sabato 30 aprile 2011

Gli explicit

 

Ci siamo occupati più volte degli incipit, ovvero delle frasi che danno inizio a un romanzo: ne siamo colpiti come da un biglietto da visita, è la porta attraverso cui entriamo in un libro, in una narrazione, addirittura a volte in libreria ci basta scorrere la prima pagina per convincerci di acquistare o meno un volume.

Ma oggi ci occupiamo del contrario degli incipit, cioè degli explicit, le frasi finali che, concludendo un romanzo, ci restano in testa più o meno come un vino lascia il retrogusto sul palato. L’autore ormai non deve avvincere nessuno, la storia è ormai delineata, di solito è conclusa, con il suo lieto fine o il suo infausto esito, può addirittura rimanere in sospeso. Però quell’ultima frase è importante, è il congedo con il lettore, il saluto che lascia un’emozione in chi legge. Poi, si toglie segnalibro, si chiude il libro e si passerà ad un altro. Ma con quell’ultimo pensiero che aleggia ancora per un po’.

Come per gli incipit, anche per gli explicit, la varietà è notevole, e ne possiamo essere colpiti favorevolmente o restare immensamente delusi. Sono una summa dell’intero romanzo oppure un ritorno all’inizio, o ancora una specie di morale, o una semplice descrizione, o una battuta di spirito. Sono un drammatico deus ex machina o un escamotage, o addirittura danno il senso al titolo. Oppure ancora sono un’apertura improvvisa, un rilanciare, un immotivato interrompere, un’illuminazione, una sorpresa quando non addirittura uno sconcertante ribaltamento. Scorriamone una bella carrellata, in ordine alfabetico, per non fare torto a nessuno:

CUORE DI TENEBRA, Joseph Conrad

Alzai la testa. Il mare aperto era sbarrato da un banco di nubi nere, e il quieto corso d’acqua che portava ai confini estremi della terra scorreva cupo sotto un cielo offuscato – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa.

IL CONTE DI MONTECRISTO, Alexandre Dumas

- Mio caro – mormorò tristemente la giovane – non ci ha forse detto or ora il conte che tutta l’umana saggezza è racchiusa in queste due parole: «Attendere e sperare»?

IL DESERTO DEI TARTARI, Dino Buzzati

La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna.
Farà in tempo, Drogo, a vederla, o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI, Giorgio Bassani

Che cosa c'è stato, fra loro due? Niente? Chissà. Certo è che, quasi presaga della prossima morte, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei, del suo futuro democratico e sociale, non gliene importava nulla, che il suo futuro, in sé, lei lo abborriva, ad esso preferendo di gran lunga “le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui”, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato. E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire: di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare.

IL GIOCATORE, Fëdor M. Dostoevskij

Domani, domani tutto finirà!

IL NOME DELLA ROSA, Umberto Eco

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

IL RITRATTO DI DORIAN GRAY, Oscar Wilde

Per terra giaceva un uomo, morto, con un coltello piantato nel cuore. Era canuto, il viso raggrinzito e ripugnante. Soltanto esaminando gli anelli riuscirono a riconoscerlo.

I PROMESSI SPOSI, Alessandro Manzoni

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.

LA LUNA E I FALÒ, Cesare Pavese

Fece tagliare tanto sarmento dalla vigna e la coprì finché bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.

LE AFFINITÀ ELETTIVE, Johann Wolfgang Goethe

Così riposano gli amanti, uno accanto all’altro. La pace alita sopra le loro tombe, figure d’angeli affini e serene guardano giù dalla volta; e che momento felice sarà, quando un giorno si ridesteranno insieme!

LE MENZOGNE DELLA NOTTE, Gesualdo Bufalino

Lo saprò fra un istante e nel medesimo istante non saprò più di saperlo. Quando, stretto fra le gambe il fucile, col piede sul cane e fra le labbra la canna, la fronte avvolta nella bianca bandiera, udrò come un grido di Dio, il fragore dello sparo nel silenzio dell’universo.

LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE, Robert Luis Stevenson

L’uomo inspiegabilmente sparito dall’ex teatro anatomico, con porta chiusa a chiave e inferriate alle finestre («Era qui ancora oggi! Dev’essere fuggito! Ma fuggito… come?») non è infatti l’assassino, ma la vittima.

1984, George Orwell

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant'anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

QUOTA ALBANIA, Mario Rigoni Stern

C’è un’ansa tutta circondata da alberi, con i rami a lambire la corrente; l’acqua è limpida e fresca; il fondo non è di sassi, ma di una creta verde e dura. Mi spoglio ed entro in quell’acqua fredda che per un attimo mi fa trattenere il fiato, poi mi diverto a spruzzarmi e a guardare i prilli tra la luce che filtra dal bosco attorno.
Quando esco vado a stendermi su un sasso al sole; alto, nel mezzo del fiume. Sento il mio corpo evaporare, la corrente lambire il sasso e correre via.
Chiudo gli occhi e sotto le palpebre ruotano infiniti piccoli soli colorati. E mi lascio vivere.

UNA GIORNATA DI IVAN DENISOVIC, Aleksandr Solzenicyn

La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella. Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…

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James Kerr Lawson, “Caterina reading a book”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
I libri non si fanno come i bambini, ma come le piramidi, con un disegno premeditato, e mettendo grandi blocchi l'uno sopra l'altro, a forza di reni, di tempo e di sudore.
GUSTAVE FLAUBERT, Lettere

venerdì 29 aprile 2011

La poca luce che ancora dura

 

DIEGO VALERI

METAMORFOSI DELL'ANGELO

Se mi sporgo a guardare dentro il pozzo
degli anni morti, vedo, in fondo all'ombra,
dilatarsi il chiarore di un mattino
azzurro e bianco; e te, viso di perla,
occhi d'ambra dorata,
splendere, luce nella luce, arcana
verità del divino amore,
dolcissimo Angelo.

Ma qui, se qui ti cerco
fra terra e cielo, in questa
serenità del tardo tempo, nella
limpidezza del dì che si fa sera,
più non ti trovo, e invano
t'invoco, Angelo. Forse
t'ho per sempre perduto. O forse splendi
ancora, senza forma, nella vuota
aria d'intorno; sei la poca luce
che ancora dura... Questa
luce attonita; e l'ombra così lieve,
che vi trema sospesa,
come uno sguardo d'occhi bruni, come
un passar d'ali nere.

(da Metamorfosi dell'angelo, Scheiwiller, 1957)

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“L’inconscio esplode, dentro il nitido disegno dei versi, con una potenza inconsueta: le metafore nascoste, o appena onnubilate, totalizzano l’intera strofa. Un Kafka in versi davanti al Castello, incerto se valga la pena di essere accolto in esso”: è straordinaria la lettura che fa di questa poesia Carlo Della Corte nell’introduzione alle Poesie scelte di Diego Valeri. Il ricordo cercato e poi perduto, quello che si è tanto desiderato ma che poi si rivela non essere all’altezza delle speranze riposte in esso, la dolcezza che si tramuta in amarezza, la speranza che si rivela illusione in una indefinita sera bagnata dalla malinconia. E Valeri lo dice con la sua poesia dal bello stile, con la sua musica che sembra un suono d’arpa.

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Francesca Woodman, “From Angel Series 2”, 1977

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Pur non è triste il nostro stato: / una dolcezza lenta di oblio / già impolvera e copre il passato.
DIEGO VALERI, Poesie

giovedì 28 aprile 2011

La casa è una torre

 

SOLEDAD ÁLVAREZSoledada

A CASA

È bello tornare
Togliersi le scarpe
Lavare via con l’acqua la polvere del lungo giorno
Toccare nuda le pareti nude della casa
Camminare come cieca tra i mobili, i libri, le lampade
come una cieca che possiede solo queste povere cose
Dovrei sistemare le porte, ridipingere il soffitto
smerigliare gli specchi dove mi smarrisco
dove guardo una che non può scappare da nessuna parte
perché la casa è una torre che nessuno conosce
Meglio così
Mi basta quello che ho
Mie sono le formiche assorte
il percorso brillante delle lumache
la rana appena nata nel bagno di mia figlia
e questo lungo blues per dire il tuo nome
come un trofeo.

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Una dura giornata di lavoro, poi si torna a casa, ci si rinserra nel rifugio delle cose solite, ci si fa una doccia rigenerante, si mette un disco di jazz, si beve un bicchiere di vino rosso, ci si scioglie, ci si rilassa. Questo è il momento colto dalla poetessa dominicana Soledad Álvarez (Santo Domingo, 1950). Viene in mente il “Parva sed apta mihi” inciso sulla casa di Ludovico Ariosto a Ferrara: piccola ma sufficiente per me. E che importa se i muri sono da ritinteggiare, se la porta non chiude bene, se gli infissi avrebbero bisogno di essere riverniciati? Molto spesso “un uomo percorre il mondo intero in cerca di ciò che gli serve e torna a casa per trovarlo”, come scrisse lo scrittore irlandese George Moore.

