lunedì 28 febbraio 2011

Un’ombra


ASCLEPIADE

IL VINO È SPIA DELL’AMORE

Il vino è spia dell'amore.
Ci diceva Nicàgora di non amare,
ma lo tradirono i molti bicchieri.
Abbassò il viso e pianse: un'ombra
gli velava lo sguardo:
nemmeno la corona di viole
gli rimase stretta sul capo.

(dall’Antologia Palatina, XII, 135 – Trad. Alceste Angelini)

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Le poche poesie di Asclepiade giunte fino a noi – quasi esclusivamente epigrammi d’amore - alternano toni sommessi e tenui, elevandosi talora nello scherzo o abbattendosi come in questo caso nel disincanto malinconico dagli accenti crepuscolari. Il poeta nato a Samo nel 320 avanti Cristo descrive una figura ad un banchetto, uno dei tanti classici banchetti che si tenevano ad Alessandria, dove il vino e gli amori si mescolavano. E Nicàgora, che ha tenuto a lungo la maschera del superiore alle faccende d’amore, si scioglie nell’ebbrezza, diventa languido e triste per le sue pene amorose, dimostrandosi alla fine patetico, né più né meno come quella corona di fiori che gli ornava il capo e che è miseramente caduta.

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Giocatore di cottabo, Museo del Louvre, Parigi

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LA FRASE DEL GIORNO  
Ma la cosa più dolce se un lenzuolo / copre due innamorati / e i loro cuori esaltano Afrodite. 
ASCLEPIADE, Antologia Palatina, V, 168

domenica 27 febbraio 2011

Convolvolo sarai nel sogno


GIACOMO PRAMPOLINIGiacomo_Prampolini

SE PIETRA FOSTI...

Se pietra fosti nella realtà,
convolvolo sarai nel sogno;
cordiali saluti le piazze
ti offrono nei mattini,
quando la costa argentea
è una caviglia di donna
e il tram operaio sferraglia
correndo verso il lavoro;
quando ai caselli scorgi
visi tuffarsi nei catini,
e lungo la costa ride
un bianco bacio agli scogli.

1928-1938

(da Molte stagioni, Mondadori, 1962)

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C’è una leggerezza aerea in questi versi di Giacomo Prampolini (1898-1975), critico noto per la Storia Universale della Letteratura, uomo coltissimo, traduttore dal fiammingo e dall’islandese, divulgatore di letteratura nordica. C’è la dolcezza del fiore bianco del convolvolo nella brezza, lo stupore dell’anima davanti al giorno, alla vita che si sveglia e si mette in cammino, alla meraviglia della natura, del paesaggio. Un bilanciarsi consolatorio tra inquietudine e felicità nel continuo gioco della vita, nel sentirsi creatura appartenente alla terra.

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Fotografia © Keith Harwood

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LA FRASE DEL GIORNO  
Passione di luce che muore / ecco la nostra vita: / pericolo, grido, singulto / mentre la terra continua. 
GIACOMO PRAMPOLINI, Molte stagioni

sabato 26 febbraio 2011

Nitidi varchi

 

VITTORIO BODINI

IL SONETTO DEL CAVALIERE

a Rafael Alberti

Come il cavaliere
che ha per tutta corazza un filo d'erba
si comprime sul cuore lame e luci taglienti
cade della verità un velo

e si possono scorgere ora distintamente
nitidi varchi intermittenti segnali
che s'era omesso di cogliere e di seguire
e tutto è disperatamente chiaro e convergente

nella gloria posticcia del tramonto
come l'incurvatura di una fionda
ma ahimè non senza

l'inappagante vicinanza del troppo tardi
che può far brillare per un istante
fin i più poveri cenci del reale.

