lunedì 30 aprile 2012

La gloria del fiore


MARIA LUISA SPAZIANI

UNA BARCHETTA PAZZA


Il primo verso è una barchetta pazza
che potrebbe arenarsi fra gli scogli.
È un ragazzino zingaro, ti prende
per mano verso un viaggio sconosciuto.
E solo al quinto verso tu cominci
a capire qualcosa, se lo segui.
Confusamente dice: nel germoglio
è già scritta la gloria del fiore.


(da I fasti dell’ortica, Mondadori, 1996)

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“Vi sono persone molto intelligenti che rimangono inerti di fronte alla poesia: vogliono sapere prima di tutto «che cosa vuol dire», e già una richiesta così formulata rivela che non possono capire perché non si abbandonano; e poi non ne vedono l'utilizzazione immediata, cioè non si divertono, non sanno come va a finire la storia” raccontava Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922) in un’intervista alla rivista Fermenti nel 1977. Questi versi testimoniano invece la bellezza di abbandonarsi a una poesia senza sapere dove ci condurrà, lasciarsi trasportare dalla sua musicalità come su una barchetta sulle onde del mare.

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ANJOLIE YORK, “LITTLE RED BOAT”
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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia non dà frutti immediati: al contrario, i suoi frutti sono assai lenti e difficili da cogliere, e infatti la poesia che piace immediatamente è spesso quella meno valida. Mentre il romanzo è tutto sopra l'acqua, della poesia si vede soltanto la punta dell'iceberg. Il gioco sta nello scoprire quello che c'è sotto.

MARIA LUISA SPAZIANI, intervista a Fermenti n. 6/8, giugno-agosto 1977

domenica 29 aprile 2012

Fiori, ali, smeraldi


ARTURO ONOFRI

SCIROCCO


Scirocco, fermo come una barriera
d'ansia, cela all'inverno moribondo
la fanciullezza della primavera
che soffierà miracoli sul mondo.
Il suolo ansa in affanni di miniera,
a svincolarsi dal suo denso pondo:
non luminosità d'erba leggera,
ma brama d'alzar cieli suoi dal fondo.
E nubi immote covano quel turno
d'oro, in cui la vegliante ansia sepolta
possa esalarsi in sonno taciturno,
ridilatando aperta in cieli caldi
l'anima fanciulletta dissepolta,
che già si pensa fiori, ali, smeraldi.


(da Zolla ritorna cosmo, 1927)

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Scirocco, il vento caldo del Mediterraneo che soffia da sud-est e diventa umido strada facendo dai deserti del Sahara alle coste europee attraversando i mari. “Rabido ventare di scirocco che l’arsiccio gialloverde bruci” dice Montale: è vento che sa d’estate e giunge a risollevare gli animi provati dall’inverno. Nel suo odoroso soffio il poeta metafisico romano Arturo Onofri (1885-1928) ravvisa la liberazione, l’uscita dal letargo invernale come di una farfalla che si spogli della sua crisalide per volare finalmente leggera nei cieli azzurri.

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA
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LA FRASE DEL GIORNO
O Terra, o Madre, fa’ ch'io più non riesca a pensare / ma ch'io viva soltanto; viva come, d'agosto, / i nidi delle rondini partite verso il mare.

ARTURO ONOFRI, Canti delle oasi

sabato 28 aprile 2012

Non esiste il tempo

 

JOAN BROSSA

AMORE

Amore,
in questa poesia
non esiste il tempo:
l’intero corso dell’Universo
si verifica in questo momento.

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Una deliziosa scatola a sorpresa questa poesia del catalano Joan Brossa (1919-1998), artista plastico, drammaturgo ed esponente della poesia visuale: in effetti vive soltanto dell’assunto che il tempo non esista e quindi che ab absurdo ogni cosa sia concentrata nei cinque brevi versi. Ossessione quella del tempo tutta occidentale, forse dettata dai ritmi di vita più serrati che altrove. Brossa lascia intendere quello che Fëdor Dostoevskij fa dire a Kirillof nei Demoni: “Nell'Apocalisse l'angelo giura che il tempo non esisterà più. È molto giusto, preciso, esatto. Quando tutto l'uomo raggiungerà la felicità, il tempo non esisterà più, perché non ce ne sarà più bisogno. È un'idea giustissima. Dove lo nasconderanno? Non lo nasconderanno in nessun posto. Il tempo non è un oggetto, è un'idea. Si spegnerà nella mente”.

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JOAN BROSSA, “EL RELOJ”

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LA FRASE DEL GIORNO
Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più.
SANT’AGOSTINO, Confessioni

venerdì 27 aprile 2012

Il regista è occupato

 

EUGENIO MONTALE

GÖTTERDÄMMERUNG

Si legge che il crepuscolo degli Dei
stia per incominciare. È un errore.
Gli inizi sono sempre inconoscibili,
se si accerta un qualcosa, quello è già
trafitto dallo spillo.
Il crepuscolo è nato quando l’uomo
si è creduto più degno di una talpa o di un grillo.
L’inferno che si ripete è appena l’anteprova
di una ‘prima assoluta’ da tempo rimandata
perché il regista è occupato, è malato, imbucato
chissà dove e nessuno può sostituirlo.

(da Satura, 1970)

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Scrive bene Giorgio Zampa nell’introduzione al volume che raccoglie tutte le poesie di Eugenio Montale (1869-1981): “Satura è il libro dell’Attesa, scritto da un lirico che guarda a se stesso come da un altro pianeta e alla propria poesia, alle figurazioni, ai motivi di questa come a realtà in mezzo ad altre. Sotto il segno dell’Attesa tutto assume carattere escatologico, rientra tra le Grandi Questioni”. Così, Montale, ormai settantenne, si abbandona sempre più spesso a considerare il mondo da un punto di vista diverso, alleggerito, disincantato da una vena ironica nella voce e nello sguardo – anche il Dio Creatore, anche il destino ultimo dell’uomo e del cosmo, persino la sua fine restano impelagati in questa palude dove tutti annaspano, visto che “Il tempo non conclude / perché non è neppure incominciato. / È neonato anche Dio”.

