martedì 31 luglio 2012

Un po’ in cucina assieme

 

OSIP MANDEL’ŠTAM

STIAMOCENE UN PO’ IN CUCINA ASSIEME

Stiamocene un po' in cucina assieme;
l'aria è dolce di bianco cherosene;

un coltello tagliente e una pagnotta...
Se vuoi, prepara ben bene il fornello;

altrimenti raduna e intreccia corde:
prima dell'alba fa’ una grande sporta;

fuggiamo alla stazione, ad un binario
ove nessuno ci possa trovare.

(da Ottanta poesie - Traduzione di Nicola Crocetti)

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La quiete prima della tempesta, la tenerezza prima della grande prova. Sono versi dolcissimi questi che Osip Mandel’štam (1891-1938), poeta russo perseguitato dal regime stalinista, rivolge alla moglie Nadežda: la invita all’unione, alla silenziosa vicinanza, alla condivisione prima che le strade del mattino e della vita li riconducano ancora una volta alla fuga, in nome della libertà: “Voi, togliendomi i mari, la rincorsa, lo slancio, / e dando al piede il sostegno di una terra forzata, / cos’avete scoperto? Un principio sagace: / che il moto delle labbra non può venir sottratto”.

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CLAUDE MONET, “NATURA MORTA CON BOTTIGLIE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Piccola, io non posso né voglio vivere senza di te, tu sei tutta la mia gioia, sei la mia tutta mia, per me è chiaro come la luce del giorno. Mi sei diventata così vicina che parlo tutto il tempo con te, ti chiamo, mi lamento con te
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OSIP MANDEL’ŠTAM, Lettera a Nadežda Jakovlevna, 5 dicembre 1919

lunedì 30 luglio 2012

O bel ricordo

 

GIUSEPPE UNGARETTI

TI SVELERÀ

1931

Bel momento, ritornami vicino.

Gioventù, parlami
In quest’ora voraginosa.

O bel ricordo, siediti un momento.
Ora di luce nera nelle vene
E degli stridi muti degli specchi,
Dei precipizi falsi della sete...

E dalla polvere più fonda e cieca
L’età bella promette:

Con dolcezza di primi passi, quando
Il sole avrà toccato
La terra della notte
E in freschezza sciolto ogni fumo,
Tornando impallidito al cielo
Un corpo ilare ti svelerà.

(da Sentimento del Tempo, 1933)

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“La memoria trae dall’abisso il ricordo per restituirgli presenza, per rivelare al poeta se stesso”: così lo stesso Giuseppe Ungaretti (1888-1970) commenta nelle Note a Sentimento del Tempo questa sua poesia: il ricordo poetico è l’unica possibilità di assegnare un senso al vissuto e il fatto che questo appartenga al passato non è che l’ennesima beffa. Il poeta non può fare altro che blandire questa realtà e salire e scendere lungo il tempo come se fosse una corda, consapevole però che non ogni memoria gli è accessibile e che quella che egli in questo modo ha stabilito con il tempo è soltanto un’effimera tregua.

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DALE WHITEROW, “MEMORY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tempo, fuggitivo tremito…
GIUSEPPE UNGARETTI, Sentimento del Tempo

domenica 29 luglio 2012

Come nella boxe

 

CRISTINA PERI ROSSI

LA GIUSTA DISTANZA

In amore, come nella boxe,
è solo questione di distanza
Se ti avvicini troppo mi infiammo
mi impaurisco
mi confondo           dico sciocchezze
comincio a tremare
ma se sei lontano
soffro intristisco
non dormo
e scrivo poesie.

(da Otra vez eros, 1994)

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Non è capitato solo alla poetessa uruguayana Cristina Peri Rossi (Montevideo, 1941) di sentirsi così: è probabilmente un sintomo d’amore dalla notte dei tempi. Saffo già espresse questo sentimento: “Se appena ti vedo, subito non posso / più parlare: / la lingua si spezza: un fuoco / leggero sotto la pelle mi corre: / nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano: / un sudore freddo mi pervade: un tremore / tutta mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento / dall'essere morta”.
E Catullo, nel Carme 51: “Quando ti guardo io, Lesbia, / a me non rimane in cuore nemmeno / un po' di voce, / la lingua si secca e un fuoco sottile / mi scorre nelle ossa, le orecchie / mi ronzano dentro e su questi occhi / scende la notte”. Ognuno di noi potrebbe portare la sua testimonianza, con parole meno auliche e meno elevate probabilmente. Certo che questa analogia della boxe coglie nel segno…

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JEAN-LUC LOPEZ, “MOUVEMENT DE BOXE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nell’attività di navigare / come nell’esercizio dell’amore, / nessun marinaio, nessun capitano, / nessun armatore, nessun amante, / ha potuto evitare questo tipo di ferite, / escoriazioni profonde lunghe quanto il corpo / e profonde quanto il mare, / la cui cicatrice non scompare mai, / la portiamo come stigmate di passate navigazioni, / di altre traversate.
CRISTINA PERI ROSSI, Descripción de un naufragio

sabato 28 luglio 2012

Affacciato al finestrino

 

MICHAEL KRÜGER

È VIETATO SPORGERSI DAL FINESTRINO

Anche l’ultimo treno pieno zeppo,
come se gli uomini dovessero fuggire.
Il controllore chiede di passare.
«Grazie», dice, «grazie, grazie»,
davanti a lui tutti sono certamente uguali.
Fuori i paesi prendono il largo
portando con sé gli animali.
Con noi viaggia un vento,
in cerca di fuoco.
Un uomo è affacciato al finestrino
e fuma. Ascolta il coro gigantesco,
che prova incessantemente nel buio.
«Grazie, grazie, grazie tante».

