venerdì 30 novembre 2012

Perché non cantino loro

 

ALEJANDRA PIZARNIK

ANELLI DI CENERE

a Cristina Campo

Sono le mie voci che cantano
affinché non cantino loro,
gli imbavagliati grigi nell’alba,
i vestiti di un uccello devastato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.

(da Los trabajos y las noches, 1965)

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L’ansia di dire della poetessa argentina Alejandra Pizarnik (1936-1972) è la voce della poesia opposta al cupo clamore dei suoi fantasmi, la luce del verso che tenta di dissipare il buio della disperazione. Da questa lotta incessante che la ossessionò per tutta la sua breve vita – si avvelenò con un’overdose di Seconal a 36 anni – nasce il suo canto, duro e doloroso, come un’ancora di salvezza cui aggrapparsi per non andare a fondo.

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DISEGNO DI M.C. ESCHER

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia non è una strada, è un destino.

ALEJANDRA PIZARNIK, Sur, n. 326, settembre 1970

 

giovedì 29 novembre 2012

E si sognano l’un l’altra

 

ULALUME GONZÁLEZ DE LEÓN

ATTO D’AMORE

:due si guardano l’un l’altra
fino a diventare irreali
poi

chiudono gli occhi

e si toccano l’un l’altra
fino a diventare irreali

poi
mettono da parte i corpi,

e si sognano l’un l’altra
fino a diventare tanto reali
da svegliare
due che si guardano.

 

Ulalume González de León (1932-2009), poetessa messicana di natali uruguaiani dipinge una bella scenetta, dai contorni di favola, per esprimere il senso dell’amore: non è la sua fisicità, ma un’emozione che travalica la fisicità per addentrarsi in altre sfere, più elevate e spirituali, che trasformano la carnalità e la mente in un’appassionante fusione. Come scrisse Nicolás Gómez Dávila, “L'amore è essenzialmente adesione dello spirito a un corpo nudo”.

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IMMAGINE © HD WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Nell'amore partecipano in egual misura l'anima e il corpo; in caso contrario, l'amore non può chiamarsi completo: noi non siamo né puri spiriti né bruti.

IVAN ALEXANDROVIC GONČAROV, Una storia comune

mercoledì 28 novembre 2012

Il fuori e il dentro

 

FRANCISCO GÁLVEZ

L’UOMO CHE PASSEGGIA, 1

Spontaneamente
vado verso gli altri,
albeggia e l’aria è ancora pulita,
soltanto fresca.
Mentre cammino il sole
si fa notare di più,
non interviene nella mia strada,
pero è qui, tra i miei passi:
vado verso gli altri,
mi lascio dietro la prima musica
degli uccelli,
vi si incorporano segni
di un mondo scelto
e contemporaneamente rifiutato;
non traggo conclusioni,
non lascio fare al pensiero,
non nego, separo
l’interno dall’esterno,
scruto l’onda e la spuma,
il tono del rumore,
il momento del vento;
ora che sono fuori
però cerco il dentro.

(da El paseante, Hiperión, 2005)

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Questa poesia dello spagnolo Francisco Gálvez (Cordoba, 1954) mi trova in sintonia: in effetti questa passeggiata del poeta sulla riva del mare potrebbe essere il racconto di quando, ogni mattina, esco di casa e abbandono il mio mondo per confrontarmi con gli altri, per interagire con l’esterno diventando un volto tra la folla, uno tra i cento, mille e più che incrocerò per la strada, su un treno, su un vagone della metropolitana, in un supermercato o in un ufficio. Vado verso gli altri indagando il mondo ma scruto anche dentro di me, come l’io lirico di Gálvez.

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FOTOGRAFIA © EASY ART

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché chi si ferma ha più vita, / ma chi va ha più strade.
FRANCISCO GÁLVEZ, El paseante

martedì 27 novembre 2012

Italia cavallo azzoppato

 

ROBERTO ROVERSI

TRENTA MISERIE D’ITALIA, XXII

La Grecia brucia.
Brucia l’Italia.
Antonio è partito.
Brucia cuore e futuro.
Morti Sciascia Calvino Pasolini
Fortini Volponi Vittorini persone
di alto gradimento. La giornata
è lunga amara in questa Italia
cavallo che caracolla azzoppato.
Sta arrivando l’inverno.
Sarà di nuovo il tempo bianco della neve?
O prevarranno giornate temute
con poche voci annidate nel petto?
Chi nel silenzio e l’attesa raccoglierà
le nuove vicende?
Chi
raccoglierà fra i sassi le nuove canzoni?
Momento gelido da ricordare.
Vittorini cammina adagio lungo i navigli
rapido e sicuro Calvino sta scrivendo
una lettera
Pavese ha appena bevuto cicuta nel terribile
silenzio d’agosto
Fortini arriva correndo impetuoso e
ammonisce la vita.
Sferziamo cavalli che sono bianchi cavalli
di pietra.
Un vulcano aspetta di triturare il cielo.
Cenere bianca fredda si depone ai miei piedi.
E tuttavia anche noi aspettiamo.