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ARTUR RACKHAM, “LE NORME TESSONO IL FILO DEL DESTINO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Attendo con la fiducia di non sapere / perché chi sa dimentica persino / di essere stato in vita.
EUGENIO MONTALE, Satura

giovedì 26 aprile 2012

Colmi interstizi del tempo

 

RAINER MARIA RILKE

SONETTI A ORFEO, II,III

Specchi: mai ancora nessuno ha descritto
sapendo quale sia la vostra essenza.
Voi come fitti di fori i crivelli
colmi interstizi del tempo.

Voi che dissipate il vuoto della sala
al tramonto, come boschi, sconfinati...
E cervo ramoso il lampadario attraversa
il vostro varco impenetrabile.

Talvolta siete colmi di pitture.
E pare che alcune trapassino
in
voi,
altre le respingete con timore.

Ma la più bella resterà. Fin quando
nelle sue guance non dischiuse
penetri il chiaro dissolto Narciso.

(da Sonetti a Orfeo, 1922 – Traduzione di Massimo Bacigalupo)

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Gli specchi entrano spesso nelle poesie e nella letteratura. Memorabile Jorge Luis Borges che in Finzioni scrisse: “Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia. Lo specchio inquietava il fondo d'un corridoio in una villa di via Gaona. (…) Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi, e la copula, sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini”. Abbiamo incontrato un paio di mesi lo specchio che rifletteva Sylvia Plath e la sua enorme inquietudine e ancora prima lo specchio dell’amata, invidiato da Fabio Fiallo. Ora è la volta di un grande del Novecento, il poeta tedesco Rainer Maria Rilke (1875-1926), interprete della spiritualità del mondo e dell’immanenza: mirabile l’immagine del lampadario-cervo – e chi ha visto quei grandi lampadari fatti con le corna nelle case di montagna o della Mitteleuropa potrà apprezzarla ancora di più.

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HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC, “AUTORITRATTO 1880”

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LA FRASE DEL GIORNO
Lo specchio non capta altro se non altri specchi, e questo infinito riflettere è il vuoto stesso, (che, lo si sa, è la forma)
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ROLAND BARTHES, L’impero dei segni

mercoledì 25 aprile 2012

La nuova storia

 

ROBERTO ROVERSI

IL TEDESCO IMPERATORE
X. La piazza è in festa

Carri armati posano
sotto gli alberi, i negri
ridono, stendono le mani,
la gente nelle vie,
tutte le finestre al sole.
Giorno sacro d'aprile. Alti vocianti
feroci uomini nuovi.
“È finita la guerra”, questo
il popolo grida; gli anni si frantumano,
un mondo nuovo affiora ribollendo
dalle schiuma aspra del dolore.
La piazza bianca di calce, bianca nell'aria d'aprile,
tacque; un uomo apparve sul palco,
parlò poche parole aprendo
la nuova storia.

(da Dopo Campoformio. Poemetti, Feltrinelli, 1962)

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Non ci sono parole da aggiungere a questa poesia: l’ho scelta per rappresentare quell’aria nuova che si respirò in Italia a partire dal 25 aprile 1945. La Liberazione, la fine della guerra, del fascismo, degli anni difficili. La consapevolezza che comunque le cose sarebbero state ancora non facili, che c’era da rimboccarsi le maniche e ricostruire, che bisognava conquistarsi il futuro, ma in libertà e democrazia. Ne uscirà “un’Italia rotta e adirata che ancora insiste / e resiste […] e non è splendente ma / grigia, non celeste ma nera, struggente come una brace” come scrisse Roberto Roversi (Bologna, 1923), autore dei versi, giovane partigiano e poi fondatore con Pasolini e Leonetti di Officina.

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LIBERAZIONE DI BOLOGNA © PUBBLICO DOMINIO

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu non sai le colline / dove si è sparso il sangue. / Tutti quanti fuggimmo / tutti quanti gettammo / l'arma e il nome.
CESARE PAVESE, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

martedì 24 aprile 2012

Il mio mestiere


JENARO TALENS

ESERCIZIO SU TRASPARENZE


Il mio mestiere è quello di divagare sulle cose,
dar spazio all’invisibile
che attraversa così altezzose mura.

Guardare quegli alberi da me eretti,
o forse solo la radice o l’eco
di un albero sfumato che la luce ulcera.
Apprezzamenti vaghi con cui arredo un ordine
che nulla spera di albergare. Potesse la mia voce
viver con ignoranza nell’indefinitezza.

Il mio mestiere è la stranezza:
vedere quest’azzurro che nasce con il giorno.


(da Proximidad del silencio, 1981 - Traduzione di Gloria Bazzocchi)

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La parola che si fa analisi, che diventa strumento per indagare nell’io, per valutare l’esperienza metafisica e rapportarla con il reale. Questo è l’esercizio abituale dei poeti e lo è in maniera particolare in questi versi del filologo e traduttore spagnolo Jenaro Talens (Tarifa, 1946): una dichiarazione poetica che è anche dichiarazione di vita, perché inscindibile è il rapporto tra vita e poesia. Per questo il “mestiere” di Jenaro Talens e di ogni poeta è semplicemente la meraviglia davanti alle cose, lo stupore di vedere quello che altri occhi non riescono a scorgere: il balenare della poesia.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA
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LA FRASE DEL GIORNO
Lascio fede solo del mio mestiere / perché fu il mestiere a dettare i versi / e non la piccola vita vissuta, / né il suo dolore, né la sua pochezza.

JENARO TALENS, La mirada extranjera


lunedì 23 aprile 2012

Una farfalla

 

HERMANN HESSE

FARFALLA AZZURRA

Piccola, azzurra aleggia
una farfalla, il vento la agita,
un brivido di madreperla
scintilla, tremola, trapassa.
Così nello sfavillio d'un momento,
così nel fugace alitare,
vidi la felicità farmi un cenno
scintillare, tremolare, trapassare.

 

La leggerezza è il pregio di questa poesia del Premio Nobel Hermann Hesse (1877-1962), celebre come romanziere soprattutto per Siddharta, ma abile autore di versi. Hesse ha saputo trasfondere alla lirica proprio la caratteristica della sua piccola protagonista, una tremula debole farfalla che sembra fragile vetro pronto a spezzarsi al primo alito di vento. Come l’insetto, che ha vita breve, da qualche giorno a un mese, così sembra essere la nostra felicità dice Hesse: ma il suo sfavillare, per quanto effimero, è in grado di valere una vita.

