sabato 31 marzo 2012

La vita diagonale del pedone

 

MARTÍN LÓPEZ-VEGA

SCACCHI

Dice: – Gli scacchi hanno regole certe.
Il re è legato mani e piedi,
è la regina che fa e disfà a suo piacimento.
Io preferisco la vita diagonale del pedone. 
Negli scacchi non muore di rabbia il cavallo,
non c’è una rivolta di pedoni
né è possibile la follia passeggera
di un alfiere che uccide i suoi o se stesso
per disperazione o per amore.
E così accade che i pezzi rispondono
a un disegno esterno, alla mano che li muove.
Umano è soltanto l’arrocco,
il nascondersi quando fuggire non è possibile. 
Che sarebbe dei pezzi, se fossero liberi?

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Se gli scacchi seguissero regole umana di vita? O se, viceversa, noi seguissimo le regole degli scacchi? È la domanda che si pone, nell’indagine sul ruolo dell’uomo nel mondo contemporaneo, il giovane poeta asturiano Martín López-Vega (Po de Llanes, 1975). Ragionando per assurdo, riconosciamo le caratteristiche di ogni pezzo, dalle limitate capacità del re a quelle smisurate della regina. Ma ogni cosa è certa, un pedone può muoversi solo così. Un alfiere può prendere solo i pezzi avversari o cadere. Tertium non datur, come dicevano i latini. Rimane però quella mossa curiosa, il piccolo escamotage che consente di arroccare in difesa il re – una sola volta a partita e solo se re e torre non si sono mossi in precedenza: il lato umano del gioco, la piccola viltà che altrimenti i pezzi degli scacchi non mettono in pratica. Ah, quanto è bello l’arrocco…

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FOTOGRAFIA © ALAN LIGHT

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LA FRASE DEL GIORNO
I pezzi degli scacchi sono l'alfabeto che plasma i pensieri; e questi pensieri esprimono la bellezza astrattamente.
MARCEL DUCHAMP

venerdì 30 marzo 2012

I mattini d’allora

 

DIEGO VALERI

I MATTINI D’ALLORA

I mattini d'allora... Portavano negli occhi
una profonda luce immacolata,
un fresco fiore di desiderio in bocca,
nelle mani una piccola gioia inaspettata.

I mattini d'allora... Ci chiamavano per nome,
ch'era tempo di ridere, di cantare, d'amare.
L’amico correva all'amico, a rinnovare
il patto di fraterna comunione.

I mattini d'allora... Ci venivano incontro
per le pallide vie della piccola città
col passo molle e baldo delle giovani donne
calde di sconosciute voluttà.

I mattini d'allora... Ci traevano incantati
a veder le robinie piegate dalla rugiada,
i giaggioli d'oro su le prode dei fossati,
le mille meraviglie della strada.

I mattini d'allora... d'allora! Il nostro cuore
era semplice e buono e senza ferita.
Un'amata ci dava tutto il suo amore:
la vita.

(da Poesie vecchie e nuove, Mondadori, 1930)

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Un meraviglioso inno alla freschezza della gioventù questo di Diego Valeri (1887-1976), un ripensare nostalgico – in senso positivo, altrimenti sarebbe malinconico – al tempo oramai perduto, alle dolcezze che si provavano allora: l’indolente gioia di rimanere fermi nel sole con un fiore in bocca, le corse, i giochi, le compagnie, i primi turbamenti amorosi, la meraviglia davanti al mondo, alla vita stessa. “Un dolce sentiero ghiaioso, caro al piede di chi transita, che ricorderà poi sempre quell’incanto e quel suono, nella solitudine e nell’ora”, come scrisse Carlo Betocchi dei versi dell’amico Valeri.

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ALBERT W. EDELFELT, “BOYS PLAYING AT THE BEACH”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tempo che passa, tempo che ritorna / con la diurna luna solitaria. / Tutto sì lieve e pallido in quest’aria / d’altra età – ch’è passata e che ritorna.
DIEGO VALERI, Poesie

giovedì 29 marzo 2012

Ode al minuto

 

MARINA CVETAEVA

MINUTO

Minuto: passante. Passato.
Congedo amanti e passioni…
Quanto domani mi verrà rubato
lo getto via con le mie mani!

Minuto: pretendi. Presente. Misura
che froda sul peso… Ma, attento:
non cominciò mai nel tempo
ciò che è finito… E tu menti,

minaccia, rincuora i malati
di morbo decimale, gli eterni
minorenni… Miseria! Minuzia! Chi sei
per spicciolare il mare? Crinale

dell’anima viva? – Secca! Sabbia!–
Il Re di tutte le ricchezze
non ebbe più glorioso regno
della scritta «Passerà anche questo»

sull’anello. Lungo vie a ritroso
chi non ha provato l’avara vanità
delle tue Arabie di quadranti,
lo strazio di pendoli e lancette?

Minuto: finzione! Finito! Fantasma
di futuro. Falsità che trita –
in polvere, poltiglia di rifiuti.
Elemosina alla vita! Smanio

di lasciare il mondo che spacca
i secondi, il rintocco che strappa
le anime. Dove scandisce il mio eterno
l’eterno mancarsi dei minuti

(da Dopo la Russia, 1928 – Traduzione di Serena Vitale)

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Il protagonista di questo post è proprio lui, il minuto: i sessanta secondi che formano il sessantesimo di un’ora. Minuti che sembrano lunghissimi, altri che volano via. E minuto a minuto la nostra vita avanza inesorabilmente. È probabilmente l’unità di misura del tempo che prendiamo a riferimento. E infatti, come scrisse Gesualdo Bufalino, “Capita a volte di sentirsi per un minuto felici. Non fatevi prendere dal panico: è questione di un attimo e passa”. La stessa sensazione che pervade questi versi di Marina Cvetaeva (1892-1941), poetessa russa tra i massimi esponenti del movimento simbolista, osteggiata dal regime staliniano e costretta all’esilio a Parigi, Berlino e Praga per le sue simpatie antibolsceviche, fino al suicidio che pose fine a una vita di fame e di lutti. Una serie di minuti, “elemosina alla vita”, da buttare o da ricordare, da usare per salutare l’amore o per congedarlo, in una minuscola frazione di tempo. Per finire, una nota tecnica: Marina Cvetaeva scrisse che “Il mio libro deve essere eseguito come una sonata. I segni sono le note. Sta al lettore realizzare o deformare”. Pur in traduzione – molto ben fatta – si può capire perché.

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IMMAGINE © LERO KID

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LA FRASE DEL GIORNO
Ti consiglio di prenderti cura dei minuti, perché le ore si occuperanno da sole.

PHILIP STANHOPE, Lettere al figlio

mercoledì 28 marzo 2012

Assassino di emozioni

 

JON JUARISTI

TONTON MACOUTE

Dici che ho ammazzato la parte migliore di me
e che per questo sogno crimini, e colpisci nel segno.
             
Dentro di me è appostato un assassino,
tonton macoute
in occhiali scuri,
avvezzo a sparare contro le emozioni
troppo ingombranti.
             