(da Poco prima del temporale, Frassinelli, 2005 – Traduzione di Gino Chiellino)

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Le poesie si leggono su vari piani. Certo, se ci limitiamo al puro aspetto realistico, questi versi del poeta tedesco Michael Krüger (Wittgendorf, 1943), rappresentano una scena minimale alla quale ci è capitato spesso di prendere parte: un treno affollato – quelli del primo mattino e del tardo pomeriggio – con i passeggeri in piedi nei corridoi mentre il controllore tenta di passare. Ma se allarghiamo lo sguardo a un altro tipo di lettura, quel viaggio diventa la nostra vita, quel controllore chissà chi sarà mai – Dio? – quell’uomo che infrange la legge sporgendosi al “vento in cerca di fuoco” non è che un indagatore di ciò che c’è fuori, di ciò che trascende la realtà, un uomo che non è parte del coro – il poeta?

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ANKE IBE, “BLUE TRAIN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Perfino le pietre si mettono in cammino / per cercare una sponda
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MICHAEL KRÜGER, Poco prima del temporale

venerdì 27 luglio 2012

Eterno bagliore di stella


BIJAN JALALIjalali1

IL TEMPO NELLA POESIA


Il Tempo nella poesia
non esiste.
Oggi
è il suo domani
e domani
è il suo oggi


*

Scrivo di un attimo
che attimo non è
ma esteso bagliore
di stella


*

È dalla fine del mondo
che vengo
con nuove parole
dall'inizio del mondo.


(da Poesia, n. 273 - Traduzione di Chiara Riccarand)

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Ha ragione il poeta iraniano Bijan Jalali (1927-2001): la poesia non ha tempo, sembra sorgere da un attimo ma tende verso un’eternità che esprima il suo misterioso canto. Di più: quella sua magia viene da qualche cosa che astrae dal tempo, che sempre era, è e sarà. E se l’attimo è ciò che la genera – “Ogni poesia potrebbe chiamarsi attimo” scriveva anche Wislawa Szymborska – in realtà quello è solo il punto in cui la poesia si manifesta.
 
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FOTOGRAFIA © NASA/ESA
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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia si avvicina alle verità essenziali più della storia.
PLATONE

giovedì 26 luglio 2012

Il dolce dono

 

IDEA VILARIÑO

CONCEDIMI QUESTI CIELI, QUESTI MONDI ASSOPITI

Concedimi questi cieli, questi mondi assopiti,
il peso del silenzio, questo arco, questo abbandono,
accendimi le mani,
affondami la vita
con il dolce dono che ti chiedo.

Dammi la luce scura, appassionata e salda
di questi cieli lontani, l’armonia
di questi mondi sigillati,
dammi il confine silenzioso, il delineato
contorno di queste lune d’ombra,
il loro canto misurato.

Tu, il negato, dammi tutto,
tu, il potente, chiedi,
tu, il silenzioso, dammi il dono più dolce
di questo miele immediato e insensato.

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È una preghiera, quasi, questa poesia dell’uruguayana Idea Vilariño (1920-2009): è un inno alla sua schiva solitudine autoimposta che le impedì di rilasciare interviste e di parlare delle sue poesie per un lungo tratto della sua vita – solo nel 1997 concesse una straordinaria video-intervista. È anche un inno alla natura, alla sua bellezza, alla contemplazione di un cielo che si trasforma in una meditazione su se stessi, sulla propria vita, in sincronia con il ritmo della luce e dei giorni.

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dawn-at-field

FOTOGRAFIA © NATURE-WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Cerchiamo / ogni notte / con fatica / in terre pesanti e asfissianti / questo lieve uccello di luce / che arde e ci sfugge / con un gemito
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IDEA VILARIÑO

mercoledì 25 luglio 2012

I giorni normali

 

KARMELO C. IRIBARREN

I GIORNI NORMALI

Arrivano
e se ne vanno
senza lasciare traccia,
e li vedi
allontanarsi
sui tetti
- e con essi
gli anni -,
e non senti quasi niente,
o senti qualcosa
di vago,
che non sai
decifrare…

Sono i giorni normali,
quotidiani,
quelli che sembrano passare lontano,

gli assassini
dell’amore.

(da Atravesando la noche, 2009)

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I giorni normali, quelli che si susseguono anonimi e molto spesso uguali, abbonati alla loro routine: risveglio, lavoro, pranzo, lavoro, cena, letto. Se ci pensiamo, la nostra vita è costituita per la massima parte da giorni così: ogni sera neppure li salutiamo, li lasciamo andare per la loro strada, li dimentichiamo nella scatola del passato fino a che si ammucchiano e li contiamo. Ma sono loro, sono questi giorni normali – ci dice il poeta basco Karmelo C. Iribarren  (San Sebastian, 1959) – quelli più pericolosi, perché sono come le onde che passano sul pilone di un ponte: se le prendiamo una per una sono insignificanti, ma la loro successione alla fine è in grado di far crollare l’intera struttura.

