mercoledì 31 ottobre 2012

Come un colchico

 

ANTONIA POZZI

PAURA

Nuda come uno sterpo
nella piana notturna
con occhi di folle scavi l'ombra
per contare gli agguati.
Come un colchico lungo
con la tua corolla violacea di spettri
tremi
sotto il peso nero dei cieli.

Milano, 19 ottobre 1932

(da Parole, 1939)

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Due semplici immagini, bellissime… E la tormentata poetessa milanese Antonia Pozzi (1912-1938) descrive pienamente la paura, emozione che può essere anche buona se non diventa alla fine un freno, una zavorra che blocca a terra e impedisce i voli. È straordinario pensare alla paura come un colchico violetto che trema sotto un cielo temporalesco o come uno sterpo nel buio, in balia degli elementi e dell’ignoto.

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FOTOGRAFIA © MARIA MOSULOVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Accade invariabilmente che il punto di partenza della saggezza sia la paura.
MIGUEL DE UNAMUNO

martedì 30 ottobre 2012

Un segno che segna se stesso

 

LUCIANO ERBA

L’IPPOPOTAMO

Forse la galleria che si apre
l’ippopotamo nel folto della giungla
per arrivare al fiume, ai curvi pascoli
di foglie nate a forma di cuore

forse il varco tra alberi e liane
gli ostacoli divelti, le improvvise
irruzioni d’azzurro nelle tenebre
su un umido scempio di orchidee

forse questo e qualsiasi tracciato
come a Parigi la Neuilly-Vincennes
o l’umile infiorata di Genzano

o un canale di Marte, altro non sono
che eventi privi d’ombra e di riflesso
soltanto un segno che segna se stesso

(da L’ippopotamo, Einaudi, 1989)

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Le tracce che registriamo nel mondo – il solco lasciato da un ippopotamo di tre tonnellate che corre ad abbeverarsi svellendo piante nella giungla, la linea metropolitana parigina, l’effimera e popolare “infiorata” di Genzano, addirittura i canali di Marte visti dai telescopi – non sono che segni di se stessi, non rivestono il significato metafisico o filosofico che magari siamo tentati di attribuire loro. Ma, attenzione, neppure questo è certo, ci dice il poeta milanese Luciano Erba (1922-2010): il dubbio, che è base della saggezza, affiora in quei ripetuti forse. Quello che conta è l’interrogarsi.

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FOTOGRAFIA © SERGIO PITAMITZ

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutta la moderna concezione del mondo si fonda sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano le spiegazioni dei fenomeni naturali.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus

lunedì 29 ottobre 2012

Fate a pezzi le gabbie

 

NELO RISI

RICETTA PER ESPRIMERE IL VOLO DEGLI UCCELLI

Ricetta per esprimere il volo degli uccelli
Fate a pezzi le gabbie
disfate i roccoli
date fuoco alle panie
miracolate i fringuelli
abolite i richiami e il vischio
seminate il cielo di miglio
forzate i sonni dei musei
con le finestre, e aria
al nibbio impagliato sottovetro
finché s'impenni…
Li guardo volare
ma la parola è rimasta indietro.

(da Polso teso, Mondadori, 1956)

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Nutro un profondo odio per la caccia, come ho già raccontato in un vecchio post relativo a una poesia di Parronchi. Adesso, in queste mattine d’autunno in cui gli spari riecheggiano per la campagna, ogni volta mi sento rabbrividire al pensiero di una lepre o di un tordo nel mirino di questi “sportivi” che credono sia sport togliere la vita a un essere indifeso. E allora eccomi qui con Nelo Risi (Milano, 1920) a inneggiare alla libertà di quei voli, alla loro bellezza che ricama traiettorie nell’aria, alla gloria dei passeri che frugano tra l’erba, all’allegria della capinera che si dondola su un ramo di sorbo.

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GEORGES BRAQUE, “L’OISEAU BLEU ET GRIS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dovetti guardare la verità in faccia, ed allora compresi la crudeltà della caccia. Ora in essa non vedo che un atto inumano e sanguinario, degno solamente di selvaggi e di uomini che conducono una vita senza coscienza, che non si armonizza con la civiltà e col grado di sviluppo a cui noi ci crediamo arrivati.
LEV TOLSTOJ, Contro la caccia

domenica 28 ottobre 2012

Le mattine di domenica

 

KARMELO C. IRIBARREN

RIPROVA

Le mattine di domenica,
d’inverno,
alle prime ore:

le strade lavate da poco,
l’aria fresca,
limpida,
l’odore delle brioches dai caffè,
la follia
degli uccelli...

Come se la vita
ti dicesse:

guarda, sono qui,
riprova.

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Ah, le domeniche mattine. C’è chi le odia profondamente come Tengo, il protagonista di 1Q84 di Murakami, o come Ulla Hahn, che abbiamo visto fingersi “pacata e insieme felice”. C’è chi si trova spiazzato dall’interruzione della solita routine – tranquilli: il governo Monti pensa a voi e ha aperto tutti i centri commerciali nei festivi. C’è invece chi come Karmelo C. Iribarren (San Sebastian, 1959), poeta basco, vede nella domenica un nuovo inizio, una possibilità di riprendere il cammino gioiosamente. Almeno di mattina, perché alla sera del dì di festa, ci sentiamo tutti come Leopardi e ripetiamo con lui “Ecco è fuggito / Il dì festivo, ed al festivo il giorno / Volgar succede, e se ne porta il tempo / Ogni umano accidente”. E anche a noi “già similmente  (…) stringeva il core”.

