lunedì 31 dicembre 2012

L’ultimo dell’anno

 

JORGE VALDÉS DIAZ-VÉLEZjorge-valdes-diaz-velez_1

LA NOTTE DELL’ULTIMO DELL’ANNO

Guardi bruciare
quel che è rimasto
dell’ultimo sentiero:
la luna piena
di un altro gennaio
sulla pelle
del tuo passato,
un mare che dimentichi
e che ha dimenticato
nel suo splendore
il tuo vero volto,
la luce che fu il primo
verbo e il tremito
nel tuo costato
e che oggi lasci
che si divida da te,
davanti al fuoco.
A ponente
bagna la tua maschera
un sole freddo.
E su di te già
alza la notte
le sue onde calme.
La senti indifferente
aprire il fuoco
e il tuo vuoto.

(da La puerta giratoria)

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Lasciamoci guidare dal poeta messicano Jorge Valdés Diaz-Vélez (Torreón, 1955) a valicare il limite del nuovo anno. Io, da parte mia, non vedo l’ora che finisca il 2012 e cominci il 2013, per ritrovare speranza e lasciarmi alle spalle le brutture – lo so che è un minuto che succede a un minuto, un giorno che segue un altro giorno, - “minuzia simbolica” dice Borges, e ancora “metafora inutile” - ma il fascino sta tutto in quel due che diventa tre…

Be’, prima di lasciarvi alle statistiche, amici del Canto delle Sirene, voglio formularvi il mio augurio per un 2013 sereno e ricco di soddisfazioni, in cui si possano avverare i vostri desideri.

Buon anno!

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PHILIPP FRIEDRICH KAUFMANN, “TABLE LAID FOR A FESTIVE MEAL”

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* * * * *

E, come sempre, l’ultimo dell’anno ecco qualche statistica relativa al 2012 per il Canto delle Sirene:

VISITATORI: 142.000 (+13%)

VISITE: 200.000 (+17%)

PAGINE VISTE: 386.000 (+22%)

TEMPO MEDIO SUL SITO: 1:41 (+11%)

LE CINQUE PRINCIPALI CHIAVI DI RICERCA
(escludendo “Il canto delle sirene” e simili):

Francesca Woodman
Dora Markus
Nizar Qabbani
scioglilingua italiani
maggio poesie

RECORD DI VISITE: 1174, il 1° settembre
(il più basso 283 il 18 agosto)

I POST PIÙ LETTI NEL 2012

Francesca Woodman
Poesie per settembre
Dora Markus
La nostalgia di Ungaretti
I vasi greci

LA CLASSIFICA DEI POST SCRITTI NEL 2012

Il tramonto in una tazza
Primavera: otto haiku di Issa
Altre poesie per luglio
I fiori di Kavafis
Ricordo del paradiso

 

Il mio doveroso grazie va ai siti che linkano il blog e, in particolare, a:

Arazzi e scazzi
Enzo D’Onofrio
La belle auberge
Lettere a Via Pavoni
Germogliare
Le montagne di Roma
Il mondo di Carmen
Farfalle eterne
Frammenti di specchio

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è una catena che si snoda nell'abisso del futuro e si raccoglie nella voragine del passato.
IGINIO UGO TARCHETTI

domenica 30 dicembre 2012

Quando fuggono le parole

 

VICENTE GAOS

LA VOCE PRECISA

Sigilla con le tue labbra le mie.
Metti la tua mano nella mia.
O lascia che ti accarezzi i capelli,
le guance, la fronte,
mentre immergo i miei occhi nei tuoi,
nell’insondabile luce del tuo sguardo.
Lascia che, così, ti parli,
quando fuggono le parole
- ah, espressione del tatto,
sola voce precisa,
lascia che, così, ti esprima il mio amore
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Quando fuggono le parole. Quando non servono, quando sono soltanto orpelli e possiamo manifestare il nostro sentimento in un altro modo, più affettuoso: il contatto umano diventa un mezzo di espressione formidabile, addirittura più efficace delle parole, che ci eleva in una dimensione diversa, come dice il poeta spagnolo Vicente Gaos (1919-1980) in un’altra sua poesia": “Parole, via. Adesso / un mondo si silenzio mi circonda. / Musica, solo musica, silenziosa / musica. Sempre musica, questo è Dio”.

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PÁL SZINYEY MERSE, “SZERELMESPÁR”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu mi hai restituito più di quel che io ti ho dato. / Perché tu sei tu, io solo la mia poesia.
VICENTE GAOS

sabato 29 dicembre 2012

Nei vapori d’un bar

 

GIORGIO CAPRONI

ALBA

Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rinfresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?... Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte.

(da Il passaggio d’Enea, 1956)

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«Non c’è il Tutto, non c’è il Nulla. C’è solo il non c’è». Sono parole di Giorgio Caproni (1912-1990) da Res amissa. Spiegano bene la solitudine estrema raccontata in questa Alba, dove la cosa più spaventosa è quell’essere insita nel quotidiano, nelle cose d’ogni giorno: il bar, il tram che passa, l’attesa insistita della donna amata in uno scenario d’inverno che gela il cuore. Quel bar – una latteria di Roma nel 1945, spiega il poeta in un’intervista del 1981 – si trasforma quasi in un aldilà dantesco dove va in scena la lacerazione sentimentale di un uomo appena uscito dalla devastazione della guerra.

