SOLDIERS RELAXING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi si travasa la vita / in un ghirigoro di nostalgie // Ora specchio i punti di mondo / che avevo compagni / e fiuto l’orientamento
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GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

mercoledì 13 marzo 2013

La porta

 

CÉSAR SIMÓNcesar-simon-5708

UNA NOTTE

Una notte, tempo fa, camminavamo.
All'improvviso, appassionati,
ma consapevoli
- mai l'amore turba la coscienza -,
entrammo qui, per baciarci,
nel magazzino buio.
Facemmo l'amore nel più puro fuoco,
con il rischio
- la porta era rotta,
sul marciapiede transitavano i passanti…
La vita breve e l'amore appeso a un filo.
Come sapere se in tali occasioni
l'amore ci protegge
o ci distrugge?
Adesso dopo la smorfia con cui a mala pena
noto la presenza di questa porta,
il mio pensiero mi porta lontano.
E cammino nella pioggia.

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La transitorietà delle nostre esistenze, il loro mutare nel volgere dei mesi e degli anni, è rappresentato dalla porta rotta di un magazzino. È una sorta di varco temporale, di quelli cari ai romanzi e ai film di fantascienza, l’accesso a un altro tempo, a quello in cui il poeta spagnolo César Simón (1932-1997) e la donna che condivideva con lui in quel periodo l’amore entrarono in quel magazzino per bruciare la loro passione. Ora, evidentemente, quella passione si è spenta, quell’amore è perduto. E resta soltanto un ghigno davanti a quella porta…

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SIMON MORRIS, “BUNDI, RAJASTAN, INDIA”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è un castigo. Siamo puniti di non aver saputo restare soli
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MARGUERITE YOURCENAR, Fuochi

martedì 12 marzo 2013

Si riuniscono i cardinali

 

GIOVANNI PAOLO IIWojtyla

DALLA SOGLIA DELLA CAPPELLA SISTINA, Epilogo

E proprio qui, ai piedi di questa stupenda policromia sistina,
si riuniscono i cardinali -
una comunità responsabile per il lascito delle chiavi del Regno.
Giunge proprio qui.
E Michelangelo li avvolge, tuttora, della sua visione.
"In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo... "
Chi è Lui?
Ecco, la mano creatrice dell'Onnipotente Vecchio, diretta verso Adamo...
Al principio Dio ha creato...
Costui che vede tutto...
La policromia sistina allora propagherà la Parola del Signore:
Tu es Petrus
- udì Simone, il figlio di Giona.
"A te consegnerò le chiavi del Regno".
La stirpe, a cui è stata affidata la tutela del lascito delle chiavi,
si riunisce qui, lasciandosi circondare dalla policromia sistina,
da questa visione che Michelangelo ci ha lasciato -
Era così nell'agosto e poi nell'ottobre, del memorabile anno dei due conclavi,
e così sarà ancora, quando se ne presenterà l'esigenza dopo la mia morte.
All'uopo, bisogna che a loro parli la visione di Michelangelo.
"Conclave": una compartecipata premura del lascito delle chiavi, delle chiavi del Regno.
Ecco, si vedono tra il Principio e la Fine,
tra il Giorno della Creazione e il Giorno del Giudizio.
È dato all'uomo di morire una volta sola e poi il Giudizio!
Una finale trasparenza e luce.
La trasparenza degli eventi -
La trasparenza delle coscienze -
Bisogna che, in occasione del conclave, Michelangelo insegni al popolo -
Non dimenticate:
Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius
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Tu che penetri tutto - indica!
Lui additerà...

(da Trittico romano – Meditazioni, Editrice Vaticana, 2003)

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E dunque si apre anche il Conclave: dopo la rinuncia al ministero petrino di Benedetto XVI i cardinali questo pomeriggio si riuniranno nella Cappella Sistina per eleggere il suo successore. E in quella stanza ci portano oggi le parole di un pontefice, l’amatissimo Giovanni Paolo II, che, già papa, ammira il grande affresco di Michelangelo e medita su un futuro Conclave, affidando alla maestà dell’opera la funzione ammonitrice dello spirito. Come testimonia lo stesso Joseph Ratzinger, allora cardinale, nella prefazione dell’opera di Wojtyla: “Principio e fine – probabilmente al Papa, che pellegrina verso l’interno e verso l’alto, il nesso esistente tra loro è apparso chiaro proprio nella Cappella Sistina, dove Michelangelo ci ha donato le immagini dell’inizio e della fine – la visione della creazione e l’imponente dipinto del giudizio finale. La contemplazione del Giudizio Universale, nell’epilogo della seconda tavola, è forse la parte del Trittico che commuove di più il lettore. Dagli occhi interiori del Papa emerge nuovamente il ricordo dei Conclave dell’agosto e dell’ottobre 1978. Poiché anch’io ero presente, so bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano; come insinuavano nella nostra anima la grandezza della responsabilità”.