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Edward Hopper, “Hotel Room”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Nessun posto è bello come casa mia.
NOEL LANGLEY, Il Mago di Oz, sceneggiatura

mercoledì 27 aprile 2011

Un sogno in un sogno soltanto

 

EDGAR ALLAN POE

UN SOGNO IN UN SOGNO

Prendi questo bacio sulla fronte!
E, ora che sto per lasciarti,
Lascia che te lo confessi:
Non hai torto tu, quando credi
Che nient'altro che un sogno
Sono stati i miei giorni;
Se la speranza è sfuggita
In una notte o in un giorno,
In una visione o nel nulla
È forse per questo meno
perduta?
Tutto quel che vediamo o sembriamo
È un sogno in un sogno soltanto.

Nel frastuono mi trovo di una riva
Che l'onda del mare flagella,
E nella mano stringo
Grani di sabbia d'oro.
Così pochi! Eppure come sfuggono
Giù nel profondo attraverso le dita,
Mentre piango e piango e piango!
Oh Dio! Non posso agguantarli io
Con una stretta più forte?
Oh Dio! Non posso salvarne
uno io
Dall'ondata spietata?
Non è
tutto quel che vediamo o sembriamo
Un sogno in un sogno soltanto?

(Da Il corvo e altre poesie, 1845 – Trad. di Silvana Colonna)

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Un uomo seduto in riva al mare, su una spiaggia dorata. Nelle mani ha un pugno di sabbia che gli sfugge dalle dita, inesorabilmente. E piange, piange per questa situazione, per l’impossibilità di cogliere ciò che sfugge, per l’incapacità di trasformare il sogno in vita, l’apparenza in consistenza, la nebulosità in realtà. Lo stato metafisico di aspettativa trasognante del corpo è un tema che ricorre spesso nell’opera poetica e narrativa di Edgar Allan Poe. “Sembra agire in un labirinto da cui non vuole evadere, sembra tornare come in un incubo continuamente sugli stessi passi e negli stessi luoghi” di Poe scrive Maurizio Cucchi. E il poeta di Baltimora rimase per tutta la vita in questa drammatica condizione esistenziale al limite dello smarrimento, al confine del delirio. Fino al 3 ottobre 1849, quando venne trovato privo di sensi davanti a una taverna della sua città; quattro giorni dopo sarebbe morto in ospedale. Non aveva ancora compiuto 41 anni.

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Fotografia © Deviant Art

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Fui felice allora – benché solo in un sogno. / Fui felice allora – e ora m’è caro indugiarvi.
EDGAR ALLAN POE, Tamerlano e altre poesie

martedì 26 aprile 2011

Risplende la memoria

 

 

RODOLFO ALONSO

DÉJÀ VU

Una donna si spoglia nella mia memoria
mentre fuori risplende la città
o piove e fa freddo

Una donna lava i suoi capelli neri con l'acqua della mia infanzia
una distanza va formandosi

La sua pelle è lenta e fresca come il mattino che accarezza
la sua voce si fa lontana

Una donna mi raggiunge
il primo seno scoperto
il primo seno accarezzato

Mentre dentro risplende la memoria

(da Hago el amor, 1969)

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Un’ode alla memoria questa del poeta argentino Rodolfo Alonso (Buenos Aires, 1937), traduttore di Pavese, Ungaretti, Montale e Pessoa. Un inno allo splendore del ricordo, alla capacità incredibile che esso ha di stupirci e di emozionarci. Alonso si abbandona a memorie sensuali, a momenti che hanno formato la sua vita affettiva – la scoperta della donna, potremmo dire così prendendo in prestito il titolo di una poesia di Ungaretti, autore che il poeta bonaerense ha sempre ammirato.

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Edgar Degas, “Aprés le bain, femme s’asseyant”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Quando si romperà la lingua dell'amore, ci rimarrà ancora questa roca parola. / Quando non potrò parlare, tornerà ancora nella mia gola l'eco del tuo corpo.
RODOLFO ALONSO, Hago el amor

lunedì 25 aprile 2011

25 aprile

 

ATTILIO BERTOLUCCI

IN TEMPI DI DISIMPEGNO

Non è infrequente per queste
strade familiari – anche se esse
ti hanno portato al di là di un fiume,
o torrente, confine spesso di due provincie,
il passaggio a un'altra riva col sole
in una salute languente –
incontrare dei cippi dedicati a chi uomo o donna anche ragazzo
qui vivente o transitante
venne ucciso perché ribelle ostaggio.
Su marmo pietra o umile laterizio
una lapide ricorda i nomi e il giorno dell'eccidio –
ma tu che passi procedi oltre, t'affretti
punto dal primo freddo e dal tramutarsi
all'orizzonte di rosso in viola
mentre la siepe accoglie arruffata
e misera il ritorno dei passeri
dai seminati in ombra – ormai
indistinti quei cippi dai tumuli
che il cantoniere o il colono
innalzò di ghiaia o terra o letame
nella luce lavorativa d'un giorno senza data.

( da Viaggio d'inverno, 1971)

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Ben strana giornata questa. Un 25 aprile che è anche Lunedì dell’Angelo, fondendo due feste in una. Il corteo della Liberazione che diventa poi gita fuori porta, che si mischia alle tradizioni del giorno postpasquale. Per l’Anniversario della Liberazione ho scelto questa poesia di Attilio Bertolucci che ricorda i tanti caduti senza nome attraverso le lapidi e i cippi che vediamo ancora oggi punteggiare le campagne e le strade cittadine, a testimoniare di un fiore reciso dall’oppressione nazifascista. Tanto tempo è passato, le cose lentamente si confondono nelle immagini sgranate della storia, altri eventi, altri personaggi attirano la nostra attenzione, i più giovani faticano a connettere le date con i fatti di allora. Ma non dimenticare è doveroso: chi non conosce gli errori della storia è condannato a ripeterli.

Buon 25 aprile e buon Lunedì dell’Angelo.

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Milano, 25 aprile 1945 – Sfilata dopo la Liberazione (Pubblico Dominio)

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: «E dei caduti che facciamo? perché sono morti?». Io non saprei cosa rispondere.
CESARE PAVESE, Prima che il gallo canti

domenica 24 aprile 2011

Pasqua 2011

 

MARIO LUZI

PASQUA, ORA, NUOVAMENTE

Pasqua, ora, nuovamente,
festosa pigolante
negli alberi del mondo,
                         fredda,
                    ruvido-erbata

qui, ma erompe
in chiarità,
             tempra in azzurro
ed ametista
           la lontananza delle sue colline.
Non è fuga quella
laggiù all'orizzonte
e neppure inseguimento. S'apre
a sé risorta
            la terra dopo il gelo
e dopo il travaglio,
si corre incontro, da sé
a sé, si estende in un abbraccio
avido alla sua infinità
o corre in quelle linee
                        l'onda
leggera e travolgente
della resurrezione, si propaga,
trabocca la sua vinta angoscia,
e la riconsacrata sua potenza?

(da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994)

 

La poetica della parola su cui Mario Luzi ha lavorato sin dalle sue prime raccolte, raggiunge l’apice con i testi della vecchiaia, dove il verso fonde poesia e prosa in un territorio metafisico: così è in questa lirica che propongo per la meditazione pasquale, dove la resurrezione è anche quella della terra, della natura ridestatasi dal lungo letargo invernale – espiazione purgatoriale, se consideriamo il lato religioso. La meraviglia del poeta, che si rinnova ogni anno con la primavera, è quella di Pietro che corre al sepolcro, lo trova vuoto e torna indietro, “pieno di stupore per l’accaduto” (Luca, 24,12).

Buona Pasqua!

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Piero della Francesca, “Resurrezione”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
L’offesa del mondo è stata immane. / Infinitamente più grande è stato il tuo amore. / Noi con amore ti chiediamo amore. Amen.
MARIO LUZI, La Passione. Via Crucis al Colosseo

sabato 23 aprile 2011

Baciami, cuore della parola


MARIA LUISA SPAZIANI
COLLE OPPIO


È una rosa disfatta, stanotte, il Colosseo
e la vita si disfa con lui sotto la luna.

Io cerco il verso unico, lo stelo, il sortilegio
che ogni franta immagine ricostruisce in una.

Dammi il tuo crisma, baciami, cuore della parola,
amami come solo tu m'hai saputo amare.

Abito un regno impervio che ha un nome di ragazzo,
né c'è altro ponte al mondo che qui possa approdare.