(da L’Italia sepolta sotto la neve, 1989)

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“Italia cavallo che caracolla azzoppato”. Sembra che siamo sempre stati così, almeno negli anni che hanno seguito lo splendore del boom economico e che si sono tramutati poi nel piombo del terrorismo, nella Milano da bere degli Anni ‘80, nella corruzione politica, nello sfacelo totale delle istituzioni, nello scollamento tra il becero potere della Casta e l’indignazione della gente comune. Qui, in un periodo datato sul finire degli Ottanta, che però potrebbe essere un giorno qualunque di questo quarantennio – la Grecia brucia sempre, l’Italia arde di sdegno anche adesso – il poeta bolognese Roberto Roversi (1923-2012) delinea - come scrive Daniele Piccini di questa raccolta – “una rappresentazione della crisi e dell’impasse in modi allegorici, cifrati”. Con il rimpianto della levatura dei personaggi di un tempo: c’erano Fortini, Sciascia, Pasolini, Calvino, Volponi, Vittorini. Ora chi abbiamo? Non vale neppure la pena di scrivere i nomi…

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INSTALLAZIONE DI LELLO ESPOSITO PER ITALIA 150

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LA FRASE DEL GIORNO
La situazione politica in Italia è grave ma non è seria.
ENNIO FLAIANO, Diario notturno

lunedì 26 novembre 2012

Dopo la sconfitta

 

ADAM ZAGAJEWSKI

LA SCONFITTA

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.

(da Dalla vita degli oggetti, Poesie 1983-2005)

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Ha ragione il poeta polacco Adam Zagajewski (Lvov, Ucraina, 1945): solo le sconfitte ci sanno rigenerare, con il loro bagno di umiltà ci costringono a guardare le cose con occhi diversi, a risollevarci verso un empireo che credevamo nostro di diritto. Sbattere il muso contro il muro ci rende partecipi delle vite degli altri, ci accomuna nel loro destino di vita. Allora, ci togliamo la polvere di dosso, ci rialziamo e riprendiamo il cammino, consapevoli come Michel de Montaigne che “alcune sconfitte sono più trionfali delle vittorie”, perché da esse abbiamo appreso qualche cosa.

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GALATA MORENTE, MUSEI CAPITOLINI, ROMA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci vuole solo coraggio, o forse buon senso, per capire che le lezioni migliori sono di solito le più dure; e che spesso fra queste ultime c'è la sconfitta. A loro volta, queste riflessioni inducono a pensare che l'unico vero fallimento stia, in realtà, nel permettere alla sconfitta di avere la meglio su di noi.
ANTHONY CLIFFORD GRAYLING, Il significato delle cose

domenica 25 novembre 2012

Come una vena tagliata

 

MARAM AL-MASRI

LE DONNE COME ME

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola rimane loro di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.
Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.
Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.
Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano
di libertà…

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Una poesia che non ha bisogno di commento, oggi. Il commento è nelle cronache che sempre più spesso riempiono i quotidiani e i telegiornali e che purtroppo talvolta restano nascoste nelle case, non denunciate, non riferite. Questi versi della poetessa siriana Maram al-Masri (Latakia, 1962) sono qui oggi, giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne, per far riflettere soprattutto noi maschi, in particolare quelli che credono di essere al centro dell’universo e non si rassegnano ai no, alla fine di un amore. Un’ultima cosa: ho detto che oggi è la giornata “dedicata”, naturalmente dovrebbe esserlo ogni giorno che Dio manda in terra, come per ogni altra ricorrenza speciale, l’8 marzo, la festa della mamma, la giornata della memoria, quella del ricordo eccetera…

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LA FRASE DEL GIORNO
A lungo mi sono chiesta come fosse possibile che persone intelligenti, il più delle volte colte, spesso autonome economicamente, accettassero di essere oggetto di violenza all'interno della propria relazione. Adesso so che contano l'educazione femminile, frutto di secoli di addestramento alla subordinazione, e anche la parallela formazione maschile, imbevuta di proiezioni dominanti e possessive.
MICHELA MURGIA, Ave Mary

sabato 24 novembre 2012

I miei stracci

 

VASKO POPA

RIDAMMI I MIEI STRACCI

Ridammi i miei stracci

I miei stracci di sogno puro
Fatti con il sorriso di seta del mio intermittente presagio
Fatti con questa mia stoffa di pizzo

I miei stracci di speranze invisibili
Fatti del mio desiderio che brucia
Fatti dell'arcobaleno di sguardi del mio viso

Ridammi i miei stracci
Ridammeli li voglio davvero.

(Traduzione di Luciano Luisi)

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L’amore è finito. Restano ricordi, restano pensieri, restano impressioni. Vasko Popa (1922-1991), poeta serbo, si sente defraudato, impoverito di quel nulla che aveva. Ed è quello che ora richiede, come d’usanza i fidanzati che si lasciano si restituiscono i reciproci regali: sono i sogni, i desideri, le speranze che lui vuole indietro – anche se, ahimè, è probabile che ormai siano andati perduti, siano usciti ammaccati e danneggiati dalla fine di una storia d’amore.

