lunedì 29 agosto 2011

Il corridoio

 

DINO BUZZATI

IL CORRIDOIO DEL GRANDE ALBERGO

Rientrato nella mia camera d’albergo a tarda ora, mi ero già mezzo spogliato quando ebbi bisogno di andare alla toilette.

La mia camera era quasi in fondo a un corridoio interminabile e poco illuminato; circa ogni venti metri tenui lampade violacee proiettavano fasci di luce sul tappeto rosso. Giusto a metà, in corrispondenza di una di queste lampadine, c’erano da una parte la scala, dall’altra la doppia porta a vetri del locale.

Indossata una vestaglia, uscii nel corridoio ch’era deserto. Ed ero quasi giunto alla toilette quando mi trovai di fronte a un uomo pure in vestaglia che, sbucato dall’ombra, veniva dalla parte opposta. Era un signore alto e grosso con una tonda barba alla Edoardo VII. Aveva la mia stessa meta? Come succede, entrambi si ebbe un istante di imbarazzo, per poco non ci urtammo. Fatto è che io, chissà come, mi vergognai di entrare al gabinetto sotto i suoi sguardi e proseguii, come se mi dirigessi altrove. E lui fece lo stesso.

Ma, dopo pochi passi, mi resi conto della stupidaggine commessa. Infatti, che potevo fare? Le eventualità erano due: o proseguire fino in fondo al corridoio e poi tornare indietro, sperando che il signore con la barba nel frattempo se ne fosse andato. Ma non era detto che costui dovesse entrare in una stanza e lasciare così libero il campo; forse anch’egli voleva andare alla toilette e, incontrandomi, si era vergognato, esattamente come avevo fatto io; e ora si trovava nella stessa mia imbarazzante situazione. Perciò, tornando sui miei passi, rischiavo d’incontrarlo un’altra volta e di fare ancora di più la figura del cretino.

Oppure – seconda possibilità – nascondermi nell’andito, abbastanza profondo, di una delle tante porte, scegliendone una poco illuminata e di qui spiare il campo, fin che fossi stato certo che il corridoio era assolutamente sgombro. E così feci, prima di aver analizzato la situazione a fondo.

Solo quando mi trovai, appiattato come un ladro, in uno di quegli angusti vani (era la porta della camera 90) cominciai a ragionare. Prima di tutto, se la stanza era occupata e il cliente era entrato o uscito, che avrebbe detto trovandomi nascosto dinanzi alla sua porta? Peggio: come escludere che quella fosse proprio la camera del signore con la barba? Il quale tornando indietro, mi avrebbe bloccato senza remissione. Né ci sarebbe stato bisogno di una speciale diffidenza per trovare le mie manovre molto strane. Insomma, restare là era un’imprudenza.

Adagio adagio sporsi il capo a esplorare il corridoio. Da un capo all’altro assolutamente vuoto. Non un rumore, un suono di passi, un’eco di voce umana, un cigolìo di porta che si aprisse. Era il momento buono: sbucai dal nascondiglio e a passi disinvolti mi incamminai verso la mia stanza. Lungo il tragitto, pensavo, sarei entrato un momento alla toilette.

Ma nello stesso istante, e me ne accorsi troppo tardi per potere riacquattarmi, il signore con la barba, che evidentemente aveva ragionato come me, usciva dal vano di una delle porte in fondo, forse la mia, e mi muoveva decisamente incontro.

Per la seconda volta, con imbarazzo ancora maggiore, ci incontrammo dinanzi alla toilette; e per la seconda volta nessuno dei due osò entrare, vergognandosi che l’altro lo vedesse; adesso sì c’era veramente il rischio del ridicolo.

Così, maledicendo tra me il rispetto umano, mi avviai sconfitto alla mia stanza. Come fui giunto, prima di aprire l’uscio, mi voltai a guardare: laggiù, nella penombra, intravidi quello con la barba che simmetricamente entrava in camera; e si era voltato a guardare alla mia volta.

Ero furioso. Ma la colpa non era forse mia? Cercando invano di leggere un giornale, aspettai per più di mezz’ora. Quindi aprii la porta con cautela. C’era nell’albergo un gran silenzio, come in una caserma abbandonata; e il corridoio più che mai deserto. Finalmente! Scattai quasi di corsa, ansioso di raggiungere il locale.