(da Utilità della memoria, Mondadori, 1966)
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A proposito di Utilità della memoria, raccolta di Maria Luisa Spaziani edita in quell’anno, Luigi Baldacci scriveva su “Epoca” del 16 ottobre 1966: “C’è in ogni modo la coscienza di dire cose brucianti e private e di poterle dire solo attraverso un materiale di riporto: attraverso cioè il recupero di un linguaggio che mentre dà compiuta espressione al sentimento, lo proietta come riverbero su un cielo lontano”. È un commento che sembra tagliato a pennello su questi versi, in cui Roma è sfondo per il sentimento, è meravigliosa quinta per i pensieri della poetessa torinese, per i suoi ricordi sospesi: “Ma più sovente, forse, capovolte / Penelopi tra gli ospiti nemici, / ritessiamo di notte i cento fili / che va strappando la diletta mano”.
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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA
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LA FRASE DEL GIORNO
 
Ciò che fu eterno è sempre troppo breve. / E il fuoco, se declina alla memoria, / presto ricopre il peso della neve.
MARIA LUISA SPAZIANI, Utilità della memoria

venerdì 22 aprile 2011

Dal sepolcro di iris

 

LEONARDO SINISGALLI

PASQUA 1952

Le sere d'aprile son fredde e tristi 
quaggiù nei cameroni di casa mia. 
Mio padre si muove appena tra il focolare 
e la latrina. Lo portiamo a braccia, lo svestiamo 
gli sciogliamo le scarpe per farlo dormire.

Le pendici del Serino sono ancora bianche di neve.
Ci siamo tappati nelle stanze, a stento 
ci arrivano dalla piazza i rintocchi dell'orologio 
Il fumo ci arrossa gli occhi, 
è umida di bosco la legna mortacina.

Cristo risorgerà dal sepolcro di iris.
i messaggeri ce l'hanno annunziato 
bussando alle imposte. 
I piccoli pastori ci portano i primi 
asparagi dalle spinete, l'ortolana 
Scalza è entrata con un cesto di fiori di rape.

Aspettavo da trent'anni una Pasqua 
tra i fossi, il muschio sopra i sassi, 
le viole tra le tegole. Ma i morti 
dormono nelle bare di castagno, 
sugli archi delle stalle e dei porcili, 
sulle crociere delle cantine e dei pollai. 
Fanno fatica ad abbandonare per sempre 
le nostre sedie, i nostri letti, 
dove vissero tanti anni di lenta agonia.

Lungo le strade gli stracci 
neri delle vesti sono più silenziosi. 
Un gruppo d'uomini brucia col ferro 
il grumo di veleno nella bocca dell'asino.

M'ero messo in viaggio verso una Pasqua 
in fiore, incontro al Cristo purpureo 
che solleva il coperchio di grano bianco 
cresciuto nelle grotte.

Tutto quello che io so non mi giova 
a cancellare tutto quello che ho visto. 
I fanciulli soffiano sul carbone 
perché dal piombo fiorisca 
il simulacro della rosa.

Vanno e vengono per casa le visitatrici 
a portarci i sarmenti per il fuoco, 
le ceste d'uova, le parole di cordoglio.

C'è sempre nelle stanze il ricordo 
di un lutto recente o il gemito 
di un vecchio malato. 
Mio padre ha il sangue greve. 
Si duole della sua immobilità. 
Lo caricheranno sulle spalle i miei nipoti 
e un giorno, un tiepido giorno di là da venire 
lo porteranno alla vigna. Lo porteranno 
a mezza costa, sulla sedia 
di braccia intrecciate.

Ci è toccata questa valle, questa valle 
abbiamo scelta per tornarci a morire. 
Dove Gesù risorgerà con molta pena 
noi speriamo ardentemente di sopravvivere 
nel cuore dei congiunti e dei compagni, 
nel ricordo dei vicini di casa e di campo.

Come fischiano le rondini 
intorno alla chiesa di San Domenico 
semibuia il giovedì delle tenebre!

(Da La vigna vecchia, Mondadori, 1956)

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Pasqua è forse la festa più legata alle tradizioni: inizia con le palme e srotola i suoi riti seguendo i ritmi della Passione. Seguiamo qui un poeta nel suo ritorno a casa, in nome di quelle tradizioni, ancora fortemente radicate in un mondo rurale degli Anni ‘50. È Leonardo Sinisgalli, poeta lucano nato nel 1908 – dunque nella Pasqua datata di questa poesia ha 44 anni – che torna da Milano, dove è ingegnere alla Pirelli, a Montemurro, il paese natale per restare durante le festività con il padre infermo e con i parenti: è un tuffo nella vita agreste, nei rapporti sociali così diversi da quelli che si coltivano nella grande metropoli industriale. È un ritorno alla memoria, ai giorni dell’infanzia, con la consapevolezza però che la vita è difficile in quella terra, è dolorosamente dura.

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Fotografia © Etsy

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LA FRASE DEL GIORNO
 
È tornato aprile e la tenera frasca, / anch'io ritorno per la buona Pasqua.
LEONARDO SINISGALLI, La vigna vecchia

giovedì 21 aprile 2011

Un grigio funzionario

 

ANTÓNIO RAMOS ROSA

POESIA DI UN FUNZIONARIO STANCO

La notte mi ha scambiato i sogni e le mani
mi ha disperso gli amici
ho il cuore confuso e la via è stretta
stretta a ogni passo
le case ci ingoiano
ci estinguiamo
sono in una stanza sola in una stanza solo
con i sogni confusi
con la vita al contrario che arde in una stanza solo
Sono un funzionario spento
un funzionario triste
la mia anima non accompagna la mia mano
Debito e Credito Debito e Credito
la mia anima non danza con i numeri
cerco di nasconderla con vergogna
il mio capo mi ha sorpreso con l'occhio lirico nella gabbia del cortile di fronte
e me l'ha addebitato sul mio conto di impiegato
Sono un funzionario stanco di un giorno esemplare
Perché non mi sento orgoglioso di aver compiuto il mio dovere?
Perché mi sento irrimediabilmente perduto nella mia stanchezza?
Scandisco vecchie parole generose
Fiore ragazza amico bambino
fratello bacio fidanzata
mamma stella musica
Sono le parole crociate del mio sogno
Parole sotterrare nella prigione della mia vita
questo tutte le notti del mondo in una sola lunga notte
in una stanza solo
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(da Non posso rimandare l’amore, Manni, 2006)

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La società del Novecento ha conosciuto l’automazione, il rapido progresso, il crescere a dismisura degli apparati di governo e di gestione della cosa pubblica. È una medaglia che ha spesso al suo rovescio l’alienazione, l’estraneità tra l’uomo e il suo lavoro. Ben la rappresenta questo funzionario stanco ritratto dal poeta portoghese António Ramos Rosa (Faro, 1924): grigio e solitario, fa i conti con i suoi sogni infranti, con la tristezza, con la fredda monotonia dei suoi giorni da cui cerca vanamente di evadere. Restano le notti, lunghe notti in cui è ormai troppo tardi per evocare le cose che davvero contano: volteggiano come spettri dentro tutto quel grigiore.

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Jack Vettriano, “The weight”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Alcuni uffici pubblici son come cimiteri, su ogni porta si potrebbe scrivere: «Qui giace il signor Tal dei Tali».
MORITZ GOTTLIEB SAPHIR, Ausgewahlte Werke

mercoledì 20 aprile 2011

Il labirinto al buio

 

CORAL BRACHO

QUESTO CHE VEDI QUI NON È

Questo che vedi qui non è.
Qualcuno ti nasconde un pezzo.
È il frammento
che dà il senso. È la parola
che altera l'ordine
del furtivo universo. L'asse
nascosto
su cui gira. Questo ricordo
che elabori
non è. Manca lo spazio
a regolare
il caos.
Qualcuno tira i fili. Qualcuno
ti incita ad agire. Cambia gli scenari,
li risistema. Sottrae oggetti.
Attraversi di nuovo
il labirinto al buio. Il filo
che lì ti danno
non ti aiuta ad uscire.