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FOTOGRAFIA © M. BAKER

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LA FRASE DEL GIORNO
Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d'arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità
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HERMANN HESSE, Il lupo della steppa

domenica 22 aprile 2012

Tre poesie di Jorge Riechmann

 

JORGE RIECHMANN

ELOGIO DELLA DORMIENTE

Giacere sveglio al tuo fianco
nel profondo rifugio del tuo sogno.

A faccia in giù, respiri
un canto della terra
che non ricorderai al risveglio.

Misuro il mio essere su questo canto.

(da El corte bajo la piel, 1994)

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SUCCINTA LODE DELL’INNAMORATA

Ogni volta che mi guardi
nasco nei tuoi occhi.

(da El corte bajo la piel, 1994)

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AMORI IMMAGINARI

1

Siamo venuti a festeggiare.
La festa di due corpi e un’ombra.
Due corpi strappati alle radici
e la linfa amara della tua vulva dolce
battezza il mio tradimento.

2

La tua voce è qui, ma tu non sei qui.
Ci sono i tuoi occhi, ma tu non ci sei.
C’è il tuo corpo, tu no.
Come un albero sradicato,
come un orecchio staccato,
come una barchetta scolpita nella corteccia di pino
che si perde nel ruscello dell’infanzia.

3

Incredibile caso
di una moneta non truccata
che cada sempre sulla stessa faccia
ma vivere è questo.
Inspirazione creare un codice
ed espirazione frantumarlo. Non continuare a lanciare questa moneta.

Fa buio alle quattro di pomeriggio
il cielo sconfessa tutti gli specchi
e sa che ti ho perduta.

(da Amarte sin regreso, 1995)

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Tre poesie d’amore di Jorge Riechmann (Madrid, 1962): raffigurano tanti modi d’essere e di amare – anche nella stessa persona, addirittura nella stessa coppia, nello stesso amore. La gioia della condivisione, la necessità di essere in due, di trovare un complemento nell’altro – fulmineo e fulminante è il distico della Succinta lode, una dichiarazione insuperabile. L’amore che si vive e quello che si sogna, amore fisico, amore sospirato, amore che non c’è più, amore che è vita.

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TAMARA DE LEMPICKA, “DONNA CHE DORME”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non c’è regressione peggiore che dall’averti amata.
JORGE RIECHMANN, Amarte sin regreso

sabato 21 aprile 2012

Amore in metrò

 

ÓSCAR HAHN

IN UNA STAZIONE DEL METRÒ

Sventurati quelli che hanno scorto
una ragazza nel metrò

e si sono innamorati di colpo
e l’hanno seguita impazziti

e l’hanno persa per sempre tra la folla

Perché saranno condannati
a vagare senza meta per le stazioni

e a piangere sulle canzoni d’amore
che i musicisti ambulanti intonano nei tunnel

E forse l’amore non è che questo:

una donna o un uomo che scende da un vagone
in una stazione del metrò

e brilla per pochi secondi
e si perde senza nome nella sera

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“Forse l’amore non è che questo: / una donna o un uomo che scende da un vagone / in una stazione del metrò / e brilla per pochi secondi”: il poeta cileno Óscar Hahn (Iquique, 1938) conosce quella sensazione che si prova talvolta in metropolitana o su un treno o su un tram, quella che Fabrizio De André rese celebre cantando un testo di Antoine Pol: “Io dedico / questa canzone / ad ogni donna pensata come amore / in un attimo di libertà”. Quell’innamoramento che colpisce come un fulmine nelle volte della metropolitana, se tanti poeti vi dedicano versi: anche Seamus Heaney, Premio Nobel irlandese: “Fu qui, sotto la volta del tunnel, / tu a correre davanti nel tuo cappotto da viaggio, /io dietro come un agile dio per raggiungerti / prima che ti mutassi in giunco / o in qualche nuovo fiore, bianco / e carminio”. Ci dev’essere una magia sottile, un filtro d’amore che colpisce. Non ci credete? Nel 2008 a Parigi le edizioni RATP pubblicarono un libretto intitolato Amour mobile, dove c’erano una sessantina di messaggi raccolti nelle stazioni della metropolitana, tutti di questo tenore: “Tenevamo tutti e due la sbarra del metrò, direzione Mairie d’Ivry, le nostre mani si sono toccate e sono restate in contatto praticamente per tutto il tragitto fino a Châtelet, in un metrò strapieno: faccia a faccia ci gettavamo degli sguardi discreti. Non ho osato dirti niente tra tutta quella gente. Tu sei scesa…” A quel punto l’uomo si è trasformato in uno degli sventurati protagonisti della poesia di Óscar Hahn, un gozzaniano seguace dell’amore impossibile…

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FOTOGRAFIA © BARBARA SEILER

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu ignori dove vado, io dove sei sparita; / so che t'avrei amata, e so che tu lo sai!
CHARLES BAUDELAIRE, I fiori del male

venerdì 20 aprile 2012

Cose di primavera

 

CORRADO GOVONI

LE COSE CHE FANNO LA PRIMAVERA

L'acqua rimbalzante dei passeri sui tetti.
La ghirlanda umida di viole che le rondini
sospendono intorno al cornicione della casa,
all'alba.
L'ombrello verde del mendicante di campagna
che va in elemosina sotto la pioggia.
L'organo di Barberia che suona nel sobborgo
il valzer triste della Vedova Allegra.
Le bianche nuvole di polvere
che corron dietro agli automobili.
Le lucciole nel camposanto.
Il giardiniere che vernicia i sedili di legno del viale.
L'innaffiatoio rosso abbandonato nel cortile.
Il ciuffo d' erba fresca nella gronda.
E la fontana che fa la piscia
dentro il suo cerchio,
mentre passan le guardie, col bastone
sotto il braccio, senza far contravvenzione.
L'asino del frate cercatore
che s'impuntiglia in mezzo alla strada
a non voler andar più avanti
malgrado le legnate del padrone,
perché è passata l'asina dell'ortolano.
Una rosa finta nel cappello
d'una signora divorabile.
E quella nuvola fanciulla
che si dondola laggiù
voluttuosamente
rinfrescando tutto il cielo
del roseo delle sue gambe ignude,
sull'altalena della doppia voce
del cuculo.