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FOTOGRAFIA © CAS OORTHUYS

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LA FRASE DEL GIORNO
La domenica pulisce tutta la ruggine della settimana
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JOSEPH ADDISON, The Spectator, N. 112

sabato 27 ottobre 2012

Come una strada di guerra

 

GIUSEPPE UNGARETTI

SOLDATO

Sono impoverito
la povertà dei sassi
sui quali mi butto
quando viene il momento
d’aspettare.

Non ho più nulla
da dare
che questa durezza
di vita battuta
come una strada
di guerra.

(da Vita d’un uomo – Tutte le poesie, I Meridiani Mondadori, 1969)

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Questa poco nota poesia di Giuseppe Ungaretti (1888-1970) fa parte delle poesie ritrovate: l’Autore - che, come è noto, durante la Prima Guerra Mondiale scriveva i suoi versi su foglietti di fortuna, cartoline in franchigia, margini di giornali, vecchie lettere e li infilava nel suo tascapane - la inviò come ricordo dal San Michele a Giuseppe Prezzolini “per gratitudine a te e alla tua famiglia” con un biglietto datato 14 agosto 1916. Testimonia ancora una volta l’orrore della guerra, riproducendo l’atmosfera di tante pagine del Porto sepolto e confermando la durezza di quella vita transitoria e sempre in bilico sull’abisso nella quale, per dirla con le parole stesse di Ungaretti “Egli si è maturato uomo in mezzo ad avvenimenti straordinari ai quali non è mai stato estraneo. Senza mai negare la necessità universale della poesia, ha sempre pensato che, per lasciarsi immaginare, l’universale deve attraverso un attivo sentimento storico, accordarsi alla voce singolare del poeta”.

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FOTOGRAFIA DA “LA LETTURA”, ANNO XV, N. 11 – NOVEMBRE 1915

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso
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GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

venerdì 26 ottobre 2012

Un boscoso arcipelago perduto

 

AURORA LUQUE

ACQUARELLO

Ci sono viaggi che si sommano all’antico colore delle pupille.
Dopo aver visto l’isola di Calipso forse Odisseo
tornò a vedere allo stesso modo? Non si impresse un colore
come un curioso ammasso di alghe
nelle sue vecchie pupille? Come nelle più piccole
pieghe della pelle
si fossilizzano baci e sdegni, così gli occhi filtrano
la striscia turchese del mare che culla isole,
meduse di ametista, candore di navi.
La pelle è una discarica di ricordi
come la poesia. Ma forse degli occhi
curiosamente verdi all’improvviso dipingono
imbevuti di luce
un boscoso arcipelago perduto.

(da Carpe mare, 1996)

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È l’isola della nostalgia quella che la poetessa spagnola Aurora Luque (Almería, 1962) dipinge ad acquarello in questi suoi versi: è Ogigia, l’isola di Calipso, dove Odisseo nel poema omerico rimase prigioniero sette anni come amante forzato della Ninfa prima di potersene andare su una zattera per intercessione del dio Ermes rifiutando l’immortalità che gli veniva offerta. È l’isola del ricordo, che ci rimane impressa negli occhi per quanto ce ne allontaniamo, per quanto aneliamo di allontanarcene: il retaggio del passato che non possiamo cancellare con un colpo di spugna o semplicemente chiudendo gli occhi…

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RON MULVEY, “SOMBRIO BEACH”

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LA FRASE DEL GIORNO
Che qualità letale quella dell’amore filtrato nella memoria.
AURORA LUQUE, Carpe noctem

giovedì 25 ottobre 2012

Sunil Gangopadhyay

 

Il poeta indiano Sunil Gangopadhyay è morto l’altro ieri a Calcutta. Era nato a Faridpur in Bangladesh – allora India britannica – nel 1934. Il presidente indiano Mukerjee ha commemorato la sua scomparsa sottolineando come “abbia arricchito la letteratura bengalese con il suo stile unico. Era uno dei maggiori intellettuali contemporanei e il vuoto lasciato dalla sua scomparsa non può essere colmato”. Gangopadhyay, scrittore prolifico – autore di oltre 200 opere – si dedicò anche alla narrativa e alla letteratura per l’infanzia, precisando però che la poesia “è il primo amore”.

 

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PRIMA DI ALLORA, PRIMA DI ALLORA

Dal dito della mia mano destra pende
                 un filo azzurro
che sarebbe la bandiera trionfante del paradiso
Ma di certo non è ancora il momento
Prima di allora, il fischio della gazza orientale
                 si deve posare sulle mie labbra
                 per ogni rivelazione

Prima di allora, amore tra le casse di polvere da sparo
prima di allora, prima di allora, prima di allora…

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IL FIUME LO SA

Sulla riva del fiume resta solitaria
                  la camicia azzurra di qualche infelice
Non c’è nulla, neppure la chiara luce del giorno
Un giorno inutile pieno d’ombra
Dove è andato quell’uomo?
                  Nell’acqua, all’improvviso,
cercando un inferno che coprisse il suo cuore?
O forse si è sdraiato
nell’ornato silenzio del bosco?
Sul suo corpo sono cadute
                  alcune foglie
Gli infelici non lasciano tracce
                  dei passi perduti
Ma sulla riva del fiume questo sciame di fili azzurri
                  sembra la favola vera di ogni vita
Come se l’essenza di qualche respiro,
la vanità di un regno perduto, una lettera spiacevole
fossero mie, perché fui io che un giorno
qui affogai in silenzio: il fiume lo sa.

