mercoledì 29 febbraio 2012

Centenario di Lino Curci

 

Quella di Lino Curci, di cui domani ricorre il centenario della nascita, è una figura non molto nota nella poesia italiana del Novecento: nato a Napoli il 1° marzo 1912 e morto nel 1975 a Roma, città dove visse e operò, fu giornalista al Giornale d’Italia, alla Tribuna e alla Fiera Letteraria e corrispondente di guerra durante il secondo conflitto mondiale presso l’Armata Navale. La sua poesia si sviluppa dall’analisi del comportamento umano per raggiungere un’espressione contemplativa, una ragione superiore. Un esistenzialista cristiano, si potrebbe definire, capace di centrare il proprio messaggio poetico non sulla ricerca dell’arte ma essenzialmente sull’uomo e sul suo destino: “L’opera è figlia del patimento e nulla / nasce senza dolore. Ogni germoglio / patì il suo inverno, ogni alba la sua notte. / L’albero che rinnova le sue foglie / soffre nella radice. In ogni essenza / è un mistero di lotte, e dolorose / segrete vie portano il frutto. Tale ogni vita matura” come scrisse nel Canto del ritorno.

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da “MI RIFARÒ VIVENTE”, 1951

LA MELAGRANA

Dio così ricco, così vivo, come
una melagrana aperta:
e i chicchi sono gli uomini, compatto
sangue che brilla di color rubino.
Dio terrestre, colore del mattino,
sangue puro, entusiasta, che ribolle
serrato in te nelle tue brevi ampolle,
sangue, color del vino!

1950

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da “UN FUOCO NELLA NOTTE”, 1959

MESSAGGIO

Sono qui, sulla terra, in una calma
sera d'estate e il disco della luna
arde vicino, immenso. Odo i miei passi
sul selciato, la mia dura presenza
che sola incrina di rumore e affanno
il perfetto silenzio, e l'eco breve
che subito si spegne. Odo il mio corpo
e mi repugna. Mai l'anima nuda
fu più pronta a seguirti, invito, a uscire
dalla misura che la stringe. Vedo
la mia sostanza a me fatta straniera,
gli uomini andare nella notte, vasto
brulichio sul pianeta ancora caldo
di spento sole, e questo mio passaggio
nella serena luce della luna,
crudele e antica. Mi fu scelto un mondo
per vivere, fra tanti: e sono qui,
nel chiaro cielo di un'estate, un uomo
che cammina sgomento, creatura
che qualcuno contempla, che ebbe un luogo
per morire e pregare appena: «guarda
colui che passa!» E solo in quest'altura
d'astri, remoto da me stesso, ostile
alla forma dì vita in cui consisto,
mi riconosco di uno stampo eterno.

1951

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UN FUOCO NELLA NOTTE

Un sole pallido
di lontananze diffonde il suo brivido
sull'alberata, e vado lentamente
nel cielo freddo, come su una tavola
azzurra e nuda. Vengo di lontano,
da un astro, forse, incontro ad una terra
nuova per me, non tanto
da non patirne: mi riduole ancora
il cammino percorso nel ricordo
del cuore stanco.

Sento nell'aria perplessa un profumo
di sofferenza conosciuta e nuova.
Questa è la terra, che già fu misura
del mio dolore. Corre silenziosa
negli spazi invernali, dolce, pallida
col suo viso d'inferma. Ha nei suoi fianchi
i vivi e i morti, e ci aggrappiamo a lei
nella sua corsa infinita. Dovrò
ritornare a soffrire
col tremito dell'albero, con l'uomo
sconosciuto che passa.
                       Un solo stampo
per quest'unica vita, astro che dormi.
Rivedo la tua scorza che s'indura
nel rigore del cielo, ti contemplo
come dall'alto nel paesaggio scabro
di monti e valli, simili a rovine
formate dai millenni. In quelle buche
elaboriamo brevemente il miele
della nostra esistenza; e ti richiudi
queta su noi come una culla. Penso
al tuo fianco ferito
che mi porta e mi nutre, a quella piega
quasi di carne che mi copre, al giorno
che morirai lucendo per un attimo,
al puro sogno e alla bellezza intera
d'essere stati un fuoco nella notte.

1956

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita che ti offende più ti illumina.
LINO CURCI

martedì 28 febbraio 2012

Il nero corteo

 

 

EMILY DICKINSON

* 

C'è stata una Morte, nella Casa di Fronte,
Non più tardi di Oggi -
Lo so, dall'aspetto irrigidito
Che hanno tali Case - sempre -


I Vicini entrano ed escono frusciando -
Il Dottore - si allontana -
Una Finestra si apre come Baccello -
All'improvviso - meccanicamente -


Qualcuno getta fuori un Materasso -
I Bambini si affrettano -
Si chiedono se è morto - lassù -
Lo facevo - da Ragazzo -


Il Pastore - entra con sicurezza -
Come se la Casa fosse Sua -
E Suoi tutti i Dolenti - ora -
E i Ragazzini - anche -


E poi la Modista - e l'Uomo
Dall'Orrendo Mestiere -
Per prendere la misura della Casa -


Ci sarà il Nero Corteo -

Di Nappe - e di Carrozze - fra poco -
È facile come un Segnale -
L'Intuizione delle Novità -
In un Paese di Campagna -

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Scusate, amici, ma oggi non ho parole: soltanto uno sconfinato dolore...

Daniele

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lunedì 27 febbraio 2012

Treni di viaggiatori solitari

 

MARINO MUÑOZ LAGOS

DOVE COMINCIANO LE DISTANZE

Vecchia storia dell’infanzia
il sud mi segue
come un vento freddo;
come un pesce moribondo e palpitante
mi raggiunge in strade
polverose e mute.

Il sud dove cominciano le distanze
e i treni scivolano
tra la notte e la rugiada,
lanciando al cielo
il fumo dei passaggi
e facendo del fischio
il più rauco saluto dell’aurora.

Treni di viaggiatori solitari
che si giocano alle carte i loro destini.