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Bar

FOTOGRAFIA © WILLY RONIS

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho amato tanto... / Felicità! / Ho toccato / le cime più alte del Pianto?
GIORGIO CAPRONI, L’opera in versi

venerdì 28 dicembre 2012

Più belle sono le poesie

 

HILDE DOMIN

PIÙ BELLE

Più belle sono le poesie della felicità.

Come il fiore è più bello dello stelo
che pure lo porta
sono più belle le poesie della felicità.

Come l’uccello è più bello dell’uovo
come è bello quando si fa luce
è più bella la felicità.

E più belle sono le poesie
che non scriverò.

(da Gesammelte Gedichte – Traduzione di Daniela Maurizi)

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Hilde Domin (1909-2006) è stata uno dei più grandi poeti tedeschi del secolo scorso: le sue poesie risentono dell’incertezza dell’esilio – figlia di un avvocato ebreo, nel 1932 emigrò in Italia, dove completò gli studi, e si spostò poi in Inghilterra e nella Repubblica Dominicana prima di tornare in patria, ad Heidelberg, nel 1961. Questa incertezza può spiegare la predilezione per il non detto, per il non compiuto – la poesia più bella è quella che non si è ancora scritta e non si scriverà forse mai, è quella che si può leggere tra le righe, intravedere in filigrana: “Poesia / la non parola / tesa / fra / parola e parola”.

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KURT SCHWITTERS, “DAS UNDBILD”

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LA FRASE DEL GIORNO
Parola e cosa / strette una sopra l’altra / lo stesso calore corporeo / nella parola, nella cosa.

HILDE DOMIN

giovedì 27 dicembre 2012

Un anno d’amore

 

ANNA KAMIENSKA

RICHIESTA

Signore ridona alle cose il loro splendore perduto
rivesti il mare della sua magnificenza consueta
e torna a coprire i boschi di vari colori
togli la cenere dagli occhi
lava via l’amarezza delle lingue
fai cadere acqua pura che si mescoli alle lacrime
lascia che i nostri morti dormano nel verde
che la nostra pena ostinata non riesca a imbrigliare il tempo
e che il cuore dei vivi fiorisca d’amore.

(da Drugie szczęście Hioba, 1974)

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L’anno sta ormai finendo e cominciamo a porre l’animo al nuovo intonso 2013, riempiendolo di speranze e di propositi. Si attagliano alla perfezione questi versi della poetessa polacca Anna Kamienska (1920-1986), che rappresentano in effetti una preghiera al nuovo anno, una supplica perché ci sia possibile guardare ad esso con occhi nuovi, ripuliti dal pianto, dal grigio e dalla cenere, così da potere finalmente vedere un mondo a colori, fiorito d’amore.

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NÙ METRA, “IMPRESSIONI”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è sempre / vigilia. / Ha in sé / l'Anno Nuovo / dell'anima
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ANDREJ VOZNESENSKIJ

mercoledì 26 dicembre 2012

Un altro Santo Stefano

 

LEONARDO SINISGALLI

SANTO STEFANO 1941

Calpestiamo le foglie morte
Sull'una e l'altra riva.
Il fiume è tiepido come cenere
Se lo tocchi. Pare
Che scenda profondamente
Dentro la terra il cielo
in queste chiare notti di guerra.

(da Vidi le Muse, 1943)

 

Lo scorso anno, a Santo Stefano avevamo incontrato il poeta lucano Leonardo Sinisgalli (1908-1981) alle prese con l’analoga giornata dell’anno 1938. Lo ritroviamo tre anni dopo, nel 1941, mentre la guerra avvampa ogni cosa e la terra sembra inghiottire il cielo in un inverno cupo e cinerino. E questa abitudine poetica di puntare come degli spilli sulla mappa del tempo per orizzontarsi nelle memorie ci consente di constatare come in tre anni sia mutato lo stato d’animo di Sinisgalli.

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EUGENE FREDRICK JANNSON, “MOONLIT NIGHT 1896”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo raffredda, il tempo chiarifica; nessuno stato d'animo si può mantenere del tutto inalterato nello scorrere delle ore.
THOMAS MANN

martedì 25 dicembre 2012

Natale 2012

 

SALVATORE QUASIMODO

NATALE

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

(da Poesie disperse, Mondadori)

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Eccoci ancora una volta: è il quinto Natale del Canto delle Sirene e, come tradizione, il mio regalo è una poesia. Ho scelto un Premio Nobel per gli auguri, Salvatore Quasimodo (1901-1968). Sono versi che richiamano quelli di ieri, siglati da Longfellow: anche qui spicca il contrasto tra la pace invocata dal Bambino Gesù nell’umile presepio di legno e la sua assenza nei cuori degli uomini. Venti secoli e più, e non abbiamo imparato niente…

Ma oggi è festa: e vi auguro di trascorrere una lieta e serena giornata di Natale con i vostri affetti, con i parenti, con gli amici… insomma con chi vi sta a cuore. Passate davvero un Buon Natale…

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BRONZINO, “ADORAZIONE DEI PASTORI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Natale non è un tempo o una stagione, ma uno stato d’animo. Curare la pace e la buona volontà, essere pieni di bontà, è il vero spirito del Natale
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CALVIN COOLIDGE

lunedì 24 dicembre 2012

Pace sulla terra

 

HENRY WADSWORTH LONGFELLOW

CAMPANE DI NATALE


Ho sentito le campane, per Natale,
suonar le loro vecchie càrole consuete
e ripetere, dolci e libere, le parole
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

E pensavo a come, venuto quel giorno,
i campanili di tutta la Cristianità
avevano battuto al canto ininterrotto
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

E, disperato, ho chinato la testa
“Non c'è pace sulla terra”, ho detto,
“Perché l'odio è troppo forte e si fa gioco del canto
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini”.