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RENÉ MAGRITTE, “GOLCONDE”

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VIDEO DI VICENTE LLORENTE ISPIRATO DA “I GIORNI NORMALI” DI KARMELO C. IRIBARREN

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è la nostra carne. Siamo fatti di tempo. Siamo il tempo.
ROBERTO PEREGALLI, I luoghi e la polvere

martedì 24 luglio 2012

Mentre gli anni fuggono

 

ATTILIO BERTOLUCCI

SEQUENZA FAMILIARE

Non chiedere altro, la felicità è in questo
corso paziente, mentre gli anni fuggono
e i giorni così lenti scorrono,
il sole indugia su palpebre e muri,
tu, io, i cari figli l’accogliamo
diversa beatitudine, persone separate.

                            E quando il tempo
vinca l’incanto cui ridiamo trepidi
questo lungo mattino d’ozio avvolto
(le rondini tornate attendono a nidi
nell’ombra d’un portico, fresco approdo),
oh, che nel lume incerto dei crepuscoli
onde la stagione s’esalta consumandosi
di nuovo oggi fra noi, la bella primavera,
neri voli e stridi su ponente
annunzino una stessa notte di pioggia,
una stessa pace alla nostra riunione terrena.

(da Lettera da casa, 1951)

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Dona praesentis cape laetus horae: accogli felice i doni del tempo presente, scrive Orazio nel terzo libro delle Odi. È il corollario del celebre “carpe diem” del I libro, il “cogli il giorno” divenuto proverbiale. Ed è anche quello che teorizza Attilio Bertolucci (1912-2000) – sempre legato alla sua terra e alla famiglia: quella è la felicità, anche se il tempo s’invola e la giovinezza si tramuta in maturità, se i dubbi sul futuro ci attanagliano, se i dolori fanno capolino. Il non essere soli, il sentirsi parte di una famiglia è in grado di fornire oasi di tranquillità dove rintanarsi: “Un ricorso alla felicità privata per una sorta di operazione (…) di autoterapia”.

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SPENCER GORE, “HOUSE LETCHWORTH”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il sole lentamente si sposta / sulla nostra vita, sulla paziente / storia dei giorni che un mite / calore accende, d’affetti e di memorie
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ATTILIO BERTOLUCCI, Lettera da casa

lunedì 23 luglio 2012

Il tuo giardino

 

FERNANDO PESSOA

CONSIGLIO

Cingi di grandi muri chi ti sogni.
Quindi, dove è visibile il giardino
Attraverso il portone dalla grata cortese,
Poni tutti i fiori più allegri,
Perché ti conoscano soltanto così.
Ove nessuno lo vede non porre più nulla.

Traccia aiuole come quelle degli altri,
Dove gli sguardi possano intravedere
Il tuo giardino come glielo mostri.
Ma dove è tuo, e mai nessuno lo vede,
Lascia crescere i fiori che spuntano da terra
E lascia sorgere le erbe naturalmente.

Fa’ di te un doppio essere custodito;
E che nessuno, che veda e fissi, possa
Conoscere più di un giardino cui tu sei:
Un giardino ostensivo e riservato,
Dietro il quale il fiore spontaneo carezza
L’erba sì povera che neppure tu la vedi…

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“Vivere è essere un altro. (…) Cancellare tutto dalla lavagna da un giorno all’altro, essere nuovo ad ogni nuova alba, in una nuova verginità perpetua dell’emozione: questo e solo questo vale la pena di essere o di avere, per essere o avere quello che in modo imperfetto siamo”. Così scriveva il poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935) nel Libro dell’inquietudine. Mise in pratica questo suo teorema sdoppiandosi, anzi dividendosi in cinque: scrisse poesie ortonime, cioè con il proprio nome, ed eteronime, sotto pseudonimo. Pessoa diventò così: Álvaro de Campos, straniero in ogni parte del mondo; Ricardo Reis, medico classicista e monarchico; Alberto Caeiro, contadino realista che aveva in odio la metafisica; e infine Bernardo Soares, impiegato invece attratto dalla metafisica. Ognuno di loro è un giardino che Pessoa presenta al mondo in un letterario gioco di maschere. Se portiamo ai nostri giorni questa poesia, viene facile pensare invece ai social network, dove molti creano il loro giardino, mostrando agli altri i fiori più belli o più esotici, lasciando invece nel cuore delle proprie case le erbacce e le infestanti. Alla fine, si può considerare, come Pessoa-Bernardo Soares: “E sorrido quasi, non perché mi capisco ma perché, essendo diventato un altro, ho cessato di comprendermi. Nel cielo alto, come un visibile nulla, una minuscola nuvola è la dimenticanza bianca dell’intero universo”.

