lunedì 31 ottobre 2011

La solita zucca

 

ALESSANDRO PARRONCHI

«TOTEM»

Spunta l'autunno, fra tempeste si distende
in giornate ridenti, l'azzurro dei monti vuole
tutto il male che fu, che sarà cancellare.
Volti più che pensieri di gioia. Repentina
frana la sera su chi tardi s'era deciso
ad apprezzare il nemico
sole. Ed ora ch'è notte
vengono le bambine con la solita zucca
da scavare e intagliare e metter sul cancello
con dentro una candela.

- Bambine, non ho voglia. S'è già fatta anno scorso.
Quest'anno, quest'immagine...
                                Su, presto, date qua
il coltello a sbozzare gli occhi e i denti,
a portare via semi e filamenti.
Su, date la candela. E sopra, dov'è il gambo,
un bel foro perché non soffochi la fiamma.
E mettiamola in cima perché tutti la vedano,
i più piccoli, forse, non senza un tremito...

E tu brilla nel buio, modesto spauracchio,
la cui sinistra smorfia nessuno inganna.
Immagine infantile, da noi per un altro anno,
e ancora per anni tanti, allontana la morte!

(da Pietà dell'atmosfera, Garzanti, 1970)

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Il mio sogno americano è sempre vivo e vegeto, ma non amo Halloween. O meglio, non amo l’Halloween importato dagli States e diventato mania sociale per le nuove generazioni. Provengo dalla cultura di chi non ha mai festeggiato da bambino con “dolcetto o scherzetto”, un’usanza mutuata da film e telefilm americani e diffusasi da noi, a quanto ricordo, solo dagli Anni ‘90. È la solita zucca che ormai viene tutti gli anni, a differenza del Great Pumpkin atteso invano da Linus in tante strisce dei Peanuts – la festa era talmente ignota da noi che i traduttori del fumetto, negli Anni ‘60 si sono lasciati ingannare e l’hanno definito Grande Cocomero. Ora, dopo tanti anni di assuefazione la festa straniera è entrata profondamente nella nostra società: battage pubblicitario, feste a tema, ipermercati che vendono gadgets e costumi di streghe, scheletri e fantasmi.

Ma, come testimonia questa poesia di Alessandro Parronchi, il rito della zucca intagliata è sempre stato anche nostro, vivo nella cultura contadina – anche mio padre mi riferisce che tale uso c’era nelle nostre campagne e ne ha un ricordo ancora vivido; nel Mantovano ancora oggi c’è la tradizione delle “lumere”, zucche intagliate e illuminate, con i bambini che girano di casa in casa a chiedere i “dolci dei morti”. In effetti i Celti celebravano il nuovo anno proprio la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, lo spartiacque tra la stagione della luce e del caldo e quella del freddo e del buio. Quella notte Samhain, signore della morte e principe delle tenebre, si credeva chiamasse a sé tutti gli spiriti dei defunti sospendendo tutte le leggi dello spazio e del tempo e consentendo al mondo degli spiriti di unirsi con quello dei vivi. La zucca è il totem che li esorcizza. Gli irlandesi che emigrarono negli Stati Uniti nel XIX secolo portarono là la loro – e nostra – tradizione e la diffusero rapidamente.

Quanto al carnascialesco unito al macabro in questa festa pagana, ho scritto già tre anni fa: “È da sempre il modo migliore di esorcizzare la paura, e già nei cimiteri antichi erano spesso dipinte le danses macabres con scheletri impegnati in vorticosi balli”. Nulla di nuovo sotto il sole dunque, se già nel Medioevo e probabilmente in tempi ancora più ancestrali gli uomini si comportavano così. Io, come ogni anno, andrò invece a portare un pensiero e una preghiera ai miei cari e ai miei amici che non ci sono più.

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FOTOGRAFIA © TOBY ORD

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LA FRASE DEL GIORNO
[Halloween] È il giorno in cui ci si ricorda che viviamo in un piccolo angolo di luce circondati dall'oscurità di ciò che non conosciamo. Un piccolo giro al di fuori della percezione abituata a vedere solo un certo percorso, una piccola occhiata verso quell'oscurità.
STEPHEN KING, L’orrore secondo Stephen King

domenica 30 ottobre 2011

C’è l’Italia dall’altra parte!

 

EMILY DICKINSON

LE NOSTRE VITE SONO SVIZZERE

Le nostre vite sono svizzere –
così calme – così fredde –
fin quando un pomeriggio strano
le Alpi tralasciano i sipari
e noi guardiamo più lontano!

C’è l’Italia dall’altra parte!
Intanto come un custode in mezzo –
le Alpi solenni –
le Alpi sirene
s’alzano in eterno!

(da Centoquattro poesie, Einaudi, Traduzione di Silvia Bre)

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Eh sì, le nostre vite sono svizzere: sono routine dove viviamo barcamenandoci per realizzare la pace, il quieto esistere che qualche volta osiamo anche definire sommessamente felicità. Ma non ci facciamo illusioni, sappiamo che la vera felicità, la bellezza, l’arte, ogni cosa che ci potrebbe elevare sta al di là delle Alpi, è quell’Italia personale dove trionfa la scintilla del genio, dove si innalzano i grandi monumenti, dove la storia si esprime dall’alto dei secoli. Non me ne vogliano gli Svizzeri, ma questa è l’analogia che usa Emily Dickinson, dal cuore dell’Ottocento, e noi Italiani possiamo andarne fieri, come ci inorgoglisce Il terzo uomo, film con Orson Welles: “In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. Sta a noi dunque coniugare il benessere con la fantasia, la tranquillità con la passione, sognando magari che l’Italia di questo nuovo millennio, torni ad essere quel posto che tutto il mondo invidiava.

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FOTOGRAFIA © POSCHI

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LA FRASE DEL GIORNO
Il Paradiso dipende da noi. Chiunque voglia vive nell'Eden, nonostante Adamo e la cacciata.

EMILY DICKINSON, Poesie

sabato 29 ottobre 2011

In esilio sulla terra

 

CHARLES BAUDELAIRE

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono,indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli amari abissi.

Appena deposti sulla tolda, questi                              
re dell' azzurro, vergognosi e timidi,
se ne stanno tristi con la grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Che buffo e docile l' alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com'è comico e brutto
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l'infermo che volava.

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che snobba la tempesta e se la ride dell'arciere
poi, in esilio sulla terra, tra gli scherni
con le sue ali da gigante non riesce a camminare.

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L’ALBATROS

Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage
Prennent des albatros, vastes oiseauz des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-il déposeés sur le planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
L'un agace son bec avec un brûle-guele,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête e se rit de l'archer;
Exilé sul le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.