(da Zeta, 1962-69)


C’è una grandissima sensibilità in questo sonetto di Vittorio Bodini: quel cavaliere indifeso che gioca con le lame è il poeta, colui che con le sue parole indaga il reale per coglierne l’essenza, per strapparvi anche un brandello infinitesimo di senso, per riuscire a scalfire un minuscolo spiraglio dal quale intravedere per un attimo il mistero. La dedica al surrealista spagnolo Rafael Alberti non è casuale: dopo la pubblicazione nel 1963 di I poeti surrealisti spagnoli, un’antologia da lui scelta e tradotta, Bodini assorbe quelle tecniche, ne è forse anche inconsciamente influenzato e ne fa il modello per le sue nuove poesie, quelle raccolte in Zeta e Collage.

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Pablo Picasso, “Don Quijote”


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LA FRASE DEL GIORNO 
Come la fantasia riesce a dar corpo a quel che non conosce, così la penna del poeta riesce a dare a un'aerea chimera una solida dimora e un nome definito.
WILLIAM SHAKESPEARE, Sogno di una notte di mezza estate

venerdì 25 febbraio 2011

Cos’è l’arte? (XIX)

 


EDGAR DEGAS

“L'arte non è ciò che vedi tu, ma ciò che consenti agli altri di vedere”

Edgar Degas, “Ballet: L’Étoile”
pastello su carta, 1876 / Parigi, Musée d’Orsay

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GUSTAVE COURBET

“L'immaginazione in arte consiste nel sapere trovare l'espressione più completa
di una cosa esistente, ma mai nel supporre questa cosa o nel crearla”

Gustave Courbet, “La vague”
olio su tela, 1870 / Tokyo, Museo Nazionale d’Arte Occidentale

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JAMES McNEILL WHISTLER

“Dire al pittore che la natura va presa com'è,
è come dire al pianista che può sedersi sul pianoforte”

James McNeill Whistler, “Nocturne in Blue and Gold: Old Battersea Bridge”
olio su tela, 1875/ Londra, Tate Britain

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte! L'arte! Che bella cosa questa vanità.
GUSTAVE FLAUBERT, Memorie di un pazzo

giovedì 24 febbraio 2011

Che nome devo darti?

 

SANDOR PETÖFI

CHE NOME DEVO DARTI

Che nome devo darti, quando
fra la penombra del nostro vagheggiare
meravigliato contemplo
la stella vespertina dei tuoi occhi
come la prima volta la vedessi...
Che nome devo darti quando
s'effonde la tua voce:
la tua voce che a udirla
i dispogliati alberi d'inverno
gemman di foglie verdi già credendo
venuta primavera
la tanto attesa loro redentrice
poiché canta l'usignolo.
Che nome devo darti,
madre della mia gioia,
figlia fatata d'una mia visione
lanciata al cielo,
radiosa realtà che rendi
umili le più folli mie speranze,
unico mio bene,
più d'un mondo a me cara, a me preziosa,
bella, giovane, dolce mia sposa...

(da La letteratura ungherese, Sansoni/Accademia - Traduzione di F. Tempesti)

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Quello che la donna amata rappresenta per il poeta è inesprimibile: questo prova a dire con le parole Sandor Petöfi, la voce più importante della letteratura ungherese dell’Ottocento, patriota che diede la sua vita per la libertà, cadendo a soli ventisei anni il 31 luglio 1849 nella battaglia di Segesvár contro gli invasori russi.

Versi semplici e immediati, senza artificiosità, che portano nella poesia i toni e i temi delle canzoni popolari, che rivelano l’anima campestre delle popolazioni magiare. Una lirica amorosa che si esprime in grande armonia: non c’è nome che si possa dare alla donna amata, dice Petöfi, se lei con il suo semplice sguardo è in grado di ricreare l’universo, se solo parlando suscita l’immagine della primavera…

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Fotografia © 100 Portraits

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LA FRASE DEL GIORNO 
Donna, mistero senza fine bello.
GUIDO GOZZANO, I colloqui

mercoledì 23 febbraio 2011

Lungo il Vólchov


ANNA ACHMATOVA

TRANSLUCIDO VETRO DI CIELI DESERTI


Translucido vetro di cieli deserti,
mole bianca della grande prigione,
solenne canto di una processione
lungo il Vólchov, luminoso di azzurro.