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CLAUDE MONET, “FEMME AU JARDIN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non so chi sono, che anima ho.  Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste
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FERNANDO PESSOA, Il poeta è un fingitore

domenica 22 luglio 2012

Stanco dell’estate

 

IOSIF BRODSKIJ

POESIA PER LA DOMENICA

Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno,
quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della
chalvà
di Shiraz e se, col cervello strizzato
come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

(da Poesie, Adelphi – Traduzione di Giovanni Buttafava)

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In fondo, non siamo mai contenti: d’estate ci stanchiamo del caldo e dell’afa, delle zanzare e delle mosche e invochiamo l’inverno. D’inverno ci tediamo del freddo e della neve, delle giornate buie e della pioggia e aspettiamo l’estate. La primavera e l’autunno sono terre di mezzo dove forse regnano la speranza e la malinconia, rispettivamente. Neanche il premio Nobel russo Iosif Brodskij (1940-1996) sfugge a questa tendenza. A ciò aggiungiamo anche la noia della domenica, e siamo serviti di tutto punto, come Enzo, il personaggio di Carlo Verdone che in Un sacco bello prova ad esulare in tutti i modi dal tedio ferragostano telefonando a destra e a manca per trovare un compagno di viaggio… Tranquilli, presto arriverà l’inverno e rimpiangeremo il bel caldo di luglio. Ah, per i curiosi: la chalvà – nota anche come halva o halawa – è un dolce mediorientale, diffuso in Israele, Iran, India e Pakistan, ma presente anche nell’est europeo a seguito della diaspora ebraica. È una specie di torrone morbido realizzato con pasta di sesamo e semola e arricchito con pistacchi o altri ingredienti, dalla vaniglia al caffè, dal cacao alle scorze d’arancio: l’importante è che ci siano tanto zucchero e miele!

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IVAR JANSONS, “SUMMER MORNING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Già di nuovo Natale, aspetto martedì grasso e la Pasqua mi assopirà mentre penso al tedio delle vacanze, sogno agosto solo in città e già l' autunno mi entra nelle ossa mentre cominciano a vedersi le prime luminarie natalizie... Questo ogni anno è il mio anno, un tunnel concentrico con incolmabili fessure per fortuna.
GIANLUCA NICOLETTI, I Nicolettismi

sabato 21 luglio 2012

Fonte di tutto l’amore

 

HEINRICH HEINE

LA ROSA, IL GIGLIO, LA COLOMBA, IL SOLE

La rosa, il giglio, la colomba, il sole,
ho tutti amati un tempo con passione.
Or più non l’amo, amo solo lei
la piccola, fine, pura e unica;
lei sola, fonte di tutto l’amore,
è rosa e giglio, è colomba e sole.

(da Buch der Lieder, 1827)

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Il Lied è una poesia destinata ad essere cantata da una voce solista. Questo testo di Heinrich Heine (1797-1856), poeta tra i maggiori della letteratura tedesca, è un Lied, messo in musica da Robert Schumann. Tecnicamente è la contrazione di un rondeau, forma rinascimentale francese. Poeticamente siamo a cavallo tra romanticismo e realismo: Heine riesce a bilanciarsi magnificamente tra i due estremi, raccontando la forza di quell’amore infelice che lo tormenta – le destinatarie di questo sentimento nostalgico erano le cugine Amalie e Therese – confermando ancora una volta che neppure il saggio è in grado di sfuggire alle amorose spine. Il Lied ricorda molto da vicino una lirica di Johann Wolfgang Goethe: “Quando la rosa e il giglio / ci riporta ancor l’estate, / egli allora, ma invano, / combatte con la sua amata”.

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JOHN WILLIAM WATERHOUSE, “UNDINE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.
DAVID LEAVITT, La lingua perduta delle gru

venerdì 20 luglio 2012

L’eterna poesia

 

FINA GARCÍA MARRUZ

SE TUTTE LE MIE POESIE SI PERDESSERO

Se tutte le mie poesie si perdessero
la piccola verità che in esse brilla
rimarrebbe comunque in ogni pietra
grigia nell’acqua o in una pianta verde.

Se tutte le mie poesie si perdessero
il fuoco le direbbe senza fine
prive di scorie, e l’eterna poesia
tornerebbe a ruggire, ancora, all’alba.

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La poesia non morirà mai, perché è insita nel mondo, è una parte della realtà che riusciamo a cogliere con l’occhio incantato della meraviglia. Ecco perché, se anche tutte le sue poesie andassero perdute, la poetessa cubana Fina García Marruz (L’Avana, 1923), è sicura che sopravvivranno, perché saranno nel sole, nella luce del mattino, nell’acqua che scorre, nell’erba che spunta, nel fuoco che divampa ardendo ciocchi…

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ROBERT DOISNEAU, “LANCER DE TRACTS RUE HENRI MONNIER, PARIS, 1944”

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LA FRASE DEL GIORNO
Chiamo poeta colui che sente confusamente agitarsi dentro di sé tutto un mondo di forme e d'immagini: forme dapprima fluttuanti, senza determinazioni precise, raggi di luce non ancora riflessa, non ancora graduata ne' brillanti colori dell'iride, suoni sparsi che non rendono ancora armonia.
FRANCESCO DE SANCTIS, Saggi critici

giovedì 19 luglio 2012

La vita sulla bilancia

 

NAZIM HIKMET

ALLA VITA

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo
ad esempio
senza aspettarti nulla
dal di fuori o da di là.
non avrai altro che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio al punto
che messo contro un muro
ad esempio
con le mani legate
o dentro un laboratorio
col camice bianco e gli occhiali
tu muoia
affinché vivano gli uomini,
gli uomini di cui non conosci la faccia
e morrai sapendo
che nulla è più bello,
più vero della vita.