(da I fiori del male, 1857)

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Non tutti capiscono la poesia, non tutti comprendono i poeti e quella loro sensibilità che permette loro di volare alto, di librarsi nei cieli azzurri dell’immaginazione dove la realtà è osservata da un altro punto di vista. Alcuni addirittura li deridono, li giudicano incapaci di rapportarsi con il mondo – questo mondo che vive di Grandi Fratelli e di Transformers, che vende libri solo perché ci sono i vampiri o i maghetti e restringe sempre più lo scaffale delle librerie destinato alla poesia. Se nel Basso Medioevo il poeta era idolatrato e venerato, se il suo dire teneva forza e autorevolezza, ci sono stati invece altri periodi bui come questo. Charles Baudelaire, vissuto nel cuore dell’Ottocento, ricorre all’analogia dell’albatro, il grande uccello marino del Pacifico dall’apertura alare di tre metri e mezzo: quando è in volo è un esempio di grazia e armonia, sulla terraferma è goffo e impacciato e anche il decollo è impegnativo e dispendioso. I marinai li catturavano e li tenevano così sulle navi: l’albatro, incapace di ribellarsi, doveva sottostare a tutte le angherie. Così il poeta, ci dice Baudelaire, una volta tolto dal suo elemento, è un essere solitario e indifeso, esiliato nel consesso di quegli uomini che deridono e scimmiottano. Quel mondo, quella società che lo imprigiona, non gli appartiene: il poeta non è in grado di camminarvi – come l’albatro impedito dalle sue grandi ali, è destinato a volare libero.

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FOTOGRAFIA © JJ HARRISON

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta
è sempre socialmente poco accettato, almeno finché non è coronato dalla fama: anche allora resta inaccettabile ai più, ma il piedistallo su cui viene posto, isolandolo di fatto, neutralizza la diversità che egli rappresenta.
DONATELLA BISUTTI, Fernanda Romagnoli. L’anima in disparte

venerdì 28 ottobre 2011

Come le foglie


Gli uomini sono sempre stati avvinti dal ciclo delle stagioni: così per i poeti le foglie che spuntano sui rami e che poi, al compimento del periodo vegetativo, seccano e cadono, portate dal vento, diventano la perfetta analogia per la vita umana e per il suo corso. Leggiamone qualche variazione, in questo tempo d’autunno che colora i giardini e le strade con il giallo delle foglie: dall’antichità greca dell’VIII-VII secolo avanti Cristo ecco come specchi opposti l’immagine positiva di Omero, che espone il trionfo della vita concludendo con il rigoglio primaverile e quella negativa di Mimnermo, che prende spunto dal dato pittoresco delle foglie per poi perdersi in lugubri pensieri; poi la favolistica visione di Giacomo Leopardi, che però “imita” un componimento di Antoine-Vincent Arnault; e infine l’amara constatazione di Giuseppe Ungaretti, che in quattro dei versi più famosi della letteratura italiana esprime l’orrore e lo strazio della guerra, che uccide gli uomini trasformando le loro vite in una “corolla di tenebre”.
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OMERO

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[...] Magnanimo Tidide, 
perché tu mi chiedi la mia stirpe?
Quale è la generazione delle foglie,
tale è anche quella degli uomini.
Le foglie, alcune il vento sparge a terra,
ma altre ne produce la selva rigogliosa,
e giunge la stagione di primavera:
così le generazioni degli uomini,
nasce una, l'altra scompare.


(dall’Iliade, VI 146-149) 
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MIMNERMO

*


Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell'età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre al fianco,
l'una con il segno della grave vecchiaia
e l'altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d'un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.


(Traduzione di Salvatore Quasimodo)
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GIACOMO LEOPARDI

IMITAZIONE


Lungi dal proprio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? - Dal faggio
Là dov'io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,
E la foglia d'alloro.


(da Canti)
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GIUSEPPE UNGARETTI

SOLDATI


Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.


(da L’Allegria)



FOTOGRAFIA © KARIL
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LA FRASE DEL GIORNO
Come d'autunno si levan le foglie / l'una appresso dell'altra, infin che il ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie; // similemente il mal seme d'Adamo: / gittansi di quel lito ad una ad una / per cenni, come augel per suo richiamo.
DANTE ALIGHIERI, Inferno, III, 112-117

giovedì 27 ottobre 2011

Piuttosto che

 

“Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «... piuttosto che ... piuttosto che ... piuttosto che ...», oppure «... piuttosto  che ... o ... o ... », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani,  ne restino indenni?)”. Così si esprimeva già nell’ottobre 2002 Ornella Castellani Polidori su La Crusca per voi, organo di stampa dell’Accademia della Crusca rispondendo alla domanda di una signora perplessa dall’uso di “piuttosto che” come disgiuntiva.

Ora, sappiatelo, a me dà molto fastidio questo modo di esprimersi. E questo non sarebbe nulla, perché tante altre cose mi danno fastidio, anche se perfettamente lecite: ma usare “piuttosto che” al posto di “o” è un errore. La Treccani, che è più fine, segnala questa insana abitudine come “impropria”. In effetti, piuttosto introduce una comparazione tra due parti uguali del discorso (due aggettivi, due verbi, ecc.): sono zone in cui fa piuttosto caldo che freddo; lo direi sfacciato piuttosto che disinvolto; chiederebbe l’elemosina piuttosto che rivolgersi a lui per aiuto. È chiaro che usare il “piuttosto che” in funzione disgiuntiva non può fare altro che generare confusione. Non ci credete? Sentite questa frase estrapolata da L’Espresso del 25 maggio 2001 – pagina 35, articolo Il cretino locale sulla fuga dei cervelli, (già allora!) - «È stupefacente riscontrare quanti italiani trentenni e quarantenni popolino le grandi università americane, piuttosto che gli istituti di ricerca e le industrie ad avanzata tecnologia nella Silicon Valley». “Piuttosto che” in questo caso significa che i cervelli in fuga italiani se ne sbattono della Silicon Valley, della Apple, dell’informatica tutta e puntano solo alle grandi università americane. Ma non era quello che il redattore intendeva dire.

Non è un modo di parlare elegante, sebbene si dice sia un vezzo esportato da famiglie “agiate” della bella vita settentrionale, in particolare milanese e torinese. Che vuol dire? Gianni Agnelli portava con classe infinita l’orologio d’oro sul polsino della camicia. Se lo facciamo noi con i nostri Swatch, sembriamo solo dei pitocchi…

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Tractatus logicus-philosophicus

mercoledì 26 ottobre 2011

Un momento di nostalgia

 

MARINO MUÑOZ LAGOS

QUESTIONARIO

Io che ho vissuto in provincia
e mi alzo all’alba
e di notte conto le stelle,
le foglie degli alberi
e i venditori che vengono in piazza,
vorrei chiedere un momento
per il silenzio, la nostalgia,
i sogni di tutti i vicini
e lo scricchiolio musicale del gelo.
Per vedere se mi rispondono con parole tranquille
dalla capitale dell’amore senza amore
e del tuo nome che si perde lontano.

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Marino Muñoz Lagos (Mulchén, 1925) è un poeta del sud del Cile. Di lui il critico Ramón Díaz Eterovic dice che “i suoi versi hanno al contempo la dolcezza della neve e l’impeto del vento che ha accompagnato il suo viaggio magellanico”: poesia di nostalgia per il tempo che è stato, per una donna perduta, per le buone cose dei giorni che furono, contrapposte al presente sconsolato – la grande capitale invece della campagna australe, l’assenza che sembra riecheggiare per le strade vuote dove l’amore non è neppure quello che sembra. E il poeta ritaglia per sé il ruolo di cantore che vive di memorie: “Sono il musicista morso / dagli inverni / il povero musicista dimenticato / che dorme sulla terra / con i suoi stracci caldi”.