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MIHAI CRISTE, “THE SILENT REVOLUTION”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'inizio è dolce, assurdo felice. L'intreccio pieno di buona volontà, forte e carico di tensioni. La fine una lacerazione.
NURIA BARROS

venerdì 23 novembre 2012

Amare di nuovo

 

JOSÉ HIERRO

GENESI

In principio era l’amore.
Quando l’alba cercava un padrone.
Quando tutte le creature
spostavano i loro corpi deserti.

In principio era l’amore.
Regnava su tutte le cose.
La notte intera era il battito
di un così profondo amore.

L’amore e le anime, insieme
stavano creando l’Universo.
Le anime furono il suo metallo.
L’amore il suo magico fuoco.

In principio era l’amore.
I corpi erano deserti,
e ogni corpo cercò un’anima
che lo tenesse prigioniero.

Per il corpo, appena nato
dalla notte, tutto era nuovo.
Ignorò, per non immalinconirsi,
che l’anima aveva ricordi.

In principio era l’amore.

 

II

Talora, un’anima incontrava
l’anima che la completava.
Quando i corpi si possedettero,
dimenticarono di avere un’anima.

Non raggiunsero ciò che dura,
ma godettero di ciò che passa.
Furono insieme e condivisero
il corso della loro unica acqua.

 

III

In principio era l’amore.
Senza l’amore nulla esisteva.
L’anima che una volta amò,
non si sarebbe mai dissetata.

Amare di nuovo era provare
a tornare al punto di partenza,
imprigionare il fumo, toccare i cieli,
possedere la luce infinita.

Amare di nuovo era far
rivivere i fiori appassiti.
Era ascoltare la voce dell’anima
che chiamava l’anima perduta.

Amare di nuovo era piangere
per la felicità svanita.
Era trovare con chi dividere
il pane e il vino degli altri giorni.

Ma – lo sappiamo bene -
solo una volta si ama nella vita.
Amare di nuovo, è evocare
l’amore che riempì la felicità.

È, senza volere, far soffrire.
Sentire la ruota bloccata.
E se lo specchio soffre, è perché
la vecchia immagine è viva.

In principio era l’amore.

(da Con las piedras, con el viento, 1950)

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È un’ode al primo amore questa poesia dello spagnolo José Hierro (1922-2002): quel “primo amore” che proverbialmente non si scorda mai, o non arrugginisce e che, secondo i francesi è l’amore cui si ritorna sempre. È quella specie di imprinting che ci portiamo dietro tutta la vita e che ha radici profonde, quelle che Platone nel Simposio fa dire ad Aristofane quando racconta che un tempo gli uomini vennero divisi in due da un invidioso Zeus e cercano per tutta la vita l’altra loro metà: “Queste persone - ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque - quando incontrano l'altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall'affinità con l'altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei - per così dire - nemmeno un istante”.

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ERNST LUDWIG KIRCHNER, “LIEBESPAAR”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non si ama che una volta sola.
ALEXANDRE DUMAS PADRE, Il conte di Montecristo

giovedì 22 novembre 2012

Come fumo d’un vino

 

GIORGIO CAPRONI

QUESTO ODORE MARINO

Questo odore marino
che mi rammenta tanto
i tuoi capelli, al primo
chiareggiato mattino.

Negli occhi ho il sole fresco
del primo mattino. Il sale
del mare…

Insieme,
come fumo d’un vino,
ci inebriava, questo
odore marino.

Sul petto ho ancora il sale
d’ostrica del primo mattino.

(da Ballo a Fontanigorda, 1938)

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Il mare e la donna si trovano spesso associati nelle prime poesie di Giorgio Caproni (1912-1990). Il mare che si trasforma in ricordo, che attraverso il suo odore di salso diventa l’immagine della donna nella mente del poeta riportando in vita l’ebbrezza di quell’emozione già cantata in Nudo e rena, altra poesia della raccolta: “alla salina rena / mentre l’aroma / della tua pelle il mare / chiama”. Il ricordo della donna viene dal mare come una Venere nascente: “Dal fondo delle odorose / scogliere, al refrigerio / limpido del bel colore / marino, tu sorti accese / d’opaco lume / le tenere carni”.

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ALFRED ZOFF, “MARINA CON VELE ALL’ORIZZONTE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché è così che ti frega, la vita. Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand'è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva.
ALESSANDRO BARICCO, Castelli di rabbia

mercoledì 21 novembre 2012

Curve di perché

 

ROBERTO JUARROZ

POESIA VERTICALE, I, 7

Perché le foglie occupano il posto delle foglie
e non quello che resta tra le foglie?
Perché il tuo sguardo occupa lo spazio davanti alla ragione
e non quello che c’è dietro?
Perché ricordi che la luce muore
e invece dimentichi che muore anche l’ombra?
Perché si accorda il cuore dell’aria
finché la canzone diventa un vuoto nel vuoto?
Perché non taci nel luogo esatto
dove morire è la presenza appena
sospesa dell’albero di vivere?
Perché queste righe dove il corpo cessa
e non un altro corpo o un altro corpo o un altro?
Perché questa curva del perché e non il segno
di una retta senza fine con un punto sotto?