Prendila sul serio.
Ma sul serio al punto
che a settant'anni
ad esempio
pianterai ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita
sulla bilancia
peserà di più.

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Ecco il giusto valore della vita: non la sua lunghezza, ma la sua densità, l’intensità di chi – già avanti con gli anni -  pianta ulivi, alberi che crescono lentamente, senza curarsi se riuscirà a vederli rigogliosi. Viverla con coraggio, con l’animo sereno, senza aspettarsi nulla, senza chiedere l’impossibile, ma con fierezza, con la capacità di prendere di pugno la situazione difficile e piegarla anche a costo del sacrificio. Perché sia vera vita… come ci dice il poeta turco Nazim Hikmet (1902-1963).

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FOTOGRAFIA © DEVELOR

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita è breve ma viene resa più lunga dal ricordo che di noi lasciamo. Infatti il prestigio, che ci viene dal denaro e dalla prestanza fisica scorre come un fiume ed è fragile come un fuscello. La rettitudine, invece, risplende eternamente.
SALLUSTIO, La congiura di Catilina

mercoledì 18 luglio 2012

Sopra il muro bianco

 

GHIANNIS RITSOS

BLOCCO

Mare calmo con crepe impercettibili; una luce simulata
spalma le nuvole basse. Non ricordare,
non dimenticare. Il presente - dice; - quale presente? La notte
giunsero messaggeri muti, sedettero sulla scala di pietra,
tirarono fuori i fazzoletti, se li stesero sulle ginocchia,
poi li piegarono di nuovo. Partirono. Uno
aveva una cicatrice dalla tempia fino al mento. S'arrestò,
indicò in direzione del mare e si strinse la corda alla vita.
Allora posammo a terra le lampade a olio e vedemmo la nostra ombra
inerpicarsi pelosa, immensa, senza ossa, sopra il muro bianco.

(da Pietre, ripetizioni, sbarre, 1972 – Traduzione di Nicola Crocetti)

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Il mare è protagonista di tante poesie. Lo è anche di questa di Ghiannis Ritsos (1909-1990), ma il fratello azzurro qui incarna involontariamente le pareti di un carcere, come fu per Cesare Pavese lo Ionio a Brancaleone: Ritsos infatti scrive dall’esilio, dal campo di prigiona di Gyaros, dove è stato confinato dalla dittatura dei colonnelli, saliti al potere con un colpo di stato nel 1967. Ne uscirà due anni dopo, a seguito delle pressioni internazionali sul governo greco. La voce della poesia, comunque, ha continuato a volare libera, come si può apprezzare dai versi proposti.

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ANNE DURHAM, “ACHLADIES BAY, SKIATHOS

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivo un verso, / scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo
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GHIANNIS RITSOS, Pietre, ripetizioni, sbarre

martedì 17 luglio 2012

Ma già il ricordo

 

ANTONIA POZZI

CONVEGNO

Nell'aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora – in lontani istanti –
sul mio volto.

29 maggio 1935

(da Parole, 1939)

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Un presente che è già nostalgia questo che Antonia Pozzi (1912-1938) delinea nei versi di un incontro. Un modo forse di proiettare il momento nel futuro per affrontare il presente, ovvero osservare l’addio da un differente punto di vista per provare a soffrire meno, per addolcire quel dolore. Il ricordo futuro – un ossimoro che non è certo vietato ai poeti…

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TIVADAR KOSZTKA CSONTVÁRY, “INCONTRO DI INNAMORATI”

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LA FRASE DEL GIORNO
E il tuo ricordo è come brace viva / che non lascio cadere / anche se mi brucia le mani.
JORGE LUIS BORGES, Fervore di Buenos Aires

lunedì 16 luglio 2012

Il mio pezzo di mare

 

JULIETA DOBLES

IL MARE DENTRO

Anche lontano dal mare,
ho un po’ di mare nei miei occhi
a mandare riflessi azzurri.

Solo un profilo, un orizzonte
raccolto e vivo
che mi chiama e richiama
con la sua chiara presenza
di amico, amante, amato.
E con la sua insenatura torbida o limpida
dove affondare lo sguardo
e tutte le stanchezze.

Ogni mattino al risveglio lo bevo
come una dolce droga.
Divino nel suo colore il futuro del giorno.
Mi dondolo al suo lontano movimento,
mi immergo nella sua luce,
tagliata dalla nebbia
in pallide isolette,
Ed è più reale e più mio
di tutti gli oceani
che non posso contenere.

Quando qualcuno dice: “Il mare!”,
è il mio pezzo di mare
che gli risponde.

Quando qualcuno dice:
“L’orizzonte è d’argento!”,
sono sicura che la sua miniera è il mio mare.

Incorniciato dai miei alberi
che l’autunno fa rossi ogni giorno di più con maggior furore,
mi si apre dolcemente
e mi parla di casa, di scienza,
di felicità, d’amore,
di spiagge remote,
di bambini che ridono,
di città feroci
e di profondità di pesci
come ideali,
sorpresi e bucolici.

Quando una barca lo divide in due,
mi lancia il luccichio dolente della sua spuma
distante.
E quando la tempesta lo rabbuia e lo irrita,
mi abbaglia con la sua terribile forza
di ondate irose.