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RENÉ MAGRITTE, “LA NOSTALGIA”

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LA FRASE DEL GIORNO
La nostalgia è una seducente bugiarda.

GEORGE WILDMAN BALL, Newsweek, 1971

martedì 25 ottobre 2011

Cos’è la poesia? (XXI)


 

FEDERICO GARCÍA LORCA

SU UN LIBRO DI VERSI

Lascerei in questo libro
tutta la mia anima. 
Questo libro che ha visto 
con me i paesaggi
e vissute ore sante. 
Che pena i libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
che si spengono e passano!
Che profonda tristezza
è guardare i mosaici
di dolore e di pene
che un cuore erige!
Veder passare gli spettri
di vite che sfumano.
Vedere l’uomo nudo su un pegaso senz’ali.
Vedere la Vita e la Morte,
la sintesi del mondo, che in spazio profondo
si guardano e s’abbracciano.
Un libro di poesie 
è l’Autunno morto:
i versi sono foglie
nere su terre bianche. 
E la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
impenetrabili distanze. 
Il poeta è un albero
con frutti di tristezza
e foglie avvizzite
dalle lacrime per ciò che ama.
Il poeta è il medium
della natura
che spiega la sua grandezza
mediante le parole.
Il poeta comprende 
tutto l’incomprensibile
e chiama sorelle
cose che si odiano.
Sa che le strade
son tutte possibili
e per questo nell’oscurità le percorre con calma.
Nei libri di versi
fra rose di sangue,
tristi ed eterne sfilano carovane
che ferirono il poeta
quando piangeva la sera
attorniato ed oppresso
dai propri fantasmi.
Poesia è Amarezza
miele celeste che scende
da un favo invisibile
che fabbricano le anime.
Poesia è l’impossibile
reso possibile. 
Arpa
che invece di corde
ha cuori e fiamme. 
Poesia è la vita
che percorriamo con ansia
aspettando chi governi
senza meta la nostra barca.
Dolci libri di versi
sono gli astri che vanno,
nel silenzio muto 
al regno del Nulla, scrivendo nel cielo,
le loro strofe d’argento.
Oh, che pene profonde
e mai alleviate
i dolorosi versi
che i poeti cantano!
Come nell’orizzonte
ristoro gli sguardi,
così lascerei su questo
libro l’intera mia anima
!

(da Sonetti dell'amore oscuro; Poesie d'amore e di erotismo; Inediti della maturità, Einaudi, 2006)

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Cos’è la poesia? Cos’è il poeta? Federico García Lorca (1898-1936) ce ne dà un’esauriente definizione. Il poeta è colui che si mette a nudo illuminando con l’espressione dei suoi sentimenti più profondi una porzione di realtà. È come il medium che comunica con l’aldilà, e in effetti ecco torna ancora una volta questa capacità profetica del poeta: il mezzo attraverso cui la realtà e la natura comunicano con il mondo i loro segreti. Ecco perché aprire un libro di poesie, immergersi nei versi significa entrare in casa del poeta e provare quello che prova lui, in sintonia con il suo animo. Significa lasciarsi guidare da chi conosce la strada e ci può mostrare lungo il percorso tutte le meraviglie che a occhi profani, non abituati alla bellezza, sfuggono.

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FOTOGRAFIA © TOMMY PATTO / FLICKR

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia non cerca seguaci, cerca amanti
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FEDERICO GARCÍA LORCA

lunedì 24 ottobre 2011

Una ciclista lungo la Marna

 

RAYMOND RADIGUET

L’APPUNTAMENTO SOLITARIO

Fatti prestare un tenero rifugio
di foglie dagli uccelli, mia ciclista!
Ti sei stancata ormai di pedalare
e come un fiore in boccio di narciso
su queste rive ti vieni a sdraiare.

A me tu sembri attendere te stessa.
Ma perché non s’
accosti un curioso
io nomino la Marna vigilessa
di quelle esche che impudica tendi.
E veglierà la Marna il tuo riposo.

Se la sua dolce acqua può sembrare
delle altre più dolce e più pudica,
come noi tuttavia potrà sperare:
che nel sole svanisca, quando è l'ora
del tè, bevuto coi calzoni bianchi -

la tua verginità.

(da Le joues en feu, 1925 – Traduzione di Luciano Luisi)

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“L'amore è come la poesia, e tutti gli amanti, anche i più mediocri, credono di fare qualcosa di nuovo”: Raymond Radiguet, (1903-1923) scrittore belga morto a vent’anni per una febbre tifoidea, così scrive nell’opera per cui è universalmente conosciuto, Il diavolo in corpo. La sua poesia viaggia sulle ali della giovinezza, esprime la passione di un adolescente in bilico tra castità ed erotismo, tra sogno e desiderio: la ragazza che va in bicicletta sulla strada che costeggia la Marna diventa così la dea solitaria del fiume dove il giovane Raymond è solito passeggiare con il padre e i fratelli, come racconta nel romanzo: “Una delle nostre mete preferite era Ormesson, seguendo il Morbras, un fiume largo un metro, attraverso prati dove crescono dei fiori che non si incontrano altrove, e di cui non ricordo il nome. Ciuffi di crescione o di menta nascondono al piede che si avventura il punto in cui comincia l'acqua. Il fiume in primavera trasporta migliaia di petali bianchi e rosa. Sono biancospini”. Là scorre la Marna, là una ciclista impudica si specchia come un Narciso femmina nelle acque del fiume.

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FOTOGRAFIA © PICCSY

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LA FRASE DEL GIORNO
Probabilmente siamo tutti dei Narcisi, che amano e detestano la propria immagine, ma provano indifferenza per tutte le altre. È questo istinto di somiglianza che ci guida nella vita, gridandoci «Alt!» davanti a un paesaggio, a una donna, a una poesia. Possiamo ammirarne altri, ma senza rimanere così colpiti. L'istinto di somiglianza è la sola linea di condotta che non sia artificiosa.
RAYMOND RADIGUET, Il diavolo in corpo

domenica 23 ottobre 2011

Ritorno alla città

 

ADAM ZAGAJEWSKI

CERCA

Sono tornato alla città
dove fui bambino e ragazzo
e un vecchio di trent’anni.
La città mi ha accolto con indifferenza,
i megafoni delle sue vie mormoravano:
non vedi che il fuoco brucia ancora?
non odi il ruggito delle fiamme?
Vattene.
Cerca in un altro posto.
Cerca
Cerca la tua vera patria.