Poi da ogni bocca nera e maledetta
il cannone tuonò nel Sud,
ed in quei rombi annegaron le càrole
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

Fu come se un terremoto scuotesse
le pietre focaie di un continente
e mandasse in rovina i focolari domestici
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

Allora le campane hanno rintoccato più forte e profondo:
“Dio non è morto, e non dorme;
Il male fallirà, il bene prevarrà
con pace sulla terra, con buona volontà per gli uomini”.

Finché con quei rintocchi e con quel canto
il mondo non è tornato dalla notte al giorno,
una voce, una melodia, un canto sublime
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

(Traduzione di Riccardo Venturi)

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Il giorno di Natale del 1863, quando il poeta statunitense Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) scrisse questa poesia, poi diventata celebre come canzone natalizia interpretata tra gli altri da Frank Sinatra, Elvis Presley e Johnny Cash, la guerra civile americana era al suo culmine, dopo sanguinose battaglie, ed erano impegnati nel conflitto 860.000 soldati nordisti e 460.000 sudisti. La riflessione di Longfellow è purtroppo ancora attualissima: decine di conflitti insanguinano il pianeta, quello fratricida in Siria su tutti. Il suono delle campane ancora non riesce a sovrastare il rombo del cannone, il sibilo dei missili, il cupo boato delle bombe e l’odio continua. Ma ancora speriamo, in giorni come questo, che verrà un tempo in cui la pace potrà finalmente regnare tra gli uomini di buona volontà.

Buon Natale!

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CARTOLINA NATALIZIA AMERICANA DEL 1911

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LA FRASE DEL GIORNO
Gloria a Dio nell’alto dei cieli! E pace in terra agli uomini di cui si rallegra! E chi è questa gente? Con chi il buon Dio sceglie di rallegrarsi? I pastori. I semplici e i senza nome – il cui nome il Signore conosce bene. Tu. Ed io
WALTER WANGERIN JR, Preparing for Jesus

domenica 23 dicembre 2012

La grotta

 

IOSIF BRODSKIJ

IMMAGINA, COL FIAMMIFERO ACCESO, QUELLA SERA, LA GROTTA

Immagina, col fiammifero acceso, quella sera, la grotta,
e per sentire freddo ricorri alle fessure del piancito,
bastano le stoviglie per provare la fame,
quanto al deserto, è ovunque, in ogni dove.

Immagina, col fiammifero acceso, la grotta
a mezzanotte, il falò, silhouette di oggetti
e di animali, e, il viso nelle pieghe di un telo stazzonato,
anche Maria, Giuseppe e il Bimbo infagottato.

Immagina tre re, le carovane prossime alla grotta,
anzi tre raggi diretti su una stella,
cigolìo di carriaggi, sonagli tintinnanti
(quel bimbo non si è ancora guadagnato

rintocchi di campane nel turchino addensato).
Immagina che per la prima volta, di là dal buio
di uno spazio infinito, Dio ravvisi se stesso nel Figlio
fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto.

(da Poesie di Natale, Adelphi, 2004 - Traduzione di Anna Raffetto)

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Davanti al presepio noi occidentali tendiamo a immedesimarci con il freddo patito dai personaggi, dal piccolo Gesù, da Maria, da Giuseppe, dai pastori. Il Premio Nobel russo Iosif Brodskij (1940-1996) ci invita a entrare in quel presepio con il chiarore esiguo di un fiammifero a illuminare oggetti e animali, facendo nostri gli spifferi che penetrano nella casa per immaginare la scena da dentro, con la grotta gelata e le carovane dei Magi in arrivo. Allora sì possiamo comprendere che è nella povertà che Dio si incarna, nell’umiltà degli ultimi, ben lontano dagli ori e dagli onori.

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GEORGES DE LA TOUR, “L’ADORATION DES BERGERS”

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LA FRASE DEL GIORNO
E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l'ora su macchine a razzo superatomico e per cosa? Per arrivare in fondo all'anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.

GIOVANNINO GUARESCHI, Don Camillo

sabato 22 dicembre 2012

Nella palla di vetro rosso

 

NAZIM HIKMETNazim_Hikmet

L’ALBERO DI NATALE

Tallinn, dicembre 1961

A sud del golfo di Finlandia la notte
vicino al mare brumoso
l'albero di Natale scintilla
tra oscure torri gotiche
corazze di cavalieri teutoni
e ciminiere di fabbriche
l'albero di Natale
l'albero di Natale canta
sulla piazza bianca di neve
canzoni dell'Estonia
lunghissimo scintillante
pagliuzzato d'oro
l'albero di Natale

tu sei nella palla di vetro rosso
i tuoi capelli son paglia gialla le ciglia azzurre
sono io che l'ho appesa
mettendotici dentro
il tuo collo bianco è lungo e rotondo
ti ho messa nella palla di vetro rosso
con i miei dubbi
con le mie ansietà con le mie parole
le mie speranze le mie carezze
a tutti gli alberi di Natale a tutti gli alberi
a tutti i balconi le finestre i chiodi le nostalgie
ho appeso la palla di vetro rosso.

