martedì 31 gennaio 2012

Per via delle poesie

 

DEREK WALCOTT

RISSA CON LA CIURMA

C'era un bastardo a bordo, manco m'avesse marchiato -
era il cuoco, un idiota di Saint Vincent
con la pelle rossiccia come una corteccia spelata,
e gli occhi azzurri stinti; non mi mollava un secondo,
tipo che si credeva bianco. Avevo un quaderno,
questo che vedi, in cui scrivevo i miei versi,
bene, un giorno quello me lo strappa di mano
e inizia a lanciarlo a destra e a manca
al resto della ciurma, strillando: «Piglialo»,
e si mette a farmi il verso quasi fossi una dama
per via delle poesie. Certi casi sono da pugni,
altri da scalmiera, altri ancora da lama -
questo era da lama. Be', prima lo prego,
ma quello non smette di leggere: «O figli miei, o moglie mia»,
e fa finta di frignare, per far ridere gli altri:
guizza come un pesce volante, il coltello d'argento
che gli infilza il polpaccio, e lui che va giù lento,
lento, e mi diventa più bianco di quanto
si credeva di essere. Mi sa che certe cose
tra uomini servono. Non è giusto, ma è così.
Non gli ho fatto un gran male, solo un fottio
di sangue e Vincie e io fratelli,
ma nessuno fa più il coglione con la mia poesia.

(da The Star-Apple Kingdom, 1980 - Traduzione di Matteo Campagnoli)

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Quanti ne abbiamo conosciuti di idioti come quello con cui ha a che fare Shabine, il creolo che un giorno di agosto lascia la moglie Maria Concepcion e si imbarca come mozzo sulla goletta Flight, in un poema di  Derek Walcott (Castries,1930), Premio Nobel di Saint Lucia: ce ne sono in giro ancora di tipi simili, sono sempre esistiti, imbottiti di pregiudizi e preconcetti. Sono quelli che quando gli dici che scrivi poesie ti guardano in modo strano come se gli avessi confessato che sei uno psicopatico o che torturi i fiordalisi. Sono quelli che scambiano la sensibilità che serve per interpretare il mondo e coglierne la poesia con la debolezza o, peggio, la giudicano uno spreco di tempo. Quelli che ti chiedono “Ma che cosa ci guadagni?”. È un discorso già affrontato altre volte in questo blog. Ora ritorna grazie alla poesia di Walcott: e tutti noi che ci siamo sentiti chiedere “Ma a che cosa serve la poesia?” proviamo l’orgoglio di chi si sente vendicato da quel coltello d’argento che plana come un pesce volante sul polpaccio di un cuoco insensibile e pure un po’ scemo.

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JACK L. GRAY, “SCHOONER BLUENOSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia, che è il sudore della perfezione ma che deve sembrare fresca come le gocce di pioggia sulla fronte di una statua, combina naturale e marmoreo, ma coniuga entrambi i tempi contemporaneamente: il passato e il presente, se il passato è la scultura e il presente le perline di rugiada sulla fronte o la pioggia del passato.
DEREK WALCOTT, Discorso per il Nobel, Accademia Svedese, 1992

lunedì 30 gennaio 2012

Olio di luce

 

ALFONSO GATTO

OLIO E ACETO

A Giovanni Panarello

Per la verde lattuga trasparente,
fresca la foglia aperta al suo ventaglio,
c'è quest'olio di luce, queste mente
di poggio e dal suo tartaro fiorita
la viola d'aceto, spicca l'aglio.
Il carciofo nell'indaco s'abbruna
al suo verde di panno e di laguna.
Rosso il radicchio a prendere s'avvita
nel suo cespo croccante. È la tua tavola,
un giorno che riposa - nel nome d'ogni cosa.
Ed è quasi una favola.

(da Rime di viaggio per la terra dipinta, Mondadori, 1969)

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I poeti spesso sono anche pittori: Alfonso Gatto (1909-1976) si dilettava a dipingere con pennellate che davano un tono luminoso e quasi trasparente al quadro – tecnicamente era un “chiarista”. La sua tecnica però si può esprimere anche con le parole, come rilevò Silvio Ramat: “La pittura non può debordare dai margini materiali del quadro. E appunto in relazione a questi argini rassicuranti noi verifichiamo la forza, il moto della parola e della strofa”. Così questa Olio e aceto diventa una natura morta non dipinta ma descritta in una particolare raccolta che fonde dipinti e poesie, Rime di viaggio per la terra dipinta, cento tempere trasformate in versi, “facoltà di combinazione intreccio innesto fra il segno pittorico e quello verbale” citando ancora Ramat. “Io parto dalla prima stesura del colore, dal primo segno, così come parto dal primo verso” spiegò Gatto. L’etimologia stessa della parola poesia, dal greco ποίησις (pòiesis) = fare, produrre, racchiude in sé tutta la tecnica necessaria per esprimerla: scrivere una poesia è come dipingere un quadro, se il pittore usa pennelli e spatole, il poeta si serve della metrica, di endecasillabi e settenari, di rime e quartine. Gatto riesce a fondere le due attività con l’uso dei giochi cromatici, tanto che sembra di vederlo quel riflesso di luce sull’ampolla dell’olio.

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ÉDOUARD VUILLARD, “NATURA MORTA CON INSALATA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vedere è solo credere ai tuoi occhi.
ALFONSO GATTO, Rime di viaggio per la terra dipinta

domenica 29 gennaio 2012

La malva

 

ROCCO SCOTELLAROScotellaro.pdf

È CALDA COSÌ LA MALVA

È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
che ci teniamo ad essiccare
per i dolori dell'inverno.

(da  È fatto giorno, Mondadori, 1954)

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Rocco Scotellaro (1923-1953), poeta lucano di Tricarico, fece dell’impegno politico il tema dominante delle sue poesie – prese parte alle lotte contadine, fu sindaco e fervente socialista. Ma qua e là nel suo canzoniere, È fatto giorno, edito postumo dagli amici, affiorano poesie sulla natura e sull’amore, come questa: cinque soli versi che emanano sensualità, oltre alla carnalità della terra contadina e a un erotismo sanguigno. Quanto alla malva, è vero che lenisce i dolori: è una pianta officinale, foglie e fiori essiccati costituiscono un antinfiammatorio delicato e un espettorante in caso di tosse forte. Anticamente – tocca risalire ai tempi di Plinio il Vecchio – era considerata però un potente afrodisiaco: forse nell’ancestrale eredità contadina di Scotellaro ne è rimasto un sentore…

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KATHY OSTMAN-MAGNUSSEN, “BED OF DREAMS”

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LA FRASE DEL GIORNO
È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
ROCCO SCOTELLARO, È fatto giorno

sabato 28 gennaio 2012

La poesia di questo momento

 

CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE

POESIA

Ho speso un'ora pensando un verso
che la penna non vuole scrivere.
Tuttavia esso è qui dentro
inquieto, vivo.
Esso è qui dentro
e non vuole uscire.
Ma la poesia di questo momento
inonda tutta la mia vita.