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Quando il Nobel è stato assegnato a Tomas Tranströmer, molti hanno storto il naso: non lo conoscevano. Un altro poeta conosciuto solo dagli addetti ai lavori, da tempo candidato al Premio Nobel, è il polacco Adam Zagajewski (Leopoli, Ucraina, 1945), del quale già abbiamo letto l’ironica Senza flash. Qui lo troviamo invece alle prese con il ricordo, il doloroso ricordo di chi non trova più la sua patria: la sua famiglia fu infatti costretta ad abbandonare Leopoli per un espatrio forzato in Slesia quando la città, fino ad allora polacca, passò sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Il poeta aveva quattro mesi quando i suoi genitori dovettero trasferirsi a Gliwice. Ecco come ne parlava in un’intervista pubblicata sul “Giornale di Vicenza” del 19 aprile 2011: “Io ho vissuto a Gliwice, in Slesia, che è ad un’ora di distanza da Auschwitz. La città dove sono cresciuto era una sorta di succursale di Auschwitz. Non potevo ignorare una cosa del genere. Però scrivere poesie serve a liberarti. C’è qualcosa di storico nella poesia, perché questa è il movimento dell’anima e quando tu combini storia e poesia, permetti di trovare alla storia un modo più semplice per sopravvivere”. La patria che non c’è, che non è quella dei giorni che si vivono, ma quelli del cuore. Continua Zagajewski: “Ho vissuto a Leopoli solo quattro mesi per cui non ho nessun ricordo di questa città. Però, dopo che la mia famiglia è stata espulsa e ci siamo trasferiti altrove, i miei famigliari parlavano sempre di Leopoli ricordandola come un posto bellissimo. Credo che tutti abbiamo un po’ l’idea di un’età dell’oro, di un tempo, di un luogo in cui tutto era paradiso. Buona parte della mia opera parla di questo sogno che non c’è più. Quella che per la mia famiglia è stata una terribile perdita, per me è stato un enorme dono: una città si è trasformata in un sogno. Leopoli è per me come Atlantide. Atlantide era un luogo bellissimo perché non è mai esistito”.

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PANORAMA DI GLIWICE © JAN MEHLICH

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LA FRASE DEL GIORNO
Adesso la poesia ha assunto un ruolo individuale per le persone. È come guardare un quadro o ascoltare Bach. Però ti fa sentire molto più umano.

ADAM ZAGAJEWSKI, Il Giornale di Vicenza, 19 aprile 2011

sabato 22 ottobre 2011

Vocazione ad esistere

 

LEONARDO SINISGALLI

MI DIFENDO A QUESTA RAFFICA

Mi difendo a questa raffica
Che spolvera la luce della piazza
Sulle cime dei pioppi.
Nel debole riverbero uno stormo
Di foglie risale il ciglio della murata.
Batte qui dove mi duole
Questa voce tutta notte:
Mi ritorna la triste
Vocazione ad esistere,
La brama di cercarmi in ogni luogo.

(da Vidi le Muse, Mondadori, 1943)

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Una sera d’autunno. Il vento freddo soffia per le vie e trascina mulinelli di foglie qua e là. Il poeta, Leonardo Sinisgalli (1908-1981) si interroga, prende “coscienza dello spazio terrestre”, come rilevò Giuseppe Pontiggia, nella sua terra natale, l’arcaica e remota Lucania che diverrà poi terra del ricordo negli anni romani e milanesi. Esprime tutta la tensione che alimenta la sua poesia e la sua vita: più avanti negli anni, già nel 1970, Sinisgallli in Calcoli e fandonie riuscirà finalmente a metterla a fuoco: “I fisici si trovano di fronte a un bivio: mondo e antimondo. E i poeti devono scegliere tra poesia e non-poesia”.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
La natura entra placidamente nelle nostre capsule, nelle parole e nei simboli, nelle lettere e nelle cifre. Ci entrano anche i pensieri. Entrano le formule semplicissime che regolano il mondo. Le equazioni di Einstein sono brevi come le formula dell'acqua e del sale. Dio è laconico
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LEONARDO SINISGALLI, Furor mathematicus

venerdì 21 ottobre 2011

Amore, pazza attesa

 

BIAGIA MARNITI

SOLA CAMMINO…

Sola cammino alla fine del mio giorno.
I baci ov'era terra spiga mare
forse in me cresceranno
in tanta terra spiga mare.
Amore, pazza attesa, fissa luna tu sei,
ma inutile è sperare
se il cuore non risponde
e l'eco di un bacio non ha suono.

(da Più forte è la vita, Mondadori, 1957)

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Biagia Marniti (Ruvo di Puglia, 1921), bibliotecaria a Sassari, Roma e Pisa, poi dirigente presso il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, fu una seguace di Giuseppe Ungaretti, che non a caso firmò la prefazione a Più forte è la vita. Il suo è un canto sanguigno, impregnato del calore febbrile delle terre del Sud, trasformato poi in ricordo nella lunga stagione romana. Quel caldo appassionato si trasferisce anche nelle poesie d’amore, dove diventa intenso temperamento.

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IMMAGINE © TINYPIC.COM

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono terra che uomo ha scavato / ora porto radici di albero e fiori.
BIAGIA MARNITI, Più forte è la vita

giovedì 20 ottobre 2011

Cos’è la fotografia? (I)

 

DIANE ARBUS

“Una fotografia è un segreto che parla di un segreto.
Più essa racconta, meno è possibile conoscere”

Diane Arbus
Puerto Rican woman with a beauty mark, N.Y.C.
1965

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RICHARD AVEDON

“Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie,
sono piuttosto letture di ciò che sta sopra. Ho una grande fede
nella superficie che, quando è interessante, comporta in sé infinite tracce”

Richard Avedon
Twiggy, hair by Ara Gallant, Paris
January 1968

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HENRI CARTIER-BRESSON

“Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento”

Henri Cartier-Bresson
Gare Saint Lazare, Paris
1932

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LA FRASE DEL GIORNO
Non ci sono regole per i buoni fotografi, ci sono solo buoni fotografi
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ANSEL ADAMS, The Essence of Photography

mercoledì 19 ottobre 2011

Andrea Zanzotto

 

Il poeta Andrea Zanzotto è morto ieri all’ospedale di Conegliano, dove era ricoverato per difficoltà respiratorie. Il 10 ottobre aveva spento 90 candeline, essendo nato nel 1921 a Pieve di Soligo, nel Trevigiano, città amatissima dove ha sempre vissuto, il luogo che permea le sue poesie e ne diventa protagonista con la natura della zona che la circonda. Anche la sua lingua, il dialetto, è entrato a far parte della poetica, diventando un linguaggio universale e ironico, concorrendo a plasmare il tipico discorso costruito e deformato.

Tra i suoi maestri Concetto Marchesi, Manara Valgimigli e Diego Valeri. Giuseppe Ungaretti e Alfonso Gatto furono invece i colleghi più anziani che credettero in lui e lo sostennero negli esordi. Fu infatti un concorso per inediti a farlo emergere nel 1950: quelle poesie saranno pubblicate l’anno dopo con il titolo Dietro il paesaggio. Nel 1954 Elegia e altri versi, nel 1957 Vocativo e nel 1962 IX Ecloghe segneranno il suo periodo più felice, consolidando la sua fama e il suo stile ormai vicino alla neoavanguardia: il messaggio si annoda con temi psicologici, si mischia con il sogno e l’inconscio e il linguaggio di conseguenza si fa più complicato, fino ad arrivare al dialetto petèl, ai fonemi, ai balbettii di La beltà, opera del 1968. La lingua assume un’importanza notevolissima, essendo alla fine ciò cui rimangono aggrappate la conoscenza e la salvezza, distrutta dalla società consumistica l’autenticità della realtà.