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Archiviati i Maya e la fine del mondo, tuffiamoci ora dritti nel Natale. E qual è il vero senso del Natale? La tombola, il torrone, i regali, i lauti pranzi, l’agrifoglio, il vischio, le candele rosse, il presepio? No: il vero senso del Natale è l’amore. Anche quell’agnostico di Nazim Hikmet (1901-1963) si fa venire i lucciconi tra antiche torri e moderne ciminiere davanti a un albero di Natale a Tallinn, capitale dell’Estonia - ma allora, in quel Natale del 1961, una delle repubbliche socialiste sovietiche - : i ragazzi attorno all’albero  cantano struggenti canzoni e il poeta si lascia travolgere dall’atmosfera e pensa all’amata moglie Vera Tuljakova, rimasta a Mosca. Anche noi, davanti all’albero di Natale, appendiamo palle di vetro rosso: dentro sappiamo bene quante nostalgie infilare.

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NATALE A TALLINN, ESTONIA © KARTINKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Soprattutto Natale significa uno spirito d’amore.
GEORGE F. McDOUGALL

venerdì 21 dicembre 2012

La fine del mondo

 

DINO BUZZATI

UNA FINE DEL MONDO

La città dove arrivai era stranamente simile a Milano, si può dire anzi che era identica. Uguali i palazzi, i nomi delle strade, le case, i negozi, le edicole dei giornali, le fermate del tram, perfino i buchi e le cunette nell'asfalto. Anche il dialetto era lo stesso. Solo che gli abitanti erano tutti diversi. Ma giunsi in un brutto giorno. La città era emozionatissima perché avevano annunciato la fine del mondo. La gente fuggiva in campagna. Infatti si pensava che la catastrofe avrebbe colpito per prima la città. Non diluvio, o fuoco, o terremoto. Piuttosto qualcosa come la bomba atomica. Io però non ci credevo e rimasi. L'apocalisse era attesa per mezzogiorno. A mezzogiorno (era una giornata limpida di sole, né calda né fredda) si udirono a brevi intervalli tre forti esplosioni. Guardai dalla finestra verso lo sterminato panorama di tetti (vedevo nettissimo il grattacielo di piazza Cavour). Proprio in quella direzione una specie di colonna scura e compatta di fumo si sollevava verticalmente al cielo. Ma non era fumo. Era una specie di torre a costruzioni sovrapposte, con mensole e tetti che sporgevano. Lo spaventoso edificio cresceva cresceva, pencolando un po' sghembo, sarà stato alto almeno 250 metri. Contemporaneamente altre di quelle torri prorompevano dal piatto schieramento delle case con una forza demoniaca. Il cielo intanto si copriva, la luce del sole dileguò, già scendeva la sera. Quei sinistri pinnacoli dominavano la città come una maledizione. Ben presto fu notte. Allora, dietro ai rami del platano, vidi quattro cinque minuscole lune, grandi come un bottone da paltò. Più a destra altre ancora. Poi se ne levò dall'orizzonte una immensa, tonda e illuminata da una luce azzurrina; aveva un diametro almeno quattro volte la luna usuale. Si vedevano benissimo i crateri, specialmente uno. L'estrema vicinanza le dava espressione oscena. La gente guardava sgomenta quel cielo da cataclismi universali. Il mondo finito non era, però doveva essere successo qualcosa di terribile. Giù nella via, al lume di un lampione, tre bambine sui dieci anni giocavano a "settimana" saltando su un piede solo, attente a non toccare i contorni Iella figura geometrica disegnata col gesso sul marciapiedi.

(da In quel preciso momento, Mondadori, 1963)

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Eh già, ci siamo… Sembra che uno degli sport umani più praticati sia quello di gridare ai quattro venti la fine del mondo: lo fu anche negli anni ‘50 e ‘60, se è vero che Dino Buzzati (1906-1972) ha dedicato più di un articolo o racconto a episodi simili. Ogni tanto salta fuori un profeta di minore o maggiore rilevanza ad assicurare che il mondo finirà il tal giorno alla tal ora: secondo i Maya, per chi ancora non lo sapesse – ma non vedo come – oggi 21 dicembre 2012 alle 12.11 italiane (le 11.11 sul meridiano di Greenwich). Se leggete questo post nel pomeriggio, fregatevene e gustate la bella prosa di Dino Buzzati: e se vi trovate qualche analogia con le lune di 1Q84 di Murakami, ricordatevi che nel caso è il giapponese ad aver copiato il genio bellunese. Se lo leggete prima, magari fate ancora in tempo a spaventarvi, oppure potete concludere con un’alzata di spalle, che poi è il finale del breve apologo di Buzzati: il mondo finirà, bene, dopo però torniamo a giocare…

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DINO BUZZATI, LA RAGAZZA CHE PRECIPITA”, 1962

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LA FRASE DEL GIORNO
Finché quella donna del Rijksmuseum / nel silenzio dipinto e in raccoglimento / giorno dopo giorno versa / il latte dalla brocca nella scodella, / il Mondo non merita / la fine del mondo.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Qui

giovedì 20 dicembre 2012

Fuoco e ghiaccio

 

ROBERT FROST

FUOCO E GHIACCIO

Dicono alcuni che finirà nel fuoco
il mondo; altri nel ghiaccio.
Del desiderio ho gustato quel poco
Che mi fa scegliere il fuoco,
Ma se dovesse due volte finire,
So pure che cosa è odiare,
E per la distruzione posso dire
Che anche il ghiaccio è terribile
E può bastare.