(da Cuarto de hotel, 2007 – Trad. Emilio Coco)

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La vita come un caleidoscopio, in cui improvvisamente l’immagine che stiamo osservando muta forma e colore, oppure come un grande puzzle dove ad avere importanza sono le tessere che mancano e che impediscono di cogliere l’intero. Almeno è quello che dipinge in questi versi la poetessa e traduttrice messicana Coral Bracho (Città del Messico, 1951): un universo in cui l’ordine è alterato e difficile è ricostruire il senso, un mondo in cui sono i particolari, i tasselli mancanti, a restituire il valore, il significato delle cose. E ci si muove al buio in questo labirinto, tra illusioni e apparenze, senza riuscire a trovare l’uscita…

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Davide Tonato, “Labirinto delle Trasformazioni, IV”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
In fondo, il segreto della vita è di fare come se ciò che ci manca più dolorosamente noi l'avessimo.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

martedì 19 aprile 2011

Invidia di poeta

 

MIGUEL MÉNDEZ CAMACHO

DON PABLO

Signor, dottor, don, eccellentissimo
Maestro, mister, monsieur, sua signoria,
Don Neftalí, don Pablo, don Neruda.
Sappia che non la prendo in giro,
è rispetto camuffato da riso
perché non sopporto,
non le permetto la grande umiliazione
una così grave offesa
come scrivere un verso alla cipolla
e farlo bene.
Io invece sono così goffo
in questo campo
che non posso imbastire
più di tre versi
per dire alla donna che amo
queste cose meravigliose
che lei sperpera
in gronghi, carciofi, cani morti,
insetti e cipolle.
Maledetto lei, don Pablo
che utilizza parole
e le rende inservibili.

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Ironico omaggio questo del colombiano Miguel Méndez Camacho, avvocato, poeta e saggista nato a Cúcuta nel 1942. È l’ammirazione del sublime, anche un po’ venata di invidia. È l’elogio del talento, in particolare quello di un altro poeta sudamericano, il cileno Pablo Neruda, la cui grandezza è tale da consentirgli di scrivere poesie meravigliose anche su oggetti che poetici non sono: lo spunto viene a Méndez Camacho dalla celebre Ode alla cipolla, quella che comincia con “Cipolla / luminosa ampolla, / petalo su petalo / s’è formata la tua bellezza…” e prosegue per 72 versi. Ecco, noi che ci dilettiamo di poesia e che talvolta poniamo sulla carta i nostri versi, ci sentiamo piccoli piccoli davanti a giganti del genere, capaci di sperperare il loro talento, di chiamare la cipolla “stella dei poveri, / fata madrina / avvolta / in delicata / carta”, di paragonare il suo trito a grandine. Hai ragione, Miguel, non ci riusciremo mai…

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Pablo Neruda © Picasaweb

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LA FRASE DEL GIORNO
 
In presenza d’un grande poeta si ha la sensazione come se le cose, che sono rimaste nascoste nel caos, emergano. 
CHRISTIAN FRIEDRICH HEBBEL,Diari, 1861

lunedì 18 aprile 2011

Con incredulo stupore

 

JORGE LUIS BORGES

INFERNO, V, 129

Lascian cadere il libro, ormai già sanno
che sono i personaggi del libro.
(Lo saranno di un altro, l'eccelso,
ma ciò ad essi non importa).
Adesso sono Paolo e Francesca
non due amici che dividono
il sapore di una favola.
Si guardano con incredulo stupore.
Le mani non si toccano.
Hanno scoperto l'unico tesoro:
hanno incontrato l'altro.
Non tradiscono Malatesta
perché il tradimento richiede un terzo
ed esistono solo loro due al mondo.
Sono Paolo e Francesca
ma anche la regina e il suo amante
e tutti gli amanti esistiti
dal tempo di Adamo e la sua Eva
nel prato del Paradiso.
Un libro, un sogno li avverte
che sono forme di un sogno già sognato
nelle terre di Bretagna.
Altro libro farà che gli uomini,
sogni essi pure, li sognino.

(da La cifra, 1981)

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È un mirabile intarsio questa poesia di Jorge Luis Borges, un labirinto in cui perdersi nel puro stile dello scrittore argentino, un incastro da disegno di Escher. Ma partiamo dall’inizio, dal titolo: Inferno. V, 129. “Soli eravamo e senza alcun sospetto”: è un verso del canto probabilmente più famoso della Divina Commedia, quello di Paolo e Francesca, quello di “Amor, che a nullo amato amar perdona” e di “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”. La storia di Francesca da Polenta, andata sposa al signore di Rimini, Gianciotto Malatesta, ma amante del fratello di questi, Paolo. Gianciotto li sorprese e li uccise nel castello di Gradara – nella cittadina marchigiana infatti tutto parla di loro, dai souvenir alla Locanda di Paolo e Francesca.

“Soli eravamo e senza alcun sospetto”: è il momento dell’amore più appassionato, quello in cui i due si rendono conto di essere gli amanti, di essere l’uno per l’altra – l’amore è la più egoistica delle passioni, in quanto esclude il mondo, vive nella sua bolla. E Paolo e Francesca capiscono di essere Ginevra e Lancillotto, Adamo ed Eva, la regina e il suo amante: ogni coppia, ogni unione di due singoli che diventa a sua volta singolare.

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Jean Auguste Dominique Ingres, “Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta.
JORGE LUIS BORGES, La cifra

domenica 17 aprile 2011

Condanne

 

MARÍA MERCEDES CARRANZA

PAROLE SUPERFLUE

A tradimento ho deciso oggi,
martedì 24 giugno,
di assassinare alcune parole
Amicizia è condannata
al rogo, per eresia;
la forca spetta
ad Amore per illeggibile;
non sarebbe male il vile randello,
per apostasia, per Solidarietà;
la ghigliottina come un lampo,
deve fulminare Fratellanza;
Libertà morirà
lentamente e con dolore;
la tortura è il suo destino;
Uguaglianza merita la forca
per essersi prostituita
nel peggior bordello;
Speranza è già morta;
Fede soffrirà la camera a gas;
il supplizio di Tantalo, perché disumana,
se lo prende la parola Dio.
Fucilerò senza pietà Civiltà
per la sua barbarie;
berrà la cicuta Felicità.
Resta la parola Io. Per essa,
per la tristezza, per la sua atroce solitudine,
decreto la peggiore delle pene:
vivrà con me fino
alla fine.

 

María Mercedes Carranza (1945 – 2003), poetessa e giornalista colombiana, si diverte qui a trovare un contrappasso per le parole, a scegliere una pena capitale adatta per ognuna di esse. Sono tutte parole positive – si badi bene – da Amicizia a Felicità, passando per Amore e Speranza, e questo è il lato personale, ma anche per pilastri sociali come Uguaglianza, Libertà, Solidarietà e Civiltà. Il fatto è che tutti questi elementi positivi talora degenerano fino a trasformarsi nel loro contrario: l’amore è capace di diventare odio, l’uguaglianza decade nel populismo, nella demagogia, la civiltà in barbarie, la fratellanza in indifferenza. Una sola è la parola che resta viva, Io, ma non è un privilegio, non è una salvezza: è semplicemente la pena più crudele, l’ergastolo…

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Immagine © The Online Citizen

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Ogni parola pronunciata è falsa. Ogni parola scritta è falsa. Ogni parola è falsa. Ma che cosa c’è senza la parola?
ELIAS CANETTI, La provincia dell’uomo

sabato 16 aprile 2011

Il significato estremo

 

ATTILIO ZANICHELLI

DIARIO

Sapete di cosa io vi parlo?
No, non sapete, forse di un ricordo
con la mano sotto il mento,
mano indurita di ghiaccio, rado
cane che singhiozza nel mio occhio.

Devo comunque intrattenervi,
poco visitatori qualche volta
ai detriti della mia carne, poco
chiarezza di cosa sia portare un peso
nel letto d'acqua della vita.

Mi piego come sulle scale si piega il malato
o l'ospite davanti la porta.
Dirvi il significato estremo, lo so.
Ma voi, davanti ai cancelli
serali dell'arrugginito giorno.

(da Una cosa sublime, Einaudi, 1982)

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Poesia oscura questa del parmigiano Attilio Zanichelli (1931-1994), compositore e drammaturgo: è il diario di un poeta, “Devo comunque intrattenervi” non è altro che l’urgenza della poesia, la sua necessità ed è secondo me la frase centrale del componimento. Raccontare la propria vita, la propria dolente esperienza, quella ricerca continua che non ha un sicuro esito, esprimerla per mezzo dei versi come un fotografo che cerchi attraverso la realtà di cogliere l’essenza stessa del mondo, il messaggio celato. E noi lettori di poesie, lì, davanti al tramonto, a farci condurre per mano, a chiedere di essere resi partecipi di questo recondito segreto.

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Rob Gonsalves, “Written worlds”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
È questo il gioco / cui attendo da sempre, la foglia che ricade / di amore sopra la tenera vita, ma non è fuga / dalla vita la poesia che arde nella tua anima!
ATTILIO ZANICHELLI, Una cosa sublime

venerdì 15 aprile 2011

Sogno e vita

 

JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

EPITAFFIO DI ME, VIVO

Morii nel sogno.
Risuscitai nella vita.