(da L’inaugurazione della primavera, Taddei, 1915)

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Avevamo già incontrato la “mistica delle piccole cose” a proposito dei versi di Corrado Govoni (1884-1965) in una poesia simile a questa, Le cose che fanno la domenica. La struttura è identica, anche se una decina d’anni intercorrono tra le due liriche e Govoni è lanciato in quello che Gino Tellini definisce “viaggio intrapreso con frenesia” dal Crepuscolarismo al Futurismo e che si concretizza proprio nel trittico di raccolte degli anni 1911-1915: Poesie elettriche, L’inaugurazione della primavera, Rarefazioni e parole in libertà. “Viaggio” dice ancora Tellini “destinato, passo dietro passo, a mescolarsi e confondersi con il corpo stesso delle cose”: Govoni penetra nella materia, nel mondo visibile, procede per analogie e per cromatismi o, come in questo caso, per elenchi di sensazioni riuscendo così a descrivere l’essenza dalla somma di vari fattori. Allo stesso modo del tratteggio dei Divisionisti: una serie di pennellate che formano l’insieme.

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PLINIO NOMELLINI, “RAGAZZA ALLA FINESTRA” © FONDAZIONE CARIPLO

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LA FRASE DEL GIORNO
Oggi l’aria che si respira / fuori, all’aperto, / è un delirante filtro / di gioia e di giovinezza.
CORRADO GOVONI, L’inaugurazione della primavera

giovedì 19 aprile 2012

Il mare e la bottiglia

 

ANA MARIA IZA

AMORE AMORE

Il Mare
gioca con la Bottiglia
la denuda
la intrappola con le sue gambe azzurre
la rivolta

Sale
sulle ginocchia porose della spiaggia
la culla
la sporca
la avvita
- la svita -
salta al collo
la beve

Il mare
brinda con la bottiglia
la frastorna
la sotterra
la dissotterra

La Bottiglia e il Mare!
Io ti ricordo.

 

Il titolo e l’ultimo verso sono la chiave di lettura per questa poesia di Ana Maria Iza (Quito, 1942) scrittrice e giornalista ecuadoregna: perché in mezzo c’è una bottiglia che è in balia del mare, che viene portata dalle onde, cullata, voltata e rivoltata, addirittura abbandonata sulla spiaggia dalla risacca, sepolta sotto la sabbia e riportata alla luce. Una metafora sensualissima dove mare e bottiglia diventano amanti e trasmettono la passione e il sentimento della poetessa, il suo amore, la sua tenerezza, la sua nostalgia.

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IMMAGINE © SCULPTER SA VIE

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è un'arte, come la musica, dà emozioni dello stesso ordine, altrettanto vibranti, qualche volta persino più intense.
PIERRE LOUŸS, Afrodite

mercoledì 18 aprile 2012

Ombra ferma

 

CARLO BETOCCHI

DELL’OMBRA

Un giorno di primavera
vidi l'ombra di un'albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell'albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all'ombra eterna,
e copron la terra d'inganno
adoravo quest'ombra ferma.

Così talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell'erba e nella pazienza.

(da Realtà vince il sogno, 1932)

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Albatro è il nome toscano per il corbezzolo, albatrella quando è giovane: una pianta dunque, che isolata nella brughiera proietta la sua ombra, è la protagonista di questa poesia di Carlo Betocchi (1899-1986). Il contrasto è tra la sua naturale e pacifica esistenza, inserita nello scorrere del tempo, nel normale corso delle cose, e l’esistenza umana soggetta ad ansie e riflessioni, a dubbi e inganni, a incertezze e affanni. Quell’incapacità di “godere il vento”, di “non aver fretta o pena”, di essere tutt’uno con l’universo, in pace, è l’angoscia tipicamente ermetica del poeta.

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FOTOGRAFIA © ELDON TROPICALS

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LA FRASE DEL GIORNO
E le attese e gli eventi / nell'alzato mio volto errano un poco / sostando e dubitando eguali al fioco / sospirare dei venti, / e in me è tutt'uno / l'animo e questo moto, incerto e bruno
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CARLO BETOCCHI

martedì 17 aprile 2012

Il coraggio di Heberto

 

HEBERTO PADILLA

POETICA

Di’ la verità.
Di’, almeno, la tua verità.
E poi
lascia che accada qualsiasi cosa:
che ti rompano la pagina amata,
che ti sfondino a sassate la porta,
che la gente
si  affolli davanti al tuo corpo
come se fossi
un prodigio o un morto.

(da Fuera del juego, 1968)

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La poetica del cubano Heberto Padilla si può desumere dalle sue note biografiche: nato sull’isola, a Pinar del Río, nel 1932, divenne uno degli intellettuali più giovani del paese e, al trionfo della Rivoluzione castrista, fu nominato direttore della Prensa Latina a New York. Tornato a Cuba, nel 1964, iniziò una lunga polemica ideologica con il regime che lo portò nel 1971 ad essere incarcerato con la moglie Belkis Cuza Malé, anche lei scrittrice, in seguito alla pubblicazione di Provocaciones. Solo nel 1980, grazie alle pressioni di intellettuali e politici internazionali, poté lasciare Cuba per gli Stati Uniti, dove morì nel 2000. E dunque la sua poetica è il coraggio delle proprie idee, a costo delle conseguenze che queste possono originare, è la forza della verità che non si piega davanti all’ideologia imperante, al pensiero unico. La poetica di un uomo che non scende a compromessi, che non vende la propria poesia e non la sottomette a nulla, “qualsiasi cosa accada”.

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LA FRASE DEL GIORNO
Proteggiti dai timidi e dai sopraffatti, perché un giorno eviteranno di alzarsi in piedi quando entrerai.

HEBERTO PADILLA, “Da scrivere nell’album di un tiranno”, Fuera del juego

lunedì 16 aprile 2012

Dissanguati di memoria

 

GEMMA GORGA

ASSENZA

Stanotte, mentre dormivo,
sei venuto a leggere i miei libri.
Non hai acceso la luce,
non ti sei seduto sul divano,
non ti sei tolto i guanti,
non hai fatto rumore nello scorrere le parole.
Però il tuo sguardo è rimasto attaccato alle pagine
come il segno quasi impercettibile del rossetto
su un bicchiere di cristallo di Boemia.
E così, notte dopo notte, la mia biblioteca e io
ci dissanguiamo di memoria,
senza che nessun medico possa diagnosticarne la causa.