Cambia volto e colore
secondo l’avanzare del giorno.
All’alba è nebbioso e lontano,
come se il sogno avvolgesse anch’esso.
La mattina sorge, azzurro e glorioso,
tromba gioiosa
che sale fino alla spiaggia e deborda.
A mezzogiorno è di cobalto e profondissimo,
poi gli cade sopra il cielo.
Il pomeriggio si diluisce,
brillante e caliginoso,
come se dall’altra parte lo aspettasse
un appuntamento amoroso.
E la notte, resta solo il suo cupo rimbombo,
sincronizzando il sogno e il vuoto.

Ho sempre voluto tenere un mare in me.
Da bambina, questo mare
sarebbe stato il regalo perfetto.
Tante volte l’ho sognato mio, sotto il letto,
avvolto in riflessi bagnati,
pieno di grazia e di schiuma salmastra,
tutto per me!

La vita mi ha aiutato a costruirlo.
Basta che chiuda gli occhi,
e mi sta aspettando lì,
Liquido, dolce, vago,
come un sogno infantile
che all’improvviso
mi salta tra le mani.

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Devo dire che quando ho letto questi versi di Julieta Dobles (San José, 1943), poetessa costaricana, mi sono riconosciuto. È come se li avessi scritti io – in realtà c’è una mia poesia del 2002, scritta durante un viaggio in Sicilia, che dice le stesse cose. Perché il mare è dentro ognuno di noi, ancestrale eredità forse di quando nel corso dell’evoluzione fummo celacanti: ci chiama, ci ammalia. È il nostro ambiente naturale. Per questo qui, nella fertile pianura lombarda di fiumi e laghi, anche quando è autunno o inverno, anch’io, come Julieta Dobles, quando chiudo gli occhi, vedo il mare, il mare che ho dentro…

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mormorio sommesso del mare avvolto nella notte parlava all'anima.
THOMAS MANN, La morte a Venezia

domenica 15 luglio 2012

Ciò che la alimenta

 

FERREIRA GULLAR

APPRENDISTATO

Nello stesso modo in cui ti sei aperto alla gioia
      apriti ora alla sofferenza
      che è il suo frutto
      e il suo rovescio ardente.

Nello stesso modo
      in cui della gioia sei andato
                                  al fondo
      e ti sei in essa perso
                                  e ti sei trovato
                                  in questa perdita
      lascia che il dolore ora si eserciti
      senza bugie
      senza scuse
                     e nella tua carne vaporizzi
                     ogni illusione

perché la vita consuma solo
ciò che la alimenta.

(da Barulhos, 1987 - Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira)

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Vivere è un apprendistato: si impara giorno per giorno a stare al mondo, a convivere con l’alternanza di gioie e dolori, a metabolizzare le illusioni perdute e a ricrearne di nuove. È una cosa che si deve accettare, che si impara ad accettare, perché solo in questo modo è possibile andare avanti, è possibile vivere. Ce lo conferma il poeta brasiliano Ferreira Gullar (São Luís, 1930) che, come scrive il critico Pedro Dantasa, “ha espresso e sperimentato l’angoscia di una crisi culturale che va al di là della cultura per comprendere, nella sua totalità, il proprio senso della vita”.

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EDWARD HOPPER, “OFFICE IN A SMALL CITY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nulla due volte accade / né accadrà. Per tal ragione / nasciamo senza esperienza, / si muore senza assuefazione.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Appello allo Yeti

sabato 14 luglio 2012

Un povero bambino

 

DIEGO VALERI

PICCOLA MANO

Momi, tu vuoi ch’io tenga la tua piccola mano
(oh calda e molle e dolce, come uccellino implume),
così, nella mia mano tutta raccolta e chiusa;
però ch’io son la forza onnipotente e buona
che fuga il male tristo e le fosche paure,
e comanda alla vita, e regna sul destino.

E non sai, creatura mia, che il tuo babbo grande
è un bambino anche lui: un piccolo bambino
smarrito fra i terrori della terra e del cielo;
un povero bambino che dentro sé si strugge
di non poter posare nella mano di Dio
la sua mano impotente e il suo fragile cuore.

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Un padre e una figlia: la tenerezza di questa poesia è in quel riconoscersi fragile del padre, il poeta Diego Valeri (1887-1976) a dispetto di quello che invece pensa di lui la piccola Marina, familiarmente chiamata Momi. Quell’adulto che ai piccoli occhi è un essere onnipotente, capace di proteggere e di costituire un punto di riferimento, in realtà non è che un altro bambino smarrito davanti al mistero, alla grandezza della realtà.

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CAROL WHITEHEAD, “FATHER AND DAUGHTER AT THE BEACH”

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LA FRASE DEL GIORNO
Se studio, se faccio l'intellettuale, se scrivo, se sono autorevole, fammi comunque restare un po' bambino.

PAOLO GIUNTELLA, Strada verso la libertà

venerdì 13 luglio 2012

Se molti ho scambiato per te


ANNA ACHMATOVA

È LARGA E GIALLA LA LUCE SERALE


È larga e gialla la luce serale,
mite il fresco d’aprile.
Hai tardato molti anni,
ma sono lieta di te.


Siedi più a me vicino,
guardami con gli occhi allegri:
Ecco il quaderno azzurro
dei miei versi infantili.