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SGUARDO MOMENTANEO

Sei apparsa dall’altro lato della scarpata;
le tue labbra sazie del suono ondoso di un lago;
la brezza presa nel tuo velo come la randa di una barca.
Non calpestavano i tuoi piedi la terra.
Senza calpestare la terra con i piedi,
ti sei fermata coprendo l’orizzonte
come una dama di corte del paradiso
o una ninfa preraffaelita.
Un po’ più in là,
mentre riposavo all’ombra di un albero
leggevo la storia della dentizione umana,
la schiavitù del fuoco e un documento
                 sulla guerra del pane.
Alzo la testa e la guardo fisso,
Chi è? Neera? O un’altra donna simile?
Da dove sei venuta? E perché?
Dove fuggirai di nuovo?
La luce del tramonto invernale diventa rossa all’improvviso;
le onde alte e basse si susseguono senza fine,
come se la coscienza stesse giocando a nascondino.
Tutto è irreale - senza dubbio -  come certa è la realtà
                 di quello sguardo momentaneo.

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando un poeta ha posto la regina del suo cuore / sull’altare del tempio / allora, qualcuno dice che questa terra umana è diventata / più bella
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SUNIL GANGOPADHYAY

mercoledì 24 ottobre 2012

Speranza, amore e ricordo

 

GEORGE GORDON BYRON

STROFE PER MUSICA

I

Dicono che la Speranza sia felicità,
Ma il vero Amore deve amare il passato,
E il Ricordo risveglia i pensieri felici
Che primi sorgono e ultimi svaniscono.

II

E tutto ciò che il Ricordo ama di più
Un tempo fu Speranza solamente;
E quel che amò e perse la Speranza
Ormai è circonfuso nel Ricordo.

III

È triste! È tutto un'illusione:
Il futuro ci inganna da lontano,
Non siamo più quel che ricordiamo,
Né osiamo pensare a ciò che siamo.

(da Hebrew Melodies, 1815 – Traduzione di Franco Buffoni)

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Passato, presente e futuro emergono in questi versi di George Gordon Byron (1788-1824) che analizzano le passioni umane nel loro divenire: la speranza è sì promessa della felicità ma felicità può essere anche il tempo vissuto, il ricordo di ciò che la speranza è divenuta. È un borgesiano gioco di specchi la nostra vita, un barcamenarci tra i giorni guardando di volta in volta all’uno o all’altro dei tempi, immersi però in un continuo presente. Ben sapendo, come constata amaramente Lord Byron in una presa di coscienza tipicamente romantica che l’illusione è sempre pronta ad ingannarci.

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RICHARD HALL, “HOPE OF AGES II”

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LA FRASE DEL GIORNO
La speranza è una specie di scarlattina infantile che ci portiamo dietro tutta la vita
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GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

martedì 23 ottobre 2012

Il corpo si realizza

 

CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE

COMPITO DEL CORPO

Il corpo non è fatto solo per soffrire,
ma per soffrire e gioire.
Nell’innocenza della sofferenza
come nell’innocenza della gioia,
il corpo si realizza, vulnerabile
e solenne.

Salve, mio corpo, mia struttura per vivere
e compiere i riti dell’esistenza!
Amo le tue imperfezioni e le tue meraviglie,
le amo con gratitudine, pena e rabbia alternate.
In te mi sento diviso, campo di battaglia
senza vittoria per entrambe le parti
e soffro e sono felice
a seconda di quello che il caso mi offre.

Sarà questo stesso caso,
sarà la legge di Dio o del dragone
che mi scompone in pezzetti?
Il mio corpo, il mio dolore,
il mio piacere e la trascendenza.
E alla fine il mio essere intero e unico.

(da Farewell, 1997)

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Siamo tutti quanti come Jekyll e Hyde, dice il poeta brasiliano Carlos Drummond de Andrade (1902-1987): è il nostro corpo a crearci così, a infilarci in questa dicotomia tra piacere e dolore, tra gioia e infelicità. Qual è dunque il suo compito? Quale la sua missione? Una funzione sacrale, quella di vivere, subordinata ai capricci del caso, del tempo che scorre: come yin e yang, come maschio e femmina, come bene e male, dolore e gioia formano un’unità inscindibile.

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LEONARDO DA VINCI, “UOMO VITRUVIANO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Come non vedere / che null'altro la natura ci chiede con grida imperiose, / se non che il corpo sia esente dal dolore, e nell'anima goda / d'un senso gioioso sgombra d'affanni e timori?
LUCREZIO, De rerum natura

lunedì 22 ottobre 2012

La luna dentro il mare

 

KOSTAS KARIOTAKIS

QUESTA SERA LA LUNA DENTRO IL MARE

Questa sera la luna dentro il mare
cadrà come una perla pesantissima.
E giocherà sopra di me la folle,
la folle luna.

Si frangerà l’onda color rubino
sui miei piedi spargendo mille stelle.
Le mie mani saranno diventate
due colombelle:

e saliranno – due uccelli d’argento –
a riempirsi di luna – come coppe
e di luna le spalle e i capelli
m’irroreranno.

Il mare è un oro fuso. Metterò
in una barca il mio sogno affinché
veleggi. Chiara, diamantina ghiaia
calpesterò.

Quando la luce l’attraverserà
sarà perla pesante il mio cuore.
E riderò. E piangerò... Ma guarda, ecco,
ecco la luna!

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

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Ed ecco che torna Kostas Kariotakis (1896-1928), coetaneo di Montale, che abbiamo già ascoltato suonare le sue cetre sgangherate in una sua personale teologia negativa in cui neppure la poesia riesce ad essere un mezzo per superare il male di vivere. Qui invece è più un funambolo alla Ritsos, in bilico su una foresta di simboli sulla corda tesa di quei versi che vanno dal mare alla luna per creare l’emozione poetica.