 

Allora… ma ci credete davvero? Tutti agnostici, tutti razionalisti, tutti scientifici, e poi arriva un’oscura profezia Maya e tutti a farsela addosso per la fine del mondo? Volete essere spaventati ancora un pochino? Leggete la profezia del Vangelo di Marco (3,18-19): “Ma pregate che non sia d’inverno. Quei giorni infatti saranno afflizione, quale non fu simile
dal principio della creazione che Dio creò, fino a ora, e non sarà più”.
Un mondo che finisce nel ghiaccio, come paventa il poeta americano Robert Frost (1874-1963), nel terribile ghiaccio causato dall’odio è addirittura peggiore dell’inferno di fuoco originato dal desiderio. Ma è una delle ipotesi principali per la fine del mondo e della vita sulla terra: una perenne era glaciale che cancella ogni organismo vivente. L’altra più gettonata è l’incenerimento del pianeta, probabilmente a causa dell’impatto con un corpo celeste. Be’, ci si vede domani…

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POSTER PER 2012, FILM DI ROLAND EMMERICH

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LA FRASE DEL GIORNO
Secondo una teoria, il giorno in cui qualcuno scoprirà esattamente a cosa serve l’Universo e perché si trova là, il suddetto Universo sparirà per essere sostituito da qualcosa di considerevolmente più inspiegabile e bizzarro. Secondo un’altra teoria, l’evento si sarebbe in effetti già verificato.

DOUGLAS ADAMS, Ristorante al termine dell’universo

mercoledì 19 dicembre 2012

Mille sillabe di luce

 

PEDRO CASARIEGO

TORRE WINDSOR

                  1980

gratta
            cieli
e se la gente volasse
come volano i venti e volano i giorni
e se la gente volasse
                                                        voglio dire
                                                        i viaggiatori di commercio
                                                        e le dita dei funzionari
e se la gente volasse
per riflettere nei gratta
                                                   cieli
la sua pelle e i suoi anelli
la povertà del suo ridere in un solo modo
i suoi scheletri in vendita
i suoi viaggi in elicottero
le gambe di Mellors
tu sforzandoti di udire
       perché la vita non
                                           rilascia dichiarazioni
quando è nell’ascensore
di un gratta
                   cielo
però oggi
           oggi
           il
           gratta
                      cielo
è
     mille
            sillabe
                           di luce
            non
            una sola
            parola

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“La mia scrittura è l’imitazione del torrente. Consiste semplicemente nell’aprire un rubinetto e lasciare che sgorghino tutti i liquidi e le canzoni chimiche possibili, cercando di raccogliere immagini, rubando le parole ai giornali, le espressioni alla gente, i termini ai dizionari”: così parlava della sua opera il poeta e pittore spagnolo Pedro Casariego (1955-1993) e in effetti da questo esempio che descrive la Torre Windsor, 106 metri per 32 piani, uno dei primi grattacieli “intelligenti” di Madrid, edificato tra il 1975 e il 1979 si può comprendere quello che l’autore intendeva dire con “imitazione del torrente”. La modernità dell’edificio si fonde con un visionario sogno chagalliano del poeta, con gente che vola e con i riflessi nei vetri del palazzo. Sono un attimo nel tempo questi versi, che risalgono al 1980, ma legano in un bizzarro destino di autodistruzione l’edificio e il poeta: Casariego si buttò sotto un treno il 6 gennaio 1993, dando per terminata la sua opera grafica e poetica, la Torre Windsor bruciò per un cortocircuito il 13 febbraio 2005, venne poi demolita e sostituita da un nuovo grattacielo, la Torre Titania, inaugurata nel 2011.

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LA TORRE WINDSOR PRIMA DELL’INCENDIO © DCR TEAM

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LA FRASE DEL GIORNO
Si può radere l'erba lungo la marina e stendere i nastri di macadam delle autostrade; si può squadrare l'azzurro per mezzo del cemento armato dei grattacieli, ma la poesia dell'infinito e la musica del mare rimangono.
PITIGRILLI, Ribalta

martedì 18 dicembre 2012

Quando sei con me

 

ANTONIO MURCIANO

IL TEMPO NON ESISTE

         «Se vieni per esempio alle quattro...,
          comincerò a essere felice dalle tre.»
          Saint-Exupéry

Il tempo non esiste
quando sei con me.
Lo conto appena,
lo soppeso e lo misuro,
lo patiscono appena
la mia carne e il mio spirito,
lo benedico soltanto
o forse lo maledico,
quando stai arrivando
o quando te ne sei andata.
Il mondo non esiste
quando sono con te.

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Il tempo non esiste quando sei con me / il mondo non esiste quando sono con te. Tra questi due estremi si muove la poesia dello spagnolo Antonio Murciano (Arcos de la Frontera, 1929): in mezzo c’è l’amore, che egoisticamente chiude fuori tutto il resto, anche il mondo, che ignora il tempo se non sotto forma di convenzione puramente oraria – ed è in quest’ottica che si può leggere il riferimento al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry citato in epigrafe: “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice. Quando saranno le quattro incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi, scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore”.