Perdona se son vissuta affliggendomi,
e il sole poco m’ha allietata.
Perdona, perdona se molti
ho scambiato per te.


(da Luna allo zenit e altre poesie – Traduzione di Bruno Carnevali e Paolo Galvagni)

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La poetessa russa Anna Achmatova (1889-1966) è rappresentante di punta dell’Acmeismo – poesia spoglia, diretta, noncurante, eppure capace di colpire con pochi particolari come il raggio di sole che attraversa un vetro, e di esprimere pienamente il sentimento. In questo caso è l’attesa dell’amore, con la bellissima chiusa che rivela tutta una vita di illusioni e disillusioni, di sofferenze sopportate con stoicismo e coraggio – Anna Achmatova, invisa al regime bolscevico prima, stalinista e sovietico poi, patì realmente l’inferno con amici quali il poeta Osip Mandel’stam, torturati e deportati e morti nei gulag, con il primo marito fucilato, il secondo marito e il figlio a lungo incarcerati. Delle “foreste di simboli” di baudelairiana memoria restano solo piccoli frantumi, schegge di vetri colorati a inquadrare la scena: la luce gialla di una fresca sera d’aprile, il quaderno con la copertina azzurra delle vecchie poesie in cui la canzone d’amore è rimasta a lungo prigioniera.


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PATRICIA O’BRIEN, “THE PICNIC”
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LA FRASE DEL GIORNO

Ti canterò perché tu non pianga / Una canzone alla sera degli addii.
ANNA ACHMATOVA, Poesie

giovedì 12 luglio 2012

Un po’ di attenzione

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

DISATTENZIONE

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché -
e da dove è saltato fuori uno così -
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
oppure (e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

(da Due punti, 2005 – Traduzione di Pietro Marchesani)

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Diciamo la verità: quasi tutti i nostri giorni sono così, come questo raccontato dalla poetessa polacca Wisława Szymborska (1923-2012). Non ci abbandoniamo allo stupore, alla meraviglia, non ci perdiamo ad osservare il tramonto o le nuvole, a chiederci perché certe cose accadano e perché accadano proprio in quel modo. Continuiamo a vivere secondo le nostre abitudini, tanto che anche respirare è ormai diventata un’abitudine – la coscienza del respiro è ormai ridotta a una pratica yoga. E fingiamo di ignorare che – come dice un’altra poesia della Szymborska – “L’anima la si ha ogni tanto. / Nessuno la ha di continuo / e per sempre. // Giorno dopo giorno, / anno dopo anno, /possono passare senza di lei”.

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KEVIN DAY, “SIT AND WONDER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è vita / che almeno per un attimo / non sia immortale.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Gente sul ponte

mercoledì 11 luglio 2012

Lo sguardo cucito

 

NADER NADERPOUR

SGUARDO

Sul vetro incrinato
il ragno aveva tessuto una tela

Sul vetro,
il diamante dei tuoi occhi
tracciò una riga;

e quel vetro
nel silenzio degli alberi, si ruppe in mille pezzi:

solo i tuoi occhi restarono e la luna.
Cucito nei miei occhi il loro sguardo.

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Sul numero 273 di Poesia ho pescato questi bellissimi versi. Sono di Nader Naderpour (1929-2000), poeta iraniano, esponente della Sher-e Now – o nuova poesia persiana - formatosi in Francia ed esule a Los Angeles dopo la Rivoluzione khomeinista del 1979. Perché mi hanno colpito? Non so dirlo: una poesia si manifesta da sé, si lega al nostro sentire, si intreccia alle speranze, alle tristezze, alle illusioni che ci portiamo dentro. Ma quel taglio pittorico, in scene, quasi in sequenze cinematografiche, mi ha aperto lo sguardo sul ricordo, sulla sua persistenza che è in noi e non nelle cose.

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FOTOGRAFIA © JEF POSKANZER

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LA FRASE DEL GIORNO
Il ricordo è un modo di incontrarsi.
KHALIL GIBRAN

martedì 10 luglio 2012

L’amore mi fa da lente

 

GEMMA GORGA

L’INERZIA

L’inerzia
è una bizzarra proprietà della materia.
Quando te ne vai, per esempio,
l’aria conserva il calore del tuo corpo
per un po’,
così come la sabbia conserva tutta la notte
il tepore triste del sole.
Quando te ne vai,
per continuare con lo stesso esempio,
le mie mani persistono nella carezza,
nonostante non ci sia pelle da accarezzare,
ma solo le ossa del ricordo
che si decompongono
nella tromba delle scale.
Quando te ne vai,
ti lasci dietro un te invisibile
incollato alle cose più piccole:
un capello sul cuscino,
uno sguardo impigliato
nelle corde del desiderio,
una traccia di saliva
sull’angolo del divano,
una molecola di tenerezza
nel piatto della doccia.
Non è difficile trovarti:
l’amore mi fa da lente.

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Lasciamo tracce di noi, ovunque. Non soltanto quelle fisiche, le impronte, gli oggetti che abbandoniamo – c’è tutto un fiorire di telefilm scientifico-polizieschi che analizzandole risolve il caso – ma anche e soprattutto nelle persone che incontriamo, con le quali conviviamo o interagiamo. Di queste parla la poesia della catalana Gemma Gorga (Barcellona, 1968): ricostruisce quell’altro invisibile che è la nostra ombra, la nostra scia, mentre noi ce ne siamo già andati, siamo a contatto con altre persone, con altre vite. L’amore è il catalizzatore che, come i sofisticati macchinari di quei telefilm, riesce a scoprire le tracce nascoste.