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LESLEY BIRCH, “ANOTHER WORLD”

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LA FRASE DEL GIORNO
Sognatore è chi trova la sua via alla luce della luna… punito perché vede l'alba prima degli altri.
OSCAR WILDE

domenica 21 ottobre 2012

Viaggio con la farfalla

 

HWANG KEM CHAN

LA FARFALLA NELLA CORRIERA

Nella corriera
vola
una farfalla.

Sarà entrata dalla portiera
quando l’abbiamo aperta a qualche fermata.
La corriera ha finestrini che non si aprono
e corre a tutta velocità
a 120 chilometri l’ora.

La farfalla crede di volare in un giardino,
ma in realtà sta viaggiando sull’espresso
per Pusan.

E io da quando
sto viaggiando verso la meta
su un espresso chiamato
tempo?

So che la farfalla
se si apre la portiera, troverà fiori.
E io? Io che cosa troverò alla fine?
Viaggio con la farfalla
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Una domanda da un milione di dollari generata dalla presenza di una farfalla su un bus di linea: il poeta sudcoreano Hwang Kem Chan (Seul, 1919) con delicati toni tutti orientali si dedica a questa meditazione esistenziale paragonandosi a quella farfalla entrata chissà dove nello spazio chiuso del veicolo. Tutti noi viaggiamo su questo autobus chiamato tempo e non sappiamo dove ci porterà…

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LA FRASE DEL GIORNO
Per tutti la vita è come un ritorno a casa: commessi viaggiatori, segretari, minatori, agricoltori, mangiatori di spade, per tutti… tutti i cuori irrequieti del mondo cercano tutti la strada di casa.
STEVE OEDEKERK, Patch Adams, sceneggiatura

sabato 20 ottobre 2012

Il mistico imperfetto

 

ADAM ZAGAJEWSKI

MISTICISMO PER PRINCIPIANTI

Il giorno era mite, la luce amichevole.
Il tedesco sulla terrazza del caffè
teneva un libricino sulle ginocchia.
Sono riuscito a vedere il titolo:
Misticismo per principianti.
Subito ho capito che le rondini
pattuglie sulle strade di Montepulciano
con i loro versi striduli
e le conversazioni pacate dei viaggiatori
timidi
dell’Est, la cosiddetta Europa centrale,
e gli aironi bianchi fermi – ieri? Il giorno
prima?
– come suore in campi di riso,
e il crepuscolo, lento e metodico,
che offusca i contorni delle case
medievali,
gli olivi sulle basse colline,
lasciate al vento e agli incendi,
e la testa della Principessa sconosciuta
che ho ammirato al Louvre
e le vetrate delle chiese come ali
di farfalla
spruzzate di polline,
e il piccolo usignolo che si esercita
nella sua recita vicino all’autostrada,
e ogni viaggio, ogni tipo di viaggio,
sono solo misticismo per principianti,
il corso introduttivo, propedeutico
per un esame che è stato
rinviato.

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La vita è una continua contemplazione poetica e – come non conta il vivere ma il viaggiare, come non importa il trovare ma il cercare – la poesia non è un fine a cui tendere ma uno stato di vita. Il poeta polacco Adam Zagajewski (Leopoli, Ucraina, 1945) esprime in questi versi la sua definizione personale di poesia e, proprio a proposito di “Misticismo per principianti” osserva: “Il poeta è un mistico imperfetto perché quello che lo caratterizza è la loquacità. Un buon mistico è felice del silenzio, non ha motivo di scrivere, invece i poeti sono così imperfetti che devono perfino pubblicare la loro opera”.

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Panorama

MONTEPULCIANO – FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Il filosofo volge il suo pensiero dall'eternità al giorno, il poeta dal giorno verso l'eternità
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KARL KRAUS, Detti e contraddetti

venerdì 19 ottobre 2012

Sognando

 

RAFAEL HILARIO MEDINA

SOGNO

“Che tutta la vita è sogno,
  e anche i sogni sogni sono”
  P.Calderón de la Barca

Sogniamo tutto il tempo
dormendo o svegli
sogniamo
Il passato è un sogno
l’immagine riflessa nello specchio forse è quella di un sogno
non viviamo
sogniamo
Qualcuno sogna i tuoi giorni e le tue notti
sogno che non comprendiamo
perciò le porte del sogno solo un bambino le apre
le finestre del sogno solo un’arietta le sfiora
e le chiavi del sogno le contiene un altro sogno
dal quale non ci svegliamo
Vorticosa esistenza dell’uomo
nella pupilla verticale del sogno
smemorato nell’eterna veglia.

(da Amor o muerte, 1989)

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Il poeta dominicano Rafael Hilario Medina (Santo Domingo, 1959) costruisce sul celebre brano del dramma La vita è sogno di Calderon de la Barca: “Io sogno di esser qui / oppresso da questa prigione / e ho sognato che in un altro stato / più lusinghiero mi sono visto. / Che è la vita? Un delirio. / Che è la vita? Un'illusione, / un'ombra, una finzione, / ed il bene più grande è piccolo; / che tutta la vita è sogno / ed i sogni, sogni sono”. Ed è una riflessione sull’incertezza di una verità superiore così come accade al protagonista del dramma calderoniano: in un’altra poesia della raccolta Medina si domanda infatti: “Dio sognò Adamo, / E questi cominciò a vagare per il Paradiso / O forse fu Adamo che sognò Dio / E a forza di sognarlo gli diede vita / Indecifrabile come ogni sogno il dubbio rimane / Da quale dei due sogni noi uomini / siamo stati generati?”