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“Ora che non ci sei, la stanza si riempie delle farfalle assurde del ricordo” scrive in un’altra lirica la poetessa catalana Gemma Gorga (Barcellona, 1968) per descrivere il dolore dell’assenza, dedicata alla scomparsa del padre. Tra l’essere del passato e il non essere del presente si gioca anche questa poesia, impregnata non solo di una sorda solitudine ma anche della triste consapevolezza che il ricordo fatalmente è destinato a perdersi – ed è bellissima l’immagine scelta, del “ladro” di parole che sono vita, che sono sangue. Non c’è rimedio, non c’è cura per questa malattia.

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GIORGIO MARIANI, “SOGNANDO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando te ne vai, ti lasci dietro un tu
invisibile incollato alle cose più piccole: può essere un capello sul cuscino, uno sguardo che si è impigliato nelle corde del desiderio, una traccia di saliva  sull’angolo del divano, una molecola di tenerezza nel piatto della doccia.
GEMMA GORGA

domenica 15 aprile 2012

Sogno infranto

 

SERGIO CORAZZINI

IL FANCIULLO SUICIDA

«A Torino, un fanciullo di quindici anni si gettava dalla finestra, disperando di raggiungere i suoi alti ideali».

I

I suoi compagni non avean chimere,
non nutrivano in cuore ardite voglie,
erano tante piccolette foglie
fiorite in un medesimo verziere.

Ma il fanciullo, sdegnoso, nelle altere
luci sognava di abbaglianti soglie,
ed attendea la pura man che coglie
fiore da fiore ne le primavere.

O il sogno vano! L’anima impotente,
ruggiva de la sua tetra sconfitta,
e il cuore, oh il cuore, lagrimava sangue!

Il bimbo disperò perdutamente,
e la debole fibra derelitta
sentì costretta da insaziabil angue.

II

Oh, la gloria e la morte, in loro arcano
fascino hanno le illusioni istesse!
Quanta di sogni ardimentosa messe
nasce in un cielo e muore in un pantano!

Quietamente il bimbo a morte elesse
la giovinezza sua fiorente in vano
ne l’estasi d’un sogno sovrumano
che la fantasiosa anima eresse.

Una sera, s’uccise. Ne l’azzurro
passava e ripassava un’allegria
di rondini. S’udì nell’aria un pianto,

un grido, un tonfo sordo, un gran susurro
di popolo dolente... Ne la via
come il suo sogno, egli si giacque, infranto.

(da Dolcezze, 1904)

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Ha destato molta emozione la vicenda di Flavio, il quindicenne di Moncalieri che si è ucciso gettandosi sotto un treno con un quattro e mezzo sul compito di matematica nello zaino. Massimo Gramellini ha commentato, sulla Stampa del 13 aprile: “Qualcuno si ferma prima. Perché più idealista, più tormentato, più debole. Nessuno lo incolpi e nessuno si senta in colpa. Flavio è andato per la sua strada e a me viene soltanto da dirgli ciao”. Quello che sgomenta è quella vita buttata, recisa come un fiore di giacinto sotto la falce del mietitore: troppo giovane, troppo inesperta, non ancora smagata, non ancora con il pelo sullo stomaco del disinganno. Sempre Gramellini ricorda l’incipit di Alta fedeltà, romanzo di Nick Hornby: “Se volevi davvero incasinarmi, dovevi arrivare prima” e a parlare è un trentenne che ormai sa che per amore non vale la pena ammazzarsi, così come per un brutto voto. Tutte riflessioni che ho fatto leggendo per caso questa poesia – piena di coincidenze incredibili con la vicenda dei nostri giorni - di Sergio Corazzini (1886-1907), crepuscolare sui generis morto di tubercolosi a soli 21 anni: la scrisse a 17, già minato dal male e presago della fine che lo attendeva: la sua anima dolce e triste non poteva che entrare in empatia con il quindicenne lanciatosi nel vuoto. A noi invece resta nelle orecchie l’urlo agghiacciante e disperato del padre di Flavio: “Perché?”

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NORMAN ROCKWELL, “LITTLE BOY HOLDING”

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LA FRASE DEL GIORNO
A che serve / sbarazzarsi del mondo, / quando nessun'anima mai sfugge al destino eterno della vita?
EDGAR LEE MASTERS, Antologia di Spoon River

sabato 14 aprile 2012

Titanic

 

THOMAS HARDY

LA CONVERGENZA DELLE METÀ

versi sulla perdita del Titanic

I

Nella solitudine del mare
al fondo dell’umana vanità
e dell’Orgoglio che la progettò, immobile sta.

II

Le camere d’acciaio, un giorno pire
dei suoi fuochi di salamandra,
fredde correnti percorrono risuonando al ritmo delle lire delle maree.

III

Sugli specchi destinati
a riflettere l’opulenza
striscia Il verme marino, grottesco, viscido, indifferente animale.

IV

Gioielli progettati con gioia
per rapire menti sensuali
giacciono opachi, le loro scintille offuscate, nere e cieche.

V

Pesci dai fiochi occhi a palla
ammirano gli equipaggiamenti dorati
e si domandano: “Che ci fa questa vanagloria, quaggiù?”

VI

Allora: mentre forgiava
questa creatura dall’ala tagliente
la Volontà Immanente che muove e sorregge tutto

VII

Preparava uno sposo sinistro
per lei – così allegramente grande -
una Forma di Ghiaccio, ancora lontana e separata.

VIII

E mentre l’elegante nave cresceva
in statura, grazia e colore,
nel silenzio oscuro cresceva lontano anche l’Iceberg.

IX

Estranei sembravano essere
nessun occhio d’uomo poteva vedere
l'intima saldatura della loro storia futura

X

O presumere che fossero incanalati
su rotte coincidenti
per diventare a breve due  metà di un solo augusto evento,

XI

Finché la Tessitrice degli Anni
non ha detto “Ora”, e ognuno ha saputo
e il compimento è giunto a scuotere due emisferi.