Non domandarmi, amica, di trattarlo
con l'ingratitudine di un Baby Doc.
             
Mi è stato sempre fedele.
Più delle altre.

(da Suma de varia intención, 1987)

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Per comprendere questa poesia del basco Jon Juaristi (Bilbao, 1958) occorre conoscere il sanguinoso fatto storico cui fa riferimento. I Tonton Macoutes erano la terribile polizia segreta haitiana, fondata nel 1959, agli ordini del dittatore “Papa Doc” Duvalier, ed ereditati poi con il potere dal figlio “Baby Doc”: rimasero attivi fino a che una rivolta costrinse all’esilio il giovane Duvalier, nel 1986. Presero nome da un “uomo nero” della tradizione isolana, che rapiva nottetempo i bambini e li infilava in un sacco di juta senza più farli ritrovare: lo stesso metodo dei sanguinari miliziani che facevano sparire gli oppositori… E Jon Juaristi usa questa terribile metafora per significare la crudeltà dell’assassino di emozioni che si trova dentro.

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UN TONTON MACOUTE CON UN MACHETE © LATIN AMERICAN STUDIES

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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo stolto, che sembri controllare il proprio corpo, ma nutra pensieri malvagi nella mente, fa uno sforzo vano. Può essere pericoloso reprimere il corpo, se si consente nello stesso tempo alla mente di andarsene fuori strada. Dove la mente vaga, presto o tardi il corpo la seguirà…
MOHANDAS KARAMCHAND GANDHI, Il mio credo, il mio pensiero

martedì 27 marzo 2012

La speranza del lettore futuro

 

VICENTE GALLEGO

IN DUBIO PRO REO

Questa sera rileggo le mie parole
per rifinire il loro tono e offrirle
a un oscuro editore. E rivedendo
le loro sillabe esatte e traditrici
mi tentano lo sconforto e l’accidia.
Dove nascondono la vita che serbavo
nel loro solaio di ombre, dove celano
la passione che mi obbligò a tracciarle?
Non trovo risposta, e nel loro specchio
scopro soltanto il volto di uno sconosciuto.
Non c’è luce nelle mie parole, ai miei occhi
mancano di bellezza. Perché allora
persistere nella loro illusione, e perché
offrirle ora agli altri?
Forse nella speranza
del lettore futuro che immaginò Cernuda?
È bello il suo sogno, e la poesia
è molto bella, ma io mi domando,
disilluso, se può la mia lettura,
con il suo fervore odierno,
dare a quell’uomo la felicità
che scrisse di non provare; se meriterò
questo incerto lettore; e in che strana maniera
i versi e la vita che sentiamo frustrati
sapranno compiersi un giorno negli occhi di un altro.

(da Los ojos del extraño, 1990)

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Cominciamo dal titolo: è un detto latino noto a chi ha studiato legge e significa che in caso di dubbio si deve decidere in favore dell’imputato. La base della certezza del diritto già presente nel Digesto di Giustiniano del 533: meglio un colpevole assolto che un innocente condannato. E Vicente Gallego, poeta spagnolo (Valencia, 1963), se ne serve per assolvere se stesso e i suoi versi in un esame di coscienza notturno sull’utilità della sua poesia. Come in un processo penale porta a testimoniare un esperto, uno dei massimi poeti spagnoli del Novecento, Luis Cernuda (1902–1963): la speranza gli arriva dai versi di A un poeta futuro, lirica che si conclude così: “Ascoltami e capisci. / Nel suo limbo la mia anima forse ricorderà qualcosa / E allora in me stesso i miei sogni e i desideri / Avranno ragione alla fine, e avrò vissuto”.

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MILTON AVERY, “ADOLESCENCE”, 1947

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia, nel passato, era al centro della nostra società, ma con la modernità si è ritirata ai suoi margini. Io penso che l'esilio della poesia sia anche l'esilio del meglio del genere umano.
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

lunedì 26 marzo 2012

Sei bella – dico alla vita

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

ALLEGRO MA NON TROPPO

Sei bella – dico alla vita –
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.

Cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.

Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.

Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto –
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!

Non trovo nulla – le dico –
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.

Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro – e cosa più –
magia, stregoneria.

Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.

Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?

(da Ogni caso, 1972 - Traduzione di Pietro Marchesani)

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Un inno alla vita questo della poetessa polacca Wisława Szymborska (1923-2012), Premio Nobel 1996: un’esaltazione filosofica della natura e delle sue stagioni, ancora più apprezzabile adesso che è primavera e il rigoglio più evidente. “Accettazione stupita e affettuosa della vita” dice Pietro Marchesani, curatore e traduttore delle poesie della Szymborska. Un “Allegro” allora, a indicare il tempo come nella musica, veloce e scanzonato secondo il suo classico stile? Piuttosto, un “Allegro ma non troppo”, appena delimitato da qualcosa, come la malinconia può arrecare una nota più triste nello splendore di un tramonto: “E lo scarabeo prende il sentiero in abito scuro di testimone / dell’evento d’una lunga attesa d’una vita breve”.

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FOTOGRAFIA © GERRIT

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LA FRASE DEL GIORNO
Vivendo, nei momenti più impensati si trovano le risposte più impensate. Scoprirle è così interessante che varrebbe la pena di vivere solo per questo
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BANANA YOSHIMOTO, Chie-Chan e io

domenica 25 marzo 2012

Una triste piccola speranza

 

JOSEFA PARRA

STANZA D’ALBERGO, 1931

(Edward Hopper)

Se c'era ancora una promessa
tra me e te, un’offerta
prolungata, una luce laggiù
da poter seguire;
se restava la speranza
- sebbene fosse una triste
piccola speranza -;
se anche le tue labbra
mai hanno pronunciato
la parola mortale che io desideravo,
o qualcosa che le assomigliasse,
penso che ancora avrei trovato
una ragione per aspettarti.
E chissà se il commercio di carne
non fu, in qualche modo, una promessa?

(da Alcoba del agua, Quórum, 2002)

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Quando trovo poesie che prendono ispirazione da un dipinto, resto affascinato: il connubio tra poesia e arte mi consente di valutare come un’altra persona interpreta i sentimenti e le sensazioni espresse dalla tela. Per esempio, ho proposto Il ritratto di Giovanna Tornabuoni visto da Antonio Gómez Hueso, La ragazza del latte di Vermeer letta da Wislawa Szymborska, il Paesaggio con la caduta di Icaro interpretato da W.H. Auden. Le ho raccolte in un blog apposito, che ho battezzato Museo Poetico, una pinacoteca che esplora il legame arte-poesia. Ora è il turno di un celebre dipinto del pittore statunitense Edward Hopper, Hotel Room, del 1931, esposto al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. A dargli voce e forma di poesia è la filologa spagnola Josefa Parra (Jerez de la Frontera, 1965): la dolorosa tristezza di un’attesa vana e senza speranze, come spesso appare nelle opere di Edward Hopper.