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Del poeta cileno Marino Muñoz Lagos (Mulchén, 1925) abbiamo già incontrato una poesia di nostalgia per il sud delle terre magellaniche e patagoniche. Quel sud che rimane dentro, non solo perché in esso sono infisse le radici, ma per una sua bellezza triste e malinconica, nel freddo vento che lo contraddistingue per molte giornate, per quella sua vastità dove le fattorie e le città si perdono. È proprio vero che lì cominciano le distanze e i lunghi viaggi per colmarle raggruppano le persone e i loro racconti.

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TORRES DEL PAINE, CILE © MIGUEL V.

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LA FRASE DEL GIORNO
La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.
BRUCE CHATWIN

domenica 26 febbraio 2012

Quel vestito stampato

 

ANDREW MOTION

SUL TAVOLO

Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

(da AA. VV., Nuove poesie d’amore - a cura di Angela Urbano - Crocetti Editore, 2010 -Traduzione di Helena Sanson)

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Devo ammettere di averci pensato anch’io qualche volta: il tema di questa poesia è che fine abbia fatto un vestito indossato tanto tempo prima dalla donna amata – un vestito che diventa un feticcio, che passa a simboleggiare l’amore com’era nel suo nascere, nel suo primissimo albore fatto di tenerezze e gesti romantici. L’aver scelto una tovaglia che ne richiama colore e disegno è per il poeta inglese Andrew Motion (Londra, 1952) un segno dell’antico amore, un risveglio della fiamma mai sopita. Motion scrive nella sua biografia per il British Council: “Voglio che i miei versi siano chiari come acqua. Nessun linguaggio ornato, solo qualche ovvio accorgimento. Voglio che il lettori possano vedere tutto il percorso attraverso lo specchio della palude. Voglio che sentano di trovarsi in un mondo che pensano di conoscere, e che diventa poi straniero, più carico, più turbato di quello che credevano”. Bene, Sir Andrew Motion, ci sei riuscito: ho ripensato a quel vestito azzurro riempito di lei, a come si ricopriva della luce d’estate… Sarà diventato stracci per pulire i vetri o è finito nel macero della Caritas o forse è passato di mano, dopo essere finito in qualche mercatino?

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EDNA CROMPTON, “FLAPPER GIRL IN A FLOWERED DRESS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Si ama solamente ciò in cui si persegue qualcosa d'inaccessibile, quel che non si possiede.
MARCEL PROUST, La prigioniera

sabato 25 febbraio 2012

Aspettando primavera

 

SARA TEASDALE

CENTRAL PARK ALL’IMBRUNIRE

Sopra gli alberi spogli alte le case
sono i castelli pallidi di un sogno -
ad una ad una, dalle luci invase,
punteggiano di chiaro l'imbrunire.

Segno non v'è di foglie né di fiore,
su ogni cosa è il silenzio della sera -
come donna in attesa dell'amore
attende il mondo la sua primavera.

(da Gli amorosi incanti, Crocetti, 2010 – Traduzione di Silvio Raffo)

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“Provo a scrivere di ciò che mi commuove. Non mi importa di sorprendere il lettore”: così dichiarò in un’intervista la tormentata poetessa statunitense Sara Teasdale (1884-1933). E le sue liriche, fatte per essere recitate a memoria, per sua stessa ammissione, si facevano forza proprio della stessa semplicità che ritroviamo ad esempio in questi versi così piani che dipingono un bozzetto di Central Park mentre cade un crepuscolo di fine inverno: la natura ancora immobile nell’attesa della fecondità di primavera, come una donna pronta ad innamorarsi. Detto al tempo delle avanguardie del primo Novecento con una linearità quasi ottocentesca, degna di modelli come Christina Rossetti e Emily Dickinson.

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FOTOGRAFIA © FIVE STAR PHOTO

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tramonto è un fenomeno intellettuale.

FERNANDO PESSOA, Il libro dell’inquietudine

venerdì 24 febbraio 2012

Ali di cera

 

MARIA LUISA SPAZIANI

LA COMETA

Quel mio amore per lui aveva ali di cera
lunghe le ali sembravano eterne
battevano il cielo sicure, sfioravano picchi,
puntavano al sole con nervature nervine.

Fuse le ali ormai mi ricrescono dentro,
soltanto ora perdute mi diventano vere,
e ai cuori incauti grido: la passione è un fantasma
troppo importante, uomini, per potersi incarnare.

Chiomate vaganti comete di Halley, presagi
disastri prodigi che infiammano e gelano il sangue,
nessuno osi fissarvi, si arrischi a sfiorare
coaguli di pura lontananza - morgane.

(da La stella del libero arbitrio, Mondadori, 1986)

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È un po’ una cometa ogni storia d’amore: solca il cielo per mesi, per anni, per poi svanire. Questa analogia è di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1924) e rende bene l’idea dell’innamoramento, dello sfolgorare della passione e del suo ardere per poi spegnersi. E un’altra analogia utilizzata dalla poetessa torinese centra il bersaglio: chi ama è come Icaro, il mitologico figlio di Dedalo che fuggì dal Labirinto con un paio di ali di cera e, preso dall’ebbrezza del volo, si avvicinò troppo al sole, che sciolse le ali e lo fece precipitare. Chi cede alle lusinghe dell’amore, vi si abbandona completamente: molti di noi, tutti noi probabilmente, ci siamo lasciati andare alla gioia di quel folle volo fino a bruciarci le ali e a sentirle poi come dolorosi monconi dell’anima. Eppure, continuiamo a credere e a ingannarci…

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HERBERT JAMES DRAPER, “LAMENT FOR ICARUS”

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LA FRASE DEL GIORNO
“Quando chi ti fa soffrire è uno che ami l'unica possibilità di difesa è amarlo di meno, se ci riesci.” “E tu ci sei riuscita?” “Col tempo. Col tempo si fa tutto. Ma prima di arrivarci... Davvero, ho sofferto abbastanza”.
GIUSEPPE BERTO, Anonimo veneziano

giovedì 23 febbraio 2012

Ascoltando Borodin

 

CHARLES BUKOWSKI

LA VITA DI BORODIN

La prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente:
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire vasi di latte acido;
aveva l’asma e l’insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumori della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c’era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cantare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;

Sinfonia n.2 in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell’Asia centrale
riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda...