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Si sono versati fiumi di inchiostro e note musicali e chilometri di pellicole cinematografiche sul Titanic, “questa nera nave che mi dicono non può affondare” per citare almeno L’abbigliamento di un fuochista di Francesco De Gregori, che affondò il 14 aprile 1912 dopo aver urtato un iceberg poco prima della mezzanotte molto al largo di Terranova. Morirono 1553 dei 2223 passeggeri e la notizia fece il giro del mondo come “il più disastroso naufragio della storia”. Dalla cronaca passò direttamente nel mito: 18 film, da Saved from the Titanic del 1912 a Titanic 3D del 2012, citazioni come quella in Ghostbusters, dove arriva come nave fantasma nel porto di New York, location per romanzi d’avventura e spionaggio quale Recuperate il Titanic! di Clive Cussler. E rare poesie, come questa di Thomas Hardy (1840-1928), poeta inglese legato al naturalismo: la scrisse pochi giorni dopo il disastro, si scagliò contro il gigantismo del progresso e destinò alle famiglie delle vittime i proventi della vendita. Non un granché come poesia, ma una testimonianza storica interessante.

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WILLY STOWER, “TITANIC SINKING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcosa rimane sempre – / bottiglie, tavoli, sedie a sdraio, stampelle, / i detriti lasciati alle spalle, / un vortice di parole, /canti, bugie, reliquie / rottami – tutto questo – / che danzano e rotolano sull’acqua
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HANS MAGNUS ENZENSBERGER, La fine del Titanic

venerdì 13 aprile 2012

Carta bagnata

 

MARIO BENEDETTI

CARTA BAGNATA

Dai fiumi
dal sangue
dalla pioggia
o dalla rugiada
dal seme
dal vino
dalla neve
dal pianto
le poesie
di solito
sono
carta bagnata.

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La poesia è emozione, come si è sempre detto: lo sa bene il poeta e romanziere uruguayano Mario Benedetti (1920-2009), che scrisse “Chi l’avrebbe mai detto / che queste mie poesie / sarebbero state / di altri?”: dietro ogni poesia dunque c’è un’emozione che la origina, una meraviglia che sorprende il poeta e che poi volerà per il mondo come un seme di tarassaco. Che sia stata la natura, la vita, il dolore, l’amore, l’eros, la tristezza, la gioia, la malinconia, l’ebbrezza… tutto ciò è su quella carta, è dentro quei versi.

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FOTOGRAFIA © AIDANONE

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LA FRASE DEL GIORNO
Cantiamo perché piove sul calanco / e siamo militanti della vita / e perché non possiamo né vogliamo / lasciare che la canzone diventi cenere.

MARIO BENEDETTI

giovedì 12 aprile 2012

Quella notizia

 

NICANOR PARRA

LE MIMOSE FIORITE

Anni fa passeggiando in una strada
dove già le mimose erano in fiore
un amico informato mi disse
che tu da poco tempo eri sposata.
Risposi che davvero non poteva
quella notizia affatto riguardarmi.
Però anche se proprio non t’ho amata,
e questo tu lo sai meglio di me,
ogni volta, e non potresti crederlo,
che io vedo fiorire le mimose
provo la stessa cosa che provai
quando mi fu sparata a bruciapelo
la notizia desolante che tu
ti eri sposata con un altro.

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Ah, l’amore! Anche se proviamo a nasconderlo, se riusciamo a dissimularlo benissimo, comunque prorompe sempre, la sua forza lo fa affiorare. E se mentiamo agli altri – o meglio, se teniamo per noi quell’amore, se omettiamo di manifestarlo urbi et orbi, certamente non possiamo fingere con noi stessi, non possiamo mentirci quando ci troviamo con l’anima nuda di fronte allo specchio della nostra coscienza. Il poeta cileno Nicanor Parra (San Fabián de Alico, 1914), teorico della cosiddetta “antipoesia” – deliberatamente colloquiale e spesso provocatoria - questo va considerando tornando con la memoria a quando venne a sapere che la donna segretamente amata si era sposata: quel giorno abbozzò, fece buon viso a cattivo gioco ma già si abbandonava al doloroso ricordo dell’«avrebbe potuto essere ma non è», che diventa più acuto quando ritorna il tempo di primavera a ridestare la sensazione di allora.

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FELIX VALLOTTON, “MIMOSAS EN FLEURS À CAGNES”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amami, anche se io non ti amo. / Amami, anche se non merito l'amore. / Amami, anche se io non so amare / e amami anche se non esiste l'amore.
KATHERINE ANNE PORTER, La nave dei folli

mercoledì 11 aprile 2012

La nudità delle parole

 

HUGO MUJICA

ARIA

È notte, fa freddo

                         e lontano
il canto di una donna
                                      sembra cullare la vita.

La voce, non il silenzio,
                                è la nudità delle parole.

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Capita sempre più di rado di sentire cantare nella notte – a parte qualche giovane ubriaco uscito dal bar che schiamazza cercando la strada per tornare a casa. Anche per questo un canto di donna notturno ha il sapore della nostalgia: è la ninna nanna di una madre per il proprio bambino, è la dolce insonnia della ragazza innamorata. Il poeta argentino Hugo Mujica (Buenos Aires, 1942), filosofo e antropologo attratto dalla vita meditativa – visse sette anni in un convento trappista con la regola del silenzio prima di entrare in seminario e diventare sacerdote – ascolta quel canto con la profonda convinzione che “La storia del silenzio sono le parole, / l’ascolto di quel silenzio è la poesia”.

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PHAM HOÀNG, “ÀNH MINH HOA”

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LA FRASE DEL GIORNO
La parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

martedì 10 aprile 2012

Una stanca disillusa folaga

 

DINO BUZZATI

CANZONETTA IN FORMA DI

 

                                    una
                                     stanca
                                      disillusa
                                folaga  che   batte
                                 l'ali sull'acquitrino
                               del  41  dicembre  lunga
                              lunga  notte tu  dicevi che
                                saresti venuta quel  giorno
                              o quell'altro, giuravi e invece!                       con la  mia
                            Così le ho date da  portare a questo                   solita ingenuità!
capriccioso uccello certe parole per lei che sono però poco leggibili  perché  nascoste sotto le piume. Ma
il volatile pianta grane, il volatile si attarda, zoppica qua e là, si posa,si addormenta perfino e ronfa.
delle maledette               Io lo sgrido, lo supplico, lo frusto
grane                            lo frusto sulle ali,forte, forte
                                    nella speranza si riscuota
                                 e corra e si precipiti. Ma
                                  è stanco, dice che no
                                che no. Tutto inutile
                               amore  mio. Adieu.
                                 (Un'ala lunga
                                  l'altra più
                                      corta
                                      sì).