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MICHELANGELO, CAPPELLA SISTINA, VOLTA

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LA FRASE DEL GIORNO
O uomo che vedi anche tu, vieni – / Sto invocandovi "vedenti" di tutti i tempi. / Sto invocandoti, Michelangelo! / Nel Vaticano è posta una cappella, che aspetta il frutto della tua visione! / La visione aspetta l’immagine. / Da quando il Verbo si fece carne, la visione, da allora, aspetta
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GIOVANNI PAOLO II, Trittico romano

lunedì 11 marzo 2013

Il segno dell’Amazzone

 

DEENA METZGERth

NON HO PIÙ PAURA

Non ho più paura degli specchi nei quali vedo il segno dell’Amazzone,
        che scaglia frecce.
Vi è una sottile linea rossa che attraversa il mio torace, lì dove
        era entrato un coltello, adesso
un ramo circonda la cicatrice e si porta dal braccio al cuore.
Un ramo coperto di verdi foglie dove appesa è l’uva e vi appare
        un uccello.
Sento che quello che cresce in me adesso è vitale e non mi
        nuoce. Penso che l’uccello stia cantando,
poco m’importa di alcune mie ferite.
Ho disegnato il mio seno con la cura riservata ad un mosaico
       miniato.
Non mi vergogno di fare l’amore. L’amore è una battaglia
       che posso vincere.
Ho il corpo di un guerriero che non uccide né ferisce.
Sul libro del mio corpo per sempre ho inciso un albero.

(da Dark Milk, 1978 - Traduzione di Alfonso Pluchinotta)

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È un argomento difficile e delicato questo trattato dalla scrittrice, saggista e poetessa americana Deena Metzger (1936): nel 1977, quarantenne, scoprì di avere un cancro al seno e subì la mastectomia. Reagì con coraggio e si fece fotografare nuda con un tatuaggio a coprire la cicatrice, un’immagine divenuta celebre come Tree Poster, scattata da Hella Hammid. “Il nostro scopo” scrisse a proposito “è di invitare il mondo a guardare alla donna con un solo seno e ad esultare della sua salute e vitalità”. La stessa vitalità di questi versi – il corrispettivo della fotografia, in pratica – che trasformano la donna in una guerriera: le Amazzoni della mitologia classica si tagliavano un seno perché non impedisse il movimento di caricare e tendere l’arco.

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STATUA DI AMAZZONE, COPIA ROMANA DI ORIGINALE GRECO DEL V SECOLO A.C.

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando premo i miei seni / io lentamente scosto da parte / il sipario del mistero
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AKIKO YOSANO

domenica 10 marzo 2013

Vigilia della primavera

 

ATTILIO BERTOLUCCI8979304_nel-segno-di-attilio-bertolucci-0

QUESTA SERA IL SOLE…

Questa sera il sole tramonta nei tuoi occhi
l'inverno vi si spegne, lenta brace tranquilla.
Così la gente indugia per le strade che l'ombra
non ha toccato ancora, ma il fumo appena
da umili camini intimamente annuvola.
Tu lascia che ristagni sulle case ed offuschi
i lontani`del cielo che scolora.
Finché un'altra pena
porti la notte, vigilia della primavera.

(da Lettera da casa, Garzanti, 1951)

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Ci siamo quasi… la primavera è un sentore colto nell’aria, è un brivido che scorre nel sangue, un profumo che solletica la nostra memoria. Qua e là le viole e le margherite, nei giardini i primi narcisi, i giacinti, le primule chiazzano i fossati. E Attilio Bertolucci (1911-2000), con il suo bisogno quasi diaristico di raccontare la vita, coglie tutti questi fermenti, come fa del resto anche nelle poesie autunnali, per disegnare il bozzetto di una stagione ancora sospesa in cui l’inverno lentamente svanisce come un tizzone di brace.

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FOTOGRAFIA © WALLPAPERDEN

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LA FRASE DEL GIORNO
Ascolta: riesci a sentirla? La dolce cantata della primavera. I ciuffi d’erba che spingono attraverso la neve. Il canto delle gemme che erompono dal ramo. Il tenero timpano del cuore di un giovane pettirosso. Primavera
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DIANE FROLOW e ANDREW SCHNEIDER, Northern Exposure, Stagione 3, episodio 19

sabato 9 marzo 2013

Città vuota

 

SANDRO PENNApenna

ERA LA MIA CITTÀ, LA CITTÀ VUOTA

Era la mia città, la città vuota
all'alba, piena di un mio desiderio.
Ma il mio canto d'amore, il mio più vero
era per gli altri una canzone ignota.

(da Poesie inedite 1938-1955, in Poesie, Garzanti, 1993)

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Una città. Anzi la città praticamente deserta dell’alba. È lì che Sandro Penna (1906-1977) vive la sua poesia, la sua contemplazione della bellezza, il suo amore omoerotico quasi alessandrino. Ma resta – teniamo presente il tempo in cui visse il poeta perugino – una scelta appartata, nascosta, di osservazione. E il suo canto rimane isolato, è quello di un uomo che tace, la cui voce rimane sconosciuta mentre in un’alba livida si abbandona “all’amore di quei visi”: come notava Cesare Garboli “La poesia di Penna è fatta di solitudine: ma è la solitudine ardente, ricchissima, vasta come è vasta la promessa della felicità, di chi non ha bisogno d'altro, per vivere, che dello spettacolo della vita”.

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MARIO SIRONI, PAESAGGIO URBANO CON CAMION”, 1922

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LA FRASE DEL GIORNO
Felice chi è diverso / essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune
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SANDRO PENNA, Poesie

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