Il vento di settembre defolia una betulla,
ulula e turbina fra i rami,
e la città ricorda il suo destino:
qui regnò Marfa, qui regnò Arakčéev.


Novgorod, 1914

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Anna Achmatova sapeva scolpire i versi: li riduceva all’osso, li collocava nella loro essenziale nudità in quartine pienamente compiute che tutto dicono nella loro brevità. Così, in questa poesia dedicata alla antica città di Novgorod, dai pochi dettagli riusciamo a ricostruire un mondo, a immaginarci gli edifici, la grande chiesa russo-bizantina di Santa Sofia, il locale Cremlino, la prigione. E leggiamo i profili umani, la processione che scorre lungo il fiume, i paramenti, i gesti, le croci. Siamo lì, nella Novgorod del 1914, noi stessi osservatori, sentiamo il vento passarci addosso, vediamo le betulle dal bianco tronco spogliate dall’autunno.

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Santa Sofia a Novgorod – Fotografia © Flydime/Flickr

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LA FRASE DEL GIORNO 
E qui la mia Musa dolorosa / mi conduceva, come una cieca. 
ANNA ACHMATOVA

martedì 22 febbraio 2011

Sul filo degli anni

 

DIEGO VALERI

SI CAMMINA SUL FILO DEGLI ANNI

Si cammina sul filo degli anni
da esperti funamboli.
È un difficile andare ma si va.
E intanto il mondo, attorno,
muta faccia e colore. Senza posa
ogni creata cosa
in poco d'ora ci diventa strana.
E con le cose ci mutiamo noi,
d'oggi in domani.
Solo sta fermo nel fondo di noi
quel nostro tempo primo,
l'infanzia, all'ombra della madre, sotto
il crocifisso piccolo di avorio.

(da Calle del vento, Mondadori, 1975)

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“La parola è portata ad un limite di affinamento quasi «metafisico», pur conservandosi priva di ogni pretesa, confidenziale e familiare come in passato. La «poesia in sé», e «la vita in sé» forse non esistono, ma forse sono dovunque, e Valeri punta su una loro stabilità modicamente consolatoria, individuabile proprio nel persistere di ciò che dovrebbe negare ogni persistenza: quel vento che emana da se stesso e si confonde all’inafferrabile pulviscolo di luci e colori, pause e riprese, apparizioni e scomparse, in una zona di nessuno (o di «nulla»)”: così il poeta Andrea Zanzotto recensiva sul Corriere della Sera del 25 maggio 1976 l’ultima opera pubblicata da Diego Valeri, Calle del vento.

L’anziano Valeri, già oltre gli ottant’anni, stringe un’alleanza con la vita proprio sul punto di lasciarla – morirà infatti nel 1976 – e rinuncia a tutto per immergersi “nel nulla che sta dietro la superficie splendente delle cose, proiettandosi come un incidente e come un segno non privilegiato in quell’immagine che la dolce parvenza del mondo riflette, come una fata morgana, ai nostri occhi”, come rileva Luigi Baldacci sul retro di copertina di Calle del vento. La forza consolatoria del ricordo, l’età dell’oro dell’infanzia, affiorano nell’aroma di quel vento che soffia nelle calli veneziane.

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August Macke, “Seiltanzer 1914”

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LA FRASE DEL GIORNO 
L’istante che non sta, / che, mentre è, già non è più: / l’innumerevole istante.
DIEGO VALERI, Calle del vento

lunedì 21 febbraio 2011

Dello storico


Siamo in tempi in cui per farsi un’opinione bisogna consultare diverse fonti: dalla partigianeria dei giornali che mettono il paraocchi ai loro lettori si può fuggire solo confrontandoli. È dalla visione binoculare (ma ben più di due sono i punti di vista) che si riesce a intravedere la vera realtà. I giornalisti non sono storici, anche se il loro compito è quello di raccontare la storia in diretta, darci “il polso” della situazione, emergere come testimoni della cronaca. Ma viverci dentro non è facile: “La principale lezione della storia è che fatti chiarissimi per i posteri sono ignorati da chi si trova a vivere” teorizzava Carlo Cassola in uno dei suoi saggi. Più caustico, come al solito, e di parte, essendo giornalista, Karl Kraus: “Cos'è uno storico? Uno che scrive troppo male per poter collaborare a un quotidiano”.