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EDWARD HOPPER, “HOTEL ROOM, 1931

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LA FRASE DEL GIORNO
La grande arte è l'espressione esteriore della vita interiore dell'artista, e questa vita interiore si tradurrà nella sua visione personale del mondo. La vita interiore di un essere umano è un mondo vasto e variegato
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EDWARD HOPPER

sabato 24 marzo 2012

Poiché tutto passa

 

GUILLAUME APOLLINAIRE

CORNI DA CACCIA

Nobile è la nostra storia e tragica
Come la maschera di un tiranno
Nessun dramma fortunoso o magico
Nessun particolare indifferente
rende il nostro amore patetico

E Thomas de Quincey nel bere
L'oppio veleno dolce e casto
La povera Anna andava sognando
Passiamo passiamo poiché tutto passa
Indietro io mi volterò sovente

I ricordi sono corni da caccia
Il cui clamore smuore nel vento

(da Alcools, 1913 – Traduzione di Vittorio Sereni)

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“I ricordi sono corni da caccia / Il cui clamore smuore nel vento”: questa poesia di Guillaume Apollinaire (1880-1918), genio francese strappato alla letteratura dalla febbre spagnola, ha una chiusa che rimane impressa, come un aforisma, come un pensiero che assilla con la sua eco e sembra di sentirlo quel suono prolungato e cupo dei corni che si perde lontano nella campagna. Intanto il tempo passa, passa inesorabile – come la Senna che Apollinaire andava a vedere scorrere sotto il Pont Mirabeau, considerando che “non tornano amori né passato”. E l’amore per Marie Laurencin è anch’esso immerso in quel flusso, come un sogno, come l’allucinazione di un oppiomane: “Tu mio dolore e attesa mia vana / Odo il suono morente di un flauto lontano”.

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TERRY LINDSAY, “SAM THE BUGLER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ti travesti a modo tuo / Memoria spia del cuore / Più non ritrovi il fine / Inganno e il cuore soltanto è vincitore.
GUILLAUME APOLLINAIRE, Calligrammi

venerdì 23 marzo 2012

Primavera: otto haiku di Issa


È tornata la primavera: astronomicamente tre giorni fa alle 6.14, meteorologicamente invece già da un po’, e ce ne siamo accorti dalle fioriture, dal tepore dell’aria. Un fenomeno che ha sempre ammaliato i poeti, e particolarmente gli attenti autori di haiku giapponesi, stregati dal sakura, il fiorire dei ciliegi. Ho scelto qualche haiku di Kobayashi Issa (1763-1828), uno dei quattro maestri riconosciuti – gli altri tre sono Matsua Basho, Yosha Buson e Masaoka Shiki: la caratteristica dei versi di Issa è un’ironia di fondo, spesso mutata in satira, ma sostenuta da una semplicità pacata, da un amore universale per gli altri esseri che deriva da un’empatia tipicamente buddhista.
 
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Mi recherà qui un pesce
il fluire del ruscello?
Brume di primavera

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Pioggerella primaverile -
lecca, un topolino,
il fiume Sumida

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Più numerose le primavere
più i lunghi giorni
recano lacrime e lamenti -

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*

Ad ogni cancello
la primavera comincia
dal fango sui sandali

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In questo mondo
contempliamo i fiori;
sotto, l’inferno

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Ciliegi in fiore sul far della sera
anche quest'oggi
è diventato ieri

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La mia primavera:
suprema felicità
coi fiori di pruno

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All’ombra dei fiori
nessuno
è straniero

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Per quanto ognuno veda l'autunno come una stagione già vissuta, la primavera è sempre, per tutti, una rinascita.
THEODORE FRANCIS POWYS

giovedì 22 marzo 2012

Tonino Guerra

 

“L’ottimismo è il profumo della vita”: molti ricorderanno Tonino Guerra per questo slogan pubblicitario per Unieuro, ed è un peccato, perché se gli ha dato fama, certamente non ha messo in luce le sue doti di poeta dialettale e di grande sceneggiatore soprattutto per Antonioni e Fellini – sue sono le sceneggiature di Deserto rosso, Blow Up, Zabriskie Point, Matrimonio all’italiana, Amarcord, Ginger e Fred. Tonino Guerra è morto ieri nella sua Santancargelo quattro giorni dopo la grande festa cittadina per i suoi 92 anni.

“Sono nato a Santarcangelo di Romagna nel 1920. Un'infanzia con le strade di terra battuta e le siepi con piccoli uccelli. Ho studiato al mio paese, a Forlimpopoli e a Urbino dove c'erano dei professori eccezionali. Mia madre era analfabeta. Le ho insegnato a scrivere. Ho letto il suo testamento nella casupola sulla sponda del fiume Uso, dove eravamo sfollati al tempo del fronte. Così era scritto sul foglio nascosto nell'astuccio di cartone dei suoi occhiali da vista: «Lasio tutti i miei beni a mio marito da fare tutto quello che vole»”: così scrive di sé nella sua autobiografia. Da aggiungere il periodo trascorso nel lager tedesco di Traisdorf durante il secondo conflitto mondiale: è lì che sbocciò il Tonino Guerra poeta. E sin da subito seppe che doveva esprimersi nel suo dialetto, perché quella era la voce dell’anima, la voce della poesia.

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20120321_tonino-guerra

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da I BU, Rizzoli, 1972

I BU

Andè a di acsè mi bu ch' i vaga véa,
che quèl chi à fat i à fat,
che adèss u s'èra préima se tratòur.

E' pianz e' cór ma tótt, ènca mu mè,
avdài ch'i à lavurè dal mièri d'an
e adès i à d'andè véa a tèsta basa
dri ma la córda lònga de mazèl.


I buoi

Andate a dire ai buoi che vadano via
che il loro lavoro non ci serve più
che oggi si fa prima ad arare col trattore.

E poi commoviamoci pure a pensare
alla fatica che hanno fatto per migliaia d'anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa
dietro la corda lunga del macello.

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I SACRIFÉIZI

Se mè ò studié
l'è stè par la mi ma,
ch'la fa una cròusa invéci de su nóm.

S'a cnòss tótt al zità
ch'u i è in chèva e' mònd,
l'è stè par la mi ma, ch'la n'à viazè.

E ir a l'ò purtèda t'un cafè
a fè du pas, ch'la n' vàid bèla piò lómm.
- Mitéiv disdài. Csa vléiv! Vléiv un bignè?

 

I sacrifici

Se ho potuto studiare
lo devo a mia madre
che firma con una croce.

Se conosco tutte le città
che stanno in capo al mondo
è stato per mia madre, che non ha mai viaggiato.

Ieri l'ho portata in un caffè
a far due passi
perché quasi non ci vede più niente
- Sedetevi, qua. Cosa volete? Un bignè?

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da IL POLVERONE, Bompiani, 1978

LA FARFÀLA

Cuntént própri cuntént
a sò stè una masa ad vólti tla vóita
mó piò di tótt quant ch'i m'a liberè
in Germania
ch'a m sò mèss a guardè una farfàla
sénza la vòia ad magnèla.