 

(da Le poesie, Neri Pozza, 1982)

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La genialità di Dino Buzzati (1906-1972) si espresse in vari modi: lo scrittore di racconti meravigliosi, il romanziere del Deserto dei Tartari è noto a tutti. Ma Buzzati era altresì un valente pittore e illustratore: il Poema a fumetti, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, I miracoli di Val Morel sono degli esempi di come sapesse coniugare la letteratura con l’arte. Qui invece non ci sono disegni a commento: la poesia stessa è l’illustrazione. Si tratta naturalmente di un esempio di poesia visiva come già ne scrissero Guillaume Apollinaire e Corrado Govoni. Il testo diventa forma, si dispone a rappresentare una folaga – “capriccioso uccello” – preso a messaggero dei tormenti d’amore del poeta.

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DINO BUZZATI, “RAGAZZA CHE PRECIPITA”, 1962

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LA FRASE DEL GIORNO
C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta.
DINO BUZZATI, In quel preciso momento

lunedì 9 aprile 2012

Angelo di letizia

 

CHARLES BAUDELAIRE

REVERSIBILITÀ

Angelo di letizia, conosci tu l'angoscia,
i singhiozzi, le onte, le accidie, i pentimenti,
le notti insonni piene di confusi spaventi,
quando gualcito il cuore come un foglio s'affloscia?
Angelo di letizia, conosci tu l'angoscia?

Angelo di bontà, conosci tu il rancore,
i bui spasimi d'odio, le lacrime di fiele,
le Vendetta che, alzando un lungo urlo crudele,
vittoriosa s'accampa sugli spalti del cuore?
Angelo di bontà, conosci tu il rancore?

Angelo di salute, conosci tu le Febbri
che lungo i muri scialbi dell'ospizio, com'esuli,
van strascicando i piedi, e biascicando tremuli
un po' di sole chiedono, che le scaldi e le inebri?
Angelo di salute, conosci tu le Febbri?

Angelo di bellezza, conosci tu le grinze,
l'orgasmo d'invecchiare, e la disperazione
di leggere un'occulta, orrida devozione
negli occhi ove i nostri occhi avidi un tempo attinsero?
Angelo di bellezza, conosci tu le grinze?

O angelo felice, angelo luminoso,
in fin di vita Davide avrebbe domandato
la salute agli effluvi del tuo corpo incantato,
ma io le tue preghiere solo chiedere oso,
o angelo felice, angelo luminoso!

(da I fiori del male, 1857)

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Sì, ho giocato sul fatto che oggi è il Lunedì dell’Angelo – o di Pasquetta per gli amici del centro-sud – per affrontare questa difficile poesia di Charles Baudelaire (1821-1867), sospesa tra lo spleen e l’ideale e perciò ricca di contrasti: letizia/angoscia, bontà/rancore, salute/febbri, bellezza/grinze. Si può immaginare il poeta nel colmo della notte – è di notte che si parla con gli angeli – con il cuore stropicciato come un foglio di carta, elevare una preghiera che gli consenta di alleviare lo spleen, il disagio esistenziale che lo assorbe. Una speranza dunque, un lampo di luce che sarà però più avanti spazzato via da un altro dei Fiori del male, intitolato L’irreparabile: “Ma il mio cuore, mai visitato dall’estasi, è un teatro in cui si attende sempre, sempre invano, l'Essere dalle ali di velo”. Noi invece restiamo aggrappati alle ali di questo angelo felice, angelo luminoso: Buon Lunedì di Pasquetta.

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ABBOTT HANDERSON THAYER, “ANGEL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Angelo bello, sensitiva forma, / ch'hai cento bocche ed una bocca sola. / Non scorgi tu come le nostre ore / scivolan via dal tuo quadrante colmo, / ove girano i numeri del Tempo / incisi tutti quanti in un sol peso / greve e concreto, quasi che, sbocciando, / tutte l'ore, per noi, fossero ricche / di una ricchezza sola? / Angelo, tu di pietra che ne sai / del nostro umano vivere nel mondo?
RAINER MARIA RILKE, Nuove poesie

domenica 8 aprile 2012

Pasqua e le cicale

 

ERNESTO CARDENAL

A PASQUA RESUSCITANO LE CICALE

A Pasqua resuscitano le cicale
— sepolte 17 anni allo stadio larvale —
milioni e milioni di cicale
che cantano e cantano tutto il giorno
e la notte stanno ancora cantando.
Solo i maschi cantano:
le femmine sono mute.
E non cantano per le femmine perché sono anche sorde.
Tutto il bosco risuona del canto
e soltanto loro nel bosco non lo sentono.
Per chi cantano i maschi?
E perché cantano tanto? E cosa cantano?
Cantano come trappisti nel coro
davanti ai loro Salteri e agli Antifonari
cantano l’Invitatorio della Resurrezione.
Alla fine del mese il canto diventa triste,
e uno a uno tacciono i cantori,
e poi se ne sente soltanto qualcuno,
e infine nessuno. Hanno cantato la resurrezione.

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Buona Pasqua. Lo dicono, anzi lo cantano, anche le cicale di Ernesto Cardenal (Granada, 1925), sacerdote della teologia della liberazione, politico e scrittore nicaraguense. Cantano come dei frati davanti ai loro libri sacri – tali sono il Salterio e l’Antifonario, mentre l’Invitatorio è la preghiera che introduce la Liturgia delle Ore. Cantano così, incessantemente, anche le cicale e non c’è alcun motivo perché lo facciano, tantomeno l’amore visto che le povere femmine di cicala sono mute e sorde. Cantano e cantano e cantano fino a sfinirsi e a sfinire gli orecchi di chi le sente riempire il bosco con il loro continuo frinire causato dallo sfregamento di lamine ai lati dell’addome. Cantano il loro risveglio dopo lunghi anni trascorsi nella terra: il loro ciclo di larva va dai 13 ai 17 anni ed emergono poi misteriosamente tutte insieme. Cantano la primavera, cantano la vita che ritorna, cantano la Resurrezione.