Ma andiamo a indagare sulla funzione dello storico, importante testimone degli eventi sin dai tempi di Erodoto e Polibio, di Senofonte e Tucidide, di Tacito e Tito Livio. “Lo storico ha un solo compito: di dire come effettivamente sono andate le cose” scriveva già nell’antichità Luciano di Samosata.  E ancora: “La storia non riesce a tollerare la menzogna neanche in piccolissime dosi”. Sembra facile, ma è lui stesso a precisare: “Non un esiguo istmo divide la storia dall'encomio, ma c'è di mezzo un'enorme muraglia”, segno che già allora c’erano i leccapiedi di regime. Chi scrive la storia possiede la verità, bisogna vedere se è la “vera verità”: vengono in mente gli addetti che riscrivono continuamente la storia in 1984 di George Orwell, ovvero la storia come vogliamo che sia e non come invece è.

Ernest Renan, nella Vita di Gesù, dà una grossa responsabilità a chi scrive di storia, perché deve interpretare i suoi dati: “Il talento sta nel fare un assieme vero con degli elementi che sono veri solo a metà”. E per fare questo, è necessario seguire il saggio consiglio del De oratore di Cicerone: “Il primo dovere dello storico è non tradire la verità, non essere sospettabile di partigianerie o di rancore”. Tucidide spiega sin dall’inizio della sua Guerra del Peloponneso: “Gli argomenti invece e gli indizi da me addotti assicurano la possibilità d’interpretare i fatti storici, quali io stesso ho passato in rassegna, con una certezza che non si discosta essenzialmente dal vero”. Cosa che non succede con le Storie di Erodoto, dove, nonostante le buone intenzioni, i sentito dire sono spesso eventi fantascientifici o mitologici. Ad Erodoto si attaglia bene l’abito che disegna Georges Duhamel: “Ritengo che il romanziere sia lo storico del presente, mentre lo storico è il romanziere del passato”.

Ma alla meditazione finale lascio questo passo di François René de Chateaubriand: “Quando, nel silenzio dell’abiezione, si sentono risuonare solo più la catena dello schiavo e la voce del delatore; quando tutto trema di fronte al tiranno ed è altrettanto pericoloso incontrare il suo favore che meritare la sua disgrazia, si presenta lo storico col peso della vendetta dei popoli. Nerone prospera invano: nell’impero è già nato Tacito”.

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Immagine © Socyberty

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LA FRASE DEL GIORNO 
La storia, finché se ne sta tutta chiusa in volumi dorati, è poco più istruttiva delle pedine di legno di una partita a tric-trac.
THOMAS CARLYLE

domenica 20 febbraio 2011

Lei


PAUL ÉLUARD

MA LEI


Lei non vive che per la sua forma
Lei ha la forma di uno scoglio
Lei ha la forma del mare
Lei ha i muscoli di un rematore
Tutte le spiagge la plasmano

Le sue mani si aprono su una stella
I suoi occhi nascondono il sole
Un’acqua lavata il fuoco bruciato
Calma profonda calma creata
Che incarna l'alba e il tramonto

Per averne conosciuto il fondo
Io servo la forma dell'amore
Non è mai la stessa
Servo dei ventri e delle fronti
Che si cancellano e si trasformano

Fresca stagione calda promessa
Lei è alla misura dei fiori
E delle ore e dei colori
Livello di forza e di debolezza
Lei è la mia perdita di coscienza

Ma io rifiuto il suo inverno.