La farfalla

Contento proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando mi hanno liberato
in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni volta che qualcuno mette occhi nei segreti dell'universo e diminuisce il mistero che ci circonda, fa delle crepe nella traballante costruzione per sorreggere le mie incertezze assetate di oscurità. Più dubbi ci sono e maggiori sono le possibilità di rifugio per le menti impaurite. Non butto gli occhi nei vicoli della certezza.
TONINO GUERRA, Piove sul diluvio

mercoledì 21 marzo 2012

Giornata Mondiale della Poesia 2012

 

21 marzo, primo giorno di primavera, è la data scelta dall’UNESCO per celebrare la Giornata mondiale della poesia: “La poesia contribuisce alla diversità creativa, mettendo ancora in discussione il nostro uso delle parole e delle cose, il nostro modo di percepire e comprendere il mondo. Attraverso le sue associazioni, le sue metafore e la sua grammatica, il linguaggio poetico è dunque plausibilmente un altro aspetto del dialogo tra le culture. Diversità nel dialogo, libera circolazione delle idee con la parola, la creatività e l’innovazione. La Giornata Mondiale della poesia è un invito a riflettere sul potere del linguaggio e sul pieno sviluppo delle capacità creative di ogni persona”. Come celebrare degnamente allora? Con poesie che parlano di poesia…

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DAVID MARIA TUROLDO

BALLATA DELLA DISPERAZIONE

Poesia tu non morirai
per queste matematiche
ora nostro unico cibo e bevanda.
tu sarai come il fuoco
in seno alla terra
e la voce del mare.
Tua casa è ove nessuno può vivere
dentro la folgore,
e in quell’attimo vedi
ciò che nessuno riesce a vedere
senza che le pupille diventino cenere.
tu sai quanto nessuno può dire,
la gioia e la tristezza
che non hanno ragioni.

(da Gridi e preghiere, Marietti, 2004)

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MARIO LUZI

VOLA ALTA, PAROLA, CRESCI IN PROFONDITÀ

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi - sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza...

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

(da Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, 1985)

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VIVIAN LAMARQUE

POESIA ILLEGITTIMA

Quella sera che ho fatto l'amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po' mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.

(da Poesie, 1970-2002, Mondadori, 2002)

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SYLVIA PLATH

POESIE, PATATE

La parola, definendo, imbavaglia; il verso tracciato
ne estromette altri più nebulosi e prospera, assassino,
in strutture dove i versi immaginati
sono solo presenze spettrali. Solidi come patate,
come pietre, senza coscienza, parola e verso durano,
se gli dai spazio. Non è questione di rozzezza (benché
il ripensamento spesso vorrebbe un cambiamento
in delicatezza, in eleganza), quanto il fatto
che mi truffano sempre del dovuto; di più
o diversi, continuano a lasciare insoddisfatti.
Non celebrata in versi, non dipinta, la patata
accumula i suoi bruni bitorzoli su una pagina
infinitamente superiore; e così pure la bruta pietra.

(da Opere, Mondadori, 2002)

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LA FRASE DEL GIORNO
La prosa è lo scudiero della condotta, la poesia, il cavaliere che infilza il drago fiammeggiante con la lancia della penna, è quasi disarcionato come un picador ma si drizza in sella.
DEREK WALCOTT, Prima luce

martedì 20 marzo 2012

Anima rosso vivo

 

JENS AUGUST SHADE

LA FRAGOLA

La misteriosa sensazione segreta
di sentire una fragola in bocca
non la si può comprare con il denaro.
Non se ne conosce il motivo
però una fragola può far sì che l’anima
diventi di un rosso vivo, fino in fondo.

Questa fragola, me l’hanno data stamattina,
mi fa tanto felice
che ho udito lo spazio celeste dire

la cosa più deliziosa che abbia mai gustato.

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La gioia delle piccole cose, mi è venuto di racchiudere così in una sola frase questa poesia del danese Jens August Shade (1903-1978): la felicità insita nelle minime sorprese della nostra vita quotidiana, come può esserlo il sapore di una fragola, il suo aroma intenso che acuisce i sensi ed è capace di generare quasi un sommovimento, un’appassionata estasi dell’anima… Lo stesso tema che ritroviamo in una delle più citate poesie di Trilussa: “C'è un'Ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va… / Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa”.

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ELIZABETH FLOYD, “STRAWBERRY”

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LA FRASE DEL GIORNO
A differenza che nelle grandi difficoltà della vita, nelle piccole cose, nei momenti che passano in un lampo, risplende quella luce misteriosa che si vede quando si realizza un sogno.
BANANA YOSHIMOTO, Il coperchio del mare

lunedì 19 marzo 2012

Un punto vivo all’orizzonte

 

LEONARDO SINISGALLI

A MIO PADRE

L'uomo che torna solo
A tarda sera dalla vigna
Scuote le rape nella vasca
Sbuca dal viottolo con la paglia
Macchiata di verderame.
L'uomo che porta così fresco
Terriccio sulle scarpe, odore
Di fresca sera nei vestiti
Si ferma a una fonte, parla
Con un ortolano che sradica i finocchi.
È un uomo, un piccolo uomo
Ch'io guardo di lontano.
È un punto vivo all'orizzonte.
Forse la sua pupilla
Si accende questa sera
Accanto alla peschiera
Dove si asciuga la fronte.

(da Vidi le Muse, Mondadori, 1943)

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Un punto vivo all’orizzonte. Eccolo lì il padre di Leonardo Sinisgalli (1908-1981), protagonista di una poesia in cui il figlio lo guarda da lontano con la tenerezza di chi vede la sua vita invecchiata, di chi comincia a sentire di assomigliargli sempre più - è una cosa che noi figli, passata la ribellione giovanile, finiamo sempre con il notare. E a mio padre dedico la poesia che ho scelto oggi, 19 marzo, San Giuseppe, giornata tradizionalmente dedicata alla festa del papà… Anche “la sua pupilla si accende questa sera”, non accanto alla peschiera, ma in un normale lunedì tra le carte dello studio e la televisione. Auguri, papà: ti voglio bene!

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GIOVANNI SEGANTINI, “IL LAVORATORE DELLA TERRA” © FONDAZIONE CARIPLO

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LA FRASE DEL GIORNO
La luce dei padri vale sette volte la luce.
PROVERBIO GIAPPONESE

domenica 18 marzo 2012

Braccianti del mare

 

ELIO PAGLIARANI

A TRATTA SI TIRANO

A tratta si tirano le reti a riva è il lavoro dei braccianti del mare
la squadra sono rimasti i vecchi vecchi che hanno sempre fatto
quel lavoro perché una volta non ce n’era molto di lavoro
da scegliere e vecchi che gli è rimasto soltanto quello di lavoro che dormono in piedi
che mangiano in piedi tirando la corda
Baiuchela se piove che abbia vicino la sposa
a tenergli l’ombrello intanto che è scalzo nell’acqua di mare
si tendono
i nervetti delle gambe si indietreggia ancheggiando in ritmo corale ci si sposta di fianco
la corda tesa come un elastico il fianco legato al crocco il tempo di ballo la schiuma
tira da sola legati col crocco alla corda si mangia si dorme al lavoro si balla
una danza notturna di schiavi legati alla corda propiziatoria del frutto
dopo la corda
la rete dove il raccolto guizza nel fondo…

...e Togna che dirà che disse mangiala
te Signore lassù che io sono stufo
buttando in aria un piatto di minestra
d’erbe, che dirà se vivrà sotto terra…

…tutte le notti ancora degli uomini
si conciliano il sonno lustrando coltelli che luccicano
dormono coi pugni stretti
si svegliano coi segni sanguigni delle unghie
sulle palme delle mani.
E invece ha senso pensare che s’appassisca il mare.