(da Eternità, 1918 – Trad. di Claudio Rendina)

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Ci sono poesie brevissime che esprimono nella loro esiguità di parole molto di più di quello che a prima vista si potrebbe intendere. Si pensi alla “densità” del “M’illumino / d’immenso” di Ungaretti o ad È subito sera di Quasimodo. Non è la realizzazione meditata dell’haiku, è qualcosa di più, è l’illuminazione che sottende discorsi. Come in questo epitaffio di se stesso da vivo, che di per sé è un ossimoro, essendo l’epitaffio l’iscrizione posta sul sepolcro oppure il discorso fatto in onore di un morto. Sei sole parole – otto in originale: Morí en el sueño / Resucité en la vida - usa il Premio Nobel spagnolo Juan Ramón Jiménez per esprimere una condizione di ricerca, lo stato d’animo di chi è all’inseguimento della verità, di chi è in bilico tra la necessità di un rinnovamento spirituale e l’incapacità di rompere con il passato. E l’attraversamento dal sogno alla realtà è questo continuo passaggio dal giorno alla notte, dalla menzogna alla verità, dall’ombra alla luce. Il cammino è la poesia, che deve rivelare “il nome esatto delle cose”.

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Octavio Ocampo, “Ecstasy of the lillies”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Sogna, sogna, mentre dormi; / lo dimenticherai col giorno.
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Eternità

giovedì 14 aprile 2011

La speranza di Verlaine

 

PAUL VERLAINE

SE LA SPERANZA BRILLA COME UN FILO

Se la Speranza brilla come un filo
di paglia nella stalla, perché temi
la vespa ebbra del suo volo folle?
Vedi, da qualche buco filtra sempre
la polvere del sole. Perché dunque
tu non dormivi, il capo sulla panca?

Povera anima pallida, quest'acqua
del pozzo ghiacciato, bevila almeno.
Poi dormi, dopo. Via, tu vedi, io resto,
e i sogni assopirò della tua siesta,
tu canterai come un bimbo cullato.

Di grazia, allontanatevi, signora.
Mezzogiorno suona. Egli dorme. È strano
come suonano i passi di una donna
nel cervello dei poveri infelici.

Su dormi! ho fatto spazzare e innaffiare
tutta la stanza. Mezzogiorno suona.
Come un ciottolo brilla la speranza
dentro una buca. Ah, quando fioriranno
le rose di settembre un'altra volta!

(da Saggezza, 1881 – Trad. di Giovanna Bemporad)

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C’è un momento nella vita di Paul Verlaine in cui il poeta sembra vivere in uno stato di relativa calma: nel luglio del 1873, quando ha 29 anni, viene arrestato per aver ferito con due rivoltellate l’amico Arthur Rimbaud, con il quale conviveva in Inghilterra, dopo aver abbandonato la moglie Mathilde e il figlio neonato Georges. I due anni di prigione che deve scontare li considera uno stimolo alla redenzione: smette di bere e non tocca più l’assenzio, si avvicina al cattolicesimo, inserendo il tema dell’accettazione nelle sue liriche. Durerà fino al 1880, quando Verlaine tornerà all’alcol e alla vita sregolata. Di questo periodo resteranno però le poesie di Saggezza, edite nel 1881, con toni spesso sentimentali ed estenuati.

Se la speranza brilla come un filo è testimonianza di questi anni tranquilli e meditativi: è un’esortazione alla pace, con simboli positivi, l’acqua ghiacciata serve a placare l’arsura interiore, il raggio di sole illumina una stanza dove regnano l’ordine e la serenità, la donna che viene in visita viene allontanata perché l’eco dei ricordi del passato non venga a disturbare la liberazione dal rimorso e dal tormento, dalla memoria, perché non venga a ostacolare la speranza di un equilibrio finalmente e faticosamente raggiunto.

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Fotografia © Mario Antonio Rossi

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LA FRASE DEL GIORNO
 
La speranza è il sogno di un uomo sveglio. 
ARISTOTELE, cit. in Diogene Laerzio, “Vite dei filosofi”

mercoledì 13 aprile 2011

Della memoria

 

“Giungo allora ai campi e ai vasti quartieri della memoria, dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose, introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, ottenuto amplificando o riducendo o comunque alterando le percezioni dei sensi, e tutto ciò che vi fu messo al riparo e in disparte e che l’oblio non ha ancora inghiottito e sepolto. Quando sono là dentro, evoco tutte le immagini che voglio. Alcune si presentano all’istante, altre si fanno desiderare più a lungo, quasi vengano estratte da ripostigli più segreti. Alcune si precipitano a ondate e, mentre ne cerco e desidero altre, balzano in mezzo con l’aria di dire: «Non siamo noi per caso?», e io le scaccio con la mano dello spirito dal volto del ricordo, finché quella che cerco si snebbia e avanza dalle segrete al mio sguardo; altre sopravvengono docili, in gruppi ordinati, via via che le cerco, le prime che si ritirano davanti alle seconde e ritirandosi vanno a riporsi dove staranno, pronte a uscire di nuovo quando vorrò. Tutto ciò avviene, quando faccio un racconto a memoria”. Questa bella descrizione della memoria, assimilata a un vasto deposito con ripostigli e segrete è di un filosofo, Sant’Agostino, che la delinea nelle sue Confessioni (X, 8). A un uomo vissuto tra il IV e il V secolo, questa facoltà della psiche di ricordare doveva sembrare ancora più prodigiosa. Noi, più smagati, aiutati da macchine che svolgono questo compito al posto nostro, certamente ci facciamo meno caso. E forse, in modo più prosaico, la paragoneremmo a un hard disk di computer, magari a uno di quelli esterni, capaci di contenere un terabyte di dati.

Anche Oscar Wilde si avvale della metafora: le grandi stanze di Agostino però diventano un piccolo quaderno, l’antenato del disco fisso: “La memoria è il diario che dobbiamo portarci appresso” scrive nell’Importanza di chiamarsi Ernesto. Il Fligende Blätter, settimanale umoristico tedesco uscito tra il 1845 e il 1944, utilizza un’altra analogia: “La memoria è il salvadanaio dello spirito”. Se siamo ciò che noi siamo stati, la memoria è allora la testimonianza di noi stessi, dei nostri giorni, delle nostre notti, dei viaggi, delle esperienze, dei momenti belli e di quelli brutti, delle persone che abbiamo incontrato, che abbiamo amato e che abbiamo odiato. E vi sono volte in cui vorremmo usare le parole di Robert Louis Stevenson: “La mia memoria è eccellente per dimenticare”. Tra l’altro, “Non c’è memoria che il tempo non consumi” per dirla con il Miguel de Cervantes del Don Chisciotte. Può anche essere ingannevole, secondo Manuel Vázquez Montalbán: “Inutile la memoria mente viaggi al di là dei quattro orizzonti dei visi conosciuti”.

Ma ci vogliono i poeti per coglierne tutta la sua potenza, per esprimerla in tutta la sua meraviglia: ecco Octavio Paz, da Il balcone, lirica raccolta in Versante Est:

“Non è l’altezza né la notte e la sua luna
o gli infiniti che si offrono alla vista
è la memoria e le sue vertigini
Questo che vedo
questo che gira
sono le insidie le trappole
dietro non c'è nulla
sono le date e i loro turbini”.

E Alessandro Parronchi, in A mio padre in sogno, da Coraggio di vivere:

“La memoria ha insensibili naufragi.
Scolora come il cielo di settembre
sotto il vento si popola di nubi”.

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Immagine © The Epoch Times

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LA FRASE DEL GIORNO
 
La memoria è vita
SAUL BELLOW

martedì 12 aprile 2011

Il caffè

 

“Il caffè va bevuto seduti” diceva mia nonna: le piaceva godersi quel momento di fine pasto o di metà pomeriggio, gustarselo comodamente. Anche a me piace bere il caffè seduto, riordinare i miei pensieri oppure farci il vuoto se sono da solo, conversare se mi trovo in compagnia. Che sia in un elegante bar del centro o nella mia cucina, che sia l’espresso o la moka, che sia un caffè ottenuto da una cialda o da una capsula. Perché bere il caffè è più di un semplice atto: è un rito per il quale bisogna predisporsi, è un momento di piacere in un deserto di altri momenti tutti uguali… E allora gustiamoceli questi caffè in forma di poesia: uno è del futurista romano Luciano Folgore, l’altra del poeta, commediografo e paroliere napoletano Rocco Galdieri, anche perché “ah che bello ‘o ccafè, solo a Napoli ‘o sanno ffà…”

 

LUCIANO FOLGORE

MOKA

Sensazione fisica

Nero. Più nero. Troppo nero.
Moka.
Il sonno ruzzola giù dalle scale
della stanchezza.
Una voglia pazza d'intorno
ai nervi,
gira, gira, gira.
Il desiderio - ginnasta incomparabile - 
a salto mortali nel cervello.
Le idee: mazzi di fiori,
grandi, grandi,
senza gambo,
pigiati nel vaso del cranio.
Gli occhi smisurati in ridda
dietro profili di cose strane.
Benessere.
Strappo acuto.
Forse vertigine,
Subitaneo smarrimento.
Ripresa la galoppo, per ogni fibra,
dei turbini del caldo eccitante.
Infine massaggio di mani
di negre bruttissime
su tutta la pelle,
ilarità del passaggio leggero
di una mammella floscia lungo la schiena.
Moka.
Nero nero.

