sabato 19 marzo 2011

E ho portato il tuo nome


SALVATORE QUASIMODO

AL PADRE

Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo i binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, è dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei ginocchi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po' più in là dell'odio e dell'invidia.
Quel rosso sul tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d'aquila.

E ora nell'aquila dei tuoi novant'anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d'Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
«Baciamu le mani». Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

(da La terra impareggiabile, Mondadori, 1958)

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19 marzo, festa del papà. Ho scelto questa poesia di Salvatore Quasimodo perché è una rivalutazione della figura paterna e raffigura bene quello che è capitato a molti di noi: il padre è un elemento importante durante l’infanzia – e quella che cita Quasimodo è la terribile realtà del terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, quando il poeta ha sette anni e il padre Gaetano, capostazione delle Ferrovie, riesce a infondere coraggio in quei momenti difficili. Poi, naturalmente, ci si stacca dal padre, si entra anche in conflitto con lui – “difficile affinità di pensieri” a - salvo ritrovarne nella maturità quell’affettuosa predisposizione. E alla fine della poesia, lontano dalla sua Sicilia, Quasimodo riesce finalmente ad esprimere tutto il rispetto per il padre, con quella formula, “Baciamu le mani”, tipica dei contadini verso il padrone.

“La tua pazienza fu lezione” dice Quasimodo. Permettetemi di citare un brano dal libro che sto leggendo adesso, Bella Napoli, opera di un amico, Vincenzo Moretti. Sembra fatto apposta per commentare questo verso. Nell’introduzione – sono storie di lavoratori napoletani – Vincenzo ricorda i suoi maestri, e tra questi annovera in primis il padre Pasquale: “Sapevo che quello che mi diceva papà era importante. Sì, importante anche solo per il fatto che me lo diceva lui e anche se poi negli anni della contestazione le cose che mi diceva lui ho avuto una gran fretta di cancellarle tutte, negli anni della maturità ne ho recuperate molte e in quelli della perdita ho cominciato persino a custodirle”.

Certo, ho fatto anch’io un regalo a mio papà, ma il regalo più bello è quello che forse per pudore non sono mai riuscito a dirgli: che ho imparato tante cose da lui, e che soprattutto mi ha insegnato il rispetto per gli altri, che sono fiero di cominciare a somigliargli.

Auguri, papà!

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image

Fotografia © The National Trusy

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LA FRASE DEL GIORNO 
L'avere un figlio ingrato è più doloroso del morso del serpente.
WILLIAM SHAKESPEARE, Re Lear

1 commento:

Vania ha detto...

...che difficile per me commentare questo post.

...la "maturità"...fa acquisire i "significati".
ciao Vania

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