(da Lezioni di fisica e Fecaloro, Feltrinelli, 1968)

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Il poeta è anche la memoria, qualche volta addirittura la memoria storica, con la sua capacità di analizzare le cose e di fermare la corsa del tempo ritornando agli antichi ricordi come se fossero accaduti soltanto il giorno prima. Elio Pagliarani (1927-2012), il poeta romagnolo scomparso l’8 marzo, fa rivivere con la nostalgia per i giorni della gioventù e per quei personaggi che non ci sono più l’antica pesca alla tratta che si effettuava fino al primo dopoguerra nell’Adriatico, dal Veneto alle Marche: una barca posava la rete, che altrove è detta sciabica, sul fondale, sorretta da sugheri e zavorrata da piombi, in modo da formare un semicerchio; dalla riva due gruppi di persone ne tiravano i capi recuperando un abbondante pescato. Pagliarani, nativo di Viserba, vicino a Rimini esalta la fatica dei pescatori, la loro povera vita, il lavoro duro ed estenuante. E lo fa naturalmente con il suo dire volutamente piano e non lirico, senza guizzi che non siano quelli del dialetto e del dialogo, fino a quel verso finale vibrato come una coltellata.

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PESCA ALLA TRATTA A FANO © PUBBLICO DOMINIO

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LA FRASE DEL GIORNO
Terzo pescatore: “Padrone vorrei sapere come i pesci vivono nel mare”.
Primo pescatore: “Come gli uomini vivono in terra: i più grossi mangiano i piccoli”
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WILLIAM SHAKESPEARE, Pericle, principe di Tiro

sabato 17 marzo 2012

Per lungo giro di anni

 

LEONARDO SINISGALLI

NELLA MIA STANZA COME SOPRA UN ATLANTE

Nella mia stanza come sopra un atlante
ho cercato i tuoi mari e i tuoi monti.
T'ho attratta con un crine,
t'ho estinta con un soffio.
Ho resistito ai tuoi vortici, alle piene
improvvise, ai letargici inganni.
Per lungo giro di anni
tra le rughe e gli specchi,
nella spoglia di un fiore,
sul lobo di un orecchio,
dove esita la sfera,
dove il filo si spezza.

(da La vigna vecchia, 1956)

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“Mi sono seduto per terra / accanto al pagliaio della vigna vecchia. / I fanciulli strappano le noci / dai rami, le schiacciano tra due pietre. / lo mi concio le mani di acido verde, / mi godo l'aria dal fondo degli alberi”: con la raccolta La vigna vecchia, del 1956, Leonardo Sinisgalli (1908-1981) torna al ricordo, torna alla terra e ai suoi oggetti. Recupera, ormai alla soglia dei cinquant’anni, quello che resta della sua infanzia: fa ritorno alla Lucania natia, alle campagne polverose dove trova ormai soltanto solitudine e ridiventa come il fanciullo di Baudelaire, “il bimbo, amante di mappe e di immagini” per il quale “l'universo eguaglia la sua fame immensa. / Com'è grande il mondo al lume delle lampade! / E piccolo, invece, agli occhi del ricordo!”. Viaggiare a ritroso nel tempo, verso le proprie radici è più affascinante di un viaggio verso i paesi lontani, i mari del Sud.

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VINCENT VAN GOGH, “VEDUTA DI ARLES CON IRIS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutto quello che io so non mi giova / a cancellare tutto quello che ho visto
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LEONARDO SINISGALLI, La vigna vecchia

venerdì 16 marzo 2012

Sui ponti di marzo

 

FEDERICO GARCÍA LORCA

SERENATA

(Omaggio a Lope de Vega)

Lungo le sponde del fiume
la notte si sta bagnando
e sui seni di Lolita
i rami muoion d’amore.

I rami muoion d’amore.

Nuda canta la notte
sopra i ponti di marzo.
Lolita lava il suo corpo
con acqua salata e nardi.

I rami muoion d’amore.

La notte d’anice e argento
risplende sopra i tetti.
Argento di rivi e specchi.
Le tue cosce bianche d’anice.

I rami muoion d’amore.

(da Libro de poemas, 1921 – Traduzione di Valerio Nardoni)

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C’è tutta la musicalità creata ad arte da Federico García Lorca (1898-1936) in questi versi che danno l’impressione di un canto popolare gitano: sembra quasi di sentire in sottofondo qualcuno che pizzica le corde di una chitarra a tempo di flamenco. E prorompe tutto il rigoglio di primavera, con le caratteristiche immagini surrealiste del poeta spagnolo: la notte con tutti i suoi nuovi profumi di fiori e di terra, il fiume che scorre come un fluire di vetri rotti nei quali si rispecchiano i raggi della luna. E l’amore, l’amore di Lolita, che sorge con violenza nella serenata al chiaro di luna, come la sua bellezza.

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ANDRÉ DERAIN, “CHARING CROSS BRIDGE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il giorno mi rigira. / E la notte mi copia / in tutte le sue stelle
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FEDERICO GARCÍA LORCA, Libro de poemas

giovedì 15 marzo 2012

Riempire un otre

 

ÁNGEL GONZÁLEZ

POETICA CHE PROVO TALVOLTA AD APPLICARE

Scrivere una poesia: riempire d’acqua un otre.
Delicatamente, i segni
si deformano, si allargano,
esprimono ciò che vogliono
la brezza, il sole, le nuvole,
si distendono, si tendono, finché
l’uomo che li guarda –
– calato il vento,
alta la luce –
o vede il suo volto
o – trasparenza pura, profondo
fallimento – non vede nulla.

(da Muestra de… algunos procedimientos narrativos y de las actitudes sentimentales que habitualmente comportan, 1976)

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L’operazione di scrivere una poesia fortunatamente è diversa per ogni poeta, diverse sono le motivazioni, diversi sono gli stili. Ma nessun poeta può fare a meno dei segni, delle parole. E, versandoli come acqua dentro un sacco vuoto, riempie verso dopo verso la sua poesia. Di questa analogia antica, che sa di tempi in cui i pastori si portavano appresso così le loro riserve d’acqua, si serve lo spagnolo Ángel González (1925-2008). Se l’operazione riesce, allora il poeta arriverà a conoscere qualcosa di se stesso e della realtà che lo circonda, facendone suo un piccolo brandello.

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GIUSEPPE MIGNECO, “DONNA CON OTRE ALLA FONTE”

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LA FRASE DEL GIORNO
I poeti prudenti, come le vergini – quando ce n’erano – non dovrebbero mai staccare gli occhi dal cielo.

