sabato 27 luglio 2013

Centenario di Sereni

 

Il 27 luglio di cent’anni fa a Luino nasceva Vittorio Sereni, uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, scomparso a Milano il 10 febbraio 1983.

Pubblicò a larghi intervalli: Frontiera nel 1941 prima di partire per la guerra in Grecia e quindi per la prigionia in Africa, dove scrisse parte di Diario d’Algeria, uscito nel 1947 con la famosa “Non sa più nulla, è alto sulle ali”. Del 1966 sono Gli strumenti umani, dal linguaggio poetico più informale, più contaminato, così come nell’ultima raccolta, del 1981, Stella variabile, che fa i conti con la delusione della storia, con il male, con il vuoto, allargando la contaminazione tra poesia e prosa. Il suo curatore, Dante Isella, nella prefazione al Meridiano del 1995, ne esalta la fedeltà a “un’idea di poesia sempre nutrita di bellezza”, quella che a Giovanni Raboni fece ravvisare in Sereni un maestro, capace di insegnare ad “allargare i confini di quello che si poteva dire in poesia”, conquistare “la presa dei sentimenti, la compromissione con la realtà”. Sereni affermò una volta “Io in poesia sono per le cose; non mi piace dire io”.  Infatti il suo esito espressivo risulta forte, scarno, senza concessioni all’elegia, con la convinzione che la parola poetica non abbia capacità di salvare ma solo il compito di testimoniare la condizione umana.

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LE MANI

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell'arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

(da Frontiera, 1941)

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MA SE TU MANCHI

Troppo il tempo ha tardato
per te d'essere detta
pena degli anni giovani.

Illividiva la città nel vento
o un'iride cadeva nella danza
dei riflessi beati:
eri nel ticchettio meditabondo
d'una sfera al mio polso
tra le pagine sfogliate
una marea di sole,
un'indolenza di sobborghi chiari
presto assunta in un volto
così a fondo scrutato,
ma un occhio lustro ma un tatto febbrile.

Venivano ombre leggere: - che porti
tu, che offri?... - Sorridevo
agli amici, svanivano
essi, svaniva
in tristezza la curva d'un viale.
Dietro ruote fuggite
smorzava i papaveri sui prati
una cinerea estate.

Ma se tu manchi
e anche il cielo è vinto
sono un barlume stento,
una voce superflua nel coro.

(da Diario d’Algeria, 1947)

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APPUNTAMENTO A ORA INSOLITA

La città - mi dico - dove l’ombra
quasi più deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino…
“…asciuga il temporale di stanotte” – ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
“Asciuga al sole le sue contraddizioni”
- torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l’immagine il sembiante
- d’angelo avrei detto in altri tempi -
risorto accanto a me nella vetrina:
“Caro - mi dileggia apertamente - caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?”
Ha vinto. E già mi sciolgo: “Non
arriverò a vederla” le rispondo.
(Non saremo
più insieme dovrei dire). “Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre…
giusto di te fra me e me parlavo:
della gioia”.
Mi prende sottobraccio.
“Non è vero che è rara, – mi correggo - c’è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest’ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un’arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia…”
Ma dove sei, dove ti sei mai persa ?
“È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione”
dico alla vetrina ritornata deserta.

(da Gli strumenti umani, 1966)

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FISSITÀ

Da me a quell'ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell'uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient'altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.

(da Stella variabile, 1981)

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Altre poesie di Vittorio Sereni sul Canto delle Sirene:

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LA FRASE DEL GIORNO
Che aspetto io qui girandomi per casa, / che s'alzi un qualche vento / di novità a muovermi la penna / e m'apra una speranza.
VITTORIO SERENI, Gli strumenti umani

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