(da Burning in Water, Drowning in Flame, 1972 - Traduzione di Vincenzo Mantovani)

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La cinica crudezza caratteristica dei versi del poeta e romanziere americano Charles Bukowski (1920-1994) è presente anche in questa Vita di Borodin, ma risulta attenuata da una sottile vena di malinconia che la attraversa tutta nel rappresentare il grande musicista russo succube della moglie e stressato dalla sua vita di chimico, tanto da arrivare a scrivere musica per sfuggirvi. L’antisociale, l’anticonformista Bukowski simpatizza con il povero Aleksandr Borodin, sempre troppo dentro le righe, sempre controllato, tanto da destare stupore quando, stroncato da un attacco cardiaco, crollò al suolo il 27 febbraio 1887 ad un festoso ballo della sua Accademia.

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BUSTO DI BORODIN A SAN PIETROBURGO © ALEX756

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Borodin Symphony #2, First mvt - Berklee Contemporary Symphony Orchestra 11/13/11

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi piace pensare alla musica come a una scienza delle emozioni.
GEORGE GERSHWIN, The Composer in the Machine Age

mercoledì 22 febbraio 2012

Il bambino perduto

 

 

JUAN COBOS WILKINS

SENZA BAGAGLIO

Ti sei preso tutto, Bambino Perduto,
con te. I giochi
a inventarsi parole, l’abbraccio
azzurro dell’accappatoio caldo, l’ortografia
di liquirizia nelle mia cassetta delle lettere, la fionda
trovata nella coperta
matrimoniale dei miei genitori e quelle
attese insopportabili
che finivano – scusa – con dei fiori
che lasciavano intravedere la dolce finzione
dei petali nascosti dietro la schiena.

Tutto se ne va
con te in questo paese
dove tu voli adesso
e dal quale io ritorno.

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Il tempo che fugge inesorabile secondo il detto di Virgilio, il tempo che scorre e quasi non te ne rendi neanche conto - “vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più” cantava Francesco De Gregori – il tempo che ci mette a confronto con i nostri ricordi perduti e sempre più lontani, il tempo protagonista in questi versi di Juan Cobos Wilkins (Minas de Riotinto, 1957), giornalista spagnolo, critico letterario di El País e curatore fino al 1995 della Casa-museo di Juan Ramón Jiménez a Moguer. Anche lui ha il suo Bambino Perduto, come noi: quello che giocava con i trenini, con le macchinine e con i Lego, quello che correva nei prati ad esplorare il mondo, che scopriva paradisi fantastici nei solai e nei cassetti, quello che poi è cresciuto e ha atteso con un mazzo di fiori che una ragazza arrivasse finalmente per uscire insieme… Dolce e triste poesia, come dolci e tristi sono tutte le cose perdute.

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SIR THOMAS LAWRENCE, “THE RED BOY”

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LA FRASE DEL GIORNO
È un prodigio: l'attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice “Mi ricordo”.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Considerazioni inattuali

martedì 21 febbraio 2012

Pierrot, Arlecchino, Colombina

 

PAUL VERLAINE

COLOMBINA

Leandro lo sciocco,
Pierrot che con un salto
di pulce
supera il cespuglio,
Cassandro sotto
il suo cappuccio,

ed anche Arlecchino,
questa birba
così fantasiosa
dai folli costumi,
con gli occhi lucidi
sotto la maschera,

- Do, mi, sol, mi, fa, -
Tutta questa gente va
ride e canta
e danza davanti
ad una bella fanciulla
cattiva

i cui occhi astuti
come i verdi occhi
delle gatte
difendono i suoi vezzi
e dicono: "Giù
le zampe!"

- Essi vanno sempre!
Fatidico andare
degli astri,
oh, dimmi verso quali
tristi e crudeli
disastri

l’implacabile fanciulla,
svelta, sollevando
le gonne
- la rosa sul cappello -
conduce il suo branco
di sciocchi?

(da Feste galanti, 1869 – Traduzione di Renato Minore)

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Cominciamo dal ritmo di questa poesia scelta per il Carnevale: sestine di versi brevissimi che danno il senso del ritmo di un inseguimento a tempo di musica. La genialità di un grande poeta come Paul Verlaine (1844-1896) si manifesta a partire da questi piccoli accorgimenti che possono sembrare insignificanti, ma che in realtà costituiscono l’ossatura della poesia, che fa parte delle Feste galanti, messe in musica da Claude Debussy. E dunque ora osserviamo la scena – un fondale kitsch come poteva essere quello della Commedia dell’Arte italiana recitata nelle piazze, un reliquiario di vecchie maschere che danzano e ballano e si rincorrono: Arlecchino saltella come un fauno multicolore, Colombina sembra arrossire e stupirsi delle dichiarazioni d’amore dell’eterno innamorato Pierrot mentre in realtà è lei a guidare le danze. “Una recita continua” rileva Renato Minore “come unica possibilità del vivere e dello scrivere. (…) La simulazione è l’io che corre ai ripari, si adagia nei morbidi tratti di un paesaggio che lo rassicura, non scompare e non è insistente a dimostrare la sua volontà di potenza. (…) Verlaine ha intuito la piccola grande verità che ora è più nostra che sua: la terribile verità della finzione, della recita continuamente protratta. (…) Mima il vuoto dentro cui ognuno di noi deve continuamente ancora una volta imparare ad accostarsi alla poesia (quando essa si presenta in veste apparentemente facile), a vivere i propri sentimenti, a vincere la nostalgia e il ricatto sottile da essa instaurato”.