(Traduzione di Vincenzo Accame)

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Nell’opera di Paul Éluard la figura della donna viene ad assumere poesia dopo poesia, il ruolo di “donna-natura”, la mediatrice tra le meraviglie dell’universo e l’uomo, condensando in se stessa la luce e l’ombra, il giorno e la notte, la grazia e l’istinto. L’amore – la coppia - diventa dunque il mezzo per poter esprimere la parola, per partecipare al sentimento umano con la comunione di due anime e con il delirio dei sensi.

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Immagine © Fotothing
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LA FRASE DEL GIORNO 
Conoscendoci a due a due noi ci conosceremo tutti. 
PAUL ÉLUARD

sabato 19 febbraio 2011

Ombre riaccese

 

SALVATORE QUASIMODO

RIDE LA GAZZA, NERA SUGLI ARANCI

Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l'erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno;
ora, destatevi. Ecco scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l'ora:
non più mia, arsi remoti simulacri.
E tu, vento del sud forte di zagare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d'orme di cavallo, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l'airone s'avanza verso l'acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.

(da Nuove poesie, 1938)

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L’abbandono della memoria, l’impossibile ritorno del tempo perduto sono i protagonisti di questa celebre poesia di Salvatore Quasimodo. Come in Strada di Agrigentum, il Premio Nobel disegna una Sicilia vagheggiata, dove la realtà è trasfigurata dalla memoria e si fonde con il sogno, con il mito. Il trentenne Quasimodo, che ha lasciato la terra natia e lavora a Milano – siamo intorno al 1937 – si sofferma nel rievocare i toni paesistici con un’intensità che gli fa sembrare ancora più vivido il ricordo d’infanzia, i bambini che giocano a rincorrersi sul sagrato della chiesa. La sera acuisce la nostalgia, ma è anche il tempo delle ombre che rende possibile quel sogno, almeno fino a quando un rumore che sembra quello della marea siciliana ma che è in realtà un suono metropolitano non interrompe la visione. La realtà irrompe, frantuma l’illusione, la fa scoppiare come una bolla di sapone lasciando nell’animo la consapevolezza che quei giorni perduti non torneranno mai più.

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Georgie, “Colors of summer II”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Non esiste ricordo da abbandonare come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani…
GIOVANNI ARPINO, L’ombra delle colline

venerdì 18 febbraio 2011

Tu Danae, io Zeus

 

LOUIS SCUTENAIRE

POESIA

Dove sono le ragazze forti che amavano tori
E dove le delicate in estasi sotto una nube
O le artiste che si dannarono per un cigno?

Stanno nelle vostre febbri stanno nelle vostre braccia
Stanno nei vostri letti stanno nei vostri libri
E siete le loro bestie e i loro spettri di bruma.

(da Anthologie du surrèalisme en Belgique, 1972 – Trad. Paola Dècina Lombardi)

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Gli appassionati di mitologia non faranno fatica a riconoscere le tre figure di donne elencate nella prima terzina di questa poesia: Pasifae, la moglie di Minosse, che con uno stratagemma si unì a un toro generando il Minotauro; Danae, madre di Perseo, fecondata da Zeus sotto forma di pioggia d’oro; Leda, madre di Clitennestra, Elena e dei Dioscuri, innamorata di un cigno.

Il surrealista belga Louis Scutenaire (1905-1987), amico di René Magritte, con il quale realizzò una simbiosi artistica corredando le sue immagini di testi, ritrova quelle donne del mito nel sogno, nella vita, ne rivede tratti nelle donne amate, nelle pagine dei libri, nei versi che si scrivono e si leggono. Ritrova in ogni uomo la personificazione di quegli animali, di quella nube divina donando al mito il suo significato antropologico, riportando nel quotidiano la sua originaria funzione sacrale, la sua interpretazione metastorica della realtà.