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SALVADOR DALÍ, “MONTRE MOLLE AU MOMENT”

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LA FRASE DEL GIORNO
La morale migliore in questo mondo dove i più pazzi sono i più savi di tutti, è ancora di dimenticare l'ora.
PAUL VERLAINE, Allora e ora

lunedì 17 dicembre 2012

Ubriaco d’universo

 

GIUSEPPE UNGARETTI

LA NOTTE BELLA

Devetachi il 24 agosto 1916

Quale canto s’è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d’universo

(da L’Allegria, 1931)

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“Esultanza che l’attimo, avvenendo, dà perché fuggitivo, attimo che soltanto amore può strappare al tempo, l’amore più forte che non possa essere la morte. È il punto dal quale scatta quell’esultanza d’un attimo, quell’allegria che, quale fonte, non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare”: nelle parole che Giuseppe Ungaretti (1888-1970) usò per spiegare i motivi che lo portarono a scegliere Allegria di Naufragi come primo titolo della raccolta, troviamo il senso di questa poesia, scritta una notte d’agosto dove finisce il Friuli e si sente l’eco dell’Isonzo che scorre a valle. In piena I Guerra Mondiale, Ungaretti si nutre d’universo, s’inebria della bellezza del cielo, prende coscienza di sé davanti all’Assoluto: “Mi genera / ogni attimo d’universo” scrisse in due versi poi tagliati dalla Notte bella.

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IMMAGINE © OUR EARTH NET

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mio cuore vuole illuminarsi / come questa notte / almeno di zampilli di razzi.
GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

domenica 16 dicembre 2012

Tra quei colli

 

GIAMMARIO SGATTONI

LE FOCI DEL TRONTO

Non raccontarmi più favole lunghe
di lucerne, demòni e ripostigli
dentro stanze annerite da millenni:
quando il giorno sarà precipitato
tra quei colli e le frange dei ciliegi,
rapido guaderò, senza bagnarmi,
le foci del Tronto – già gonfie di nevi.

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Una piccola poesia bucolica, dove la natura è protagonista – non è certo un caso che il poeta teramano Giammario Sgattoni (1931-2007) abbia lavorato per anni all’Ente Provinciale per il Turismo: è tutto lì l’amore riversato per la sua terra, per la bellezza naturale che vince sulla dimensione storica. Basta attraversare il fiume Tronto, che segna il confine d’Abruzzo a nord, per essere a casa.

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LE FOCI DEL TRONTO © RIVIERA OGGI

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LA FRASE DEL GIORNO
La terra è la nostra eterna madre e donna, e come ogni donna fa, anch'essa dona qualcosa alla nostra ricchezza.

ERNST JÜNGER, Il cuore avventuroso. Figurazioni e capricci

sabato 15 dicembre 2012

Davanti alle pietre

 

AFFONSO ROMANO DE SANT’ANNA

CON DANTE

In questo castello di Gargonza
Dante c'è stato un po' prima di me.

Fuggiva dai nemici (i ghibellini).
Camminava su queste pietre,
sentiva la stessa campana che nella torre da poco aveva suonato ancora.

Questo è successo otto secoli fa.
Ciò che non è niente
davanti alle pietre
- e alla poesia.

(Traduzione di Julio Monteiro Martins)

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Il tempo è relativo: i secondi che ci sfuggono come sabbia tra le dita nella frenesia del vivere quotidiano possono diventare lunghi come secoli nella meditazione, nella riflessione. Il poeta brasiliano Affonso Romano de Sant’Anna (Belo Horizonte, 1937) ripercorre le orme di Dante Alighieri e il tempo fluisce nell’ombra, si cancella, si riavvolge, diventa una materia facilmente attraversabile – i suoni, i profumi, sembrano essere quelli di otto secoli prima, quelli del 1304, quando il poeta, proprio lì, nel castello di Gargonza, partecipò ad un consiglio tra guelfi fuorusciti da Firenze e aretini. Il tempo non esiste, quando si parla di pietre e di poesia… 

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MONTE SAN SAVINO, CASTELLO DI GARGONZA © TUSCANY PASS

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è lo specchio dell’eternità.

DIOGENE DI SINOPE

venerdì 14 dicembre 2012

Spettrale cristallo

 

SERGIO SOLMI

LA ROSA GELATA

La rosa
che l’inverno dischiuse,
svolse, innervò, arricciò,
vetrificò
d’incarnatini zuccheri, venò
d’impercettibile sangue. Fissata
nel suo gelo oltrevita, la penso
perfetto emblema d’un giorno, a disfarsi
non destinata foglia
dopo foglia nel molle
sfacelo delle stagioni, ma come
aereo, spettrale cristallo, di colpo
a frangersi.  

(da Dal balcone, 1968)

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Una rosa fiorita nel cuore dell’inverno, rimasta prigioniera dell’inclemenza della stagione: come ibernata, fatta vetro dal ghiaccio della notte, cristallizzata nella sua bellezza, nei suoi colori che contrastano con il monotono bianco-bruno del giardino. Al poeta reatino Sergio Solmi (1899-1981) fa pensare a come finiscono i giorni – non il largo giro delle stagioni che si sfogliano a poco a poco – ma un improvviso frantumarsi di un caduco cristallo.

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FOTOGRAFIA © DESKTOP NEXUS

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LA FRASE DEL GIORNO
Non è più la morbidezza del fiore, ma vi è del grano disseccato, pieno, fecondo, che rende sicura la stagione invernale
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HONORÉ DE BALZAC, Un principe della Bohème

giovedì 13 dicembre 2012

Un pugno di sabbia

 

IRENE GRUSSIrene Gruss 3

HO CONTATO SULLE DITA DELLA MANO

Ho contato sulle dita della mano
le volte che ho avuto, non quelle che ho amato.
Le punte delle dita
si sono messe a fissarmi, le linee
della mano ridevano (ho amato
quel che ho avuto? Come dire
ho voluto un po’
di questo o di quello,
ho vinto, ho perso siffatta
generosità?).
Adesso che mi aggrappo
a quello che ho - come a un poco
di niente -,
vedo linee che lo scherno rifiuta,
e lentamente, dolcemente apro
il pugno, lascio cadere
la sabbia, torno a raccoglierla.