(da Poesía vertical, I, 1958)

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Domande che non hanno risposta, ma che se possibile allargano ancora di più il mistero continuando a inseguire punti interrogativi invece di giungere alla definitiva certezza di un punto esclamativo. Sono del poeta argentino Roberto Juarroz (1925-1995), ed esprimono al meglio la sua poetica visionaria: Juarroz afferma infatti che “Il poeta non ha alternativa che inventare o creare altri mondi. La poesia crea realtà, non finzione. Dico che la poesia è realtà, e per me è la più grande realtà possibile perché è quella che percepisce la coscienza reale dell’infinito”.

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IMMAGINE © I LOVE TYPOGRAPHY

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia respira attraverso le sue mani, / che non toccano le cose: le respirano / come polmoni di parole, / come carne verbale arrochita dal mondo.

ROBERTO JUARROZ, Poesía vertical, IV

martedì 20 novembre 2012

Con te nell’emozione

 

JULIA DE BURGOS

COLLOQUIO SIDERALE

-Ti ho adorato tanto stanotte!
-Mi hai adorato in assenza.

-Ti ho baciato tanto stanotte!
-Mi hai baciato in assenza.

- Ti ho guardato tanto stanotte!
- Mi hai guardato in assenza.

-Ti ho adorato
senza pensare alla tua forma.
Ti ho baciato
senza sfiorare il tuo viso.
Ti ho guardato
senza sguardo e senza sole.

- E com’è possibile, amata?
- Chiedilo alla nuvola
che ha attraversato il mio sogno e si è posata sulla tua anima.

- Che si è posata sulla mia anima?
- Soffiata dalla brezza, con l’ultima nota
della mia vita in canzone...

- E la brezza? Che ha fatto
quando ti ha sentito nei suoi prati?
- Con occhi turbati
ha contemplato la mia invasione...

- E non ha cercato di baciarti?
- Le sue labbra non hanno raggiunto
il mio cuore in fiore.
Voglio vedere il mio viso
nel sorriso dell’acqua,
con te nell’emozione...

- E così sei arrivata, amata?
- Così ho visto la tua anima,
ti ho baciato il sorriso,
e ho adorato la tua illusione...

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Julia de Burgos (1914-1953) è la massima gloria poetica di Portorico: insegnante e giornalista, fu attivista per l’indipendenza dell’isola e per i diritti delle donne. Se molte delle sue opere si possono ascrivere a una voce di ribellione femminista contro la società e le convenzioni, questa invece è più intimista, attinge al puro amore, alla sua essenza più spirituale in un dialogo che tende all’unisono.

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GINA DEININGER, “MOONLOVER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amore... unica fiamma che mi resta di Dio / nel sentiero certo dell’incertezza.
JULIA DE BURGOS

lunedì 19 novembre 2012

Finché la lingua esiste

 

JUAN RODOLFO WILCOCK

AVVISO AI SAGGI

Se qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.

Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.

Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.

Nascondete questo rotolo nelle grotte.

(da I tre stati, in Poesie, Adelphi, 1980)

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Apocalittici questi versi di Juan Rodolfo Wilcock (1919-1978), poeta argentino naturalizzato italiano, affascinato dalla Divina Commedia: la realtà ne esce affrescata come un girone dell’Inferno dantesco, con mostri ed eventi degni di esso. I saggi, gli uomini che possiedono la conoscenza, devono serbarla, metterla al sicuro, come Wilcock precisa in Avviso ai mediocri, un’altra poesia della raccolta, a questa complementare: “Dobbiamo imitare i saggi della tribù, / gli anziani che impartiscono il segreto secolare; / e i saggi della folla non hanno alcun segreto / né da impartire né da occultare. Eppure: / ciascuno cerchi il suo modello, / quelli che non ne hanno sono schiavi, / come quelli che scelgono per modello uno schiavo”.

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ROBERT LEWIS REID, “WISDOM”

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LA FRASE DEL GIORNO
Inoltre, esiste la parola, / con cui gli oggetti vengono nominati / e i concetti creati, / ciò che ci fa diversi dalle bestie, / un poco, ma non troppo. /Ma non è questa la sapienza da salvare / se ogni uomo in sé la può trovare.

JUAN RODOLFO WILCOCK, I tre stati

domenica 18 novembre 2012

Sei haiku d’autunno

 

“Vento d’autunno / allo sguardo / tutto è haiku” scrisse Kyoshi Takakama. Ed è vero: tutto è haiku perché la bellezza della stagione genera poesia, è essa stessa poesia, e gli scrittori di haiku, così intimamente legati alla natura e al suo giro stagionale, non possono farsela sfuggire. Questi sei haiku vanno a disegnare un quadretto tutto orientale: li leggiamo e già la nostra immaginazione ci mostra quei giardini giapponesi dove le piante sembrano ardere, dove le nebbie sono un velo d’argento e la malinconia un sentimento cui abbandonarsi con dolcezza.

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YOSA BUSON

*

Si oscura la montagna,
e ruba il rosso
alle foglie dell'autunno

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MASAOKA SHIKI

*

Lontano e vicino si ode
crosciar di cascate
tra foglie cadute

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TAKARAI KIKAKU

*

Con la prima brina,
chissà cosa sogneranno
nelle barche?