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RENÉ MAGRITTE, “LA REPRODUCTION INTERDITE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita non è illusione né finzione ma i sogni e le illusioni fanno parte della vita, son elementi essenziali della realtà; sono la più alta e degna e nobile espressione della vita.
Il sogno non è sogno ma è vita
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GIOVANNI PAPINI, La spia del mondo

giovedì 18 ottobre 2012

Il ricordo impera

 

MARIO LUZI

BRUCIATA LA MATERIA DEL RICORDO

Bruciata la materia del ricordo ma non il ricordo.
Il ricordo impera ugualmente. È lui
che oltre la storia e oltre la finita reminiscenza
lungo tutta la lunga mattinata estiva osserva
la piazza prima in ombra inondata dalla trasparenza
tramutarsi in un vaso di fulgore offuscato dall’accecamento
con nient’altro tra ripa e ripa di pietra e marmo che la sua forza.
Lui solo e da sotto le tegole di una buba
di colombi che quasi di troppa beatitudine la scolma.
Ricordo senza limiti, ricordo senza corpi né ombre.

( da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

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C’è chi teme i ricordi, ne ha paura come se fossero spettri e fantasmi, aborre ciò che è stato, ciò che ha fatto – in effetti teme ciò che è diventato, ovvero la somma di tutti quei ricordi. E c’è chi, come Mario Luzi (1914-2005), invece non vi indulge, ma li accetta come un dato di fatto, come un’esigenza della mente umana, un’implicazione simile a quella descritta nel Pellegrinaggio d’autunno da Hermann Hesse: “Credo anch'io che la nostra vita e le nostre percezioni si sviluppino a partire da un groviglio di ricordi sommersi. Forse quello che chiamiamo anima non è se non l'insieme di questi oscuri detriti di ricordi”. Memorie dolci, dolorose, magari difficili da rivivere, ma essenziali, come nei bellissimi versi di Jorge Luis Borges: “E il tuo ricordo è come brace viva / che non lascio cadere / anche se mi brucia le mani”.

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FOTOGRAFIA © FERNANDO BARRIENTOS

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LA FRASE DEL GIORNO
Dunque, vi dicevo - disse Fedros - non ricordo nemmeno / cosa; perché il ricordo è nato ora / e l'ora bisogna rammentarlo perché diventi sempre
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GHIANNIS RITSOS, Il funambolo e la luna

mercoledì 17 ottobre 2012

Parole per l’amore

 

SERGEJ ESENIN

OGGI HO CHIESTO AD UN CAMBIAVALUTE

Oggi ho chiesto ad un cambiavalute
che per un rublo dà mezzo tumàn,
come dire in persiano alla mia bella
Laila, le tenere parole “t'amo”.

Oggi ho chiesto ad un cambiavalute
umile più del vento e più dell'acqua
del Vana, come dire alla mia bella
Laila, la parola “bacio”, la più dolce.

Gli ho domandato ancora, nascondendo
la timidezza nel fondo del cuore,
come io avrei potuto alla mia bella
Laila dire la parola “mia”.

Così il cambiavalute mi ha risposto:
- Non ci sono parole per l'amore,
ma soltanto i fuggevoli sospiri
e gli sguardi che come stelle splendono.

Non c'è parola per il bacio. Il bacio
non è sopra una tomba un'iscrizione.
Il bacio ha il fiato delle rose rosse,
petalo che si scioglie sulla bocca.

L'amore non dà pegni e non li chiede,
insegna gioia e dolore. "Sei mia"
possono dirlo soltanto le mani
che han lacerato lo scialle di seta.

(da Motivi persiani, 1925 - Traduzione di Luciano Luisi)

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Nel settembre 1924, ormai separatosi dalla ballerina Isadora Duncan, caduto nell’abisso dell’alcool e di componimenti trasgressivi tanto eclatanti da far coniare ai russi un termine apposito, “esenismo”, il poeta Sergej Esenin (1895-1925) compie un viaggio in Persia: è un momento sereno in un lungo periodo nero. E ne nascono i Motivi persiani, come questa lirica d’amore che raggiunge una grazia poetica davvero notevole, screziandosi dei toni di una favola orientale.

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REMBRANDT, “IL CAMBIAVALUTE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Al mondo non si fa altro / che cantare e ricantare l'amore. / E anch'io in un tempo lontano l'ho fatto / e ancora, e di nuovo, / perché hanno un respiro profondo / le parole della tenerezza.

SERGEJ A. ESENIN, Motivi persiani

martedì 16 ottobre 2012

Plurale, universale

 

JAIME LABASTIDA

ALBEGGIA

Parlo in larghi giri
perché plurale, universale mi sento.
E poi condivido la mia gioia,
forse senz’anima,
di certo senza corpo,
ma con me dentro.
È la crisi totale del mio sistema.

Smantello porte,
mi scardino,
implodo
come una casa del Vicereame,
e ti nomino
e ti nomino,
e sei quello che voglio lacerare,
addentare, il giorno ha parlato,
l’arancia vicina del tuo ventre.

Sorgo. Sorgiamo.
Siamo già una folla
aperta alle domande.

(da La feroz alegría, 1965)

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Albeggia, fuori e dentro il poeta messicano Jaime Labastida (Los Mochis, 1939): l’esplosione di luce che divampa dall’oriente si trasmette alla sua anima o forse ancora più in là, all’interno di un retaggio ancestrale dell’umanità, è un allargarsi a contenere tutto il mondo, l’universo, a diventare pura luce, puro amore, gioia condivisa; è un sorgere, un rinascere nuovi come il giorno, desiderosi di apprendere e di conoscere, senza dare nulla per scontato.

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CANDICE ALFORD, “GINGER DAWN”

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LA FRASE DEL GIORNO
I nostri corpi sono braci e illuminiamo / tutto quanto c’è nella stanza. / La gioia si accende. / Dai corpi che si baciano / viene questo parto della cenere. / Gli oggetti acquistano i loro profili di grazia e disegnano ombre
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JAIME LABASTIDA, La feroz alegría

lunedì 15 ottobre 2012

Ferite identiche

 

MARIANGELA GUALTIERI

SENTO IL TUO DISORDINE

Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.