ÁNGEL GONZÁLEZ, Muestra de… algunos procedimientos narrativos

mercoledì 14 marzo 2012

Non avrò vissuto invano

 

EMILY DICKINSON

SE POTRÒ IMPEDIRE CHE UN CUORE SI SPEZZI

Se potrò impedire che un cuore si spezzi
non avrò vissuto invano;
Se potrò alleviare il dolore di una vita
o almeno mitigarlo,
o aiutare un pettirosso caduto
a risalire nel nido
non avrò vissuto invano.

(da Poesie, 1890)

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Nessuna vita è vana, nessuna vita è così vuota da non essere interessante per qualcuno. Noi forse non ce ne rendiamo conto, ma c’è chi si preoccupa per noi, c’è chi ha a cuore come stiamo e che cosa facciamo. Anche gli ultimi degli ultimi… Faccio un esempio: l’altra mattina in Corso Garibaldi a Milano ho assistito a questa scenetta: un africano venditore di collanine, tutto vestito con i colori della bandiera reggae, si è fermato davanti a un barbone malmesso, che evidentemente incontra ogni mattina durante il suo “giro”, e gli ha chiesto con una insospettata sollecitudine “Tutto bene, Ciccio?” - il barbone ha fatto un cenno che poteva significare qualsiasi cosa, il ragazzo delle collanine si è fermato a vedere se fosse tutto a posto, è rimasto a parlare un po’ con lui. Incontrare l’Altro è sempre più difficile in questi tempi urlati. Può essere anche la felicità di avere aiutato un pettirosso in difficoltà, come scrive la poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886) o di avere consolato un cuore addolorato.

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DIPINTO DI CARL THOMPSON

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LA FRASE DEL GIORNO
Quello che conta è aver fatto vibrare qualcuno.
HENRY JAMES

martedì 13 marzo 2012

Ventre di balena

 

SANTIAGO MUTIS DURÁN

IL VENTRE DELLA BALENA

Da bambino immaginai
la città che aveva inghiottito una balena
Di notte sono sceso a correre tra le sue costole
fatte di colonne, strade strette
coperte da archi di pietra
Il riflesso del sangue del più grande animale
tingeva le pareti e la luce; piccole camere
per esseri solitari che condividevano qualche segreto
Vita senza giorni né notti, con gatti uccelli piante
Non c'erano finestre non c'era mondo esterno
Tutto era intimo vivo conosciuto
come dopo ho appreso che erano
le celle dei monasteri

(da Afuera pasa el siglo, 1999 – Traduzione di Camila Hofman)

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Una poesia che ricorda scenari immaginari alla Buzzati o dipinti di Magritte, di Escher, o di autori del realismo magico. Lo scrittore Santiago Mutis Durán (Bogotá, 1951), figlio del celebre Alvaro Mutis ci guida per mano attraverso questo sogno e ricordo d’infanzia dove le cose non sembrano quello che sono – gli occhi dei bambini sanno cogliere la meraviglia, la fantasia che si manifesta nel mondo. Così, passo dopo passo, penetriamo in questo ventre di balena, tra le costole calcinate dell’immenso animale, ci lasciamo abbagliare dai riflessi rossastri e sanguigni che infine scopriamo essere la luce del tramonto nelle celle di un antico monastero. E prendono forza le parole di un’altra poesia di Mutis Durán: “Esistono dei fatti che richiedono / per riuscire a comprenderli / tutta la nostra pena, tutta la nostra sofferenza / altri richiedono la nostra gioia. // Davanti a cose come queste io so soltanto scrivere”. Ecco l’essenza dei suoi versi.

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FOTOGRAFIA © TOMÁS CASTELAZO

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LA FRASE DEL GIORNO
La missione dell’uomo è stupirsi.
SANTIAGO MUTIS DURÁN, Afuera pasa el siglo

lunedì 12 marzo 2012

Il bambino e gli aeroplani

 

ALEXIS DIAZ PIMIENTA

DAGLI OCCHI DI UN BAMBINO

Dagli occhi di un bambino decollano gli aeroplani.
Se chiudesse gli occhi cadrebbero.
Solo la sua meraviglia li mantiene sospesi,
la sua piccola mano li fa alzare,
il suo cuore li muove e li allontana.
Senza un bambino appiccicato ai vetri,
alle alte ringhiere di una terrazza adulta,
gli aeroporti morirebbero di orrore.
Un bambino non potrà mai pronunciare
la parola “aeronautica”.
ma da lui dipenderà l'imitazione dell'uccello.
Un bambino non saprà calcolare le distanze
ma lui è la garanzia del ritorno.
Ogni aeroporto deve avere un bambino
appiccicato ai vetri,
vicino agli altoparlanti, dovunque si annidi
la paura.
Grazie a lui causerà meno lacrime il rientro di tutti,
soffrirà meno baci l'addio delle madri
e le hostess potranno evitare avvisi insulsi.
Un aeroplano nell'aria
sono molti i bambini che guardano l'orizzonte.

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Leggendo questi versi ho subito pensato a Intervista a un bambino di Wisława Szymborska: “Il Maestro respinge con disgusto l’assurdo pensiero / che un tavolo perso di vista debba restare un tavolo, / che una sedia alle sue spalle stia nei confini d’una sedia, / e nemmeno cerca d’approfittare dell’occasione.// Vero, è difficile sorprenderlo diverso, questo mondo”. Nella poesia del cubano Alexis Diaz Pimienta (L’Avana, 1966) ritrovo quella meraviglia, quello stupore davanti al mondo che hanno i bambini e che è tipico dell’infanzia: ricordo i miei viaggi di esplorazione nel giardino di casa, che sembrava una giungla oppure un paradiso esotico. Pensare che siano i bambini a tenere in volo gli aeroplani significa ridare vita a quel bambino che è dentro di noi e che la vita con le sue vicissitudini e le sue amarezze confina sempre più spesso negli angoli bui.

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FOTOGRAFIA © PLANET HERO

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LA FRASE DEL GIORNO
Dove ci sono bambini c’è l’età dell’oro.
NOVALIS, Frammenti

domenica 11 marzo 2012

Le parole d’un poeta

 

KO UN

L’ANIMO DI UN POETA

Un poeta nasce negli spazi tra crimini,
furti, uccisioni, frodi, violenze,
nelle zone più oscure di questo mondo.
 
Le parole d'un poeta s'insinuano tra le
espressioni più volgari e basse,
nei quartieri più poveri della città,
e per qualche tempo dominano la società.
 
L'animo d'un poeta rivela il solitario grido di verità
che emana dagli spazi fra mali e bugie del suo tempo,
è un animo picchiato a morte da tutti gli altri.
 
L'animo d'un poeta è condannato, non v'è dubbio.