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DAKOTSU IIDA

*

Fuji d'autunno
il posto del disco del sole
è scomparso

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SHUOSHI MIZUHARA

*

Mi desta un sogno
e mi sorprende il buio,
già tardo autunno!

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NAITO JOSO

*

Foglie
adagiate su una pietra
sepolta nell'acqua

.

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FOTOGRAFIA © WALLPAPERS FREE

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LA FRASE DEL GIORNO
Lui – una parola / Io – una parola / e l’autunno incalza
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KYOSHI TAKAHAMA

sabato 17 novembre 2012

Dividerci in due

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

AUTOTOMIA

Alla memoria di Alina Poswiatowska

In caso di pericolo, l'oloturia si divide in due:
dà un sé in pasto al mondo,
e con l'altro fugge.

Si scinde in un colpo in rovina e salvezza,
in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà.

Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
con due sponde subito estranee.

Su una la morte, sull'altra la vita.
Qui la disperazione, là la fiducia.

Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
Se c'è giustizia, eccola.

Morire quanto necessario, senza eccedere.
Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
Ma solo in corpo e sussurro interrotto.
In corpo e poesia.

Da un lato la gola, il riso dall'altro,
un riso leggero, di già soffocato.

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,
tre piccole parole, soltanto, tre piume di un volo.

L'abisso non ci divide.
L'abisso ci circonda.

(da Ogni caso, 1972)

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L’autotomia è la strategia difensiva di certi animali, che sacrificano una parte del proprio corpo per ingannare e disorientare il predatore e quindi mettersi in salvo: è il caso delle lucertole, che si mozzano la coda – che poi ricrescerà – lasciandola a dibattersi mentre si rifugiano in un luogo sicuro, o dell’oloturia qui citata, nota anche come “cetriolo di mare” che invece espelle parte dell’intestino. Quello che conta, in termini poetici, come rivela Wisława Szymborska (1923-2012), premio Nobel polacca, è questa scissione, questa divisione che porta una parte a vivere e l’altra a morire. La riflessione è così portata sulla natura umana, sulla sua capacità di tagliare via una parte di sé e di ricrearla: il corpo e lo spirito, la carne e l’anima, ciò che siamo e ciò che siamo stati o che saremo un giorno, lasciando una parte di noi nel ricordo – come testimonia il verso dalle Odi di Orazio “non omnis moriar”, non morirò del tutto.

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JENN SKI, “DIVISION N. 2”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ascolta / come mi batte forte il tuo cuore.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Ogni caso

venerdì 16 novembre 2012

Il vapore del tè

 

CARLOS SPINEDI

CERIMONIA DEL TÈ

Nella teiera di porcellana azzurra
bolle un'altra volta il sole

un boschetto di verbene odorose
rabbrividisce in giardino

il vapore del tè
appanna i vetri

la casa trema
passa il vento del sud

leviga il tuo haiku come una pietra dura
e poi dimenticalo

resterà il suo archetipo
inciso nell'aria.

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C’era una vecchia pubblicità che mostrava una casa calda, con il caminetto acceso e un’idea di comfort nell’aria – lo slogan diceva: il brandy che crea un’atmosfera. Ecco, è quello che il poeta argentino Carlos Spinedi (Río Gallegos, 1928) fa con questi versi: crea un’atmosfera, e lo fa da appassionato di haiku, ovvero richiamandosi all’antica cerimonia del tè, assurta a rito anche sociale e caratterizzata da gesti obbligati e lentissimi che favoriscono la meditazione – ed è proprio dalla meditazione che nascono gli haiku, è una loro caratteristica basilare, così come la struttura fissa delle sillabe. Che dire allora? Che anche bere il tè è una forma di poesia.

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KRISTA SEWELL, “TAKARA TEA ROOM”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un uomo senza tè è incapace di capire la verità e la bellezza.
KAKUZO OKAKURA, Il libro del Tè

giovedì 15 novembre 2012

L’assalto dei ricordi

 

ÁNGEL GONZÁLEZ

A MANO AMATA

A mano amata,
quando la notte impone la sua consueta insonnia
e trasforma
ogni minuto nell’anniversario
di tutti gli eventi di una vita;

lì,
nell’angolo più buio dell’abbandono
dove mai e ieri incrociano le ombre,

i ricordi mi assalgono.

Alcuni impugnano il tuo sguardo verde,
                                                       altri
mi puntano alla schiena
l’anima bianca di un sogno lontano,
e con voce inudibile,
con implacabili labbra silenziose,
                                                mi intimano:
l’oblio o la vita!

Riconosco i volti.
                          Non sottraggo il corpo.

Chiudo gli occhi per vedere
e sento
che mi pugnala freddo,
con giustezza,
questo ferro vecchio:
                               la memoria.

(da A todo amor, 1988)

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La notte, nel buio, capita di non prendere sonno e di abbandonarsi ai ricordi: anzi, è come se essi venissero in cerca di noi, è come se accavallassero le loro emozioni e le intrecciassero. Il poeta spagnolo Ángel González (1925-2008) con il notevole gioco di parole che dà il titolo alla poesia, se li figura come un assalto, come un attacco all’arma bianca cui però siamo noi stessi a sottoporci con volontà, desiderosi di farci ferire dalla lama sottile e fredda della nostalgia.