Buon martedì grasso…

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GEORGES BARBIER, ILLUSTRAZIONE PER LE “FESTE GALANTI”

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Fêtes by Debussy by Brussels Radio Phil

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LA FRASE DEL GIORNO
La vostra anima è uno scelto paesaggio / incantato da maschere e da bergamasche / che suonano il liuto e danzano, quasi / tristi sotto i loro fantastici travestimenti.
PAUL VERLAINE, Feste galanti

lunedì 20 febbraio 2012

Il bel viaggio

 

KONSTANTINOS KAVAFIS

ITACA

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d’ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va’ in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

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La poesia che propongo oggi è molto famosa e ancora una volta rende omaggio al mito di Odisseo: non è certo un caso che questo blog prenda il nome da uno degli episodi che vedono protagonista l’eroe omerico. Konstantinos Kavafis (1863-1933), da poeta greco non poteva esimersi dal confrontarsi con un così alto retaggio. E, come abbiamo visto anche in una poesia di Derek Walcott, trasporta Odisseo in ognuno di noi: quando all’ultimo verso leggiamo “Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare” ormai sappiamo che non è la meta agognata quello che conta ma il viaggio per raggiungerlo, la lunga strada della conoscenza. E, del resto, avevamo già incontrato un Odisseo deluso una volta raggiunta la casa, in una poesia di Giovanni Quessep. Itaca incarna il senso della vita, è ciò a cui miriamo nella nostra vita, un punto d’arrivo che non necessariamente dunque ci può soddisfare. Ma quello che ci deve intimamente soddisfare è l’aver esplorato il mondo, l’essere venuti in contatto con altri, l’aver saputo affrontare i mostri delle nostre paure – i Lestrigoni sono giganti antropofagi che sterminano tutta la flotta dell’eroe greco, lasciando salvo solo lui, i Ciclopi sono i giganti con un solo occhio, tra i quali Polifemo, beffato da Odisseo. E leggendo Itaca, non si può fare a meno di concordare con Pietro Citati: Kavafis “in pochi versi condensava un libro intero”.

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FOTOGRAFIA © THE GREEK VILLA

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LA FRASE DEL GIORNO
Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza.
DANTE ALIGHIERI, Inferno, XXVI, 118-120

domenica 19 febbraio 2012

Una prova contro l’amore


ANTONIO MACHADO

OGNI AMORE È FANTASIA


Ogni amore è fantasia;
inventa l'anno, il giorno,
l'ora e la sua melodia;
inventa l'amante e anche
l'amata. Non è una prova
contro l'amore che l'amata
non sia mai esistita.


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Ci sono cose che sfuggono alla legge della ragione: quella che più astrae da essa è probabilmente l’amore. Non è possibile assoggettarlo, porgli dei vincoli, incatenarlo alle convenzioni, chiuderlo nelle gabbie dove società, religioni e tradizioni vorrebbero contenerlo. È un’onda che spazza via ogni ostacolo, almeno quando è vero amore, quando non si lascia deformare dall’abitudine e dalla routine. Questo è l’amore che canta il poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939) con la sua visione intimista della poesia: quello che conta non è la musicalità, il ritmo, la rima; sono tutte cose belle che arricchiscono un poema ma inutili se il poeta non racconta nulla di profondamente personale. Come l’amore non corrisposto, l’amore universale, l’amore mistico che traspare nei sette versi di questa poesia.
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FOTOGRAFIA © NOVA100
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LA FRASE DEL GIORNO

C'è sempre un grano di pazzia nell'amore. D'altra parte c'è sempre anche un po' di ragione nella follia.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra

sabato 18 febbraio 2012

Cos’è l’arte? (XXV)

 

EDGAR DEGAS

“La pittura è innanzitutto un prodotto dell'immaginazione,
non deve mai essere una copia. L'aria che si vede nei quadri non è respirabile”

Edgar Degas, “L’absinthe”
olio su tela, 1876 / Parigi, Musée d’Orsay

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ANTONI GAUDÍ

“La linea retta è la linea degli uomini, quella curva la linea di Dio”

Antoni Gaudí, Particolare della navata della Sagrada Familia (Foto © SBA73)
Barcellona, Basílica i Temple Expiatori de la Sagrada Família

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GIORGIO MORANDI

“Per me non vi è nulla di astratto: per altro ritengo
che non si via nulla di più surreale, e di più astratto del reale”

Giorgio Morandi, “Il vaso blu”
olio su tela, 1920 / Düsseldorf, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen

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LA FRASE DEL GIORNO
L'artista è l'amante della Natura, perciò è il suo schiavo e il suo padrone.
RABINDRANATH TAGORE

venerdì 17 febbraio 2012

Le finestre dell’infanzia

 

JOAN MARGARIT

DISCORSO SUL METODO

Da bambino già cercavo le finestre
per poter fuggire con lo sguardo.
Da allora, quando vado in un posto,
guardo con attenzione dove lascio il cappotto
e dov’è la porta d’uscita.
La libertà, per me, significa fuggire.
Ci sono tante porte nel mondo.
Compreso il sesso, in caso di emergenza
può esserlo. Ora tutte le porte si stanno chiudendo
e, per fuggire, presto resteranno
soltanto le finestre dell’infanzia.
Completamente aperte per poter saltare.

(da Cálculo de estructuras, 2005)

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Joan Margarit (Sanahuja, 1938) è un architetto e poeta spagnolo: per molti anni ha insegnato Calcolo delle strutture alla facoltà di Architettura di Barcellona, pubblicando opere in catalano e in castigliano. La formazione professionale appare in questa sua poesia dedicata alle finestre considerate come via di fuga, almeno virtuale: a tutti è capitato durante una conferenza noiosa, una spiegazione poco avvincente di un professore ai tempi della scuola o una riunione di lavoro in un pomeriggio lungo di prendere il volo con lo sguardo e la fantasia attraverso una finestra. Il tempo che passa chiude tutte le porte, ci dice Margarit, ma il passato, l’Arcadia dell’infanzia, non ci può essere tolto – è un tema che abbiamo già trovato nelle poesie di Colette Nys-Mazure, Sergio Solmi, Diego Valeri, Jorge Teillier e Guido Gozzano e in una riflessione di Cesare Pavese: l’ultima illusione.

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EDWARD HOPPER, “SUN IN A EMPTY ROOM”

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LA FRASE DEL GIORNO
Finestra azzurra del nostro mattino, / cielo promesso del tempo che fu?

DIEGO VALERI, Terzo tempo

giovedì 16 febbraio 2012

Squallida rassegna


MARK HADDON

VECCHIO, NUOVO, PRESO IN PRESTITO, BLU


Il giorno in cui ci siamo incontrati.
Questa busta inaspettata.
La mia maglietta del San Francisco Mime Troupe che
   indossavi per gingillarti nell'appartamento, le cui
   maniche tagliate si abbinavano
Ai tuoi occhi.

Quella notte senza sonno.
Questa notte senza sonno.
La faccia che indosserò per stringerti la mano ed augurarti il
   meglio.
Il modo in cui mi sentirò quando lo farò.