Ma dall’altra parte, con un sincronismo impressionante, quasi la telepatia avesse agito, anche il signore con la barba guizzò fuori dalla sua camera e con sveltezza impressionante puntò verso il gabinetto.

Per la terza volta perciò ci trovammo a fronte a fronte dinanzi alla porta e vetri smerigliati. Per la terza volta tutti e due simulammo, per la terza volta si proseguì entrambi senza entrare. La situazione era tanto comica che sarebbe bastato un niente, un cenno, un sorrisetto, per rompere il ghiaccio e voltare tutto in ridere. Me né io, né probabilmente lui, si aveva voglia di scherzare; al contrario; una rabbiosa esasperazione urgeva, un senso d’incubo, quasi che fosse tutta una macchinazione ordita misteriosamente in odio a noi.

Come nella prima sortita, finii per scivolare nel vano di una porta ignota e qui nascondermi in attesa degli eventi. Ora mi conveniva, per limitare almeno i danni, di aspettare che il barbuto, certamente appostato come me all’altra estremità del corridoio, sbucasse dalla trincea per primo: lo avrei quindi lasciato avanzare un buon tratto e solo all’ultimo sarei uscito anch’io; ciò allo scopo di imbattermi con lui non più dinanzi alla toilette bensì molto più in qua, cosicché, superato l’incontro, io rimanessi libero di agire senza noiosi testimoni. Se invece lui, prima d’incontrarmi, si fosse deciso a entrare nel locale, tanto meglio; esaudite le sue necessità, si sarebbe poi ritirato in camera e per tutta la notte non si sarebbe più fatto vivo.

Sporgendo appena un occhio dallo stipite (per la distanza non potevo vedere se l’altro stesse facendo altrettanto), restai in agguato lungo tempo. Stanco di stare in piedi, a un certo punto mi accoccolai sulle ginocchia, senza interrompere mai la vigilanza. Ma l’uomo non si decideva a uscire. Eppure egli era sempre laggiù, nascosto, nelle mie stesse condizioni.

Udii suonare le due e mezza, le tre, le tre e un quarto, le tre e mezza. Non ne potevo più.
Infine caddi addormentato.

Mi risvegliai con le ossa rotte, che erano già le sei del mattino. Sul momento non ricordavo nulla. Che cos’era successo? Come mai mi trovavo là per terra? Poi vidi altri come me, in vestaglia, rincantucciati negli anditi delle cento e cento porte, che dormivano: chi in ginocchio, chi seduto sul pavimento, chi assopito in piedi come i muli; pallidi, distrutti, come dopo una notte di battaglia.

(da In quel preciso momento, Neri Pozza, 1950)

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Cominciamo da Anacreonte per parlare di questo racconto bello e inquietante come solo Dino Buzzati (1906-1972) sapeva scriverne: il lirico greco vissuto nel VI secolo avanti Cristo ci ha lasciato questi versi: “Chi si cruccia della critica del prossimo / non avrà gran gioia nella vita”. Le convenzioni spesso non sono altro che insignificanti e inutili riti, sono segno di una fragilità ben diversa dalla timida sensibilità: diventano delle gabbie in cui ci autorecludiamo, incapaci poi di aprire la porta e spiccare il volo. Il testo di Buzzati si può leggere psicologicamente  anche come una critica del conformismo, della sua limitazione alla libertà e quindi alla crescita personale. È, comunque, il segno della grande capacità che lo scrittore bellunese aveva di scrutare dentro l’animo umano, di cogliere i lati oscuri dove si annidano le ombre.

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FOTOGRAFIA © HOTEL ATLANTIS, DUBAI

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LA FRASE DEL GIORNO
Se non esistessero le convenzioni e i pregiudizi, l'immoralità non avrebbe motivo di sussistere. Nulla è di per sé morale o immorale.
CARLO MARIA FRANZERO, Il fanciullo meraviglioso

3 commenti:

Vania ha detto...

...ripasso....:)
ciaoo Vania

Tra cenere e terra ha detto...

Mi viene da sorridere. Oggi, forse, bisognerebbe tornare a delle forme più convenzionali di rapporto...

DR ha detto...

Eppure negli anni 40/50 c'era un pudore tutto diverso

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