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ILLUSTRAZIONE DI ROLAND TOPOR

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LA FRASE DEL GIORNO
Pericoloso entrare senza frustino nella gabbia dei ricordi. Mordono.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

mercoledì 14 novembre 2012

Come delfini

 

SILVINA OCAMPO

I DELFINI

I delfini non giocano tra le onde
come la gente pensa.
I delfini si addormentano andando a fondo.
Cosa cercano? Non lo so.
Quando toccano il fondo
si svegliano all’improvviso
e risalgono perché il mare è molto profondo
e quando salgono cosa cercano? Non lo so.
E vedono il cielo e gli ritorna il sonno
e di nuovo scendono addormentati,
e ancora toccano il fondo del mare
e si svegliano e riprendono a salire.
Così sono i nostri sogni.

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Più che simpatici mammiferi questi delfini della poetessa argentina Silvina Ocampo (1903-1994) sembrano degli yo-yo che continuano a a salire e scendere dagli abissi al cielo e viceversa. In realtà la Ocampo si serve della loro immagine per rappresentare l’andamento dei sogni, con la loro funzione di stimolare parti recondite del nostro io, di andare a cogliere sensazioni che la nostra mente normalmente ignorerebbe. Così di notte, nel nostro letto, ondeggiando come delfini addormentati andiamo al fondo delle nostre visioni e ne riemergiamo sotto il cielo del risveglio.

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi s'interessa di sogni dovrà riconoscere come fenomeno comune, io penso, il fatto che essi testimoniano di nozioni e ricordi che riteniamo di non possedere durante la veglia.
SIGMUND FREUD, L’interpretazione dei sogni

martedì 13 novembre 2012

Arido è il cuore

 

GUIDO GOZZANO

L’ONESTO RIFIUTO

Un mio gioco di sillabe t'illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell'offerta
di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m'offri nelle palme schiuse.

Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t'arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
Non sono lui, non sono lui! Sì, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché più tardi tu non maledica.

Non sono lui! Non quello che t'appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d'inverno,
vôta di semi, pendula al rovaio...

Per te serbare immune da pensieri
bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi più sinceri...
Ma (tu sei bella) fa ch'io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l'amore che tu speri.

Non posso amare, Illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l'amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull'orme del piacere vagabondo...

Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l'anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
non son colui, non son colui che credi!

Curiosa di me, lasciami in pace!

(da I colloqui, 1911)

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L’aridità del cuore, l’incapacità d’amare è una delle cifre costanti nella poesia di Guido Gozzano (1883-1916): “Ah! Se potessi amare! - Vi giuro, non ho amato / ancora: il mio passato è di menzogne amare” scrive nel Responso. Come Totò Merumeni “non può sentire.  / Un lento male indomo / inaridì le fonti prime del sentimento; / l'analisi e il sofisma fecero di quest'uomo / ciò che le fiamme fanno d'un edificio al vento”. E visto che “non è cattivo”, anzi è addirittura “il buono che derideva il Nietzsche”, consapevole di questa sua aridità, non illude l’amica presa di lui, attirata dai versi del poeta, ma con onestà mette le carte in tavola opponendo un rifiuto, gettando infine la maschera di quel “buono / sentimentale giovine romantico... / Quello che fingo d'essere e non sono!”
La poesia, pubblicata su Il Viandante del 13 giugno 1909 ha certamente dei debiti con Non era lei, lirica di Giulio Gianelli, amico di Gozzano, che – fornì lo spunto, come si può notare dai suoi versi iniziali: “Fra le tristi e più care / memorie ho quella di un'illusa amica. / Mi cercò, la respinsi, mi rivolle: / ostinata, vegliò sul limitare / del mio spirito, come una mendica”.

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MARC CHAGALL, IL POETA”

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LA FRASE DEL GIORNO
O non amate che mi amaste, a Lui / invan proffersi il cuor che non s'appaga. / Amor non mi piagò di quella piaga / che mi parve dolcissima in altrui... / A quale gelo condannato fui? /  Non varrà succo d'erbe o l'arte maga?
GUIDO GOZZANO, I colloqui

lunedì 12 novembre 2012

La casa del sogno

 

JOSÉ LUIS GARCÍA MARTIN

LA MINACCIA

Il pattume dorato degli anni
mi ha abituato a vivere nei sogni;
nessun sorriso svanisce nella mia memoria;
gli occhi che una volta mi guardarono
emozionati o forse senza vedermi
restano infissi per sempre in me;
una distratta parola gentile
per tutto l’inverno accende un fuoco;
qualche amore evanescente
che a malapena si avvia a essere amore
si trasforma in un albero immenso i cui rami
mi proteggono dal sole inclemente.
Pietra su pietra ho costruito una casa
senza porte e finestre,
un giardino
grande quanto il mondo,
una cella
dove mi rinchiudo con tutte le cose che amo.
Certe notti esco,
il cuore ben protetto,
in cerca del bottino: un pretesto,
un minimo pretesto adolescente,
per continuare a sognare.
E stamattina
al risveglio
attonito constato
che continui a sorridere tra le mie braccia.
Tu non sei un sogno; sono perduto.