(da Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006)

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Leggendo questi versi dell’attrice teatrale e poetessa romagnola Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), ho pensato a una delle mie canzoni preferite, “L’animale” di Franco Battiato: “Ma l' animale che mi porto dentro / non mi fa vivere felice mai / si prende tutto anche il caffè / mi rende schiavo delle mie passioni / e non si arrende mai e non sa attendere / e l' animale che mi porto dentro vuole te”. Certo, in poesia viene detto molto meglio – questo è il limite delle canzoni, che mai saranno poesia dissociate dalla loro musica, ma questo è un altro discorso – identico è quell’interrogarsi, quel perlustrare le parti più recondite del nostro io, riconoscendo in altri il nostro stesso irrequieto disordine.

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GINA DEININGER, “SEALSKINS SOULSKINS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo / prima di questo nome? E ancora / saremo qualcosa, lo sappiamo e non / lo sappiamo, con un sentire / che non è intelligente lavorio cerebrale.

MARIANGELA GUALTIERI, Bestia di gioia

domenica 14 ottobre 2012

Disegnare il vento

 

LINA KOSTENKO

SE NON È POSSIBILE DISEGNARE IL VENTO

Se non è possibile disegnare il vento -
il vento trasparente su uno sfondo chiaro -
disegna le querce, possenti e frondose,
che per il vento si curvano fino a terra.

(Poesia, n. 275, ottobre 2012 – Traduzione di Paolo Galvagni)

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Quattro versi di pura poesia per sorprendere l’invisibile, per catturarlo e inquadrarlo. Il vento in gabbia come una lucciola in un bicchiere, grazie al gioco causa-effetto. Lina Kostenko (Rzysciv, 1930), poetessa ucraina della cosiddetta “Generazione dei ‘60” traduce in versi una celebre frase del Piccolo Principe di Saint-Exupéry: se è vero che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, non è detto che perché invisibile non lo si possa cogliere.

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JEAN-BAPTISTE CAMILLE COROT, “LE COUP DE VENT”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta è il medium della storia.
LINA KOSTENKO

sabato 13 ottobre 2012

Nascono onde dal tuo seno

 

GABRIEL ZAID

ONDE

Il sole conflagra:

si precipita
a rinfrescarsi nella tua allegria.
Nascono onde dal tuo seno.
Mi bagno nelle tue risate.

Onde alte e solitarie
di spiagge appartate.
Il tuo riso è la Creazione
felice d’essere amata.

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L’intimità di un istante, la poesia del nulla che diventa tutto e attira in sé la pienezza dell’universo – esattamente il contrario di quello che fa un buco nero. Questo leggo nella poesia del messicano Gabriel Zaid (Monterrey, 1934): un fugace mattino dove come una novella Venere, nasce dalle risate della donna amata la felicità.

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PIET MONDRIAN, “VISTA DALLE DUNE CON SPIAGGE E MOLI, DOMBURG”

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LA FRASE DEL GIORNO
La risata dell'uomo è probabilmente anch'essa nella sua forma originale una cerimonia di pacificazione o di saluto.
KONRAD LORENZ, Il cosiddetto male

venerdì 12 ottobre 2012

In disparte

 

GIOVANNI TESTORI

RESTA IN DISPARTE

Resta in disparte
è giusto
La tua voce non ha qui senso
e peso.
Giochi una carta
che non sarà riconosciuta,
chiami un libro l’amore
l’altro l’intitoli
per sempre.
Non salvato da alcuno
finirai solo
a credere che la parola
non sia un gioco
ma un’ombra atroce
dell’incarnazione
un povero resto

(da Per sempre, Feltrinelli, 1970)

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“Benedetto, santo, / se la parola ha un senso; / e per te, / pel miracolo d'ogni giovinezza  / che s'avanza / a dispetto dell'orrenda ingiustizia / fabbricata da chi già esiste, / un senso l'avrà sempre e grande e sempre più / e splendente / quanto più precipiterai tu stesso / e noi / e tutti /nella bolgia di questa lotta contro il niente”: il poeta milanese Giovanni Testori (1923-1993) coniugò sempre il suo cattolicesimo ancestrale con la ricerca poetica, cercando di capire più che aderire, di comprendere più che sperare. Eccolo allora come osservatore, di lato, da un’altra prospettiva della scena, ancora una volta intento alla riflessione sulla vita, sulla fede, sulla parola divina e sulla parola poetica.

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PAUL SERUSIER, “BRETON EVE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono uno che scrive, perciò sto in disparte
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ERRI DE LUCA, Sulle tracce di Nives

giovedì 11 ottobre 2012

Di fronte all’alba

 

EFRAÍN HUERTA

LINEA DELL’ALBA, III

Sei di fronte all’alba:
conta i pori del tuo corpo
sulle pendici del sogno
con le spalle bruciate.

All’alba si versa l’abitudine dell’anima,
si agita l’impulso del desiderio
come se fosse un cervo
severamente trafitto
da lance di bronzo
o ciglia di vergini.

Sei di fronte all’alba
e cumuli di nebbia
volano dai tuoi seni
alle mie mani.

(da Linea del alba, 1936)

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La ricerca stilistica del poeta messicano Efraín Huerta (1914-1982) si delinea in questi versi che ritraggono la donna amata nel dormiveglia dell’alba: è una lirica amorosa, certo, che però travalica il limite puramente manieristico per assumere toni che scrutano nell’intimo attraverso immagini di forte simbolismo, come attestato in un’altra poesia inserita in El Tajín y otros poemas, raccolta del 1963: “Devo restare vivo, amore, / per saperti tutta, / per berti tutta / in un calice d’amore. // Sto attento, donzella / dell’alba; attento / al sonoro cristallo / della tua origine, donzella”.