Cos’è dunque la poesia per Zanzotto? Ascoltiamo la risposta dalle sue parole: “La poesia è la prima figura dell'impegno: perché non solamente essa deve e può parlare della libertà, dire cioè la prepotente 'sortita' dell'uomo dalle barriere di ogni condizionamento, e il superamento di qualunque 'dato'; ma col suo solo apparire, col suo sì essa dà inizio alla sortita, al processo di liberazione. La poesia, come la libertà è 'una sola parola' quella che 'salva l'anima' in una suprema proposta qualitativa”.

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FOTOGRAFIA © ENGELER

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da IX ECLOGHE, 1962

L’ATTIMO FUGGENTE

"Le front comme un drapeau perdu"

Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
di coazione. Gli altri nell'incorposa
increante libertà. Dal monte
che con troppo alte selve m'affronta
tento vedere e vedermi,
mentre allegria irrita di lumi
san Silvestro, sparge laggiù la notte
di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
E. E, puro vento, sola neve, ch'io toccherò tra poco.
Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
In voi fui, sono, mi avete atteso,
non mai dubbio v'ha offesi.
Sarai, anima e neve,
tu: colei che non sa
oltre l'immacolato tacere.
Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
È questo il sospiro che discrimina
che culmina, "l'attimo fuggente".
È questo il crisma nel cui odore io dico:
sì, mi hai raccolto
su da me stesso e con te entro
nella fonte dell'anno.

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da LA BELTÀ, 1968

SÌ, ANCORA LA NEVE

"Ti piace essere venuto a questo mondo?"
Bamb.: Sì, perché c'è la STANDA".

Che sarà della neve
che sarà di noi?
Una curva sul ghiaccio
e poi e poi... ma i pini, i pini
tutti uscenti alla neve, e fin l'ultima età
circondata da pini. Sic et simpliciter?
E perché si è - il mondo pinoso il mondo nevoso -
perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci,
perché si è fatto noi, roba per noi?
E questo valere in persona ed ex-persona
un solo possibile ed ex-possibile?
Hölderlin: "siamo un segno senza significato":
ma dove le due serie entrano in contatto?
Ma è vero? E che sarà di noi?
E tu perché, perché tu?
E perché e che fanno i grandi oggetti
e tutte le cose-cause
e il radiante e il radioso?
Il nucleo stellare
là in fondo alla curva di ghiaccio,
versi inventive calligrammi ricchezze, sì,
ma che sarà della neve dei pini
di quello che non sta e sta là, in fondo?
Non c'è noi eppure la neve si affisa a noi
e quello che scotta
e l'immancabilmente evaso o morto
evasa o morta.
Buona neve, buone ombre, glissate glissate.
Ma c'è chi non si stanca di riavviticchiarsi
graffignare sgranocchiare solleticare,
di scoiattolizzare le scene che abbiamo pronte,
non si stanca di riassestarsi
- l'ho, sempre, molto, saputo -
al luogo al bello al bel modulo
a cieli arcaici aciduli come slambròt cimbrici
al seminato d'immagini
all'ingorgo di tenebrelle e stelle edelweiss
al tutto ch'è tutto bianco tutto nobile:
e la volpazza di gran coda e l'autobus
quello rosso sul campo nevato.
Biancaneve biancosole biancume del mio vecchio io.
Ma presto i bambucci-ucci
vanno al grande magazzino
- ai piedi della grande selva -
dove c'è pappa bonissima e a maraviglia
per voi bimbi bambi con diritto
e programma di pappa, per tutti
ferocemente tutti, voi (sniff sniff
gran gnam yum yum slurp slurp:
perché sempre si continui l'"umbra fuimus fumo e fumetto"):
ma qui
ahi colorini più o meno truffaldini
plasmon nipiol auxol lustrine e figurine
più o meno truffaldine:
meglio là, sottomano nevata sottofelce nevata...
O luna, ormai,
e perfino magnolia e perfino
cometa di neve in afflusso, la neve.
Ma che sarà di noi?
Che sarà della neve, del giardino,
che sarà del libero arbitrio e del destino
e di chi ha perso nella neve il cammino
(e la neve saliva saliva - e lei moriva)?
E che si dice là nella vita?
E che messaggi ha la fonte di messaggi?
Ed esiste la fonte, o non sono
che io-tu-questi-quaggiù
questi cloffete clocchete ch ch
più che incomunicante scomunicato tutti scomunicati?
Eppure negli alti livelli
sopra il coma e il semicoma e il limine
si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola
- ancora - per una minima e semiminima
biscroma semibiscroma nanobiscroma
cose e cosine
scienze lingue e profezie
cronaca bianca nera azzurra
di stimoli anime e dèi,
libido e cupìdo e la loro
prestidigitazione finissima;
è così, scoiattoli afrori e fiordineve in frescura
e "acqua che devia
si dispera si scioglie s'allontana"
oltre il grande magazzino ai piedi della selva
dove i bambucci piluccano zizzole...
E le falci e le mezzelune e i martelli
e le croci e i designs-disegni
e la nube filata di zucchero che alla psiche ne vie?
E la tradizione tramanda tramanda fa passamano?
E l'avanguardia ha trovato, ha trovato?
E dove il fru-fruire dei fruitori
nel truogolo nel buio bugliolo nel disincanto,
dove, invece, l'entusiasmo l'empireirsi l'incanto?
Che si dice lassù nella vita,
là da quelle parti là in parte;
che si cova si sbuccia si spampana
in quel poco in quel fioco
dentro la nocciolina dentro la mandorletta?
E i mille dentini che la minano?
E il pino. E i pini-ini-ini per profili
e profili mai scissi mai cuciti
ini-ini a fianco davanti
dietro l'eterno l'esterno l'interno (il paesaggio)
dietro davanti da tutti i lati,
i pini come stanno, stanno bene?
 
Detto alla neve: "Non mi abbandonerai mai, vero?"
 
E una pinzetta, ora, una graffetta.

 

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AL MONDO

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.

Su, bello, su.

Su, münchhausen.

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BIBLIOGRAFIA DI ANDREA ZANZOTTO
  • Dietro il paesaggio, Mondadori, Milano 1951
  • Elegia e altri versi, Edizioni della meridiana, Milano 1954
  • Vocativo, Mondadori, Milano 1957
  • IX Egloghe, Mondadori, Milano 1962
  • Sull'Altopiano, Pozza, Vicenza 1964
  • La Beltà, Mondadori, Milano 1968
  • Gli sguardi i fatti e Senhal, Tipografia Bernardi, Pieve di Soligo 1969 
  • A che valse? (Versi 1938-1986), strenna per gli amici, Scheiwiller, Milano 1970
  • Pasque, Mondadori, Milano 1973
  • Poesie (1938-1972), Oscar Mondadori, Milano 1973
  • Filò. Per il Casanova di Fellini, Mondadori, Milano 1988
  • Il galateo in bosco, Mondadori, Milano 1978
  • La storia dello zio Tonto, Lisciani & Giunti, Teramo 1980
  • Filò e altre poesie, Lato Side, Roma 1981
  • Fosfeni, Mondadori, Milano 1983
  • Mistieròi-Mistirùs, Milano 1985
  • Idioma, Mondadori, Milano 1986
  • Racconti e prosa, Mondadori, Milano 1990
  • Fantasia di avvicinamento, Mondadori, Milano 1991
  • Poesie (1938-1986), Oscar Mondadori, Milano 1993
  • Aure e disincanti del Novecento Letterario, Mondadori, Milano 1994
  • Sull'Altopiano e prose varie, Neri Pozza, Vicenza 1995
  • Il Galateo in Bosco, Mondadori, Milano 1996 
  • Meteo, Donzelli, Roma 1996
  • Sovrimpressioni, Mondadori, Milano 2001
  • La storia del Barba Zhucon e La storia dello zio Tonto, Corraini, Mantova 2004
  • Colloqui con Nino, Bernardi 2005
  • In questo progresso scorsoio, intervista con Marzio Breda, Garzanti, Milano 2009
  • Conglomerati, Mondadori, Milano 2009
  • Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2011

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche oggi, circondati come siamo da un pullulare continuo di novità e contraddizioni che ci mettono nella stessa situazione di quei personaggi dei film western costretti a saltellare di continuo per evitare le pallottole che gli sparano sui piedi. E così, tra sberle, pugni e pallottole, la stessa poesia non può far altro che saltellare. Procedendo per incerti frammenti.