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I nostri sogni sono un  ammasso di memorie, di desideri inconsci che realizziamo. Capita di ingrandire particolari che da svegli ignoriamo – Freud diceva che i sogni “testimoniano di nozioni e ricordi che riteniamo di non possedere durante la veglia” – o di rituffarci in tempi ormai perduti, di riallacciare rapporti interrotti. Il sogno è davvero una “seconda vita”, ed è in quella che evadiamo – inconsciamente, certo – come il poeta spagnolo José Luis García Martin (Aldeanueva del Camino, 1950). Forse solo l’irruzione della realtà nel sogno o del sogno nella realtà – come in questa chiusa che fa pensare a certi racconti di Dino Buzzati - ci potrebbe davvero stupire.

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Vladamir_Kush-Dream_Catcher

VLADIMIR KUSH, “DREAM CATCHER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nell'ingenua opinione di chi si sveglia, il sogno, se pure non proviene da un altro mondo, ci rapisce tuttavia, mentre dormiamo, in un altro mondo.
SIGMUND FREUD, L’interpretazione dei sogni

domenica 11 novembre 2012

Una rosellina in un bicchiere


JAROSLAV SEIFERT

ESSERE POETA


Da lungo tempo la vita mi ha convinto
che musica e poesia
sono al mondo le cose più belle
che la vita può darci.
Oltre all’amore, ovviamente.

In una vecchia antologia,
stampata all’epoca dell’Imperialregia libreria
nell’anno in cui morì Vrchlický,
cercai una trattazione di poetica
e di stili di poesia.

Poi misi una rosellina in un bicchiere,
accesi una candela
e iniziai a scrivere i primi versi.

Divampa pure, fiamma di parole,
ardi,
magari mi bruciassi le dita!

Una sorprendente metafora vale più
di un anello d’oro al dito.
Ma perfino il rimario di Puchmajer
a nulla mi servì.

Invano raccolsi i pensieri
e spasmodicamente chiusi gli occhi
per udire il primo meraviglioso verso.
Nell’oscurità, invece di parole
scorsi un sorriso di donna e nel vento
una chioma svolazzante.

È stato il mio destino.
Dietro di lui ho arrancato senza respiro
per l’intera vita mia.


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Sto leggendo l’antologia del poeta ceco Jaroslav Seifert (1901-1986), Premio Nobel per la Letteratura 1984. Questa può essere considerata la sua dichiarazione poetica, semplificata nella lettura per il Nobel con la frase “Sono nato per essere un poeta lirico, e lo sono sempre restato”: quell’immagine di un ragazzo che “decide” di scrivere poesia e crea l’atmosfera accendendo una luce e mettendo sul tavolo una rosa è l’emblema di questo desiderio che potremmo definire “romantico”. Naturalmente, le poesie non si scrivono così, ma vengono da sole, si impongono con impellenza o sedimentano per giorni e giorni prima di essere scritte. Seifert imparò presto a riconoscerne la voce, a seguirla nel vento: in breve, se ne innamorò.

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VLADIMIR TRETCHIKOFF, “WEAPING ROSE”
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LA FRASE DEL GIORNO
E infine, il paradiso perduto ricercato dall’emozione estetica non è il regno del lirismo? Non è la stessa poesia lirica uno dei principali creatori e interpreti della visione di questo paradiso?

JAROSLAV SEIFERT, Lettura per il Nobel, dicembre 1984

sabato 10 novembre 2012

Corpi diversi

 

HOMERO ARIDJIS

POESIA

Pensavi
che l’amore era buono
e che volavi
in due corpi
che erano il tuo
e non erano il tuo
al contempo

che la terra era aria
piena di letti e di porte
piena di chiavi e di zeri

e che la città
con le sue pozzanghere e i suoi cani
era un cielo infinito per il tuo volo

pensavi
che il tuo corpo
diverso dal suo corpo
non era il tuo
se ti staccavi un istante
dal suo abbraccio
dal suo sole e dal suo suolo

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Come sarà finita questa storia narrata dal poeta messicano Homero Aridjis (Michoacán, 1940)? Si sarà conservata quella visione dell’amore totalizzante – il celebre “duo in carne una” di biblica memoria? Oppure si sarà perduta l’incantata visione dettata dall’amore fisico, che fa credere di volare sopra la città? O ancora non sarà che nel momento in cui uno degli amanti, staccatosi dal corpo dell’altro per verificare dall’esterno che in realtà l’amore ci rende davvero tutt’uno con l’altro, non sia volato via come un solitario palloncino?

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JINDRA NOEWI, “LOVERS IN ETERNAL KISS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Lo spazio non si muove con il corpo, / rimane al suo posto; / ma a volte / il mio spazio è il tuo corpo
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HOMERO ARIDJIS

venerdì 9 novembre 2012

Anelando l’invisibile

 

ODYSSEAS ELYTIS

I FRATELLASTRI, III

Uomo, tuo malgrado
Malvagio - per poco non è altra la tua sorte.
Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perché dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore -
Conosciamo il resto. Ma la folla resta
Solo sulla superficie delle cose
Tutto vuole e prende e non le rimane nulla.