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Gustav Klimt, “Danae”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Raccontare le cose incredibili come fossero reali – sistema antico: raccontare le reali come fossero incredibili - moderno.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere, 11 novembre 1943

giovedì 17 febbraio 2011

Nello spoglio viale


ALBERTO MONDADORI

IERI

alla stessa

Nello spoglio viale
non è vicenda
oggi
che non sei giunta.
Vagabondo trascino
tra rumori ostili
di città aggrondata
solitudine cruda,
e il sole trasalisce
ove nubi spaurano
erratiche
monotone case di periferia.

Milano, marzo 1940

(da Quasi una vicenda, Mondadori, 1957)

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Redattore, direttore di giornali, regista, editore, e poeta… Nel 1957 Alberto Mondadori, che allora aveva quarantatré anni, pubblicò la sua prima raccolta, Quasi una vicenda, una specie di autobiografia che raccontava amori e normalità, gli anni dolorosi della guerra, del fronte russo e dell’esilio, del vivere e delle sue monotonie, delle sue gioie e delle sue sofferenze. Ieri è uno di questi giorni raccontati con voce particolare e moderna: una storia d’amore, un’attesa vana in una Milano che ancora non è stata raggiunta dalla primavera, un macerarsi in pensieri grigi come il cielo, come i sobborghi, nudi come i rari alberi ancora invernali. Virginia, la stessa della dedica, protagonista di altre poesie della raccolta, diventerà di lì a un anno la moglie del poeta.

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Fotografia © iGuide

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LA FRASE DEL GIORNO 
Le parole mi hanno affascinato, / nell’obbligo incombente a conoscenza, / ambizioso / l’arcano che vi si cela a disvelare…
ALBERTO MONDADORI, Quasi una vicenda

mercoledì 16 febbraio 2011

Sogni nudi diafani fantasmi


GHIORGOS THEMELIS

COSE INUTILI

Perché, Dio mio, non possiamo
ritrovarci interi nell'amore,
perché dobbiamo divenire sogni
di esseri umani in un altro sonno,
sogni nudi diafani fantasmi.

Da non essere più uomini,
esseri senz'anima, nascondendo la bellezza
da invidiosi sguardi angelici.

Da essere oggetti chiusi e belli, inutili,
pazienti, superbi come i monti.

Dure conchiglie, alabastrine, infrangibili ostriche,
infrantumabili rupi, silenziosi cigni.

Nessuno ascolta l'anima dell'altro.

Nessuno, nessuno.

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La poesia di Ghiorgos Thémelis, poeta greco nato a Samo nel 1900, è la continua ricerca di una via d’uscita dalla tensione esistenziale, i critici parlano di uno “sforzo di esistere”. Ecco allora espressa in questi suoi versi tutta l’inquietudine che si trasforma nel tentativo di comprendere un mondo che sfugge, di infilarsi in esso imponendo la propria presenza, di incanalarsi in una strada certa che dal buio conduca verso la luce, che porti lontano dalla solitudine, dall’assenza, dall’incomunicabilità, dal nulla. L’unica via è la lirica contemplazione, il distacco dal nostro essere terreni: una spiritualità intensamente vissuta.

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Camille Soulayrol & Edouard Chauvin, “Balade en mer”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Qualcosa che resti su di me, / un abbaglio del tuo volto, / perché brillino di bellezza i miei occhi.
GHIORGOS THÉMELIS

martedì 15 febbraio 2011

La strada per Nubicuculia


Oggi rubiamo il lavoro ai Viaggiatori immobili: vi porto a Nubicuculia. No, non è un atollo della Micronesia, né una sperduta capitale africana. È una città di fantasia, protagonista degli Uccelli di Aristofane, commedia portata in scena nel 414 avanti Cristo: l’esaltazione di un luogo fiabesco a discapito del dissennato mondo umano.