"Paper Moon". La nostra canzone.
"Jesu, Joy of Man's Desiring".
Il mio
Ella Live at Montreux che spero che lui metta su una
   notte per sbaglio e ti faccia piangere.
Questa squallida rassegna


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Nella tradizione anglosassone le spose seguono per il giorno del matrimonio delle antiche regole per il loro abbigliamento: devono indossare qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato e qualcosa di blu. L’indumento vecchio simboleggia la protezione per i figli che verranno, quello nuovo indica il cambiamento, quello prestato da una sposa felice chiama la fortuna, il blu è segno di fedeltà. Film e telefilm americani hanno reso familiari anche noi con questa tradizione, che il poeta inglese Mark Haddon (Northampton, 1962), noto ai più per aver scritto il romanzo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, usa invece per raccontare una notte triste, quella dell’innamorato che vede la sua bella andare sposa ad un altro l’indomani e riscrive la lista secondo le sensazioni di quel momento. Il primo verso di ognuna delle tre quartine rappresenta il vecchio: i ricordi. Il secondo il nuovo: la busta con l’invito al matrimonio, la notte insonne. Il terzo il preso in prestito: una sua maglietta che indossava lei, la faccia di circostanza, un disco. Il quarto è invece il blu, e va ricordato che in inglese blue rappresenta anche la tristezza.

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JACK VETTRIANO, “BLACK FRIDAY”
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LA FRASE DEL GIORNO
Però anche se proprio non t’ho amata, / e questo tu lo sai meglio di me, / ogni volta, e non potresti crederlo, / che io vedo fiorire le mimose / provo la stessa cosa che provai / quando mi fu sparata a bruciapelo / la notizia desolante che tu / ti eri sposata con un altro
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NICANOR PARRA

mercoledì 15 febbraio 2012

Vento e pioggia grigia

 

JOSÉ LUIS GARCÍA MARTÍN

STRADE

Strade di una città che non conosco
con poca gente e vento e pioggia grigia.
Aspetto chi non verrà mentre lassù
si accendono luci nelle finestre vuote
e una donna cammina in un angolo.
Ci sono occhi che mi guardano un momento
e non sanno leggere le parole che non dico:
“Dammi un altro nome, cambia il mio destino”.

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Ritroviamo l’inquietudine del poeta spagnolo José Luis García Martín (Aldeanueva del Camino, 1950). Eccolo in una situazione che negli ansiosi è capace di generare sofisticati patemi nei quali ingarbugliano pensieri e poi li districano e poi di nuovo li aggrovigliano: l’attesa. A ciò aggiungiamo che il personaggio si trova in una città che non conosce mentre cade la sera di un giorno piovoso e grigio, di per sé foriero di malinconie. Che cosa fa? Quello che tutti noi facciamo per ingannare il tempo nell’attesa: si guarda intorno, registra quello che accade nelle strade sconosciute di una città sconosciuta, ma lacerandosi, chiedendo di essere portato altrove da quella situazione.

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Questa attesa è terribile. Spero che duri.
OSCAR WILDE, L’importanza di chiamarsi Ernesto

martedì 14 febbraio 2012

Una poesia d’amore

 

ANTONIA POZZI

L’ALLODOLA

Dopo il bacio – dall'ombra degli olmi
sulla strada uscivamo
per ritornare:
sorridevamo al domani
come bimbi tranquilli.
Le nostre mani
congiunte
componevano una tenace
conchiglia
che custodiva
la pace.
Ed io ero piana
quasi tu fossi un santo
che placa la vana
tempesta e cammina sul lago.
Io ero un immenso
cielo d'estate
all'alba
su sconfinate
distese di grano.
Ed il mio cuore
una trillante allodola
che misurava
la serenità.

25 agosto 1933

(da Parole, 1939)

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Una poesia d’amore per San Valentino, l’amore felice che si presuppone sia quello festeggiato oggi. L’amore che non ha confini e non ha limiti, che travalica gli ostacoli che gli altri pongono sul suo cammino – ho detto più volte che questo tipo d’amore è “egoismo in due”, ovvero chiudere fuori il mondo e vivere l’intensità del sentimento, la sua felicità di endorfine che sappiamo limitata nel tempo. Così fu per Antonia Pozzi, (1912-1938), della quale ieri abbiamo celebrato il centenario: alla fine anche per quell’amore osteggiato e per la delusione di essere rimasta la sola a tenerne viva la fiamma, si ucciderà. Qui, nell’estate del 1933, la troviamo ventunenne e spensierata, viva di quell’amore capace di “misurare la serenità”.

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LEONID AFREMOV, “RAINY KISS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Davvero l'Amore è una cosa meravigliosa. È più prezioso degli smeraldi e degli splendidi opali. Perle e granati non possono comprarlo, e non è in vendita sulla piazza del mercato. Non possono acquistarlo i mercanti né pesarlo le bilance dell'oro.
OSCAR WILDE, L’usignolo e la rosa

lunedì 13 febbraio 2012

Centenario di Antonia Pozzi

 

Neanche ventisette anni. Tanto è durata la vita di Antonia Pozzi, poetessa milanese di un’unica raccolta, uscita postuma, Parole. Ma la sua è una voce ancora capace di ammaliare, ci riempie le orecchie e il cuore con i suoi versi spesso asciutti, sospesi tra espressionismo ed ermetismo, venati di crepuscolarismo ma soprattutto pervasi dall’oscillare tra l’amore e il dolore, dall’attrazione per l’abisso che un giorno la inghiottirà.

Oggi celebriamo il suo centenario: Antonia Pozzi nacque infatti a Milano il 13 febbraio 1912 in una famiglia colta e raffinata della buona borghesia ambrosiana. Divenne una ragazza moderna e appassionata del mondo: si dedicò agli studi, laureandosi in Lettere con una tesi sulla formazione culturale di Flaubert, si appassionò alla fotografia, alla montagna, viaggiò in Inghilterra, Grecia, Austria, Germania e Sicilia, si interessò anche di progetti sociali. E si innamorò: un amore contrastato dalla famiglia con il professore di greco del liceo, un doloroso amore non interamente corrisposto che lavorò in lei come un tarlo fino alla decisione di chiudere i conti con la vita il 3 dicembre del 1938.