(da Reunião - 10 livros de poesia - Traduzione di Lucia de Oliveira)

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Essere poeta è anche questo: sentire un verso che gira dentro la testa, ma anche nel cuore, nelle viscere: Thomas Pynchon nota in V. che “Scrivere poesie non vuol dire comunicare con gli angeli o con il ‘subconscio’. Vuol dire comunicare con i propri visceri, i genitali, i cinque portali dei sensi. Niente di più”. Il tempo impiegato ad estrarre questo verso come una chiocciola dal guscio o una lucertola dalla tana non è tempo perduto, tutt’altro: è l’essenza stessa della poesia, come rileva il poeta brasiliano Carlos Drummond De Andrade (1903-1987). E, detto altrimenti, sempre con i versi di De Andrade, “In mezzo al cammino c'era una pietra / c'era una pietra in mezzo al cammino / c'era una pietra / in mezzo al cammino c'era una pietra”. Quella pietra è la poesia da scrivere: occorre spostare la sua urgenza per continuare il percorso.

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  R.B. KITAJ, “THE POET WRITING”

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LA FRASE DEL GIORNO
La tua memoria, pasto di poesia, / la tua poesia, pasto dei volgari, / si vanno incastrando in una cosa rigida / che tu chiami: vita, e i suoi travagli.
CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE, Reunião - 10 livros de poesia

venerdì 27 gennaio 2012

Wstawàc!

 

PRIMO LEVI

ALZARSI

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
    “Wstawàc”:
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio,
abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
    “Wstawàc”.

11 gennaio 1946

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“Meditate che questo è stato: / Vi comando queste parole” scrisse Primo Levi (1919-1987) nella Shemà posta ad epigrafe di Se questo è un uomo. Dovremmo meditarlo sempre, e non soltanto nella Giornata della Memoria, scelta in concomitanza con l’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, ma tant’è. “Meditate che questo è stato” ci dice Levi anche attraverso i versi di Alzarsi – Wstawàc è l’ordine della sveglia dato dalle guardie del campo in polacco – poesia che si può ritrovare anche nella Tregua.  Meditate che quell’incubo che ogni mattino ci strappava ai sogni del ritorno, della casa, della famiglia, del cibo, se voi dimenticate, un giorno potrà ritornare per voi, per i vostri figli o per i vostri nipoti.

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FOTOGRAFIA © TULIO BERTORINI / FLICKR

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LA SCOPERTA DI UN LAGER NAZISTA ABBANDONATO IN “BAND OF BROTHERS”, 2001 © HBO

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LA FRASE DEL GIORNO
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
PRIMO LEVI, Se questo è un uomo

giovedì 26 gennaio 2012

Nikolajewka

 

“Per le strade passavano in silenzio slitte e gruppi di uomini.
Sembravano ombre che uscivano dalla neve”.
MARIO RIGONI STERN

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Oggi, invece della poesia, un canto straziante costituito da una sola parola ripetuta su una melodia che ha qualcosa delle antiche canzoni russe. Non è un canto di guerra, sebbene a una dolorosa vicenda bellica – la Ritirata di Russia del gennaio 1943 - si riferisca, ma un omaggio reso sul finire degli Anni ‘60 dal rivoluzionario direttore di cori Bepi De Marzi. Ascoltandolo, sembra di vedere quella lunga marcia di soldati male armati, male equipaggiati, con i piedi congelati, le barbe ispide coperte di ghiaccio, assediati dalla fame e dal gelo. Avevano abbandonato l’ansa del Don per ripiegare, i russi li avevano accerchiati ma loro non lo sapevano, credevano di trovare gli alleati tedeschi ad attenderli con camion e aerei. Invece il 26 gennaio 1943 arrivarono al sottopassaggio della ferrovia di Nikolajewka e dovettero combattere per uscire dalla sacca e riguadagnare la strada verso l’Italia, verso le case e le famiglie lontane migliaia di chilometri, maledicendo anche chi li aveva mandati in quel macello.

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Sentite che cosa raccontava sulla Stampa del 23 gennaio 1963 Nuto Revelli, che fu ufficiale alpino del Tirano in quella ritirata e poi partigiano: «Tutti eravamo più o meno congelati. Il nostro equipaggiamento, già disastroso all'inizio della ritirata, era ridotto a brandelli. Durante gli otto giorni di marcia, quasi tutti avevano gettato gli scarponi di tipo "standard", uguali per la Russia come per l'Africa, perché i piedi congelati gonfiavano, e li avevano sostituiti con strisce o involti di coperte. C'era anche gente scalza o con i piedi fasciati di paglia. Sotto i cappotti con l'interno di pelliccia indossavamo divise di falsa lana, dura come spilli. Gli unici indumenti caldi erano le calze e le maglie che c'eravamo portati da casa nostra al momento della partenza dall'Italia. (…)

Nella notte fra il 25 e il 26 gennaio, la temperatura riprese a scendere e ritornò quella degli altri giorni, sui 30° sottozero. Io dormivo in un'isba alla periferia di Nikitowka, verso Arnautowo. Eravamo una trentina, accatastati uno sull'altro. Con me stavano il comandante della compagnia, tenente Giuseppe Grandi, di 29 anni, di Limone Piemonte, e i sottotenenti Antonio De Minerbi, di Roma, Mario Torelli, genovese, e Raffaele De Filippis, di Campobasso. Verso l'una sentimmo gli scoppi vicini, come di bombe a mano. Qualcuno disse che c'era l'allarme, ma eravamo disfatti e nessuno ebbe la forza di alzarsi. In quel momento era iniziata la battaglia per Nikolajewka. (…) Lo scontro durò violentissimo sino alla tarda mattinata. Gli ufficiali andarono all'assalto alla testa dei loro alpini, con le armi che per il gelo si inceppavano.

Mentre si combatteva sotto il tiro degli anticarro e delle mitragliere russe cercando di superare il terrapieno, il generale Nasci ordinò di gettare in avanti tutto il peso della sterminata colonna degli sbandati. Migliaia di uomini, in uno spaventoso groviglio di slitte e muli, rotolarono urlando verso il trincerone della ferrovia. Alla testa erano i generali Reverberi e Giulio Martinat, capo di Stato Maggiore del Corpo d'Armata Alpino. Con loro erano i capitani Giovan Battista Stucchi e Giuseppe Novello e altri ufficiali della "Tridentina". (…)

Verso le 18, l'enorme colonna, superato convulsamente il trincerone della ferrovia, travolse la linea di resistenza sovietica e si gettò verso le isbe ancora difese da centri di fuoco nemici. Non si sapeva dove alloggiare le centinaia di feriti, perché tutte le case erano invase dagli sbandati oppure occupate dai soldati russi. Anche per i sovietici, sopraffatti dalla massa enorme di italiani piombata sulla città, esisteva il problema della sopravvivenza. Anche loro erano provati dai combattimenti, con molti feriti, paralizzati come noi dalla temperatura a 30° sottozero. (...)