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TAMARA DE LEMPICKA, “RAGAZZA CHE DORME”

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LA FRASE DEL GIORNO
Spieghiamo al vento i nostri baci. / Pensa che l’alba ci comprende: / sa il bene che assaporiamo / la voce di limone dei suoi occhi, / l’acqua bianca delle sue braccia
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EFRAÍN HUERTA, Los hombres del alba

mercoledì 10 ottobre 2012

Uno, Zero e Due

 

ÓSCAR HAHN

SCRITTO CON IL GESSO

Uno dice a Zero che non esiste il nulla
Zero replica che neppure Uno esiste
perché l’amore ci dà la stessa indole

Zero più Uno siamo Due gli dice
e se ne vanno per la lavagna tenendosi per mano

Due si baciano sotto i banchi
Due sono Uno vicino al cancellino nascosto
e Uno è Zero la mia vita

Dietro ogni grande amore il nulla è in agguato.

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Una lavagna prende vita sotto lo sguardo poetico del cileno Óscar Hahn (Iquique, 1938): i segni tracciati con il gesso – un gusto di scuole antiche, lontane dalla tecnologia che ora il governo tecnico vorrebbe introdurre – diventano numeri, prendono vita, si antropizzano e vanno ad inseguire l’amore, a insegnarlo sulla lastra di ardesia. E poi c’è chi osa dire che la matematica è una materia arida…

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DAVID O’KANE, “BLACKBOARD”

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LA FRASE DEL GIORNO
E forse l’amore non è che questo: / una donna o un uomo che scende da un vagone / in qualche stazione del metrò, / risplende qualche secondo / e scompare nella notte senza nome
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ÓSCAR HAHN

martedì 9 ottobre 2012

Questa traccia esitante

 

LEONARDO SINISGALLI

QUANDO TORNA L’AUTUNNO

Quando torna l’autunno si fa tenera
La terra dei piazzali, la sera
Lunga al grido del venditore
D’erba corallina.
Sulla collina si accendono i fuochi,
È l’ora propizia ai giuochi.
Tu entri nel labirinto col piede
Leggero come un piede dipinto.
Questa traccia esitante senza fine
È la tua sorte, se passi il confine
La morte può cogliere nel segno.
Non lo sapevi tu re
Delle nostre sere segrete, lucifero
Nel nostro regno?
La tua ombra è rimasta nella rete,
Il tuo piede legato
Alla staffa del cavallo fulminato.

(da Vidi le Muse, 1943)

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L’autunno ha una sua predisposizione a far sorgere ricordi, a evocarli nelle sere brumose, nei primi tepori delle case. Così questa figura che torna nei versi del poeta lucano Leonardo Sinisgalli (1908-1981) si riaffaccia nel labirinto della memoria sotto forma di ombra, proiettata dalla luce interiore del ricordo, nel quale ormai soltanto vive. Una memoria labile e soffusa, resa fioca dal tempo trascorso, ma ancora dolorosamente presente, come il piede di un cavaliere rimasto nella staffa del cavallo stramazzato.

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MARK JOHNSON, “FIRE TREES”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano sempre addosso un po' di sé... È questo il segreto della memoria? Se è così allora mi sento più sicura perché so… che non sarò mai sola…

FERZAN OZPETEK e GIANNI ROMOLI, La finestra di fronte, sceneggiatura

lunedì 8 ottobre 2012

Le rotte perdute del mare

 

WINÉTT DE ROKHA

IL SOGNO DELLE ALGHE

Nel mio ventaglio di corallo sono dipinte le rotte perdute del mare,
nel mio ventaglio di corallo.

I ricordi che dormono nelle cassapanche di mogano,
pettinano i loro capelli di alghe sottomarine con un pettinino di fumo,
inciso da un folletto giallo
che ha infilato, in ogni dente, un bacio dell’aurora.

Luminosa è la spiaggia e i piedi nudi della luna la ingrossano dolcemente.

Le parole del mare salgono con la marea:
alghe, scogli, gabbiani, faro, barche, spume e onde,
sovrane, femminili e infinite onde!

Il sogno delle alghe, conserva un segreto
scritto in sette perle del colore di una favola blu,
quando le donne entrano nude nella seta dell’oceano
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(Da Oniromancia, 1943)

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Winétt de Rokha (1892-1951), poetessa cilena nota anche come Juana Inés de la Cruz, “lavorò a un linguaggio poetico assolutamente moderno come intendeva Rimbaud, nuovo in sé, sorto dalla colonna vivente di questo tempo scosso. E nella sua visione drammatica e essenziale delle cose e le loro radici e il loro sangue, arrivò a zone di terra vergine e inesplorata, di insospettata profondità”: così ne tracciava il profilo il figlio Carlos. E possiamo apprezzare da questi versi sospesi in un simbolismo onirico quanto vera sia la sua affermazione: quel mare di spume e di onde, quell’universo dove le cose si scompongono e si ricompongono costruisce una mappa sulla quale cercare quelle “rotte perdute” del primo verso.

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STEPHANIE J. BROWN, “SURF’S UP”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ascolto ondeggiare in lontananza / i miei sogni spezzati – vele di un amato vascello perduto
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WINÉTT DE ROKHA, Oniromancia

domenica 7 ottobre 2012

Il sogno della Bella Addormentata

 

JORGE TEILLIER

LA BELLA ADDORMENTATA DEL XX SECOLO

Elle avoit eu le temps de songer..."
Charles Perrault.