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Da PAROLE, 1938

LAMENTAZIONE

Che cosa mi hai dato
Signore
in cambio
di quel che ti ho offerto?
del cuore aperto
come un frutto –
vuotato
del suo seme più puro –
gettato
sugli scogli
come una conchiglia inutile
poi che la perla è stata
rubata –

che cosa mi hai dato
in cambio
della mia perla perfetta
diletta?
quella che scelsi
dal monile più splendente
come sceglievano i pastori
antichi
nel gregge folto
l'agnello più lanoso più robusto più bianco
e l'immolavano
sopra il duro altare?

Che cosa hai fatto tu
se non legarmi
a questo altare
come ad una eterna
tortura? –

Ed io ti ho dato
la mia creatura
unica
la mia ansia materna
inappagata
il sogno
della mia creatura non creata
il suo piccolo viso senza
fattezze
la sua piccola mano senza
peso –
Sulle rovine della mia casa non nata
ho sparso
cenere e sale –

E tu
che cosa mi hai dato
in cambio
della mia dolce casa
immacolata?
se non questo deserto
Signore
e questa sabbia che grava
le mie mani di carne
e m'intorbida gli occhi
e m'insudicia le piaghe
e m'infossa
l'anima –

O non ci sono più nembi
nel tuo cielo
Signore
perché si lavi
in uno scroscio
tutta questa
miseria?

Milano, 6 maggio 1933

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L’ARMONICA

In una radura – dolce
singhiozzante armonica –
vorrei udirti – a condurre
una danza di fanciulli
davanti a crode
che il tramonto dissangua e lascia esanimi
in braccio al cielo –

non qui – nella via dura
dove canti canzoni di miseria
e la tua voce è un tralcio
lucente d'edera
che abbraccia invano
le alte case nemiche.

19 ottobre 1933

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PERIFERIA

Lampi di brace nella sera:
e stridono
due sigarette spente in una pozza.

Fra lame d'acqua buia
non ha echi
il tuo ridere rosso:
apre misteri
di primitiva umanità.

Fra poco
urlerà la sirena della fabbrica:
curvi profili in corsa
schiuderanno
laceri varchi nella nebbia.

Oscure
masse di travi: e il peso
del silenzio tra case non finite
grava con noi
sulla fanghiglia,
ai piedi
dell'ultimo fanale.

19 gennaio 1936

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MATTINO

In riva al lago azzurro della vita
son corpi le nuvole bianche
dei figli carnosi del sole:

già l'ombra è alle spalle, catena
di monti sommersi.

E a noi petali freschi di rosa
infioran la mensa e son boschi
interi e verdi di castani smossi
nel vento delle chiome:

odi giunger gli uccelli?

Essi non hanno paura
dei nostri volti e delle nostre vesti
perché come polpa di frutto
siamo nati dall'umida terra.

Pasturo, 10 luglio 1938

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare.
ANTONIA POZZI, Lettere

domenica 12 febbraio 2012

Zen in cucina

 

AGHI MISHÒL

SU E GIÙ PER LA CUCINA

Su e giù per la cucina
come un monaco zen in edizione ridotta

un toast in una mano
una foglia di lattuga nell'altra

pretendendo di non sapere
il noto

sognando di trasformarmi
in ciò che sono.

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La cucina è un luogo molto intimo della casa, dove ci si sente a proprio agio: forse ha preso il posto del focolare di una volta. È il mio posto preferito per leggere: mi siedo al tavolo, dopo aver preparato una bella tazza di caffè, apro il libro e via. Deve piacere anche alla poetessa israeliana Aghi Mishòl (Transilvania, 1947): il suo minimalismo riesce a trasformare il quotidiano, a scomporre l’esistente per ricomporlo nella stessa maniera, a vedere dentro la propria natura secondo i dettami zen, lì, nella tranquillità della cucina.

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LAURIE JUSTUS PACE, “EXHAUSTED”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com'è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
BANANA YOSHIMOTO, Kitchen

sabato 11 febbraio 2012

Alla scoperta di Wisława

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

SCOPERTA

Credo nella grande scoperta.
Credo nell’uomo che farà la scoperta.
Credo nella paura dell’uomo che farà la scoperta.

Credo nel pallore del suo viso,
nella sua nausea, nel sudore gelato del suo labbro.

Credo nei suoi appunti bruciati,
ridotti in cenere,
bruciati fino all’ultimo.

Credo nelle cifre sparpagliate,
sparpagliate senza rimpianto.

Credo nella fretta dell’uomo,
nella precisione dei suoi gesti,
nel suo libero arbitrio.

Credo nelle lavagne fracassate,
nei liquidi versati,
nei raggi spenti.

Affermo che ciò riuscirà,
che non sarà troppo tardi,
e che avverrà in assenza di testimoni.

Nessuno lo saprà, ne sono certa,
né la moglie, né la parete,
neppure l’uccello, potrebbe cantare.

Credo nella mano che non si presta,
credo nella carriera spezzata,
credo nel lavoro di molti anni sprecato.
Credo nel segreto portato nella tomba.

Queste parole mi veleggiano sopra le regole.
Non cercano appoggio in nessun esempio.
La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.

(da Ogni caso, 1972 – Traduzione di Pietro Marchesani)

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Solo ora che Wisława Szymborska (1923-2012) se ne è andata, la gente sembra rendersi conto della grandezza della sua poesia. È bastato che in un programma televisivo uno scrittore leggesse alcuni versi della poetessa polacca perché la ristampa della sua antologia edita da Adelphi, La gioia di scrivere, andasse esaurita – 15.000 copie per un libro di poesie sono davvero tanti in questi tempi, e altre 15.000 copie sono state stampate. Questo fatto mi conferma quello che ho sempre saputo: 1) che gli italiani sono un popolo che segue l’emotività del momento; 2) che comunque la poesia è nel nostro DNA e ne abbiamo bisogno, anche se molti neanche lo sanno. E la mia fede nella poesia è forte, come quella della Szymborska nell’uomo, come appare da Scoperta, che ho scelto per accompagnare questo post, sperando che siano in molti a “scoprire” la poesia. Peccato che una grande poetessa abbia dovuto morire, per far sì che 5.400.000 italiani una domenica sera orfana del calcio si emozionassero davanti allo schermo televisivo.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Hanno scoperto una nuova stella, / ma non vuol dire che vi sia più luce / è qualcosa che prima mancava.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Gente sul ponte

venerdì 10 febbraio 2012

Per un duello

 

KENNETH WHITE

PUŠKIN 1837

Le notti bianche di San Pietroburgo

leggendo Descrizione della Kamčatka
di Krasheninnikov

quei fiumi:

l'Avačha
l'Amschigač
lo Schiaktaou
l'Ouikoal

quei nomi

quella lingua, quello spazio
(con una realtà così potente
non c'è bisogno d'essere "poetici")

che maledetta seccatura
dover lasciare tutto
per un duello con un idiota.