In questo ambiente, in certi settori della città si stabilì quasi una tregua forzata. Lo scrittore Mario Rigoni Stern, allora sergente maggiore della 55ª del "Vestone", entrò in un'isba occupata da soldati russi. Aveva fame. Una donna gli porse un piatto di latte e miglio. Rigoni Stern mangiò sotto lo sguardo dei sovietici, poi ringraziò e uscì.

Lo sbarramento principale era stato superato. Camminammo ancora per cinque giorni e cinque notti, nel freddo polare e nella tormenta, incontrando diversi centri di resistenza nemici, sotto i continui attacchi della caccia sovietica. I piloti russi volavano indisturbati: mai, dall'inizio della ritirata, era comparso anche un solo aereo italiano, neppure per cercarci. In testa continuò a marciare la "Tridentina" , seguita dalla colonna ininterrotta degli sbandati che si allungava nella steppa per una profondità di circa 30 chilometri.

Il 31 gennaio, presso Wosnessenoeka, trovammo pochissime ambulanze con il generale Gariboldi, comandante dell'Armir. Caricammo sui veicoli i feriti più gravi. (…) Come straccioni, passammo davanti al generale Gariboldi, curvi, a gruppetti, con le coperte sulla testa. Ci guardò. Sfilavano i resti della sua armata. Con noi c'era anche suo figlio, sottotenente del 5° Alpini. (…)

Nikolajewka fu una grande vittoria, la vittoria della disperazione. La battaglia venne combattuta e vinta dalla “Tridentina”, ma anche la "Cuneense", la "Julia" e la "Vicenza" contribuirono con il loro sacrificio alla salvezza del grosso del Corpo d'Armata Alpino. (…) I superstiti del Corpo d'Armata Alpino, tornati in Italia, raccontarono la loro esperienza. Parlavano con entusiasmo della popolazione ucraina e con odio degli "alleati" tedeschi. (…) Ricordo che il 30 gennaio, appena fuori dalla sacca, i tedeschi delle retrovie si divertivano a fotografarci. Era quasi come se il nostro disastro fosse una loro vittoria e ci segnavano a dito con disprezzo. Il 9 marzo, a Slobin, il maggiore Gerardo Zaccardo adunò il Battaglione "Tirano" e ci parlò della tragedia e della ritirata: "È un insulto per i nostri morti parlare ancora di alleanza con i tedeschi: dopo la ritirata, i tedeschi sono nostri nemici, più che nella guerra del 1915"».

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Russia04

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Ecco perché quella parola è ripetuta allora: come un monito per i vivi, come una memoria per quei fratelli rimasti nella neve e poi, quando la neve si è sciolta nel breve inverno ucraino, nei campi di girasoli. Il mantra di chi è tornato dall’orrore, da una moderna anabasi nell’inferno di ghiaccio: come recitano i versi di una poesia di Nelson Cenci, anch’egli tenente in quell’epica ritirata, “La pista si è fatta di stelle / e cristalli di luna si spengono / su misere croci senza nome”.

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.CARRARA, MADRI DI SOLDATI CADUTI IN RUSSIA ABBRACCIANO IL MONUMENTO ALL’ALPINO

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcuno ci aveva detto di andare oltre ma il nostro cuore ci ha portati qua. Si avanzava per andare a baita. Allora sì che abbiamo lottato per la nostra Italia, per le nostre valli, i nostri campi, le nostre donne.
MARIO RIGONI STERN, Epoca, 28 giugno 1959

mercoledì 25 gennaio 2012

Noi due soli

 

JULIO CORTÁZAR

DOPO LE FESTE

E quando tutti se ne andavano
e restavamo noi due soli
tra bicchieri vuoti e posacenere sporchi,

Com’era bello sapere che eri
lì come l’acqua di uno stagno,
sola con me sull’orlo della notte,
e che duravi, eri più del tempo,

Eri  quella che non se ne andava
perché uno stesso cuscino
e uno stesso tepore
ci avrebbero chiamato ancora
a risvegliare il nuovo giorno,
insieme, ridendo, spettinati.

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Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, come nella celebre canzone di Ornella Vanoni. A questo punto non è la tristezza a subentrare, né la malinconia, ma una dolcezza un poco stanca nel ricordo di Julio Cortázar (1914-1984), scrittore argentino: la presenza della donna amata  è quello che conta, è la tenerezza, è l’allegria. Di fronte a questo fatto nulla più conta: passano in secondo piano gli amici, le feste, i posacenere da svuotare, i bicchieri e i piatti da lavare. L’unica cosa davvero importante è la gioia di condividere l’amore.

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DIPINTO DI JACK VETTRIANO

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LA FRASE DEL GIORNO
Quello che tanta gente chiama amare è scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, l’ho visto. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un raggio che ti spezza le ossa e ti lascia come un palo in mezzo al cortile.
JULIO CORTÁZAR, Rayuela

martedì 24 gennaio 2012

Ascoltando la notte

 

LIBERO DE LIBERO

E QUESTI SONO I TERRITORI

E questi sono i territori
della notte, e questo è l'ulivo
dove il passero piega
sul chiarore del canto,
e quest'ombra di foglie
mi colma e di vento.
Solo al fiume mi siedo
con armenti di roccia
e mansueti orizzonti,
e nel suo oscuro splendore
sento il corpo terreno
alle radici estinto.
Ascoltando la notte percorro paesi,
e quanti, incontro all'alba.

(da Solstizio, Quaderni di Novissima, 1934)

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Libero De Libero (1903-1981), poeta ciociaro molto legato alla sua terra, “il solito ragazzo nutrito con schiaffi fette di pane e libri d’ogni specie che, un giorno, scrive una poesia e se ne vergogna più che d’un grosso peccato, poi da giovane ci riprova e si vergogna di meno, ma da uomo ha continuato senza grossi scrupoli”, è una figura molto particolare nel Novecento italiano: non a caso i critici vedevano in lui una specie di “Rimbaud nostro” – parola di Alberto Savinio – o un Valéry meno doloroso – l’opinione di Carlo Bo. Qui troviamo De Libero davanti a una notte sul fiume: di fronte alle immagini quasi surrealiste, soprattutto quella delle rocce affioranti che nel buio sembrano un gregge, emerge quella caratteristica che di lui colse un altro grande poeta, Alfonso Gatto: “Una sorta di misticismo non naturalistico ma terriero, quasi contadinesco…”

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VINCENT VAN GOGH, “STERRENNACHT BOVEN DE RHONE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non importa essere grandi poeti, ma poeta che deve raccontare le proprie radici; la vita della sua gente.
LIBERO DE LIBERO

lunedì 23 gennaio 2012

La tacita gioia di respirare

 

OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM

DI QUESTO CORPO CHE M’È DATO

Di questo corpo che m’è dato, che ne farò?
Che ne farò di questo dono unico e intimo?