ANDREA ZANZOTTO, La Repubblica, 23 settembre 1999

martedì 18 ottobre 2011

Onda che corre senza fine

 

JOUMANA HADDAD

ALBERO AZZURRO

Quando i tuoi occhi incontrano la mia solitudine
il silenzio diventa frutto
e il sonno tempesta
si socchiudono porte proibite
e l'acqua impara a soffrire.

Quando la mia solitudine incontra i tuoi occhi
il desiderio sale e si spande
a volte marea insolente
onda che corre senza fine
nettare che cola goccia a goccia
nettare più ardente che un tormento
inizio che non si compie mai.

Quando i tuoi occhi e la mia solitudine si incontrano
mi arrendo nuda come la pioggia
e nuda come un seno sognato
tenera come la vite che matura il sole
molteplice mi arrendo
finché nasca l'albero del tuo amore
Tanto alto e ribelle
Tanto alto e tanto mio
Freccia che ritorna all'arco
Palma azzurra piantata nelle mie nuvole
Cielo crescente che niente fermerà.

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La poetessa Joumana Haddad (Beirut, 1970) è una coraggiosa ed esuberante donna libanese, direttrice delle pagine culturali del quotidiano An-Nahar, traduttrice e poliglotta, co-sceneggiatrice e interprete del film Che succede?, girato nel 2009 da Jocelyn Saab. I suoi versi sono quelli di una poetessa sensuale e cerebrale, si bilanciano tra ferocia e tenerezza in un dire moderno che spazza via gli stereotipi sulle donne arabe. Così è anche per questo Albero azzurro dove il desiderio si manifesta onda su onda senza mai realizzarsi, rimanendo una tormentosa dolcezza in cui è bellissimo perdersi, prigionieri delle catene dei sensi.

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VIK, “ONDA D’AMORE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Di desiderio più che di soddisfazione cibasi Amore. Eternamente si amano gli ideali perché non raggiungonsi mai.

CARLO DOSSI, Goccie d’inchiostro

lunedì 17 ottobre 2011

Così almeno vivi

 

DEREK WALCOTT

IL PUGNO

Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta

oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.

Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

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Finché c’è vita c’è speranza, recita il vecchio proverbio. Si può parafrasarlo così, a commento di questa poesia: finché c’è amore, c’è vita. L’amore, in tutte le sue manifestazioni: quella gioiosa dell’appagamento, quella fisica dei sensi, quella ansiosa del desiderio, quella dolorosa dell’assenza. Finché si ama e si soffre per amore e si gode per amore e ci si interroga e ci si arrovella per esso, si è comunque vivi. I versi sono di Derek Walcott (Castries, 1930), poeta di lingua inglese della piccola isola caraibica di Saint Lucia, premiato con il Premio Nobel per la Letteratura nel 1992.

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FOTOGRAFIA © DELACORR

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è vita. Tutto, tutto ciò che io capisco, lo capisco solamente perché amo. È solo questo che tiene insieme tutto quanto.
LEV TOLSTOJ, Guerra e pace

domenica 16 ottobre 2011

La poesia non c’è

 

KO UN

IL POETA

Fu a lungo un poeta.
Persino i bambini
e le donne
lo chiamavano "Poeta".
Più di chiunque altro
lui fu un Poeta.
Persino i maiali, i cinghiali,
grugnendo lo chiamavano "Poeta".
 
Partì per andare lontano, morì sulla via del ritorno.
Non un verso rimase nella sua capanna di paglia.
Fu forse un poeta che non scriveva poesie?
Un altro poeta
compose in sua vece una poesia.
Non appena scritta,
fiuuu
, volò via con una folata di vento.
 
Fu così che poesie di ogni spazio e tempo, scritte in migliaia di anni, seguendole
volarono via una per volta,
fiuuu
, con una folata di vento.
 
La poesia non c'è.

(da L’isola del canto, Lietocolle, 2009 – Traduzione di Vincenza D’Urso)

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“Il linguaggio... deve diventare il prodotto del silenzio - sorgente del significato - che viene prima dell'atto della parola”: la pratica del buddhismo Zen suggerisce al poeta sudcoreano Ko Un (Gunsan, 1933) la cosmologia della poesia, la sua presenza in ogni cosa. Come rileva il critico Paolo Leoncini nella prefazione alla silloge “Nascendo dalla correlazione cosmologica, dalla necessità esistenziale, dal silenzio, la parola di Ko Un "non ha quasi bisogno di parole... il poeta della parola diventa così poeta dei silenzi". I significati del vivere (il tempo, l'amore, la nascita, la morte) sono colti come "ritmo" e come "eco" di un fluire sensoriale”. Il poeta ritratto da Ko Un paradossalmente non scrive un verso, è egli stesso la poesia, che interpreta con la sua vita – tutti lo chiamano poeta, perfino i maiali e i cinghiali. Il lettore diventa, a sua volta, interprete e coautore del testo, come sempre teorizzato da Octavio Paz: “Il lettore è un altro poeta”.

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IMMAGINE © SINO IMPRESSION

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LA FRASE DEL GIORNO
Nessuna poesia può rimanere su una scrivania o su uno schermo di Internet. Le poesie non esistono in antologie materiali. L'universo, lo spazio, l'immensità del tempo sono il loro palcoscenico più consono.
KO UN

sabato 15 ottobre 2011

Un momento

 

MAXINE KUMIN

DOPO L’AMORE

E dopo, la ricomposizione.
I corpi riprendono i loro confini.

Queste gambe, ad esempio, sono le mie.
Le tue braccia ti riportano in te.

I cucchiai delle nostre dita, le labbra
riconoscono il loro possessore.

Le lenzuola sbadigliano, una porta
insensatamente sbatte
e nel cielo, cantilenando
un aereo scende.

Niente è cambiato, se non che
c’è stato un momento in cui
il lupo, il lupo mercante
che sta fuori dal sé
si è sdraiato sereno, e si è messo a dormire.