(da L’isola del canto, Lietocolle, 2009 – Traduzione di Vincenza D’Urso)

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C’è posto per la poesia, ha ancora senso la poesia in un mondo di distruzione e di morte? Sono le parole che risuonarono nella celebre Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo durante la Seconda Guerra Mondiale: “E come potevano noi cantare / Con il piede straniero sopra il cuore (…) / Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento”. Così accadde al poeta Ko Un (Kunsan, 1933), che aveva vent’anni ai tempi della Guerra di Corea, che tra il giugno del 1950 e il luglio del 1953 causò tre milioni di morti e la divisione in due del paese. Questi versi sembrano negare qualsiasi fede nella poesia, ma sono solo un momentaneo annichilimento dell’animo, sono espressione stessa di poesia, come la domanda retorica posta da Quasimodo. Del resto, il Nobel siciliano, commentando proprio Alle fronde dei salici,  scrisse che “Il canto è la rivelazione più profonda del sentimento dell’uomo”.

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SOLDATI AMERICANI A SEUL, SETTEMBRE 1950 © US NAVY

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LA FRASE DEL GIORNO
In guerra, la prima vittima è la verità.
GUSTAV HASFORD, Nato per uccidere

sabato 10 marzo 2012

Elio Pagliarani

 

Due giorni fa si è spento in una clinica di Roma il poeta Elio Pagliarani, uno dei grandi artefici dello sperimentalismo italiano, fondatore della neoavanguardia e del Gruppo ‘63. Nato a Viserba nel 1927, insegnò alle scuole professionali prima di diventare giornalista all’Avanti e collaboratore delle riviste letterarie.

Sperimentale dunque, ovvero rivoluzionario. E la rivoluzione per Pagliarani fu il linguaggio, che iniziò a prescindere dal lirismo con inserti colloquiali e addirittura tecnici e costruisce il cosiddetto “parlare in versi” con un tono recitativo dove la poesia riesce comunque ad emergere, liberandosi da ogni condizionamento artificioso e letterario. Un altro punto rivoluzionario fu l’oggettivazione dei versi, la loro spersonalizzazione, l’indipendenza dalla “tirannia dell’io”.

Il capolavoro di Pagliarani, del quale questo blog ha già proposto Se domani ti arrivano dei fiori e Che ci portiamo addosso il nostro peso da Inventario privato, è il lungo “romanzo in versi” La ragazza Carla, un poemetto che segue la vita di una ragazza di periferia di 17 anni nella Milano uscita dalla guerra alle prese con il rilancio economico e con l’altro lato della medaglia, l’alienazione e la burocrazia aziendale; e in epigrafe Pagliarani non a caso mette questa chiosa a spiegare il senso dell’opera: “Un amico psichiatra mi riferisce di una giovane impiegata tanto poco allenata alle domeniche cittadine che, spesso, il sabato, si prende un sonnifero, opportunamente dosato, che la faccia dormire fino al lunedì. Ha un senso dedicare a quella ragazza questa «Ragazza Carla»?”. Sullo sfondo compare come un bassorilievo la vicenda amorosa in divenire della ragazza, colta nel delicato passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta: “la moderna educazione sentimentale, cioè come si impara o non si impara a crescere”, come precisò il poeta.

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da LA RAGAZZA CARLA, 1962

 

I, 1

Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c'è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.

           Chi c'è nato vicino a questi posti
           non gli passa neppure per la mente
           come è utile averci un'abitudine
           Le abitudini si fanno con la pelle
           così tutti ce l'hanno se hanno pelle
Ma c'è il momento che l'abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
                                        o fa contatto
                                                       o prende la tangente
allora la burrasca
                             periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
                            Solo pudore non è che la fa andare
                            fuggitiva nei boschi di cemento
                            o il contagio spinoso della mano.

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II, 1

Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all'ombra del Duomo
                Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
                sia svelta, sorrida e impari le lingue
                le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
                capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED
                qui tutto il mondo...
                                                      è certo che sarà orgogliosa.
Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente - amore al lavoro è amore all'ambiente - così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C
Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
                             adesso che lavori ne hai diritto
                                                                   molto di più.
S'è lavata nel bagno e poi nel letto
s'è accarezzata tutta quella sera.
     Non le mancava niente, c'era tutta
     come la sera prima - pure con le mani e la bocca
     si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
     di piangere di compatirsi
                                   ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Tira il collo all'indietro ed ecco tutto.

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III, 7

Nerina ha voglia di ridere, perché ride ogni tanto
adesso, con il figlio, Carla ha la faccia seria mentre provano
allo specchio, mentre Nerina insegna e Carla impara
a mettere il rossetto sulle labbra: ci deve essere in un cassetto
un paio di calze di nylon, finissime
bisogna provarle.
Questo lunedì comincia che si sveglia
presto, che indugia svagata nella piazza
prima di entrare in ufficio, che saluta
a testa alta «Buongiorno» con l'aggiunta
«a tutti», che sorride cercando Aldo con gli occhi
che gli dice «Bella la ragazza e come
attenta ai tuoi discorsi», che incomincia - forse - il lavoro
fresca

    Quanto di morte noi circonda e quanto
    tocca mutarne in vita per esistere
    è diamante sul vetro, svolgimento
    concreto d'uomo in storia che resiste
    solo vivo scarnendosi al suo tempo
    quando ristagna il ritmo e quando investe
    lo stesso corpo umano a mutamento.
    Ma non basta comprendere per dare
    empito al volto e farsene diritto:
    non c'è risoluzione nel conflitto
    storia esistenza fuori dell'amare
    altri, anche se amore importi amare
    lacrime, se precipiti in errore
    o bruci in folle o guasti nel convitto
    la vivanda, o sradichi dal fitto
    pietà di noi e orgoglio con dolore.

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LA FRASE DEL GIORNO
È nostro questo cielo d'acciaio che non finge / Eden e non concede smarrimenti, / è nostro ed è morale il cielo / che non promette scampo dalla terra, / proprio perché sulla terra non c'è / scampo da noi nella vita
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ELIO PAGLIARANI, La ragazza Carla e altre poesie

venerdì 9 marzo 2012

Siamo ciò che ricordiamo

 

XULIO L. VALCÁRCEL

FILM

Siamo ciò che ricordiamo
Ti chiedi che sarà stato di quella ragazza
che seguiva la sua ombra
sotto un sole inclemente
sulle pietre consunte di una piazza deserta
remota scena di un film degli anni cinquanta
Tu non eri neanche nato ma hai avuto modo di conoscere
l’espressione dei suoi occhi
la smorfia delle labbra
Era lei nella sua forma naturale
o l’interpretazione che faceva
obbedendo alle indicazioni
Dove si separavano e dove confluivano
la ragazza reale e il personaggio del film
Hai dimenticato il titolo, la musica, la trama
l’unica scena che ritorna è il pavé
della piazza e la  ragazza solitaria
che prova invano a raggiungere
la propria ombra calpestandola
Poi su un altro piano un volto che ti guarda
che era e non era il suo
Giovane enigmatica in un ambito
enigmatico che è andata perdendosi
nello scorrere degli anni e che ora esiste
non più come era – se davvero era -
ma come tu la ricordi
La ragazza del film e la ragazza reale
erano due e la stessa
ma solo quella del film sopravvive
nella fantasticheria di queste parole
La ragazza vera non esiste più
Sarà in pensione o forse morta
continuando a rincorrere la sua ombra.