Ditemi chi debbo ringraziare? A chi
esser grato della tacita gioia di respirare ed esistere?

Sono un giardiniere e anche un fiore,
in questo mondo-prigione non son solo,

sui vetri dell’eternità
già si è posato il mio caldo respiro.

Suggello di me,
sarà come un ricamo inconosciuto.

Trascorra il sedimento dell’istante –
il caro segno non si cancellerà.

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L’acmeismo è un movimento letterario che venne soffocato nel suo primo vigore dallo svilupparsi della Rivoluzione d’Ottobre: il nuovo classicismo di questi autori russi opposto all’ormai decadente simbolismo non aveva la forza per resistere all’ideologia rivoluzionaria. Ma Gumilev, Anna Achmatova e Osip Mandel’štam su tutti seppero per quel breve periodo elevare il loro canto nel nuovo stile caratterizzato dalla chiarezza rappresentativa e dall’elaborazione della forma e del verso. Osip Emil’evič Mandel’štam, nato nel 1891 a Varsavia, allora città dell’Impero Russo, soffrirà come Gumilev – fucilato – e la stessa Achmatova, la dura repressione bolscevica: finirà vittima delle purghe staliniane in un gulag siberiano nel 1938. Possiamo apprezzare in questa sua poesia la chiarezza stilistica di cui si è detto a proposito del movimento acmeista, alla quale Mandel’štam aggiunge una particolare sensibilità: le immagini da lui scelte per raffigurare il nostro transito terrestre sono terse come cristalli.

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VORONEŽ, MONUMENTO A MANDEL’ŠTAM © DMITRY BULGAKOV

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LA FRASE DEL GIORNO
Povero colui, che solo a metà vivo / l’elemosina chiede alla sua ombra.
OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM

domenica 22 gennaio 2012

I nostri uomo-donna

 

ELIO PAGLIARANI

CHE CI PORTIAMO ADDOSSO IL NOSTRO PESO

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d’amore è adattamento,
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostri uomo-donna
non solo all’ombra dei parchi
l’imparo ora, forse.
Oh, ma scompagina come il vento
freddo di viale Piave i giorni scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo fusto flessibile
e scontroso.
Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per la tua capacità di comprenderlo
come sia immane il mio bisogno d’amore.

(da Inventario privato, Veronelli, 1959)

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Dopo Se domani ti arrivano dei fiori, ecco un’altra poesia di Elio Pagliarani (Viserba, 1927): quell’amore difficile da esprimere e da comprendere, da definire e contestualizzare, lo diventa ancora di più  attraverso le parole, attraverso il discorso che evidenzia lo smarrimento del poeta – dell’uomo moderno, possiamo dire, visto che non solo Pagliarani, ma molti di noi hanno provato e provano il suo disorientamento. Amore cittadino, amore ai tempi del terziario, con una società radicalmente e profondamente rinnovata soprattutto nei ruoli uomo-donna.

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FOTOGRAFIA © SANJAY D. GOHLL

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho le prove – potrei gridarlo ai giudici – / che non mi hai visto porterò le prove / fino che campo, che la capacità del mio pensiero / nemmeno con la forza dello sguardo / di un estraneo passeggero sopra il filobus / sa arrivare a sfiorarti.
ELIO PAGLIARANI, Inventario privato

sabato 21 gennaio 2012

In agguato

 

JOSÉ LUIS GARCÍA MARTÍN

IN AGGUATO

Non odi il suo ansimare? Ogni volta
lo sento più vicino: da solo,
con te, nel pieno dell’estate,
tra le urla della folla,
vicino al fuoco, in inverno,
con un bel libro,
nello scricchiolio della neve,
nel clamore della pioggia,
quando accendo le luci di casa,
quando il mare, quando arrivi,
quando stendo la mano
verso i frutti rossi palpitanti.
È qui, in agguato,
alza la zampa, aspetta.
Tu non la vedi, sorridi,
sorrido anch’io.
Lascia che ti baci ancora una volta
prima che il suo fiato ci raggiunga.

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Ho pensato a Dino Buzzati e ai suoi racconti leggendo questi versi del poeta spagnolo José Luis García Martín (Aldeanueva del Camino, 1950): la stessa inquietudine che rimane sospesa in tantissime delle storie narrate dal grande bellunese, l’angoscia, il turbamento, l’incertezza che talora inspiegabilmente si affaccia nelle nostre vite. Ed eccola lì, in agguato nella poesia di García Martín, sotto forma di bestia – ha zampe e fiato e ansima – ma senza una precisa forma, anche nei momenti più belli, quando ci si stende ad osservare il mare con la donna amata, quando si legge un libro davanti a un camino mentre fuori la neve cade soffice e silenziosa, quando ci si lascia attrarre dal rosso delle mele…

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JACK VETTRIANO, “THE WEIGHT”, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
Sotterranea, l'angoscia avanza con il suo lavoro di trincea. La sua voce non si può completamente imbavagliare.
AMÉLIE NOTHOMB, Diario di Rondine

venerdì 20 gennaio 2012

Lasciate che sia felice

 

PABLO NERUDA

ODE AL GIORNO FELICE

Questa volta lasciate
che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo
che sono felice
fino all'ultimo profondo angolino
del cuore, camminando,
dormendo o scrivendo.
Che posso farci, sono
felice.

Sono più sterminato
dell'erba
nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l'acqua sotto,
gli uccelli in cima,
il mare come un anello
intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra,
l'aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia
sei sabbia,
tu canti e sei canto,
il mondo
è oggi la mia anima,
canto e sabbia,
il mondo
è oggi la tua bocca,
lasciatemi,
sulla tua bocca e sulla sabbia,
essere felice.

Essere felice perché sì, perché respiro
e perché respiri,
essere felice perché tocco
il tuo ginocchio
ed è come se toccassi
la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.

Oggi lasciate
che sia felice,
io e basta,
con o senza tutti,
essere felice
con l'erba
e la sabbia,
essere felice
con l'aria e la terra,
essere felice
con te, con la tua bocca,
essere felice.

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“C'è un'Ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va... / Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa” scriveva Trilussa in romanesco. Felicità improvvisa e inaspettata, felicità che è assenza di infelicità questa di Pablo Neruda (1904-1973): tutti stanno bene, la natura avvolge ogni cosa come un meraviglioso manto di re, l’innamoramento lo porta al settimo cielo e la sua donna è lì con lui, davanti al mare, gli basta allungare una mano per avvertire la sua presenza. Felicità animale, felicità naturale, che si esprime in uno “stare bene” come l’erba, come la sabbia, avvertendo l’armonia con il mondo. Un gusto di felicità, il sapore di un giorno o di un momento:  come scrisse il predicatore inglese Charles Spurgeon, “Non è quanto si possiede, ma quanto si assapora a fare la felicità”.