È già arrivato il pomeriggio
Sereno come a Mitilene o in un quadro
Di Theofilos, fin là a Eze,a Cap-Estel,
Insenature dove il vento assesta bracciate
Una tale trasparenza
Che tocchi le montagne e continui a vedere l’uomo
Che era passato ore prima
indifferente e che ormai dev’essere arrivato.
Dico: sì, devono essere arrivati
Al loro termine la guerra e il Tiranno nella sua caduta
E la paura dell’amore davanti alla donna nuda.
Sono arrivati, sono arrivati e solo noi non vediamo
A tentoni ci scontriamo di continuo con i nostri fantasmi.

Angelo tu che voli qui intorno
Sofferente e invisibile, prendimi per mano
Sono dorate le trappole degli uomini
Ed io non posso che restare con quelli di fuori.

Perché anche l’Invisibile lo sento presente
L’unico che io chiami Principe, quando
La casa tranquillamente
Ancorata nel tramonto
Manda bagliori
E come in un assalto un pensiero
S’impone d’un tratto mentre altrove andavamo.

(da I fratellastri, 1974 – Traduzione di Filippomaria Pontani)

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Il poeta greco Odysseas Elytis (1911-1996), Premio Nobel 1979, anelava a una liberazione delle coscienze attraverso i valori etici per riuscire a raggiungere il mistero metafisico della vita. In questi suoi versi mi sembra di leggere una summa del suo pensiero che, teso alla ricerca di quell’invisibile che è il fine della sua poesia, si deve tuttavia confrontare con il mondo degli uomini e con le loro miserie e malvagità. Eppure basterebbe poco, dice Elytis, per elevarsi: la contemplazione di un fiore, la conoscenza dell’Altro – che poi è la base principale dell’amore, l’andare al di là della superficie per conoscere la profondità dell’essere.

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ANA MARIA EDULESCU, “OIA BEFORE SUNSET”

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LA FRASE DEL GIORNO
Risplende dentro di me tutto quel che ignoro. E tuttavia risplende.
ODYSSEAS ELYTIS, Incenso al migliore

giovedì 8 novembre 2012

Speranza di rivivere

 

CARLO BETOCCHI

VERSI AD EMILIA

Guarda questi begli anemoni colti
l’altra sera ai colli di Settignano,
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti

quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là, tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell’acqua; esaltati

da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto
gambo che la tua forbice recise;

fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto molto.

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Carlo Betocchi (1899-1986) con il suo classico stile che riveste il minimalismo quotidiano di significati più alti, rivolgendosi direttamente alla moglie, la musicista Emilia De Palma, evoca l’atmosfera di una gita sui colli di Settignano con la similitudine tra i fiori colti e la famiglia del poeta. Effimera è la vita, destinata a svanire come quei fiori recisi: Betocchi però la vive con religiosa speranza e si affida a questa sorta di suo particolarissimo carpe diem.

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FOTOGRAFIA © AVIAD2001

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è un dio benigno.
SOFOCLE, Elettra

mercoledì 7 novembre 2012

La missione del poeta

 

JAROSLAV SEIFERT

LE BRACCIA DI VENERE

Un avventuriero pigro s'è seduto sulla riva
e racconta a un'onda
la vanità delle sue vicende;
è soltanto
un pugno di vento nella mano,
perdersi di perle nel vino,
paura del nonmorire.

Ma questa non è
la sua vera missione.

Quando il gallo canta
e la rugiada taglia,
stacca un fiore di rosa
dicendo tra sé:
come è brutale
strappare una povera rosa,
sono rosati i petali
come ai piedi le unghie.

Ma questa non è
la sua missione.

Ma vedere di bellezza la nascita,
piangere il perdersi
e presso acque che scorrono
starsi in attesa del fiore di nuove primavere
che nuovamente mitigheranno
l'eterno esitare,
a Venere di Milo
fra le mani poggiare il capo.
Ah, dannazione, è questa
la vera sua missione.

(da Le braccia di Venere, 1936 – Traduzione di Sergio Corduas)

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Qual è la missione del poeta? Raccontare le proprie emozioni, i propri sentimenti? Esplorare la propria sensibilità e portarla per il mondo? Forse, ma non del tutto. La vera missione del poeta è quella di contemplare la bellezza – la poesia – e renderne partecipi gli altri, vivendo di questa bellezza, innamorandosene e ricercandola con speranza e passione. Almeno è quello che pensa il Premio Nobel ceco Jaroslav Seifert (1901-1986): “Però so bene / che un poeta deve sempre dire di più / di ciò che sta nascosto nel rombo della parola”.

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Invano raccolsi i pensieri / e spasmodicamente chiusi gli occhi / per udire il primo meraviglioso verso. / Nell'oscurità invece di parole / scorsi un sorriso di donna e una chioma / svolazzante nel vento. / Fu il mio destino. / Dietro d'essi ho arrancato /senza respiro per tutta la vita
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JAROSLAV SEIFERT

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