(da A melancolía dos corpos)

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Siamo ciò che ricordiamo. Siamo come ci ricordano gli altri. È quello che spesso ho pensato vedendo fotografie di tanti anni fa in cui persone a me note appaiono così diverse da come sono ora. Qualche anno fa lo psichiatra Vittorino Andreoli scrisse in un articolo per il Corriere della Sera che “La memoria delle immagini si deposita in noi ed è quella a cui leghiamo i sentimenti”. È vero, come è vero che ricordo con assoluta precisione la ragazza di cui mi innamorai a 17 anni ed è nella mia memoria ancora ferma a quell’età, benché io presuma che sia poi diventata adulta, sposata, madre, donna in carriera… Ma per il sentimento è ancora la diciassettenne di allora. Questo è il senso della poesia di Xulio Valcárcel, (Lugo, 1952) scrittore galiziano, che arriva a idealizzare la figura di un’attrice della quale neppure ricorda il nome, vista in un vecchio film in bianco e nero degli Anni ‘50: come scriveva Eduardo Galeano: “RICORDARE: Dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore”…

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LORELLA DE LUCA NEL FILM IL BIDONE © PUBBLICO DOMINIO

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LA FRASE DEL GIORNO
I ricordi si interpretano come i sogni.
LEO LONGANESI, La sua signora

giovedì 8 marzo 2012

Grande come la terra

 

ALDA MERINI

A TUTTE LE DONNE

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra.

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“Grande come la terra” dice Alda Merini (1931-2009) della donna. La Grande Madre di tutte le mitologie, il meraviglioso “strumento” che consente alla vita di germogliare – in effetti l’intermediario privilegiato tra l’umano e il divino. Oggi, 8 marzo, giorno dedicato alla donna – e tocca ripetermi ancora una volta: non è che gli altri 364, anzi 365 giorni quest’anno, non lo siano – ho scelto questa poesia per celebrare il femminile, l’Alma Mater che ha l’ineffabile dono di donare e portare la vita dentro di sé. “L'uomo che vede, che respira, che sente parole pronunciate, / ottiene il proprio nutrimento solo attraverso me. / Pur non riconoscendomi, egli dimora in me” dice il Rig Veda Samitha, testo sacro dell’antica religione vedica, redatto tra il 2000 a.C e il 1500 a.C. – ecco, mi piacerebbe che tutti noi maschietti pensassimo a questo invece di perderci in futili discorsi da bar. E, attenzione, non voglio dire che le donne debbano essere solo madri: voglio dire che, potendolo essere, anche se non sono madri, proprio per questo hanno una marcia in più grazie alla quale sanno essere spesso superiori all’uomo.

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DOROTHEA LANGE, “MIGRANT MOTHER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Fornite alle donne occasioni adeguate e le donne potranno fare di tutto.
OSCAR WILDE, Aforismi

mercoledì 7 marzo 2012

Continuo schianto

 

GIUSEPPE UNGARETTI

GIORNO PER GIORNO

1

"Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…"
E il volto già scomparso
ma gli occhi ancora vivi
dal guanciale volgeva alla finestra,
e riempivano passeri la stanza
verso le briciole dal babbo sparse
per distrarre il suo bimbo...

2

Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani...
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo...
Come si può ch’io regga a tanta notte?...

3

Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato...

4

Mai, non saprete mai come m’illumina
l’ombra che mi si pone a lato, timida,
quando non spero più...

5

Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?...
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola...

6

Ogni altra voce è un’eco che si spegne
ora che una mi chiama
dalle vette immortali...

7

In cielo cerco il tuo felice volto,
ed i miei occhi in me null’altro vedano
quando anch’essi vorrà chiudere Iddio...

8

E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!...

9

Inferocita terra, immane mare
mi separa dal luogo della tomba
dove ora si disperde
il martoriato corpo...
Non conta… Ascolto sempre più distinta
quella voce d’anima
che non seppi difendere quaggiù...
M’isola, sempre più festosa e amica
di minuto in minuto,
nel suo segreto semplice...

10

Sono tornato ai colli, ai pini amati
e del ritmo dell’aria il patrio accento
che non riudrò con te,
mi spezza ad ogni soffio...

11

Passa la rondine e con essa estate,
e anch’io, mi dico, passerò...
Ma resti dell’amore che mi strazia
non solo segno un breve appannamento
se dall’inferno arrivo a qualche quiete...

12

Sotto la scure il disilluso ramo
cadendo si lamenta appena, meno
che non la foglia al tocco della brezza...
E fu la furia che abbatté la tenera
forma e la premurosa
carità d’una voce mi consuma...

13

Non più furori reca a me l’estate,
né primavera i suoi presentimenti;
puoi declinare, autunno,
con le tue stolte glorie:
per uno spoglio desiderio, inverno
distende la stagione più clemente!...

14

Già m’è nelle ossa scesa
l’autunnale secchezza,
ma, protratto dalle ombre,
sopravviene infinito
un demente fulgore:
la tortura segreta del crepuscolo
inabissato...

15

Rievocherò senza rimorso sempre
un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
dal comune castigo ancora illesa...”

Mi abbatterà meno di non più udire
i gridi vivi della sua purezza
che di sentire quasi estinto in me
il fremito pauroso della colpa?

16

Agli abbagli che squillano dai vetri
squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,
tornano al lustro labile d’un orcio
gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,
il grattacielo in vampe delle nuvole,
sull’albero, saltelli d’un bimbetto...

Inesauribile fragore di onde
si dà che giunga allora nella stanza
e alla freschezza inquieta d’una linea
azzurra, ogni parete si dilegua...

17

Fa dolce e forse qui vicino passi
dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

(da Il Dolore, 1947)

.

Nel 1939, a San Paolo del Brasile, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) insegna Letteratura italiana all’università. È in quella città che gli muore il figlio Antonietto, il secondogenito avuto da Jeanne Dupoix: un’appendicite mal curata risulterà fatale. Perdere un figlio è innaturale, genera un dolore intenso e continuo cui neppure il poeta riesce a sfuggire: ne esce prostrato e le poesie rifletteranno per più di un decennio questo suo grande dolore. Così commentò lo stesso Ungaretti: “Mi si è fatto osservare che in un modo all’estremo brutale, perdendo un bimbo che aveva nove anni, devo sapere che la morte è la morte. Fu la cosa più tremenda della mia vita. So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte. Il Dolore è il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi”. E diventa appunto, nella raccolta, Il Dolore, con la maiuscola, in contrapposizione con L’Allegria dei primi versi. Giorno per Giorno è il resoconto di quel dolore costante: frammento dopo frammento racconta gli anni che vanno dal 1940 al 1946. E non è un caso che quell’endecasillabo isolato si trovi al centro della poesia, come il suo cuore pulsante: “E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…”

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VINCENT VAN GOGH, “PIETÀ”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non seppe / Ch’è la stessa illusione mondo e mente, / Che nel mistero delle proprie onde / Ogni terrena voce fa naufragio.
GIUSEPPE UNGARETTI, Il Dolore

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