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ZHEN HUAN, “SOLITUDE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando la felicità ci viene incontro non è mai vestita come pensavamo. Spesso ci passa accanto silenziosa e non sappiamo riconoscerla.
ROMANO BATTAGLIA, Un cuore pulito

giovedì 19 gennaio 2012

Masaoka Shiki

 

Quattro sono i grandi maestri riconosciuti dell’haiku: tre - Matsuo Bashō, Yosa Buson e Kobayashi Issa – vissero nel periodo Edo, tra il 1603 e il 1868. Masaoka Shiki (1867-1902), più giovane, nato un anno prima dell’avvento dell’imperatore Meiji, rivoluzionò il genere ribattezzando tra l’altro sia gli haiku – prima detti hokku – sia i tanka – anticamente waka. La sua riforma andò a colpire il mostro sacro Bashō, accusato di essere troppo prosaico ed esplicativo: Shiki preferiva la raffinatezza poetica di Buson e partì da lì per realizzare i suoi versi, cercando di infondervi lo “shasei”, ovvero il realismo della vita, la descrizione delle sensazioni proprio come appaiono, cogliendo le immagini come fotografie, e apportandovi anche qualche tono “occidentale”, contaminandoli sulla scia dei movimenti politici che portavano il Giappone ad aprirsi all’Ovest. Modernità dunque, riforma, ma sempre nel solco della tradizione dell’haiku, il classico sistema metrico di 5-7-5 sillabe. Il suo manifesto poetico, pubblicato sulla rivista Nihon nel 1895, recita infatti: “L’haiku è parte della letteratura e la letteratura è parte dell’arte. Così i criteri per la sua bellezza sono i criteri per la letteratura, e i criteri per la letteratura sono quelli per l’haiku”.

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Il sole declina:
la pioggia inumidisce
i campi di canapa

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Di me scrivete
che ho amato i versi
e i kaki

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Villaggio di pescatori:
al chiaro di luna si balla
nel profumo del pesce crudo

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Torri di nubi:
verso sud volano
vele bianche

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Convalescenza:
stancarsi gli occhi
contemplando le rose

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Due monete in offerta
e in prestito la frescura
della veranda del tempio

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MASAOKA SHIKI © PUBBLICO DOMINO / JAPAN OLD PHOTOS

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LA FRASE DEL GIORNO
Nel mio andarmene, / nel tuo restare – / due autunni.
MASAOKA SHIKI

mercoledì 18 gennaio 2012

La seconda volta

 

ULALUME GONZÁLEZ DE LEÓN

DISSE PAVESE

La prima volta
non è mai stata.

La prima volta
sarà
         per sempre
la seconda volta.

Poi,
corretta,
                       amplificata,
la prima volta
non sarà nulla.

Quindi:
sempre invece di
sempre invece di
sempre invece.

(da Plagios, 2001)

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Che cosa disse Cesare Pavese che tanto ha colpito la poetessa messicana Ulalume González de León (1932-2009) al punto da farle scrivere una poesia? Una frase che lo scrittore di Santo Stefano Belbo il 28 gennaio 1942 annotò sul suo diario, poi edito con il titolo Il mestiere di vivere da EInaudi: “Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta”. Il ricordo è dunque il mezzo per interpretare la realtà, per collocare nella loro giusta posizione gli eventi, per valutarne la portata: con uno sguardo nuovo, come se fosse la prima volta appunto, vediamo finalmente le cose.

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CESARE PAVESE © FIELDUS.COM

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LA FRASE DEL GIORNO
Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere, 28 luglio 1940

martedì 17 gennaio 2012

Un melo

 

CZESLAW MILOSZ

LA FINESTRA

Ho guardato dalla finestra e ho visto un giovane melo
diafano nel chiarore.

E quando ho guardato un’altra volta all’alba c’era un grande
melo carico di frutti.

Devono quindi essere passati molti anni ma non ricordo cosa
sia successo nel sonno.

(da Poesie, Adelphi, 1983)

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Come passa il tempo! Come scorrono le nostre vite senza che neppure ce ne accorgiamo! Il Premio Nobel polacco Czeslaw Milosz (1911-2004) si avvale di uno stratagemma poetico per indicare il passare dei giorni, dei mesi, degli anni: il giovane piccolo melo avvolto da una bianca nuvola di fiori visto un giorno diventa un grande albero carico di frutti. La finestra usata come mezzo di comparazione è dunque metafora della nostra vita, delle stagioni che si sono susseguite e delle quali quasi non abbiamo memoria.

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CAMILLE PISSARRO, “POMMIERS À ERAGNY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo ha la velocità degli astri.
GIORGIO SAVIANE, L’inquisito

lunedì 16 gennaio 2012

Il solitario origliere

 

LORENZO CALOGERO

ESSENZA DEL POETA

Sono il solitario origliere
di ciò che dorme.
Perciò scrivo
Colla tacita mano,
l’occhio rivolto ai sonni.

(da Poco suono, 1933-35)

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Ci voleva un poeta un po’ fuori dai circuiti, dalle pagine principali delle antologie. Un poeta insomma di quelli che prediligo, per dire in cosa consiste “essere un poeta”. È Lorenzo Calogero (1910 -1961), calabrese di Melicuccà, che visse un’esistenza sfiduciata, ricca di rifiuti e di paure, di crisi nervose e ricoveri ospedalieri, conclusa probabilmente con un suicidio (“Vi prego di non essere sotterrato vivo” il suo ultimo biglietto-testamento). La poesia assume allora la sua vera entità, la sua dimensione magica e misteriosa, che proviene dal sogno e dall’inconscio: il poeta è il mezzo che la interpreta e la esprime. E mi piace segnalare il bel sito web dedicato a Lorenzo Calogero, dove è possibile trovare notizie e materiale e leggere numerose sue poesie.

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LA CASA DI LORENZO CALOGERO © WWW.LORENZOCALOGERO.IT

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LA FRASE DEL GIORNO
L’arte svela il tormento della vita e svelando lo rende sanabile / L’arte ha il compito di svelare il destino della natura e il significato / recondito delle cose.
LORENZO CALOGERO

domenica 15 gennaio 2012

Definizione dell’amore

 

ADRIAN HENRI

L’AMORE È…

L’amore è sentire freddo sul retro di un furgone
L’amore è un club con due soli soci
L’amore è camminare tenendosi le mani sporche di vernice
L’amore è
L’amore è
fish and chips nelle sere d’inverno
L’amore è una coperta piena di strani piaceri
L’amore è quando non spegni la luce
L’amore è
L’amore è i regali nelle vetrine di Natale
L’amore è quando ti senti primo in hit parade
L’amore è quello che succede quando la musica finisce
L’amore è
L’amore è mutandine bianche che giacciono abbandonate
L’amore è una camicia da notte rosa ancora un po’ calda
L’amore è quando te ne devi andare all’alba
L’amore è
L’amore sei tu e l’amore sono io
L’amore è un carcere e l’amore è libero
L’amore è quel che c’è quando sei lontana da me
L’amore è...