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EDWARD HOPPER, “WESTERN MOTEL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ora che non ci sei, la stanza si riempie delle farfalle assurde del ricordo
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GEMMA GORGA

lunedì 9 luglio 2012

Battito di farfalla

 

NICO ORENGO

FU DI FARFALLA IL BATTITO

Fu di farfalla il battito
leggero, una ferita
che si allargò nell'aria,
un segno di matita
sospeso come un'onda
che s'incanta nel timore
di una riva.

(da Cartoline di mare, Einaudi,1984)

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Una poesia di pure immagini questa dello scrittore e poeta Nico Orengo (1944-2009): ferita, segno di matita, onda… Il volo di una farfalla ci sorprende sempre per la sua leggerezza, per la sua eleganza, spesso con i suoi colori sgargianti – sebbene anche il bianco delle Pieridi sia altrettanto appariscente. Orengo certamente avrà guardato quella farfalla con il sentimento di Guido Gozzano che alle Farfalle dedicò le sue “epistole entomologiche”: “Quali / speranze buone e quali fantasie / la crëatura per volar su nata / susciti in cuore di colui che sogna / col suo lento mutare e trasmutare, / la maraviglia delle opposte maschere, / la varia grazia delle varie specie, / in versi canterò…”

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KAREN DUKES, “ENLIGHTNENED”

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LA FRASE DEL GIORNO
Le farfalle volteggiano nel fitto dei fenomeni, nella cui ombra la pantera sogna.
ERNST JÜNGER, Avvicinamenti

domenica 8 luglio 2012

Al centro della possibilità perfetta

 

JANE KENYON

POMERIGGIO IN CASA

È tranquillo qui. I gatti
poltriscono, ognuno
nel suo posto prediletto.
Il geranio si inclina da questo lato
per vedere se sto scrivendo di lui:
testa tutta petali, gambi
bruni, e quei ventagli verdi.
Come vedi,
sto scrivendo di te.

Accendo la radio. Sbagliato.
Non deve esserci nessun suono
in questa stanza, tranne
quello di una voce che legge una poesia.
I gatti chiedono
Il topo di campagna, di Theodore Roethke.

La casa si accomoda sul fianco
per un sonnellino.
So che siete con me, piante
e gatti — ma anche così ho paura,
seduta al centro della possibilità
perfetta.

(da The boat of quiet hours, 1986)

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Abbiamo già incontrato una poesia di Jane Kenyon (1947-1995), poetessa americana stroncata dalla leucemia. Quella era la sera della vita, evocata a proposito di un amico malato di cancro. Una simile tranquillità troviamo qui, in questo pomeriggio di pace nel verde del New England, con Jane Kenyon circondata dalle cose che ama - i gatti, gli allegri e curiosi gerani – in un’ora dolce che invita a rappacificarsi con la vita, a sciogliersi e rilassarsi. E nonostante tutto questo, resta una vena d’inquietudine: come se fosse proprio quello il momento giusto per andarsene.

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BUNNY OLIVER, “RED GERANIUMS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il compito del poeta è trovare un nome per ogni cosa, essere un impavido cercatore dei nomi delle cose, essere un avvocato per la bellezza del linguaggio, per le sue sfumature.
JANE KENYON

sabato 7 luglio 2012

Nel grembo della città eterna

 

IOSIF BRODSKIJ

ELEGIE ROMANE, III

Le tegole dei colli che il mezzogiorno infuoca. E sopra
nubi che paiono angeli per certe ombre volanti.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell'amica lunghegambe.
Io, beato cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall'astro che ha imposto ai Cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero a un secondo universo).
Meriggiare colorato e assorto. Il padrone d'una vespa
tormenta la frizione. Piazza gialla.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro aperto ad ogni pagina, che si legge
d'un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata cotta.
Il Colosseo è come il teschio di Argo: nelle occhiaie vuote
gli nuotano le nubi, ricordo dell'antico gregge.

(da Poesie italiane, Adelphi, 1996 – Traduzione di Giovanni Buttafava)

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“Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come / può soltanto sognare un frantume! Una dracma / d’oro è rimasta sopra la mia retina. / Basta per tutta la lunghezza delle tenebre”. Iosif Brodskij (1940-1996) poeta russo Premio Nobel, nei primi Anni ‘80, rimase colpito dall’abbagliante bellezza di una Roma agostana, tinta in giallo dal colmo dell’estate, colma di rovine cariche di storia agli occhi del turista venuto da lontano, dalla Russia che gli ha dato i natali e poi lo ha cacciato perché non “sovietico”, perché libero ed estraneo al pensiero normalizzato del regime, dall’America che lo ha accolto e che gli ha dato una patria. Brodskij, che mutua da Goethe il titolo per questa serie di dodici poesie, si riempie gli occhi di fontane, chiese, templi, cupole, campanili, belle donne romane. Conta di illuminare la tenebra con la luce della poesia.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Perciò siamo felici: siamo un niente.
IOSIF BRODSKIJ, Poesie italiane

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