(da The Nightmare Factory, 1970)

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Dopo l’amore, dopo il contatto fisico tra i corpi, dopo la scintilla che ha trasportato i due amanti fuori dal mondo, mostrando loro un istante di paradiso, tutto torna normale: i due corpi che sono stati uno si riappropriano della loro singolarità e anche l’ambiente esterno scorre normale – in realtà ci si accorge che continua a scorrere esattamente nello stesso modo. Ma, come ci dice la poetessa statunitense Maxine Kumin (Philadelphia, 1925), non è vero che nulla è mutato: c’è stato appunto quel momento in cui l’anima si è liberata, ha trovato pace dalla sua continua ansia volando libera e leggera come in un sogno.

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FOTOGRAFIA © CHANHOPE

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è una esperienza attraverso la quale tutto il nostro essere viene rinnovato e rinfrescato, come accade alle piante quando la pioggia le bagna dopo la siccità.

BERTRAND RUSSELL, La conquista della felicità

venerdì 14 ottobre 2011

La mantide fra le piante

 

LUIGI BARTOLINI

LA MANTIDE

Colori
delle foglie
eguali
ed ovali,
delle acacie
dei viali
oltre il Suburbio,
al sole;
è così
che, di sé,
ogni amante
crede
d'essere la lucertola
innocente
che si nasconde
silenziosa.
Infatti
crede,
anche Anita,
d'essere la mantide religiosa
che fra le piante
si nasconde
ad improvviso
sguardo
di passante.

(da Pianete, Vallecchi, 1953)

 

Intemperante e attaccabrighe, “spirito folletto” come si definì egli stesso, il pittore e narratore marchigiano Luigi Bartolini (1892-1963) trovò spesso nella poesia la liberazione dal fervore polemico. Così i risentimenti lasciano il posto a una contemplazione della realtà con toni agresti – «Abbiamo fatto, con l’Anna, come gli uccelli / abbiamo fatto il nido in aprile» inizia la sua poesia più famosa – accendendo una sensualità estrosa e limpida, venata qua e là d’amarezza. E così è anche per questa simbolizzazione degli amanti nei larghi viali della periferia romana: chi lucertola, chi mantide…

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DIPINTO DI LEONID AFREMOV

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutto vince Amore, e noi cediamo all’amore.
VIRGILIO, Bucoliche

giovedì 13 ottobre 2011

Dell’ispirazione

 

“Fra un cane che cerca di passare per una porta socchiusa con un osso in bocca, e uno scienziato o uno scrittore che cercano un’idea, non c’è differenza: prova e riprova, l’osso passa dalla porta e l’idea viene”: così Robert Musil inquadrava l’ispirazione, ovvero quel fervore creativo, quel motivo interno alla mente che ci consente di creare un’opera, una poesia, un romanzo, un dipinto. Anche un tema, perché no? Mi vedo ancora sui banchi del liceo con il gomito ben saldo, la testa appoggiata al palmo, lo sguardo nel vuoto in cerca di un modo per svolgere il compito assegnato. Non c’è niente da fare: deve venire da sé. Al massimo aiuta scrivere qualcosa, per poi scoprire che altro volevamo scrivere e intraprendere finalmente il cammino giusto.

La scrittrice americana Amy Tan si chiede: “Chissà da dove nasce l’ispirazione. Forse deriva dalla disperazione. Forse dal caso dell’universo, dalla gentilezza delle muse”. Già, la Musa è il simbolo dell’ispirazione, ogni poeta la invoca perché lo ispiri. Certo, non più le nove Muse originali, quelle nate da nove notti d’amore di Zeus con Mnemosine: Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Urania, Polinnia e Calliope, rispettivamente patrone di storici, musicisti, commediografi, scrittori tragici, danzatori, poeti d’amore, astronomi, autori di canti sacri e poeti epici. Ognuno oggi ha la sua Musa, che sia  una figura femminile o una persona cara, che sia la stessa poesia in sé. Femmina la Musa, e dunque volubile: non si presenta a comando, giunge solo quando vuole, quando è lei, appunto, a ispirare. “E d'un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, e a quello che il buon Bog manda loro. La musica mi venne in aiuto. C'era una finestra aperta con uno stereo, e seppi subito che cosa fare” dice Alex De Lange, protagonista di Arancia meccanica di Stanley Kubrick, ed è proprio così: non c’è pensiero ma solo una folgorazione improvvisa. Samuel Butler annotava nei suoi Quaderni: “L'ispirazione non è mai vera se è riconosciuta come ispirazione del momento. La vera ispirazione sorprende sempre una persona”. Sei rimasto lì tre quarti d’ora a pensare e poi, zac! in dieci minuti scrivi tutto quello che devi. Come disse il romanziere statunitense Henry Miller, “Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse. Lavori tutto il tempo, la tua mente lavora, a quel problema nel retro del tuo cervello”.

E non si può fare niente per favorirla? Non so, come si prende un aperitivo per stuzzicare l’appetito? Mah, ci si può provare, senza garanzie di risultato. Ecco cosa scrive nelle sue lezioni di cinema la regista francese Agnès Varda: “L'ispirazione non si cattura. Quando la si vuole catturare, è andata via. Non bisogna neanche sperare di fare opere poetiche, non bisogna neanche sperare di fare opere straordinarie. In effetti, bisogna lavorare. Bisogna lavorare su ciò che è in disordine, su impressioni inafferrabili, su cose impalpabili”. Insomma, solo l’abitudine a scrivere favorisce in qualche modo l’avvento dell’ispirazione.

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GUSTAVE MOREAU, “HÉSIODE ET LA MUSE” © MUSÉE D’ORSAY, PARIS

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LA FRASE DEL GIORNO
I poeti non fanno ciò che fanno per sapienza, ma per una qualche disposizione naturale e come divinamente ispirati, alla maniera dei profeti e dei veggenti.

PLATONE, Apologia di Socrate

mercoledì 12 ottobre 2011

Orma di luce dei miei passi

 

PAUL CELAN

RITRATTO DI UN’OMBRA

I tuoi occhi, orma di luce dei miei passi;
la tua fronte, solcata dal lampo delle spade;
i tuoi sopraccigli, orlo della rovina;
le tue ciglia, messi di lunghe lettere;
i tuoi riccioli, corvi, corvi, corvi;
le tue guance, stemma del mattino;
le tue labbra, ospiti tardivi;
le tue spalle, statua dell’oblio;
i tuoi seni, amici delle mie serpi;
le tue braccia, lontani alla porta del castello;
le tue mani, tavole di morti giuramenti;
i tuoi fianchi, pane e speranza;
il tuo sesso, legge dell’incendio boschivo;
le tue cosce, ali nell’abisso;
i tuoi ginocchi, maschere della tua boria;
i tuoi piedi, teatro d’armi dei pensieri;
le tue piante, cripte di fiamme;
la tua orma, occhio del nostro addio.

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È una tradizione antichissima, risale al Medioevo italiano, quella di cantare la bellezza femminile secondo un preciso canone che affianca ad ogni parte del corpo, partendo dall’alto e andando verso il basso, una metafora. Paul Celan (1920-1970), poeta rumeno di lingua tedesca marcato dalla scomparsa dei genitori nei lager nazisti e da problemi psichiatrici che lo porteranno infine a gettarsi nella Senna, rinnova il modello classico cantando con le parole moderne del Simbolismo l’amore vissuto nella sua totalità di passione e di carnalità, di idealizzazione e di sogno, di dolore e di piacere.