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Ancora una poesia sull’amore, in questo caso un tentativo di definire il sentimento attraverso numerose immagini e sensazioni. A provarci è il poeta inglese Adrian Henri (1932-2000) con la sua caratteristica forma di poesia-canzone: venivano infatti recitate nei pub della Liverpool operaia, intercalate alle canzoni – era l’epoca dei primi Beatles, per intenderci, e il famosissimo quartetto deve qualcosa anche ai testi di Henry e dei suoi due sodali McGough e Paten, con i quali formò il gruppo poetico The Mersey Sound. Naturalmente, confinando con la canzone – e sempre deve essere chiaro che canzone e poesia non sono la stessa cosa, pur avendo poesia e canzoni compiuto nei secoli un percorso non solo parallelo ma spesso anche comune – i versi perdono profondità, cadono in una facile superficialità, come si può appurare proprio in questa poesia di Henri.

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IMMAGINE © JELLYMUFFIN.COM

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LA FRASE DEL GIORNO
Uno dei punti principali dello scrivere poesie è che prendi un complesso di circostanze e, collocando le parole nel loro giusto ordine, le conservi. Così esistono in un continuo presente.
ADRIAN HENRI, intervista a The Argotist, 1996

sabato 14 gennaio 2012

Trincee d’amore

 

CARMEN YÁÑEZ

TRINCEE

Sì, ho detto di sì
Ho lasciato entrare
il cavallo di Troia.
Con lui il tormento,
il forestiero assetato.
Anonimo lui, apparizione.
La mia mano racchiudeva
gli oracoli,
la voragine.
La mia mano di linee,
millenaria e piccina
aperta a ospitare
l’odio e l’amore.

ho detto di sì
Ho esposto la mia tenda
sotto il sole.
Le mie orecchie sopportavano
le bombe e le ingiurie.
E la mia mano racchiudeva
una città morta
da non dimenticare.
Da allora,
un cervo attento al pericolo
mi abita.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

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L’amore è un rischio, è l’apertura verso l’altro, la caduta delle proprie difese: per amare abbassiamo i nostri ponti levatoi, lasciamo entrare il nemico dentro le mura nelle quali ci eravamo barricati. Non è un caso che ci siano proverbi che parlino di “guerra d’amore”, dove vince chi fugge, e che il poeta spagnolo Gongora auspichi campi di piume per le “battaglie d’amore”: al rapporto tra amore e guerra ho già dedicato un post. A quel filone appartiene anche questa poesia di Carmen Yáñez, nata a Santiago del Cile nel 1952, miracolosamente scampata alle torture della polizia politica di Pinochet, esule in Svezia e poi in Spagna, nelle Asturie, dove vive con il marito, il celebre scrittore Luis Sepúlveda. Amore-guerra dunque, in cui noi siamo in trincea e sempre all’erta per non lasciarci travolgere…

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THE SIEGE OF CASTLE OF LOVE

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni amante è un soldato: anche Cupido ha i suoi accampamenti.
OVIDIO, Amori

venerdì 13 gennaio 2012

Astri di fuoco

 

SIMONE WEIL

GLI ASTRI

Astri di fuoco che abitate la notte e i cieli lontani,
Sfere mute che ruotate ciecamente sempre gelate,
Voi strappate i giorni di ieri al nostro cuore,
Ci gettate nel domani senza il nostro consenso.
Piangiamo e i nostri lamenti a voi sono vani.
Poiché dobbiamo, vi seguiremo, le braccia legate,
Gli occhi rivolti al vostro scintillio puro e amaro.
Al vostro cospetto poco importa ogni tormento.
Noi taciamo, vacilliamo sul nostro cammino.
D’improvviso è nel cuore il loro fuoco divino.

(da Poesie e altri scritti, Crocetti – Traduzione di Adriano Marchetti)

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Simone Weil (1909-1943) è certamente molto più nota come attivista sociale, come filosofo e come mistica cristiana – nata da famiglia ebrea, nel 1937, durante un viaggio in Italia, cadde preda di un’estasi religiosa nella chiesa di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Della sua vita e della sua figura già parlammo in occasione del centenario. Oggi analizziamo invece un lato più remoto e sconosciuto della pensatrice francese, che emerge dai Quaderni: una delle sue rare poesie. Simone Weil, osservando il cielo stellato, esprime l’ineluttabilità del destino umano come un percorso necessario che dobbiamo intraprendere: dette in poesia, ma più o meno sono le stesse parole di L’ombra e la grazia, raccolta dei suoi pensieri pubblicata postuma nel 1948: “Dobbiamo attraversare – e Dio prima di noi, per venire fino a noi, perché egli viene per primo – lo spessore infinito del tempo e dello spazio”.

 

VINCENT VAN GOGH, “NOTTE STELLATA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Come un gas, l'anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato.
SIMONE WEIL, L’ombra e la grazia

giovedì 12 gennaio 2012

Non amore

 

ELIO PAGLIARANI

SE DOMANI TI ARRIVANO DEI FIORI

Se domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m'era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d'amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s'urtano
con la gente di faccia.
                                    Che figura
t'ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all'immagine riflessa
di te?
          Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.

(Da Inventario privato, 1959)

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Nel meraviglioso periodo a cavallo tra gli Anni Cinquanta e Sessanta il fervore sperimentalistico e la nuova dimensione sociale data dall’industrializzazione dell’Italia e dal boom economico portarono all’apparire di testi poetici e letterari che analizzavano temi poco usati, quali il lavoro, l’economia, la vita di classe. Elio Pagliarani (Viserba, 1927) fu uno dei primi a utilizzare un linguaggio nuovo, adatto a questo tipo di discorso: come scrive l’autore stesso nella prefazione al Meridiano Mondadori delle sue poesie, “La premessa era quella della necessità dell’ampliamento del linguaggio poetico, anzi direi più rigorosamente della capacità di tutto il linguaggio, comune e non comune, di svolgere anche la funzione poetica; quindi lotta frontale al pregiudizio della parola poetica”. E La ragazza Carla, il poemetto più celebre di Pagliarani (“Carla Dondi fu Ambrogio di anni / diciassette primo impiego stenodattilo / all'ombra del Duomo…) ne è un esempio calzante. La poesia che propongo è invece molto particolare: ancora in endecasillabi classici – sebbene alcuni spezzati nel tipico stile di Pagliarani – ricalca però appieno la psicologia dei tempi moderni, la nevrosi e l’alienazione che l’automazione e il progresso hanno lasciato in dono a tutti i rapporti personali. Come in uno strano gioco di specchi opposti, non si riesce a capire se sia amore o non-amore, se i fiori siano stati mandati oppure no… A chiarire tutto un’altra poesia di Inventario privato: “È già autunno, altri mesi ho sopportato / senza imparare altro: ti ho perduta / per troppo amore, come per fame l’affamato / che rovescia la ciotola col tremito”.