(da Ponti sull’oceano, Edizioni di poesia, 1914)

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Eric Barjot, “Mocha Caffe”

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ROCCO GALDIERIGaldieri_Nov1

‘O CCAFÈ!

Quanno saglie st’addore, s’è capito,
ch'è trasuta 'a pruvvista pe' 'nu mese...
Pecché quann' 'o ccafè s'è abbrustolito
e spanne 'o fummo... è segno c' 'o marito,
quann'è 'o mumento, nun abbada a spese.

È segno c' 'o marito è n'ommo 'e chillo
ca' port' 'a croce 'a quanno s'è accasato
ca dint' 'a casa nun dà maie nu' strillo
e ca penza 'a guagliona, 'o piccerillo...
Mo' ce vo' chesto, mo' ce vo' chell'ato...

E chesto è 'o llardo, e chesta è 'a 'nzogna 'mpane,
e cheste so' 'e butteglie 'e pummarole,
e cheste so' 'e buatte 'e mulignane...
«S'avvessera cagnà sti pperziane...»
E tutt'è fatto... Appena 'nfoca 'o sole...

Casa cuntenta! ...Addò sta 'a grazzia 'e Ddio,
'a capo a piere 'e ll'anno, 'nt' 'a dispenza.
Addò 'nu morzo sta p' ogne gulio...
Senza fa: «Chesto è 'o ttuio... chest'auto è 'o mmio!»
quanno 'o marito spenne e nun ce penza.

Quann' 'o marito, ch'è faticatore,
s'abbrusca tutto chello ca lle pare,
cunforme trase 'mpuorto 'nu vapore,
e ammarcia comme fosse 'nu signore
e ghiett' 'a pezza... pecché è ricco 'o mare.

Casa cuntenta! ...Addò 'ncopp' 'a fenesta
addora 'a menta mo' c' 'o tiempo nn'è...
E 'ncopp 'o stesso marmo, affianco 'a testa,
dint' 'a sperlunga 'na manella, lesta,
trema pe'miez a ll'acene 'è ccafè...

Tremma... e fa segno abbascio... int'o curtile,
come dicesse... «Saglie a 'e ttre... dimane»...
Comm'infatte, dimane, d' 'o Brasile
trase 'mpuorto 'nu legno mercantile...
E chesto è 'o llardo... E chesta è 'a nzogna 'mpane!...

Quando sale quest'odore, s'è capito / che è arrivata la provvista per un mese... / Perché quando il caffè si è abbrustolito / e spande il suo profumo, è segno che il marito / quando è il momento, non bada a spese. // È segno che il marito è un uomo di quelli / che porta la croce da quando si è sposato / che dentro casa non dà mai uno strillo / e pensa alla figlia, al bambino... / Ora serve questo, ora serve quell'altro... // E questo è il lardo, e questo è il panetto di sugna, / e queste sono le bottiglie di salsa, / e questi sono i barattoli di melanzane... / «Sarebbero da cambiare queste persiane...» / Subito fatto... Appena scalda il sole... // Casa felice! ...Dove c'è la grazia di Dio, / dall'inizio alla fine dell'anno, nella dispensa. / Dove c'è un morso per ogni desiderio... / Senza dire: «Questo è tuo... quest'altro è mio» / quando il marito spende e non ci pensa. // Quando il marito, che è un lavoratore / si prende tutto quello che gli pare, / secondo quello che entra in porto nel vapore, / e cammina come fosse un signore / e butta la toppa... perché è ricco il mare. // Casa felice! ...Dove su una finestra / odora la menta ora che è tempo... / E sullo stesso davanzale, vicino alla testa / dentro il vassoio una manina, lesta / trema in mezzo ai chicchi di caffè... // Trema... e indica giù... nel cortile, / come se dicesse...«Arriva alle tre... domani»... / Come infatti, domani, dal Brasile / giunge in porto una nave mercantile... / E questo è il lardo... E questo è il panetto di sugna!

(da Nuove poesie, Casella, 1919)

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Come cambia il tempo così cambia il caffè, cambia se piove, cambia se è umido, cambia se è secco, cambia.
VINCENZO MORETTI, Bella Napoli

lunedì 11 aprile 2011

Properzio e Cinzia

 

PROPERZIO

ELEGIE, I, 12

Perché non smetti di intentarmi, Pontico, l'accusa di pigrizia
che a Roma, a sentir te, mi tratterrebbe?
È lei che è ormai lontana dal mio letto tante miglia
quanto dista l'Ipani dal veneto Eridano;
Cinzia ora più non nutre il nostro amore nei consueti amplessi
né più al mio orecchio dolcemente parla.
Un tempo le ero caro: in quei giorni, a nessun altro avvenne
d'amare con altrettanta fiduciosa certezza.
Fummo oggetto d'invidia: fu un dio che mi fece sprofondare,
o fu quell'erba, sul Caucaso raccolta, che divide gli amanti?
Non son più quel che ero: lunghi viaggi trasformano le amanti.
In poco tempo, quale grande amore se n'è fuggito!
Per la prima volta son costretto a conoscere da solo le lunghe notti,
e ad essere molesto io stesso alle mie orecchie.
O felice colui che davanti all'amata poté versare lacrime
(s'allieta Amore alle lacrime sparse),
ma felice anche colui che, disprezzato, poté mutare i suoi affetti
(c'è un po' di gioia anche a cambiar padrone!).
Per me sta scritto che non potrò amare un'altra, né staccarmi da lei:
Cinzia fu la prima, Cinzia sarà anche la fine.

(da Elegie, Mondadori – Trad. Roberto Gazich)

 

Ci sono coppie celebri nella letteratura: Dante e Beatrice, Laura e Petrarca, Catullo e Lesbia. Forse meno famosa per chi non ha studiato latino è quella formata nella seconda metà del I secolo avanti Cristo da Properzio e Cinzia: lei è una donna bellissima, dai capelli fulvi e dagli occhi neri, dalle lunghe mani affusolate, che ama indossare vesti eleganti e raffinate, ma è anche altera e insensibile all’amore del poeta; quell’interesse che lei ha manifestato è ormai sopito, freddo, o peggio, era solo di maniera. La Cinzia tratteggiata dall’innamorato deluso affiora così nelle Elegie sotto vari aspetti: talora è apatica e immobile (“se viene, dorme tutta coperta sulla sponda del letto”), talvolta è calda e appassionata, erotica (“ora lottava contro me col seno nudo / ora velandosi un poco con la tunica”), altre volte appare furiosa e aggressiva (“tu, furibonda per il vino, rovesciavi la mensa / e con gesto furente mi lanciasti contro coppe ricolme”). In realtà Cinzia non è che una dotta cortigiana, simile alle poetesse del Rinascimento italiano, per dirla in termini moderni una escort colta che scrive poesie e si fa mantenere da ricchi amanti. Sesto Properzio invece, nobile umbro decaduto, rovinato dalla rivolta dei proprietari terrieri, è povero in canna ma trova in lei soltanto quell’amore appagante che va cercando: l’unico modo che ha di competere è quello dell’arte, fine certo molto nobile, ma assolutamente inutile alla bisogna. Cinzia esercita su di lui il suo potere capriccioso, incatenandolo nel ruolo del servo d’amore, che Properzio esegue con maestria e con echi catulliani. Curioso il finale delle Elegie: dopo aver finalmente superato la cosa, dopo aver immaginato una Cinzia invecchiata e spenta, il poeta si fa beccare da lei a letto con due amichette, nei bagordi di un’orgia: “Mi fulminò con gli occhi, e diventò una belva, quanto può una donna, / uno spettacolo non inferiore alla presa di due città”.

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Auguste Jean Baptiste Vinchon, “Properzio e Cinzia a Tivoli”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Cresce, al solo vederla, il tormento per la mia donna: / trova in se stesso alimento l’incendio di Amore.
PROPERZIO, Elegie, III, 21

domenica 10 aprile 2011

Per la stretta del faro

 

ALFONSO GATTO

QUESTE SERE DESERTE

A vivere di me, con me non passi
queste sere deserte, resto solo,
solo col mio silenzio come i sassi.
Così, col mare tra le braccia, il molo

ha la sua bianca vela che gli parte,
gli torna, e più non sa se il lungo amore
è l'ansia di proteggerla in disparte
o di perderla dentro il proprio cuore.

Ti do la giovinezza che tu credi
di portarmi ogni volta, per la stretta
del faro salgo a chiedere se vedi
la brace rossa della sigaretta.