(da Le passage extérieur, 2005)

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L’8 febbraio del 1837 alle quattro di pomeriggio il poeta e scrittore russo Aleksandr Puškin  si batteva alla Čërnaja Rečka, a Pietroburgo, dopo aver sfidato a duello un ufficiale alsaziano divenuto suo cognato da neanche un mese, Georges d’Anthès, che lettere anonime sempre più frequenti gli segnalavano come amante della moglie Natalia. Il duello era alla pistola: il colpo di Puškin colpì un bottone e fu deviato, quello di d’Anthès centrò il ventre del poeta. La ferita si rivelò molto grave e Puškin morì due giorni dopo, non ancora trentottenne. Il poeta scozzese – ma ormai francese d’adozione - Kenneth White (Glasgow, 1936) mette in scena la drammatica uscita di scena di Puškin: è evidente l’amarezza di una morte così inutile, la perdita non solo della vita, ma di tutte le opere che avrebbe potuto ancora scrivere se il proiettile di d’Anthés fosse andato a vuoto.

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PUŠKIN DOPO IL DUELLO © MASTER AND MARGARITA

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LA FRASE DEL GIORNO
I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio universo.
KENNETH WHITE

giovedì 9 febbraio 2012

Esatto e d’argento

 

SYLVIA PLATH

SPECCHIO

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero -
quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più del tempo rifletto
sulla parete di fronte.
È rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.
Visi e oscurità continuamente si separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.

(da Ariel, 1965)

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È uno specchio a parlare in questa poesia di Sylvia Plath (1932-1963): uno specchio che riflette per la maggior parte del tempo una parete, come è logico che sia. Uno specchio che però accoglie anche la vita che si svolge nella stanza sul ritmo dei giorni e delle stagioni. Robert Lowell scrisse a proposito dei versi di Ariel: “Tutto in queste poesie è personale, una confessione profondamente sentita, ma in lei il modo di sentire è una controllata allucinazione, l’autobiografia di una febbre”. Proprio così: nella seconda strofa di questa poesia appare Sylvia con tutti suoi problemi e le sue preoccupazioni. Possiamo riconoscere quella donna di neanche trent’anni che crede di essere vecchia, che si manifesta in modi diversi a seconda di come la fa apparire il suo disturbo bipolare. Possiamo anche vedere che un giorno non vi appare più: l’11 febbraio 1963 la poetessa americana preparò la colazione per i figli, controllò che fossero al sicuro, scrisse ancora una poesia, Orlo, sigillò accuratamente la cucina e infilò la testa nel forno a gas.

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IMMAGINE © DEVIANTART / ILOVETHAT

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LA FRASE DEL GIORNO
Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi, e la copula, sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini.
JORGE LUIS BORGES, Finzioni

mercoledì 8 febbraio 2012

Potrebbe essere Odisseo

 

DEREK WALCOTT

UVE DI MARE

Quella vela che s’appoggia alla luce,
stanca delle isole,

una goletta che percorre i Caraibi

verso casa, potrebbe essere Odisseo,
diretto a casa sull’Egeo;

quella brama di marito

e padre, sotto acini aspri e raggrinziti,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa

in ogni grido di gabbiano.

Questo non porta pace a nessuno. L’antica guerra
fra ossessione e responsabilità

non finirà mai ed è stata la stessa

per il navigante o per chi è a terra
e ora calza i sandali per incamminarsi verso casa,

da che Troia emise la sua ultima fiamma,

e il masso del gigante cieco sollevò la marea
dalla cui onda lunga i grandi esametri arrivano

alle conclusioni della risacca esausta.

I classici consolano. Ma non abbastanza.

(da Uve di mare, 1976 – Traduzione di Matteo Campagnoli)

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Siamo tutti Odisseo: i nostri giorni sono come quelli dell’eroe greco. Ci comportiamo allo stesso modo, navigando per le secche e per i mari aperti della vita, nelle bonacce e nelle tempeste. Siamo chi più chi meno e di volta in volta adulteri, esploratori, coraggiosi, titubanti, astuti, ammaliati… proprio come Odisseo. È quello che ci dice anche il Premio Nobel 1992 Derek Walcott (Castries, 1930): ne è intimamente convinto, tanto da avere disegnato altre figure di questo navigante sulla goletta, soprattutto nel poema Omeros, dove trasporta l’eroe omerico dai mari greci a quelli caraibici. Siamo tutti Odisseo, dunque, e l’eterna guerra del vivere ci segue…

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DIPINTO DEL BRIGANTINO MERCATOR © GEORGES JANSOONE

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LA FRASE DEL GIORNO
L’arte è la nostalgia della storia.
DEREK WALCOTT

martedì 7 febbraio 2012

Ode alle ragazze semplici

 

EDUARDO LLANOS MELUSSA

LE RAGAZZE SEMPLICI

Le ragazze semplici 
non credono che il mondo sia un centro termale 
dove ottenere abbronzature eccitanti 
ed esibirsi come carne sulla graticola 
di un ristorante all'aperto. 

Le ragazze semplici 
non coltivano l'arte di strisciare incontro alla fama 
né confondono le persone con i gradini 
né praticano ozi o negozi 
né firmano con il didietro contratti milionari. 

Le ragazze semplici 
studiano in licei con le crepe, 
lavorano nelle industrie e negli uffici, 
evitano le ginocchia del direttore, 
fanno l'amore con Luis González 
negli alberghi, nelle tende, sulle colline, in luoghi semplici. 