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ENRIQUE SIMONET, “EL JUICIO DE PARIS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Di fronte a tale bellezza nulla si può fare. / Quando le toglieremo i suoi vestiti / Potrai vedere il suo cuore nel suo fragile seno, / Come una dura roccia in un limpido lago
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SHAMS-AL-DIN HAFIZ, Quartine

martedì 11 ottobre 2011

Alba a New York

 

ALLEN GINSBERG

CI ALZIAMO SUI RAGGI DEL SOLE

E CADIAMO NELLA NOTTE

Globo dell'alba brilla crudarancio su Palisades
nudi rami accalcati cespugliano dai pantani –
New Jersey con mio padre in autostrada
per l'aeroporto di Newark – guglia dell'Empire State,
cocuzzoli cornuti Manhattan
si alza come negli occhi di W.C. Williams tra i fili di tralicci
camion a sei ruote marciano continui passando
accanto a New York – io sto qui
minimo sotto il sole che si alza in un vasto cielo bianco,
a guardare attraverso gli scheletri di nuovi palazzi,
la penna in mano, sveglio…

11 dicembre 1974

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Oggi affrontiamo un modo particolare di raccontare la poesia: questo paesaggio urbano fotografato da Allen Ginsberg (1926-1997) uno dei capostipiti della Beat Generation, durante un viaggio verso l’aeroporto con il padre su una delle highways che circondano New York, sottintende il non detto, le migliaia e migliaia di vite assurde che si svolgono nella gigantesca metropoli, il miraggio del welfare che si scontra con la realtà, con il dover fare i conti ogni giorno con il grigiore, con la povertà, con il disordine sociale. È un lampo questa poesia, è un flash di quelli che Ginsberg componeva sotto l’influsso allucinatorio delle droghe. È un’illuminazione improvvisa al limite della follia ed è ben servita dal linguaggio innovativo, ricco di neologismi. Ci starebbe bene come sottofondo il sassofono bop di Sonny Rollins.

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STEPHEN WILTSHIRE, “5 BIG CHEVY CARS ON THE NEW YORK FREEWAY”

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia non è un'espressione… È il tempo di notte, dormire nel letto, pensiero di quello che realmente pensi, rendere il mondo privato pubblico, ed è questo che il poeta fa.
ALLEN GINSBERG

lunedì 10 ottobre 2011

In un vestito rosso

 

GIUSEPPE UNGARETTI

12 SETTEMBRE 1966

Sei comparsa al portone
In un vestito rosso
Per dirmi che sei fuoco
Che consuma e riaccende

Una spina mi ha punto
Delle tue rose rosse
Perché succhiassi al dito
Come già tuo, il mio sangue

Percorremmo la strada
Che faceva il rigoglio
Della selvaggia altura,
Ma già da molto tempo
Sapevo che soffrendo con temeraria fede,
L’età per vincere non conta.

Era di lunedì,
per stringerci le mani
E parlare felici
Non si trovò rifugio
Che in un giardino triste
Della città convulsa.

(da Dialogo, Fògola, 1968)

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“Con il rendermi conto dell’età oso indicare che l’amore  può non estinguersi che con la morte”: così Giuseppe Ungaretti scriveva di Dialogo, pubblicato in edizione di soli 59 esemplari fuori commercio accompagnati da una artistica “combustione” di Alberto Burri, in occasione del suo ottantesimo compleanno. Nove sole poesie, replicate da altre cinque di una giovane donna, Bruna Bianco. E per l’anziano poeta si spalanca una nuova stagione d’amore, intensa e breve, una scossa emotiva che ridà vita all’ispirazione messa a tacere per anni: ne esce un Ungaretti sorprendente e vitale, che raggiunge ancora i punti più elevati della sua poesia.

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DIPINTO © MR.NOBODY

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LA FRASE DEL GIORNO
Il vero amore è una quiete accesa
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GIUSEPPE UNGARETTI, Sentimento del tempo

domenica 9 ottobre 2011

La luna di Cecilia

 

CECILIA MEIRELES

LUNA AVVERSA

Ho fasi, come la luna
fasi per stare nascosta,
fasi per scendere in strada…
Perdizione della mia vita!
Perdizione della vita mia!
Ho fasi per essere tua,
e altre per stare da sola.

Fasi che vanno e vengono,
nel calendario segreto
che un astrologo arbitrario
ha inventato per me.

E svolge la malinconia
il suo interminabile fuso!
Non mi trovo con nessuno
(ho fasi come la luna…)
Se un giorno qualcuno può essere mio
non è il mio giorno di essere sua…
E, quando arriva quel giorno,
un altro è sparito…

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“Mi sento uguale agli alberi: solitaria, perfetta e pura”. La solitudine è stata la costante nella vita di Cecilia Meireles (1901-1964), uno dei massimi esponenti del Modernismo brasiliano: già a tre anni era l’unica sopravvissuta della sua famiglia. E il tempo e l’assenza diventano elementi fondanti anche della sua poesia: “La nozione o il sentimento della transitorietà del tutto è il fondamento stesso della mia personalità”. Così racconta questo suo essere “lunatica” con l’incostanza dell’umore e l’instabilità delle passioni, soggette ai capricci della malinconia.

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TARSILIA DO AMARAL, “A LUA”, 1928

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LA FRASE DEL GIORNO
Un poeta è fratello del vento e dell’acqua: lascia il suo ritmo ovunque passi.
CECILIA MEIRELES

sabato 8 ottobre 2011

Ripetere lo stupore

 

PEDRO SALINAS

LIX. A TE SI GIUNGE SOLO

A te si giunge solo
attraverso di te. Ti aspetto.

Io certo so dove sono,
la mia città, la strada, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Ma non so dove sono stato
con te.
Lì mi hai portato tu.

Come potevo imparare il cammino
se non guardavo altro
che te,
se il cammino erano i tuoi passi,
e il suo termine
l’istante che tu ti fermasti?
Cosa ancora poteva esserci
oltre a te offerta, che mi guardavi?

Ma ora,
quale esilio, che assenza
essere dove si è!
Aspetto, passano i treni,
il caso, gli sguardi.
Mi condurrebbero forse
dove mai sono stato.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità
tornare ancora,
ripetere, mai uguale,
quello stupore infinito!

E finché tu non verrai
io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni,
delle scie, immobile.
Perché so che là dove sono stato
né ali, né ruote, né vele
conducono.
Hanno tutte smarrito il cammino.
Perché so che là dove sono stato
si giunge solo
con te, attraverso di te.

(da La voce a te dovuta, 1933)

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Per la storia d’amore tra Pedro Salinas e la studiosa americana Katherine Prue Reding rimando ad altri post sulle poesie dell’autore spagnolo: la I, per esempio, Ti invaghisti di un’ombra o la XXXIX, Il modo tuo d’amare. Qui focalizziamo l’attenzione sullo stato dell’innamorato che vive nell’attesa e si deve rassegnare al ricordo – probabilmente per sempre – e il ricordo altro non è che la ripetizione del già avvenuto: “Devo viverlo dentro, / me lo devo sognare” dice infatti in un’altra lirica, la quinta. L’amore vive e si manifesta in questa memoria già goduta, in questo ricordo che desidera e si traveste da speranza.

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IMMAGINE © TUMBLR

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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti.

CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò

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