(da Poesie d’amore, Mondadori, 1973)

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È lo stesso Alfonso Gatto a spiegare nella giustificazione della raccolta (componimenti scritti tra il 1941 e il 1949 e tra il 1960 e il 1972 – Queste sere deserte è del 1971) il senso della poesia: “L’affacciarmi al faro per la sua stretta scala è un rendermi vanamente visibile alla notte, più che un vedere mio”. Quella rossa brace della sigaretta diventa quindi un segnale, una manifestazione della presenza del poeta: altrove Gatto parla di “notti passate insonni a fumare nel buio della stanza, a spiarmi nel vetro della finestra per il chiarore che la sigaretta, ad ogni boccata, dava al mio volto, lasciandolo apparire e sparire rapidamente”. Dunque i versi tratteggiano il ritratto di un uomo che a Salerno sale sul faro e richiama i ricordi della gioventù, li ritrova nella solitudine di una sera guardando il molo abbracciare il mare.

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Immagine © Visualarray

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Così da tutte le sere / il tempo è nel tempo la rosa / che verde al verde si bagna / le labbra di sete.
ALFONSO GATTO, Poesie d’amore

sabato 9 aprile 2011

Perché ho scritto io sono vivo

 

ENRIQUE LIHN

PERCHÉ HO SCRITTO

a Cristina e Angelica

Capita che forse, in un anno di calma,
pensi: la poesia a questo mi è servita:
non ho potuto essere felice, quello mi fu negato,
però ho scritto.

Ho scritto: fui la vittima
della mendicità e dell’orgoglio mischiati
e giustiziai anche qualche lettore;
stesi la mano in porte che mai, mai ho visto;
una ragazza cadde, in un altro mondo, ai miei piedi.

Però ho scritto: avevo questa rara certezza,
l’illusione di tenere il mondo tra le mani
— che illusione perfetta! come un cristo barocco
con tutta la sua inutile crudeltà —
Ho scritto, la mia scrittura fu come erbaccia
di fiori azzimi, pur sempre fiori,
il pane quotidiano di terre incolte:
una corazza di spine e radici

Dalla vita ho preso tutte queste parole
come un bambino orpello, ciottoli vicino al fiume:
cose magiche, perfettamente inutili
però continuano a rinnovare il loro incanto.

La specie di follia per cui un vecchio
vola dietro le colombe imitandole
mi fu data per servire a qualcosa.
Mi condannai scrivendo così che tutti dubiteranno
della mia vita reale,
(giorni della mia scrittura, terreno straniero).
Tutti quelli che servirono e quelli che furono serviti
dico che passeranno perché ho scritto
e farlo significa lavorare con la morte
gomito a gomito, rubarle tanti segreti.
Alla sorgente il fiume è una vena d’acqua
- lì, per un momento, nemmeno, su questa altura -
poi, alla fine, un mare che nulla vede
di quanti stanno nuotando sbracciandosi nella vita.
Perché ho scritto sono stato l’odio imbarazzante,
ma il mare forma parte della mia stessa scrittura:
linea dell’onda dove un verso diventa schiuma
e posso reiterare la poesia.

Ero ammalato, senza posto per i dubbi
e non solo di insonnia,
anche di idee fisse che mi facevano leggere
con oscena attenzione tanti psicologi,
però ho scritto e il crimine fu minore,
l’ho scontato verso a verso fino a scriverlo,
perché tra la parola che si adatta e l’abisso
sorge un po’ di oscura intelligenza
e a questa luce molti mostri non sono giustiziati.

Perché ho scritto non rimasi nella casa della carnefice
né mi lasciai portare dall’amore di Dio
né accettai che gli uomini fossero dei
né mi feci desiderare come scrittore
né la povertà mi parve atroce
né il potere una cosa desiderabile
né mi lavai né mi sporcai le mani
né furono vergini le mie migliori amiche
né presi per amico un fariseo
né malgrado la collera
volli sbaragliare il mio nemico.

Però ho scritto e muoio per conto mio,
perché ho scritto, perché ho scritto io sono vivo.

 

È una confessione questa di Enrique Lihn, poeta cileno nato a Santiago nel 1929 e morto nel 1988. È un bilancio, il resoconto di una vita dove la scrittura – la poesia – diventa il filo conduttore, anzi di più, assume la funzione di etica e morale, di religione e di missione. Mezzo per risolvere i dubbi e per fare luce, per porsi domande e per porle agli altri, condanna e penitenza, saggezza estrema ed estrema follia, forma di libertà e di verità, quella almeno intelligibile agli umani. Perché la poesia è semplicemente la vita.

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Immagine © Poeta de l’alba

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LA FRASE DEL GIORNO
Se si deve scrivere correttamente poesia / Bisogna comunque prendersela con calma. / Prima di tutto: sedersi a maturare.
ENRIQUE LIHN

venerdì 8 aprile 2011

Centenario di Cioran

 

Ricorre oggi il centenario di una grande figura del Novecento, il filosofo, saggista e scrittore Emil Cioran, romeno di nascita, avendo visto la luce l’8 aprile 1911 a Răşinari, in Transilvania, ma cittadino del mondo: visse infatti a Berlino, Dresda e Monaco durante la dittatura di Hitler e in Francia dal 1937 alla morte, avvenuta nel 1995. Di lingua rumena, conosceva anche l’ungherese parlato dai genitori, e dal 1947 scrisse esclusivamente in francese. Figlio di un prete ortodosso Cioran era però agnostico, figlio di tante culture ma apolide, spregiatore degli idealismi ma affascinato durante la gioventù dalla vitalità nazista, caustico ma emotivo, interessato alla scrittura per se stesso ma con l’opera diffusa in tutto il mondo… Probabilmente l’assioma che meglio lo contraddistingue si trova nel Funesto demiurgo, del 1969: «Soffrire è produrre conoscenza».

Il Canto delle Sirene non è luogo di pura filosofia, sebbene en passant talora affiori in maniera strumentale qua e là, ma di poesia, di arte, di aforismi. Affido, come di consueto, il ricordo di Cioran alle sue frasi.

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da AL CULMINE DELLA DISPERAZIONE (1934)

Vorrei perdere la ragione a un unico patto: essere sicuro di diventare un pazzo allegro, brioso ed eternamente di buon umore, senza problemi né ossessioni, che ride senza motivo dalla mattina alla sera.

Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all'esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso.

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da SOMMARIO DI DECOMPOSIZIONE (1949)

L'amore – un incontro di due salive... Tutti i sentimenti attingono il loro assoluto dalla miseria delle ghiandole.

Non cominciamo a vivere realmente se non una volta giunti in fondo alla filosofia, sulla sua rovina, quando abbiamo capito sia la sua terribile insignificanza sia l'inutilità del farvi ricorso, in quanto non è di alcun aiuto.

Possiamo vivere come vivono gli altri e tuttavia nascondere un no più grande del mondo: è l'infinito della malinconia…

Non si può eludere l'esistenza con le spiegazioni, si può solo subirla, amarla o detestarla, adorarla o temerla, in quell'alternanza di felicità e di orrore che esprime il ritmo stesso dell'essere, le sue oscillazioni e le sue dissonanze, le sue veemenze amare o allegre.

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da SILLOGISMI DELL’AMAREZZA (1952)

Ogni occidentale tormentato fa pensare ad un eroe dostoevskiano con un conto in banca.

All'interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio.

Vivo attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi.

Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro mondo?

Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro, non c'è alcun dubbio che si sarebbe fatto colare a picco.

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da IL FUNESTO DEMIURGO (1969)

Il ruolo dell'insonnia nella storia: da Caligola a Hitler. L'impossibilità di dormire è causa o conseguenza della crudeltà? Il tiranno vigila – è ciò che propriamente lo definisce.

La differenza fra il teorico della fede e il credente è grande quanto quella fra lo psichiatra e il matto.

L'uomo non fu creato per rimanere inchiodato a una sedia. Ma forse non meritava di meglio.

Siamo stati felici soltanto nelle epoche in cui, avidi di annientamento, con entusiasmo accettavamo il nostro niente.

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da QUADERNI 1957-1972 (1997)

Tutto quello che ho di buono viene dalla mia pigrizia; senza di essa chi mi avrebbe impedito di attuare i miei cattivi progetti?

Ho conosciuto fino alla nausea il dramma religioso del miscredente. La nullità del qui e l'inesistenza dell'altrove… schiacciato da due certezze.

Ogni verità è un fardello. Una verità nuova, un fardello in più.

Il megalomane è uno che dice ad alta voce ciò che ognuno pensa di sé nel suo intimo.

La religione è un'arte di consolare. Quando il prete dice, a voi afflitti, che Dio si interessa al vostro sconforto, offre una consolazione che, in fatto di efficacia, non potrà mai trovare equivalenti in dottrine secolari.