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FOTOGRAFIA © DESKTOP NEXUS

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NOTA: Con questo post Il Canto delle Sirene inizia il suo quinto anno: voglio ringraziare tutti coloro che seguono il blog e mi ripagano così ogni giorno dell’impegno che serve per realizzarlo. Grazie, grazie e ancora grazie, amici e amiche!

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LA FRASE DEL GIORNO
Che ci portiamo addosso il nostro peso / lo so, che schermaglia d’amore è adattamento, / guizzo, resistenza necessaria perché baci / la nostra storia i nostri uomo-donna / non solo all’ombra dei parchi / l’imparo ora, forse.
ELIO PAGLIARANI, Inventario privato

mercoledì 11 gennaio 2012

Ricordo del paradiso

 

JORGE CARRERA ANDRADE

CANZONE DELLA MELA

Cielo della sera in miniatura:
giallo, verde, rosso,
con una stella di zucchero
e nuvolette di raso,

mela di seno duro
con nevi morbide al tatto,
fiumi dolci al gusto,
cieli fini per l’olfatto.

Simbolo della conoscenza.
Portatrice di un messaggio superiore:
La legge della gravitazione
o quella del sesso innamorato.

Ricordo del paradiso
è la mela nelle nostre mani.
Un minuscolo cielo: nel suo tornio
un angelo di profumo sta volando.

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La mela è presente da sempre nella storia dell’umanità: le prime coltivazioni botaniche risalgono addirittura al Neolitico. Non poteva essere che una mela dunque il frutto proibito dell’Eden, quello della conoscenza che costò il paradiso. Fu una mela – secondo la tradizione – a cadere sulla testa di Isaac Newton suggerendogli la legge di gravitazione universale. È la mela poi a simboleggiare – oltre che i Beatles, la Apple e New York – anche il sesso: nella tradizione pagana veniva consegnata alla sposa prima del matrimonio perché la mordesse e simboleggiasse così l’unione consumata. Jorge Carrera Andrade (1902-1978), poeta e diplomatico dell’Ecuador, ricorre a molti di questi segni per raccontare la mela, aggiungendo alla cosmogonia del mito naturalmente le immagini quasi surrealiste della prima parte: la mela diventa così un minuscolo cielo al tramonto o un delicato e profumato seno.

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LA FRASE DEL GIORNO
Adamo era semplicemente un essere umano e questo spiega tutto. Non voleva la mela per amore della mela. La voleva soltanto perché era proibita. Lo sbaglio fu di non proibirgli il serpente, perché allora avrebbe mangiato il serpente.
MARK TWAIN, Imprecazioni d’autore

martedì 10 gennaio 2012

Il tramonto in una tazza

 

EMILY DICKINSON

PORTAMI IL TRAMONTO IN UNA TAZZA

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino -
quando dorme colui che tesse
d'azzurro gli spazi.

Scrivimi quante sono le note
nell'estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti - quanti passetti
fa la tartaruga -
Quante coppe di rugiada beve
l'ape viziosa.

E chi gettò i ponti dell'arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro.
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una.

Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori.
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa
per volare via - in pompa magna.

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Bring me the sunset in a cup -
Reckon the morning's flagons up
And say how many Dew -
Tell me how far the morning leaps -
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadths of blue!

Write me how many notes there be
In the new Robin's extasy
Among astonished boughs -
How many trips the Tortoise makes -
How many cups the Bee partakes,
The Debauchee of Dews!

Also, who laid the Rainbow's piers,
Also, who leads the docile spheres
By withes of supple blue?
Whose fingers string the stalactite -
Who counts the wampum of the night
To see that none is due?

Who built this little Alban House
And shut the windows down so close
My spirit cannot see?
Who'll let me out some gala day
With implements to fly away,
Passing Pomposity?

(da Poesie – Traduzione di Bruna Dell’Agnese)

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È arcinota la sensibilità di Emily Dickinson (1830-1886), poetessa americana che un giorno del 1856 decise di estraniarsi dal mondo e di chiudersi nella sua stanza ad Amherst, nel Massachusetts,  a inseguire, tutta vestita di bianco, le sue fantasie poetiche. Sensibilità che deflagra qui nella lunga serie di domande che vertono sui misteri dell’universo, sui cicli naturali: tenere il tramonto in una mano sarebbe comprendere finalmente il senso arcano dell’essere, cogliere la chiave di lettura di ogni cosa. Non è possibile, naturalmente, e resta solo la poesia come mezzo per uscire da quella stanza e volare liberi nel cielo sconfinato con la grazia del pettirosso e dell’ape.

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LEONID AFREMOV, “GOLD SUNSET”

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LA FRASE DEL GIORNO
Per fare un prato bastano / un trifoglio, un'ape, / un trifoglio, un'ape / e un sogno. / Può bastare il sogno / se le api sono poche.
EMILY DICKINSON, Poesie

lunedì 9 gennaio 2012

Nelle tue pupille

 

RUBÉN DARÍO

RIME, XII

Non c’è l’anima? Sciocchi!
Io l’ho vista: è fatta di luce…
(Si mostra nelle tue pupille
quando mi guardi).

Non esiste il paradiso? Bugia!
Lo volete vedere? È qui.
(Mostra, ragazza gentile,
questo viso senza pari,
e che lo bagni d’oro
il sole di primavera).

Non c’è Dio? Che bestemmia!
Ho contemplato Dio...
(In quel casto e puro
primo bacio d’amore
che delle nostre anime
le nozze consacrò).

Non esiste l’inferno? Sì, esiste…
(Taci, cuore,
che questo, purtroppo, bene
lo sappiamo io e te).

(da Rime, 1887)

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Con questi versi del poeta nicaraguense Rubén Darío (1867-1916) siamo nell’ambito del Modernismo, corrente molto diffusa tra i poeti di lingua spagnola sul finire del XIX secolo: è la traduzione in territori più caldi e sensuali dei parnassiani francesi, la tendenza a una poesia descrittiva dove l’impeto dei sensi giunge a dare vivacità e colore. L’amore viene a risolvere questa specie di confutazione teologica sui generis, dove l’esistenza delle entità religiose soprannaturali viene dimostrata grazie all’amata: così se l’anima è la luce negli occhi di lei, se il paradiso è la contemplazione del suo viso, se Dio è presente nel primissimo bacio, allora l’inferno non può essere altro che l’assenza di tutte queste cose, la solitudine dell’innamorato.