(da Sobre el asma, 1995)

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Rimpianti, e chi non ne ha? Le nostre vite sono fatte di scelte e capita, quando ci si ferma a riflettere, di domandarsi se le nostre decisioni siano state quelle giuste o se invece avremmo potuto condizionare in modo diverso il nostro presente, e come. Se lo domanda anche la poetessa argentina Irene Gruss (Buenos Aires, 1950): quello che importa però è che, una volta superato il rimpianto, che è emozione certamente negativa perché è impossibile modificare il passato, si deve riprendere con nuova forza e con nuova energia, “mettendoci una pietra sopra”, come si dice…

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FOTOGRAFIA © DEVIANT ART

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LA FRASE DEL GIORNO
Il rimpianto è un enorme spreco d'energia. Non vi si può costruire nulla sopra. Serve soltanto a sguazzarvi dentro.
KATHERINE MANSFIELD

mercoledì 12 dicembre 2012

La pena d’amore

 

KIM SOWOL

UN GIORNO LONTANO

Un giorno lontano, quando verrai da me
allora dirò “ti ho dimenticata”.
Se mi rimproverai silenziosa, dirò
“ti ho tanto rimpianta fino a dimenticarti”.
Se ancora mi biasimerai, dirò
“Ho dovuto dimenticare, perché più non speravo”
Né oggi né ieri ti ho dimenticata,
ma un giorno lontano dirò “ti ho dimenticata”.

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Lo sappiamo tutti che neppure il poeta Kim Sowol (1902-1934), gloria letteraria della Corea del Nord e modernizzatore del movimento poetico coreano, dimenticherà mai quell’amore perduto. Più ripete come un mantra quel “ti ho dimenticata” più lei gli si conficca in testa come un chiodo: era il poeta romantico francese del Settecento Jean-Pierre Claris de Florian, del resto, a dire che: “Plaisir d'amour ne dure qu'un moment. / chagrin d'amour dure toute la vie”. Caro Kim, la gioia dell’amore non dura che un istante, la pena d’amore dura tutta la vita…

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ARTISTA SCONOSCIUTO, INNAMORATI”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore non va sempre a finire bene... se è sofferto si viene assaliti da un dolore senza pari e nonostante questo ci si innamora ancora di più...

MASAKAZU KATSURA, Video Girl Ai

martedì 11 dicembre 2012

Ciò che fu il presente

 

YEHUDA AMICHAIYehuda- Amichai

SGUINZAGLIARE RICORDI

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,

ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.

Vedi, abbiam vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

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La vita che scorre, il tempo che passa e intreccia due esistenze come corde per poi lasciarle andare: il poeta israeliano Yehuda Amichai (1924-2000), probabilmente il maggiore esponente della poesia ebraica moderna, affronta ancora una volta il tema dell’amore perduto e riesce a trasformare quella situazione assolutamente personale e privata in un’universale esperienza che tutti noi abbiamo provato e possiamo condividere. Anche noi sguinzagliamo ricordi a catturare quello che un tempo fu il nostro presente e ci rendiamo conto che abbiamo vissuto anche le vite degli altri.

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MANFRED VON PENTZ, “THE IMPOSSIBLE CHASE”

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LA FRASE DEL GIORNO
E le nostalgie sono racchiuse in me come bolle d'aria / nel pane.

YEHUDA AMICHAI

lunedì 10 dicembre 2012

Sull’orlo

 

GLORIA FUERTES

SULL’ORLO

Sono alta;
durante la guerra
arrivai a pesare quaranta chili.
Sono stata sull’orlo della tubercolosi,
sull’orlo del carcere,
sull’orlo dell’amicizia,
sull’orlo dell’arte,
sull’orlo del suicidio,
sull’orlo della misericordia,
sull’orlo dell’invidia,
sull’orlo della gloria,
sull’orlo dell’amore,
sull’orlo della spiaggia,
e, poco a poco, mi sono rifugiata nel sogno,
e sono qui che dormo sull’orlo,
sull’orlo del risveglio.

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Con ironia la poetessa spagnola Gloria Fuertes (1917-1998) traccia questa specie di autoritratto in versi. Un’esistenza in bilico, dalla nascita a Lavapiés, un barrio povero di Madrid, alle ristrettezze della guerra, il pacifismo, la solitudine, la mancata fama in patria. In pratica, la Fuertes scompone in parti la sua vita per analizzare in questo modo l’intera struttura.

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MATTEO, “SA MAJESTÉ LA NUIT”

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia non deve essere un’arma, / deve essere un abbraccio, / un’invenzione, / uno scoprire negli altri / quello che accade dentro. / Una scoperta, / un respiro, / un’aggiunta, / un brivido.
GLORIA FUERTES, Historia de Gloria

domenica 9 dicembre 2012

L’unico senso della poesia

 

JOSÉ EMILIO PACHECO

CONTRO LE LETTURE PUBBLICHE

Se leggo le mie poesie in pubblico
tolgo l’unico senso alla poesia:
fare che le mie parole siano la tua voce,
per un istante almeno.