L'altro: uno che mi impedisce di essere io. Quando si è soli, si è illimitati, si è come Dio. Appena c'è qualcuno, si cozza contro un limite, e presto non si è più niente, si è solo qualcosa.

Dio, il grande Estraneo.

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Emil Cioran in un disegno di Ironie

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LA FRASE DEL GIORNO
L'origine dei nostri atti sta nella propensione inconscia a ritenerci il centro, la ragione e l'esito del tempo. I nostri riflessi e il nostro orgoglio trasformano in pianeta la briciola di carne e di coscienza che noi siamo. Se avessimo il giusto senso della nostra posizione nel mondo, se confrontare fosse inseparabile dal vivere, la rivelazione della nostra infima presenza ci schiaccerebbe. Ma vivere significa ingannarsi sulle proprie dimensioni…
EMIL CIORAN, Sommario di decomposizione

giovedì 7 aprile 2011

Piogge d’aprile

 

SERGIO SOLMI

PIOGGE D’APRILE

A queste interminabili piogge
d'aprile, si feltrano i passi,
si sfaldano le voci, si disfà
il mondo
in una nube di suoni assorditi.
L'acqua del cielo lava le muraglie
e i sonnolenti pensieri,
come le piante, le pene antiche
schiude, ma senza bruciore.
Il corpo tracolla
adagio nel grembo del tempo
che senza illuse promesse ci guida
e i desideri nutrisce
anonimi e diffusi come foglie.
Così, senza sapere,
nell'impercettibile mutamento
a un tratto, ci distacchiamo.
Fusi in creta molle
attendiamo l'onda volubile
che ci riplasmi.
La natura riscatta i nostri errori,
mali d'un frutto suo,
ci rende alle sue rive inermi e ignudi.
E anch'io alla tua insidia gentile
ai tuoi incantevoli pianti e sospiri
m'affido,
a te che improvviso all'anima
nel nimbo piovoso mi rechi
il tuo perdono,
bella stagione.

(da Fine di stagione, 1933)

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Sergio Solmi (1899-1981) è un poeta che mi piace particolarmente: di lui ho già proposto Arte poetica, Bagni popolari, Entro la densa lente dell’estate, Prato, Preghiera alla vita e Se pur fatiche e sogni. Perché mi piace tanto? - mi sono chiesto. Forse per l’inquietudine della sua ricerca, forse per il suo modo di interrogare il reale, di attendere che la risposta si manifesti da sé, forse per il suo tradizionalismo: “Sospirata parola, che alla fine / mi sei giunta, m'hai colto / in un momento di disattenzione, / e ti vuoi improvvisa, non cercata, / sfuggi al gesto raro, alla misura / esorbitante” (Arte poetica). Insomma, il modo in cui io intendo la poesia.

E così è per queste piogge d’aprile che rendono fertile la terra innamorata di primavera, che porteranno poi i frutti da maggio a settembre – da noi si dice che “ad aprile fiorisce anche il manico del badile”: Solmi vede anche il mondo formarsi, vede le nostre stesse vite plasmarsi come se fossero creta – l’argilla da cui nella Genesi viene tratto il primo uomo. Nelle piogge d’aprile ci purifichiamo, dal loro lavacro riemergiamo nuovi.

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Fotografia © 1X.com

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Bellezza un poco cruda, non mia forse / e troppo mia, / come una spada lampeggiante un giorno / mi feristi nel sonno adolescente, dentro t’ebbi a non farmi più dormire.
SERGIO SOLMI, Quaderno di Mario Rossetti

mercoledì 6 aprile 2011

Ode alla speranza

 

LESJA UKRAINKA

CONTRA SPEM SPERO

     Via, pensieri, voi, nubi autunnali!
Ora è la primavera dorata!
Forse nell’amarezza, nel pianto
Passeranno gli anni della giovinezza?

     No, voglio ridere attraverso le lacrime,
Intonare canzoni nel dolore,
Sperare comunque senza speranze,
Voglio vivere! Via, pensieri tristi!

     In un triste campo desolato
Seminerò fiori variopinti,
Seminerò fiori nel gelo,
Verserò su di essi lacrime amare.

     E per queste lacrime cocenti si dissolverà
Quella possente crosta di ghiaccio,
Forse i fiori cresceranno – e giungerà
Anche per me l’allegra primavera.

     Trasporterò un pesante masso
In cima a un’erta montagna sassosa
E, portando questo tremendo fardello,
Intonerò un’allegra canzone.

     Nella lunga notte buia, impenetrabile
Non chiuderò gli occhi per un attimo,
Cercherò la stella polare,
La chiara sovrana delle notti buie.

     Sì! Riderò attraverso le lacrime,
Intonerò canzoni nel dolore,
Spererò comunque senza speranze,
Vivrò! Via, pensieri tristi!

2 maggio 1890

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Contra spem spero è il motto latino che la poetessa ucraina Lesja Ukrainka (1871-1913) pone come titolo a questa sua lirica: contro ogni speranza, spero. Prende spunto dal risveglio di primavera, dal nuovo rigoglio che esprime il trionfo della vita dopo il letargo invernale, dopo il gelo, e si affida a una fede cieca nella speranza, nell’Ultima Dea dei latini. Non è facile, certo, nonostante Hermann Hesse sostenga che “È felice chi spera”: l’azione del trasportare il masso sulla cima di una montagna sassosa ricorda da vicino l’immane vana fatica di Sisifo, mitico eroe greco condannato a far rotolare in eterno su per un pendio del Tartaro un’enorme pietra che, posta in cima, inesorabilmente torna a valle. Comunque, molto meglio sperare che disperare…

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Fotografia © Anita Martinz

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Noi viviamo di speranza, non possiamo fare altrimenti, perché come non possiamo dare tutto, così non possiamo ricevere tutto.
EDMOND JABÈS

martedì 5 aprile 2011

Ode al silenzio

 

L’altro sabato mi sono trovato a parcheggiare nel garage sotterraneo appena aperto di un centro commerciale. C’erano poche automobili e ci si sarebbe aspettato di trovare un silenzio quasi assoluto. Invece, sceso dall’auto, ho avuto la sgradita sorpresa di una orribile musica di sottofondo, un riempitivo, come se nella società odierna fossimo ormai incapaci di affrontare il silenzio, di trovarci di fronte ad esso. Harold Pinter sosteneva che anche un diluvio di parole può essere un tipo di silenzio, ed è a quello che ho associato quel plastificato pop del garage: “È una finta necessaria, uno schermo di fumo, violento, ipocrita, angosciato o beffardo, che mantiene l'altro al suo posto. Quando il vero silenzio cade, si conservano ancora degli echi ma si è più vicini alla nudità”. Naturalmente dentro il centro commerciale c’era quello che uno si aspetta di trovare: gente, rumore, luci, colori. Ma guardavo la giostra alta due piani girare e ripensavo ancora al silenzio di cui ero stato privato nel parcheggio, l’assenza di suoni in cui siamo assolutamente soli con noi stessi – chi prega è in silenzio, chi pensa è in silenzio… E intanto il valzer di Radetzky andava a tutto volume tra negozi, ristoranti e giochi per bambini.

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JORGE BOCCANERA

FILACCI

Il silenzio è il guanto della voce?
Potremmo toccarlo?
Ricorderemo il silenzio d'un giorno
      qualsiasi da bambini?
Forse vola sfiorando il suolo?
Il poeta che sceglie il silenzio: va
      volontariamente o è il silenzio a chiamarlo?
Chi tace, acconsente?

Sono risposte che non posso chiedere.
Non temo il silenzio,
anche quando si sfracella con le sue ali
      di polvere sulla mia finestra.
Non fa paura ascoltarlo.
Ma temo di vederlo.

(da Sordomuta, 1991 – Trad. Alessio Brandolini)

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EDUARDO MITRE

IL SILENZIO

Prateria in cui brucano le parole.
Fonte in cui la musica
fa il bagno
                           tutta nuda.

(da Versi d’autunno, 1993 – Trad. Antonella Ciabatti)

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GIUSEPPE UNGARETTI

SILENZIO IN LIGURIA

Scade flessuosa la pianura d'acqua

Nelle sue urne il sole
Ancora segreto si bagna.

Una carnagione lieve trascorre.

Ed ella apre improvvisa ai seni
La grande mitezza degli occhi.

L'ombra sommersa delle rocce muore.

Dolce sbocciata dalle anche ilari,
Il vero amore è una quiete accesa,

E la godo diffusa
Dall'ala alabastrina
D'una mattina immobile.

(da Sentimento del tempo, 1933)

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Ralph Bohnenkamp, “Stop over 4”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Una parola vale un denaro; il silenzio ne vale due.
TALMUD

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