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PIERRE-AUGUSTE RENOIR, “LA NATTE“.

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LA FRASE DEL GIORNO
Senza la donna, la vita è solo prosa.
RUBÉN DARÍO

domenica 8 gennaio 2012

Un nido di ferro

 

MANOLIS ANAGNOSTAKIS

OGNI MATTINA

Ogni mattina
cancelliamo i sogni
con cautela costruiamo i discorsi
le nostre vesti sono un nido di ferro
Ogni mattina
salutiamo gli amici di ieri
le notti si dilatano come fisarmoniche
suoni, rimpianti, baci perduti.

(Insignificanti
enumerazioni
nulla, solo parole per gli altri

ma dove finisce la solitudine?)

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“Il sogno è una seconda vita” scrisse  Gérard de Nerval in Aurelia, uno dei suoi racconti più belli: è vero, visto che la notte, dormendo, inseguiamo i fantasmi e i desideri dettati dal nostro inconscio per ore. Non poteva sfuggire a un poeta come il greco Manolis Anangnostakis (1925-2005), che vedeva il mondo come ostile e la poesia stessa come unico mezzo di esprimersi ma senza averne troppa fiducia, questa caratteristica del sogno: forse la vera vita è quella, il resto sono soltanto passi che compiamo per amplificare la nostra solitudine indossando la nostra maschera quotidiana.

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PABLO PICASSO, “LE RÊVE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La società perdona spesso il criminale ma non perdona mai il sognatore.
OSCAR WILDE, Il critico come artista

sabato 7 gennaio 2012

Centenario di Caproni

 

Il 7 gennaio del 1912 nasceva a Livorno il poeta Giorgio Caproni, uno dei grandi del Novecento. Nel 1922 si trasferì con i genitori a Genova, dove svolse svariati mestieri – violinista, commesso, impiegato – prima di diventare maestro elementare. Durante la guerra combatté sul fronte occidentale e poi sui colli della Val Trebbia con la Resistenza. Insegnò in Val Trebbia e a Roma, dove si trasferì nel 1939 e dove rimase fino alla morte, avvenuta il 22 gennaio 1990.

I critici concordano sul lento maturare dell’itinerario poetico di Caproni, che partì come pre-ermetico attirato dall’espressionismo più scabro per approdare a un ermetismo rivestito di un impressionismo idillico. Adele Dei nota: “Il percorso è dalla immediatezza, dalla giovanile felicità sensoriale, alla complessità, all'ingorgo, anche emotivo, fino ad approdare a una limpidezza cristallina, a una tensione lucidissima, a una miracolosa semplicità ritrovata”. Questo anche grazie alla costruzione di una biografia poetica della madre-giovinetta Annina, che gli consente di cogliere gli ambienti popolari e urbani nella loro essenza, Genova e Livorno in particolare. “Alla viva partecipazione alle vicende della storia che ha caratterizzato il Caproni uomo” scrive Pier Vincenzo Mengaldo “si contrappone nel poeta un sentimento dell’esistenza e dell’umanità come innocenza originaria sottratta alla storia: ne è immediata figura formale, nel continuo gioco di specchi fra vita e poesia, precisamente la ‘semplicità’ linguistica e l’incanto popolare della pronuncia che Caproni possiede così intimamente per natura, e un po’ coltiva”. Ne esce una sensualità carnosa, una realtà affabulata, che si risolve in idillio e in elegia con l’accurato uso delle rime e delle assonanze, di versi brevi e asciutti.

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da IL SEME DEL PIANGERE, 1959

PREGHIERA

Anima mia, leggera
va’ a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
Timida, di nottetempo
fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi.

Proprio quest’oggi torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d’oro che lei portava
sul petto, dove s’appannava.

Anima mia, sii brava
e va’ in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada.

.

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PER LEI

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l'eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

.

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da IL MURO DELLA TERRA, 1975

 

ARALDICA

a R.

Amore, com'è ferito
il secolo, e come siamo soli
- tu, io - nel grigiore
che non ha nome. Finito
è il tempo dell'usignolo
e del leone. Il blasone
è infranto. Il liocorno
orma non ha lasciato
sul suolo: l'Ombra, è in cuore.

.

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da ERBA FRANCESE, 1978

 

KODAK

Mia figlia come una fidanzata.

Ah vacanza, seduti
all'ombra d'una verde arcata
della Tour Eiffel.

        Parliamo
di nulla.
        O ce ne stiamo muti.

Roma è lontana.

        Un passero.

Una coppia eccitata
che scrive una cartolina.

Tutto uno squillante stormo
(ci uniamo) di saluti.

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da IL FRANCO CACCIATORE, 1982

 

BIGLIETTO LASCIATO PRIMA DI NON ANDAR VIA

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.                      

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

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LA FRASE DEL GIORNO
Imbrogliare le carte, / far perdere la partita. / È il compito del poeta? / Lo scopo della sua vita.
GIORGIO CAPRONI, L’opera in versi

venerdì 6 gennaio 2012

L’Epifania è così mite qui

 

ATTILIO BERTOLUCCI

ROMA

a Berta e Muzio

L'Epifania è così mite qui
come se già fosse aprile, ma le nuvole
sono quelle dell'anno nuovo
che inumidiscono gli occhi,
a guardarle,
perché così simili a quelle
degli anni che non sono più.

Si muovono lente,
bianche o d'un grigio chiaro
sul cielo celeste tramutantesi in azzurro
volgendo l'ora al mezzogiorno
che ci chiama alla Messa.

Quando usciremo dall'incenso in fretta
verso la casa che ride nell'alto
sole dell'una, la città
che non ci lascia ricordare neve e sole sulla neve e brina
ci avrà abbracciati, dolce meretrice,
ci avrà vinti per sempre.

(da La lucertola di Casarola, 1997)

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In questa giornata dell’Epifania accompagniamo Attilio Bertolucci (1911-2000) e la moglie per le strade di Roma, meravigliandoci anche noi della mitezza del clima che fa di una mattinata di sole quasi un anticipo di primavera. Abbandoniamoci come il poeta ai ricordi, operazione agevolata da ogni fine e inizio d’anno. E infine lasciamoci ammaliare dalle bellezze della Città Eterna, dalle sue strade, dai suoi monumenti, dalle borgate che sanno di storia. In quella femminile dolcezza festeggiamo la Befana, che tutte le feste si porta via con la sua scopa…

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FOTOGRAFIA © CINZIA OLIAS

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LA FRASE DEL GIORNO
Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un'estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi.
ENNIO FLAIANO, La Fiera Letteraria, 14 marzo 1971

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