Cosa sognava la Bella Addormentata
nel suo sogno che durò cent’anni?
Sognava la musica muta
di oboe impolverati,
o il bollire di pentole
trascurate dalle cuoche?

Sognava i lavori 
di sua sorella la Primavera
che senza sforzo le preparava
un merletto di peschi
per le sue nozze infinite?
O quei ditali d’oro
che lei dimenticò di consegnarle
perché gli aghi la amassero?

Talora sognava di essere una cerva 
e che il cuoco pietoso
la feriva per salvare la nuora da un’orchessa.
O sognava che suo figlio era il giorno
e l’aurora sua figlia
e che suo nonno era il tempo
e pretendeva di divorarli.

Talora sognava boschi 
dove non c’erano scoiattoli né lupi,
né principi che smarriscono la strada
né bambini che credono alle fate.

Talora sognava tempi 
in cui domandarsi cos’è un uccello
e nei quali la luna è solo
una moneta inservibile.

Amico, non chiedere mai
cosa sognava la Bella Addormentata,
ricordati questo proverbio:
non c’è miglior risveglio che il sogno.

(da Para un pueblo fantasma, 1978)

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Il mondo fatato del sogno è protagonista di questa “controfavola” del poeta cileno Jorge Teillier (1935-1996), che rilegge la celebre fiaba di Perrault con la Bella Addormentata, rovesciandola: non è l’intervento del Principe Azzurro il deus ex machina che risolve la storia, ma il lungo susseguirsi del sogno – “una seconda vita” come scrisse Gerard de Nerval – a essere importante. Se poi andiamo a considerare quel XX secolo aggiunto da Teillier al titolo, possiamo anche addentrarci in qualche riflessione quasi sociologica: al romanticismo dell’Ottocento è subentrato un realismo dal quale fuggire cercando il tranquillo rifugio del sogno.

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HENRY MEYNELL RHEAM, “SLEEPING BEAUTY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Sappiamo quanto sia rosso e dolce il vino dei sogni.
HERMANN HESSE, L’ultima estate di Klingsor

sabato 6 ottobre 2012

Nguyen Chi Thien

 

Nguyen Chi Thien, poeta vietnamita, è morto a Santa Ana, in California, il 2 ottobre. Era nato ad Hanoi nel 1939 e fu l’intellettuale di punta della dissidenza anticomunista ai tempi del Vietnam del Nord: la sua dura e integra opposizione gli costò 27 anni trascorsi tra carcere e campi di rieducazione tra il 1961 e il 1988 prima di espatriare in Francia e negli Stati Uniti. Nel 1979, durante un breve periodo di libertà, riuscì a consegnare 400 manoscritti all’ambasciata britannica, gesto che gli costò un nuovo lunghissimo periodo di carcere. Gli anni di detenzione gli valsero il riconoscimento di Amnesty International nel 1986 e di Human Rights Watch nel 1995. Il suo capolavoro è la raccolta Fiori dall’inferno, che contiene le poesie mandate a memoria nelle prigioni e nei lager vietnamiti e poi scritte su carta quando veniva inviato ai campi di lavoro. La sua è una poesia di testimonianza: come egli stesso affermò in alcuni versi del 1975: “Non c’è niente di bello nella mia poesia, / è come una rapina in strada, un’oppressione, la tosse sanguinolenta della tubercolosi / Non c’è niente di nobile nella mia poesia / è come la morte, il sudore, le canne dei fucili / La mia poesia è fatta di immagini orribili / come il Partito, l’Unione della Gioventù, i nostri capi, il Comitato Centrale / La mia poesia difetta di immaginazione / ma è vera come la prigione, la fame, la sofferenza / La mia poesia è per la gente comune / perché la leggano e vedano attraverso i cuori neri dei rossi demoni”.

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da FIORI DALL’INFERNO

NOTTE NELLA GIUNGLA

Notte nella giungla – continua a piovere, i tetti gocciolano,
Tremando di freddo ci abbracciamo le ginocchia, commerciamo sguardi.
Il punto azzurro di fuoco di una lampada a olio.
Il secchio per l’urina, quello per gli escrementi.
Il letto pieno di insetti che mordono.
Il Capodanno di un prigioniero, nel 1961.

1961

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MIA MADRE

Mia madre negli anniversari o nei giorni di festa
suole congiungere le mani e pregare a lungo.
Il suo vestito color zafferano è un po’ sbiadito
ma vorrei vederla tirarlo fuori per l’occasione.
La mia vita è piena di sofferenza e d’ingiustizia
mia madre deve sempre pregare per me
un figlio che ha visto così tante detenzioni
facendo scorrere rivoli di lacrime sulle guance della mamma.
Seduto accanto a lei mi trovo così piccolo
vicino a questo suo grande grande amore materno.
Madre, ho solo un desiderio
ed è di non stare mai lontano da te!
Così, ogni volta che siedi in preghiera
per tuo figlio malato e prigioniero nella giungla profonda
il vecchio sbiadito vestito color zafferano che indossi
si bagna di lacrime senza fine!

1963

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SONO RIMASTO IN SILENZIO

Sono rimasto in silenzio quando il nemico mi torturava:
con il ferro e l’acciaio, l’anima debole in agonia —
le storie degli eroi sono per i bambini che ci credono.
Io sono rimasto in silenzio perché mi dicevo:
c’è qualcuno che è entrato nella giungla e che è stato assalito dalla bestia feroce
così stupido da aprire la bocca e chiedere pietà?

1974

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LA FRASE DEL GIORNO
Le mie poesie, sebbene abbiano forma di fiori, / esplodono con una forza che ne vale diecimila
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NGUYEN CHI THIEN, Fiori dall’inferno

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