giovedì 5 settembre 2013

Quello che i poeti non dicono


BILLY COLLINSbillycollins1

LO SFORZO


C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea.
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.


(da Balistica, Fazi, 2011 – Traduzione di Franco Nasi)

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La scorsa settimana, presentando una poesia di Billy Collins (New York, 1941) che attaccava il modo dei critici di intendere le opere poetiche, ho promesso di parlare di un’altra sua poesia riservata agli insegnanti: eccola… Sottoscrivo ampiamente il punto di vista di Collins: infatti in questo blog le righe di presentazione che accompagnano le poesie vogliono essere soltanto uno spunto da cui partire, lasciando a chi legge la facoltà di “entrare” nella poesia, perché questo è leggere dei versi: infilarsi in essi e farli propri. È l’unico modo: “Il testo poetico è inspiegabile, non inintelligibile” scrisse Octavio Paz, Nobel messicano. Non si spiega una poesia, la si capisce.


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teachers0-birthday-1956
NORMAN ROCKWELL, “TEACHER’S BIRTHDAY”
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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole entrano dall’orecchio, appaiono davanti agli occhi, spariscono nella contemplazione. Ogni lettura di una poesia tende a provocare il silenzio
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OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

9 commenti:

Lei ha detto...

Confesso: la aspettavo, ed eccola qua. Per fortuna, nonostante la scuola e i critici, la poesia resiste. c.

DR ha detto...

Le promesse sono promesse...

¡hasta la poesia siempre!

Lei ha detto...

eheh. La poesia è rivoluzione. c.

Stefyp. ha detto...

..condivido il punto di vista e apprezzo la tua proposta....Stefyp.

DR ha detto...

grazie

Vania ha detto...

..un bel leggere ...non c'è dubbio!!
ciaoo Vania:)

DR ha detto...

leggere dentro e leggersi dentro

Tra cenere e terra ha detto...

Già, ogni prof. che sia tale dovrebbe chiedere a ciascun alunno di "spiegargliela" la poesia...

DR ha detto...

proprio così... dire non quello che "ha capito" ma quello che la poesia gli "ha detto"

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