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Non è una poesia, questa: è una coltellata in soli quattro versi. Una coltellata che il poeta messicano José Emilio Pacheco (Città del Messico, 1938) si autoinfligge. Le letture pubbliche che vanno tanto di moda, magari con annesso aperitivo, non sono la poesia, anzi la privano molto spesso della sua origine. Sono eventi pubblicitari, magari anche belle feste, modi per farsi conoscere e per conoscere gente, ma il vero senso della poesia è altrove: è in quella Musa che intimamente parla al poeta, il quale, rileggendo i suoi versi in solitudine prova l’incanto di essere ancora con lei, che sia una donna, un sogno, una patria…

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CHARLES A. BARRY, “CHARLES DICKENS AS APPEARS WHEN READING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il testo poetico è inspiegabile, non inintelligibile.
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

sabato 8 dicembre 2012

Lontano

 

CARILDA OLIVER

LETTERA II

Piove sulla sera e sul tuo ritratto.
La farfalla cura la sua allegria.
Dentro il calamaio è rimasta vuota
la penna con cui scrivo. Dorme il gatto.

Io guardo il sale, guardo la mia scarpa,
guardo la sera che diventa fredda.
Non mi appartiene nulla. Si direbbe
che il cielo per poco ha traslocato.

Ora che la brezza prega e il mare arde
le ragazze appostate nella sera
si sorrideranno dentro ogni specchio.

Poiché è domenica e nessuno piange,
ho tirato nel tempo i miei garofani
senza pensare a dove sei. Lontano.

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La lontananza. Quella che “fa all'amore quello che il vento fa al fuoco: spegne il piccolo, scatena il grande” secondo Bussy-Rabutin messo in canzonetta da Domenico Modugno. La lontananza che dovrebbe alimentare la passione e rinvigorirla. Eccola qui, in questi versi della poetessa cubana Carilda Oliver (Matanzas, 1922): diventa una lettera non scritta e non spedita – ah, che romanticismo nel tempo in cui i telefoni non erano oggetti di uso così comune! Una sera di pioggia, una farfalla che sbatte impazzita le ali, il sole che tramonta e arrossa il mare e quell’assenza che fa male, a dispetto di Bussy-Rabutin e di Domenico Modugno.

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JEAN CHEYNE, “STORM CLOUDS OVER EIGG”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’oggetto amato risiede nella lontananza.

UMBERTO ECO, L’isola del giorno prima

venerdì 7 dicembre 2012

L’anima smarrita

 

CARLO MICHELSTAEDTER

CADE LA PIOGGIA TRISTE E SENZA POSA

I

Cade la pioggia triste e senza posa
a stilla a stilla
e si dissolve. Trema
la luce d'ogni cosa. Ed ogni cosa
sembra che debba
nell'ombra densa dileguare e quasi
nebbia bianchiccia perdersi e morire
mentre filtri voluttüosamente
oltre i diafani fili di pioggia
come lame d'acciaio vibranti.
Così l'anima mia si discolora
e si dissolve indefinitamente
che fra le tenui spire l'universo
volle abbracciare.
Ahi! che svanita come nebbia bianca
nell'ombra folta della notte eterna
è la natura e l'anima smarrita
palpita e soffre orribilmente sola
sola e cerca l'oblio.

II

“Guardi dove cammina! o 'che 'gli è cieco?”.
M'erutta in faccia con fetor di vino
un popolano dondolando l'anca.
In vasta curva costeggiando il fiume
tremola ancor la luce dei fanali
e l'Arno scorre sonnacchioso e grigio,
l'acque melmose.
Spicca dei colli ancor la massa oscura
e San Miniato avvolto nella nebbia
ombra nell'ombra, -
fiaccola rossa dai camini neri
batte nell'aria, e l'alito affannoso
ferve di vita.
E risponde dall'anima mia triste
un'ansïosa brama di vittoria
ed un bisogno amaro di carezze:
forza incosciente - fiaccola fumosa.

III

O vita, o vita ancor mi tieni, indarno
l'anima si divincola, ed indarno
cerca di penetrar il tuo mistero
cerca abbracciare in un amplesso immenso
ogni tuo aspetto. -
Amore e morte, l'universo e 'l nulla
necessità crudele della vita
tu mi rifiuti.

(Febbraio 1907)

(da Poesie, Adelphi, 1987)

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Una nottata di pioggia, a Firenze: il giovane poeta e filosofo goriziano Carlo Michelstaedter (1887-1910), che lì studia Lettere, si lascia andare a riflessioni di puro stampo nihilista cercando una via di fuga, un appiglio che riesca a portarlo fuori dal mondo, che lo strappi alle grinfie della creazione: non l’amore divino, non l’amore umano. Mentre leggevo questa poesia l’eco di alcuni versi di Juan Ramón Jiménez mi girava per la testa: “Che lacerazione immensa, / quella della mia vita nel tutto / per stare, con tutto me / stesso, / in ogni cosa”. La stessa ansia: lo spagnolo avrebbe trovato liberazione in una ricerca dell’Assoluto, l’italiano nella sua negazione, in un colpo di rivoltella.

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FOTOGRAFIA © BENJAMIN DEIBERT

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LA FRASE DEL GIORNO
Questa continua deficienza – per la quale ogni cosa che vive, muore ogni attimo continuando – ogni cosa che vive si persuade esser vita.

CARLO MICHELSTAEDTER, La persuasione e la rettorica

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