giovedì 29 agosto 2013

Prendere una poesia

 

BILLY COLLINSth

INTRODUZIONE ALLA POESIA

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.
La  picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.

(da Balistica, Fazi, 2011 – Traduzione di Franco Nasi)

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Leggerezza e una sottile vena umoristica, di quella che si definisce di solito “newyorkese”, sono caratteristiche salienti della poetica di Billy Collins (New York, 1941), uno dei più acclamati poeti statunitensi – nonostante egli abbia in odio i critici, come si può apprezzare da questi versi. Ed è in buona compagnia: “Chiedere a uno scrittore cosa pensa dei critici, è come chiedere a un lampione cosa pensa dei cani” disse in un’intervista al Time il drammaturgo britannico John Osborne. Le poesie “dicono” da sé, non c’è bisogno di sapere perché e percome, che cosa ha originato un verso e che cosa un altro: vanno gustate come suggerisce Collins nelle tre prime strofe, non sottoposte alla tortura dei critici. E ce ne sarebbe anche per gli insegnanti: “Quegli insegnanti che amano porre la domanda: / «Che cosa sta cercando di dire il poeta?» / come se Thomas Hardy e Emily Dickinson / si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito: / disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano, / con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea”. Ma questa è un’altra poesia, e ne parleremo un’altra volta…

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limeade_2011_mixedStrawberryPoem

CHRIS LOCKART, “STRAWBERRY POEM”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un critico è un tizio che conosce la strada ma non sa guidare
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KENNETH TYNAN, The New York Times, 9 gennaio 1966

5 commenti:

Rosanna Bazzano ha detto...

Ed è così :)
Tutti a voler sapere cosa volevi dire senza chiudere gli occhi e lasciarsi andare…
e se ti conoscono di persona è anche peggio: vorrebbero spogliarti, sapere cosa nascondi, carpire un gossip da sciorinare…

Ciao!

DR ha detto...

concordo, da autore di poesie

Vania ha detto...

..che bella !:)

...letta in un "fiatone"...:)
ciaoo Vania:)

DR ha detto...

prossimamente metterò anche l'altra, quella rivolta agli insegnanti

Tra cenere e terra ha detto...

Ben detto Collins!!

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