Le ragazze semplici 
diventano madri e mogli semplici, 
lottano per lunghi anni senza neanche rendersene conto
riempiendosi di capelli grigi, di vene varicose e nipoti. 
E quando abbandonano questo mondo 
lasciano per ricordo i loro sguardi 
in fotografie sgualcite e semplici.

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E per fortuna che esistono ancora ragazze così, anzi per fortuna che lo sono la maggior parte delle ragazze, viene da esclamare leggendo questa poesia del cileno Eduardo Llanos Melussa (Santiago, 1956): è che noi ci lasciamo abbagliare e abbindolare da quello che i media mettono davanti ai nostri occhi, le Olgettine, le Letterine, le Meteorine, le donne che in politica e in ufficio hanno fatto strada non per merito ma per… altri motivi – mettersi sulle “ginocchia del direttore” rende bene l’idea della compravendita del corpo. Ma sono queste ragazze semplici che fanno andare avanti il mondo, con il loro lavoro, con i loro figli. Sono quelle che incontriamo tutti i giorni: studiano, lavorano – se sono riuscite a trovare un lavoro – e vanno a fare la spesa, si innamorano, portano i bambini a scuola, puliscono la casa, cucinano, lavano, stirano. In semplicità, con la dignità portata come un vanto.

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HENRI LEBASQUE, “NONO AU CHAPEAU ROSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Niente è più semplice della grandezza; anzi, essere semplici è essere grandi.
RALPH WALDO EMERSON, Literary Ethics

lunedì 6 febbraio 2012

Occhi come more selvatiche

 

HARRY MARTINSON

SOTTO IL CAPPELLO DI PAGLIA

Sotto il cappello di paglia
il cui intreccio filtrava il sole
sulla tua fronte
gettavano sguardi occhi scuri
come more selvatiche
infantilmente penetranti
silenziosamente volevi proteggere
la scura pioggia di lentiggini
del tuo viso
ma talvolta dimenticavi te stessa
e ridevi.

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“Per una scrittura che cattura le gocce di rugiada e riflette il cosmo” è la motivazione con cui l’Accademia Svedese assegnò il Premio Nobel per la Letteratura del 1974 al poeta svedese Harry Martinson (1904-1978). Vi furono polemiche, perché quell’anno vennero premiati ex aequo due membri della stessa Accademia, Martinson e Eyvind Johnson, a scapito di nomi quali Vladimir Nabokov, Saul Bellow e Graham Greene. Non si può però negare che la motivazione rispecchia fedelmente la poesia di Martinson, come si può apprezzare da questo ritratto di ragazza: il poeta ci guida a leggere dentro quegli occhi scuri tutto un mondo che vi si rovescia, ci conduce alla porta dell’anima, che balena improvvisa in un sorriso che smorza l’atteggiamento serioso.

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PIERRE-AUGUSTE RENOIR, “JEUNE FILLE AU CHAPEAU DE PAILLE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il più delle volte un'aria di dolcezza o fierezza in una donna, non significa che essa sia dolce o fiera: è semplicemente un modo d'esser bella.
ALPHONSE KARR, Aforismi sulle donne, sull’uomo e sull’amore

domenica 5 febbraio 2012

Quel che resta

 

MANUEL ALEGRE

UN PROFUMO DI NARDO

In verità ti dico: Non
mi aspetto l’eternità. E so
che nessun verso vince la morte.

Cerco appena un segno
un ritmo che mi ridia
l’impercettibile respiro della terra.

Forse i capelli di Maria
sorella di Marta
che m’asciugano i piedi.

Perché tutte le poesie sono mortali
e quel che resta è forse
un profumo di nardo. E niente più.

(da Livro do portugués errante - Traduzione di Giulia Lanciani)

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Ecco che torna la domanda: che cosa resterà delle poesie? Se la pone il portoghese Manuel Alegre (Águeda, 1936), poeta, scrittore e politico. E si avvale di un episodio del Vangelo di Giovanni (12, 1-3): “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento”. Ecco quello che resta delle poesie: un sentore diffuso, un’ombra leggera, un senso di bellezza che è apparso almeno per un poco in questo mondo.

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JAN VERMEER, “CRISTO NELLA CASA DI MARTA E MARIA”

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LA FRASE DEL GIORNO
[La poesia] offre una relazione tra mistero e mistero.
MANUEL ALEGRE, Poesia, n. 255, dicembre 2010

sabato 4 febbraio 2012

Dove ancora trema la luce

 

LUIS ROSALES

L’ULTIMA LUCE

Sei simile al cielo verso sera, hai
la luce d’oro nelle pupille,
come un po’ di neve al crepuscolo
che sa che scende il buio.
E vorrei
accecarmi il cuore, cessare di vederti
cadere in te
come cade la sera, come la notte
acceca la luce del bosco che cammina
di cima in cima ogni volta più alta,
fino al ramo dell’isola dove si posa il sorriso
dell’ultimo sole,
lo so che avanzi
perché avanza la notte! e che illumini
tre foglie soltanto nel bosco,
e penso
che l’ombra ti renderà chiara e distinta,
che tutto il sole del mondo riposa
in te, il ritardato, l’infiammato
ramo del cuore dove ancora
trema la luce senza sole quando si compie il giorno.

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“Che cerchi poeta nel tramonto?” avevamo sentito dire ad Antonio Machado. Un altro poeta spagnolo, Luis Rosales (1910-1992), esponente della Generazione del ‘36, amico di Federico Garcia Lorca e di Pablo Neruda, si lascia affascinare dal crepuscolo, dalla magia della luce che lentamente svanisce mentre il sole già da tempo se n’è andato. E a quella luce magica, dorata poco prima di sparire ed essere inghiottita dal buio, Rosales paragona la donna amata e la sua bellezza che è simile al tremore del giorno che si abbandona nelle braccia del Ponente. Un esercizio nel suo tipico stile surrealista, venato qua e là da screziature classicheggianti.

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FOTOGRAFIA © ARTURO “FERALAAS” MANN

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LA FRASE DEL GIORNO
Il cosiddetto crepuscolo / non sarà il rossore – effimero – del giorno / che si sente colpevole / di tutto ciò che è stato / – e non è stato?

ÁNGEL GONZÁLEZ, Prosemi o meno

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