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MAGICICADA SEPTENDECIM © UNITED STATES DEPARTMENT OF AGRICULTURE

Cicale by user8341030

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LA FRASE DEL GIORNO
Pasqua è meglio di Natale perché Papà ci porta alla chiesa redentorista dove tutti i preti sono vestiti di bianco e cantano. Sono felici perché Nostro Signore è in cielo.

FRANK McCOURT, Le Ceneri di Angela

sabato 7 aprile 2012

Silenziosa conchiglia della felicità

 

SIRO ANGELI67452_162360000453948_162359067120708_377598_1112328_s

ELLA NEMMENO SA

Ella nemmeno sa
quanto poco somiglia
a come agli altri appare

se nel bacio si fa
tra le mie braccia al mare
della felicità

silenziosa conchiglia.

(da L'ultima libertà, Mondadori, 1962)

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Siro Angeli (1913-1991), drammaturgo e sceneggiatore friulano, anzi carnico – nato a Cavazzo, morì a Tolmezzo ed è sepolto a Cesclans – oltre che funzionario del terzo programma radiofonico, fu poeta bilanciato tra le correnti del Novecento grazie a un suo stile classico, che ricorda certa poesia alessandrina raccolta nell’Antologia Palatina. E la dolce sensualità che promana da questi versi che inebriano come un fiore dal profumo intenso si tramuta in pura poesia, in essenza dell’emozione: la felicità provata nel bacio, l’orgoglio di essere il destinatario di quell’amore.

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LEONID AFREMOV, “RAINY KISS”

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LA FRASE DEL GIORNO
E il bacio che cerco è l’anima.
ALFONSO GATTO, Poesia d’amore

venerdì 6 aprile 2012

Centenario di Giovanni Pascoli

 

È un avvenimento importante da celebrare il centenario della morte di Giovanni Pascoli, tanto che la Zecca Italiana ha deciso di onorarlo con una moneta commemorativa da 2 euro: coniata in 15.000.000 di pezzi, uscirà il 23 aprile. E Giovanni Pascoli, spentosi a 56 anni il 6 aprile 1912, è un poeta che ha accompagnato le nostre carriere scolastiche sin dalle elementari con i suoi versi di facile lettura, spesso mandati a memoria, approfonditi poi alle medie e al liceo: chi non ricorda “O cavallina cavallina storna / che portavi colui che non ritorna”? Oppure “San Lorenzo, io lo so perché tanto /di stelle per l'aria tranquilla / arde e cade?” o ancora “C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d'antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole”? È un poeta che abbiamo amato, a differenza di altri più tronfi e arcigni come Giosue Carducci e Gabriele D’Annunzio, perché sapeva farsi amare con quella sua visione della vita e della poesia, da lui stesso espressa nel Fanciullino: “Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro Giosue Carducci, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra”. E certamente ci piace perché ognuno di noi è consapevole di serbare nella parte più riposta del cuore quel bambino capace di meravigliarsi e di emozionarsi: “È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello”.

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da MYRICAE, 1891

FIDES

Quando brillava il vespero vermiglio,
e il cipresso pareva oro, oro fino,
la madre disse al piccoletto figlio:
Cosi fatto è lassù tutto un giardino.
Il bimbo dorme, e sogna i rami d'oro,
gli alberi d'oro, le foreste d'oro;
mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.

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L’ASSIUOLO

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù...

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?...);
e c’era quel pianto di morte...
chiù...

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da CANTI DI CASTELVECCHIO, 1903

VALENTINO

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d' un mese,
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a Gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
Marzo, e tu, magro contadinello
restasti a mezzo, così, con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch' oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.

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IL CROCO

I

O pallido croco,
nel vaso d'argilla,
ch'è bello, e non l'ami,
coi petali lilla
tu chiudi gli stami
di fuoco:
le miche di fuoco
coi lunghi tuoi petali
chiudi nel cuore
tu leso, o poeta
dei pascoli, fiore
di croco!
Vuoi l'acqua di polla
ravvivi, o viole,
non chi la sua zolla
rivuole!

 

II

Ma messo ad un riso
di luce e di cielo,
per subito inganno
ritorna il tuo stelo
colà donde l'hanno
diviso:
tu pallido, e fiso
nel raggio che accora,
nel raggio che piace,
dimentichi ch'ora
sei esule, lacero,
ucciso:
tu apri il tuo cuore,
ch'è chiuso, che duole,
ch'è rotto, che muore,
nel sole!

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da NUOVI POEMETTI, 1909

LA VERTIGINE

Si racconta di un fanciullo che aveva
perduto il senso della gravità...

I

Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
cresce nel cuore. Io senza voce e moto
voi vedo immersi nell'eterno vento;
voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
ai sassi, all'erbe dell'aerea terra,
abbandonarvi e pender giù nel vuoto.
Oh! voi non siete il bosco, che s'afferra
con le radici, e non si getta in aria
se d'altrettanto non va su, sotterra!
Oh! voi non siete il mare, cui contraria
regge una forza, un soffio che s'effonde,
laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.
Eternamente il mar selvaggio l'onde
protende al cupo; e un alito incessante
piano al suo rauco rantolar risponde.
Ma voi... Chi ferma a voi quassù le piante?
Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti
a questa informe oscurità volante;
che fisso il mento a gli anelanti petti,
andate, ingombri dell'oblio che nega,
penduli, o voi che vi credete eretti!
Ma quando il capo e l'occhio vi si piega
giù per l'abisso in cui lontan lontano
in fondo in fondo è il luccichìo di Vega...?
Allora io, sempre, io l'una e l'altra mano
getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
a un filo d'erba, per l'orror del vano!
a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

II

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,
su quell'immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
quel seminìo, quel polverìo di stelle!
Su quell'immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.
Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:
se mi si svella, se mi si sprofondi
l'essere, tutto l'essere, in quel mare
d'astri, in quel cupo vortice di mondi!
veder d'attimo in attimo più chiare
le costellazïoni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!
precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso.
sprofondar d'un millennio ogni momento!
di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;
forse, giù giù, via via, sperar... che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,
di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

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Pascoli_2€

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia consiste nella visione d'un particolare inavvertito, fuori e dentro di noi.
GIOVANNI PASCOLI, Il fanciullino

     

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