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Nella consapevolezza dell’artificio letterario, Aristofane mette in scena l’evasione dalla realtà, da una politica che disgusta – in fondo tutto il mondo è paese e tutti i tempi si somigliano - e la costruzione di un mondo alternativo. È un rinnovamento globaIe, una rivoluzione che si verificherà nella restaurazione, un tentativo di proporre un altro tipo di governo, come per le Ecclesiazuse del 392, dove il potere è quello delle donne al parlamento. Negli Uccelli i protagonisti sono due Ateniesi, la mente Pistetero e il braccio Evelpide. Pistetero è in cerca di un mondo da sogno: “Ma non è assurdo che noi, che vogliamo andare… a quel paese, e abbiamo tutto pronto, non riusciamo poi a trovare la strada? (…) Non odiamo la nostra città, non neghiamo che sia grande e felice, e uguale per tutti nell’esigere tributi. Ma le cicale cantano sui rami un mese o due; gli Ateniesi cantano per tutta la vita nei tribunali. Perciò noi percorriamo questo cammino e forniti di pentola, di canestro, di rami di mirto, cerchiamo un posto tranquillo dove stabilirci per vivere”. Il posto tranquillo risulta poi essere il livello intermedio tra la terra e il cielo, dove vivono gli uccelli, e mediatore diventa l’Upupa, l’uccello in cui venne trasformato Tereo, così punito dagli dei per aver violentato la cognata Filomela e averle tagliato la lingua perché non rivelasse lo stupro. Con lui la moglie Procne, trasformata in usignolo, che, una volta venuta a sapere della violenza, per punirlo gli imbandì le carni dell’amato figlioletto Iti.

Convinti gli uccelli di non essere nemici, Pistetero ed Evelpide danno il via alla costruzione della nuova città, Nubicuculia, che viene a mettersi in opposizione con gli dei, intercettando i fumi dei sacrifici che salgono dalla terra e dando agli uccelli l’antico predominio di signori del mondo. Il nuovo regime vanta per costituzione un’etica diversa da quella umana, abolisce ogni tabù e garantisce una larga permissività. Ma quando dal vecchio mondo arrivano personaggi interessati a questa nuova morale - un poeta, un venditore, di oracoli, uno scienziato, un ispettore, un venditore di decreti – il fondatore li allontana sdegnato, così come caccia deridendola Iride, rappresentante degli dei: “- Lo sai che se ti prendevano e ti davano ciò che meriti, saresti stata l’Iride più morta tra quante sono al mondo? – Ma se sono immortale! – E morivi lo stesso”. E ancora più si sdegna all’arrivo di un giovane che vuole uccidere il padre per ottenerne l’eredità e di un sicofante, un cittadino che, non investito di alcuna autorità, denuncia le violazioni della legge; la morale del nuovo mondo viene ribaltata: “Vola subito via di qua” grida Pistetero al sicofante, “Via maledetto! Vedrai che ti costerà cara l’arte di stravolgere la giustizia”. Così quel “certo noi consideriamo coraggioso colui che ancora pulcino percuote il padre” si trasforma poche battute dopo in “ti darò anche un buon consiglio, ragazzo mio, che io stesso ho ricevuto quando avevo la tua età: non percuotere tuo padre”.

Resta da risolvere il conflitto con gli dei: l’ambasciata composta da un Eracle stupidotto e affamato, da un Posidone vanesio e da un dio barbaro, Triballo, del quale non si capisce una parola, si conclude con un’alleanza gattopardesca; alla fine “tutto cambia perché nulla cambi”. L’unico a perdere è Zeus, che si vede strappare Basileia, “una donna che amministra il fulmine di Zeus e le altre cose: il buon consiglio, il buon governo, la saggezza, i cantieri, la calunnia, il cassiere, i soldi…”. Il matrimonio finale con cui Pistetero sposa Basileia segna anche il passaggio nelle sue mani del potere centrale: “Dammi la mano, beata, tocca le mie ali e danza con me; leggera ti levo nell’aria” canta Pistetero e il coro suggella la fine: “Evviva, evviva, evviva il vincitore, sommo dio”. È la sublimazione dell’eroe comico, assurto nel suo percorso da uomo tremebondo a dio.

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Gli Uccelli messi in scena dalla compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze

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LA FRASE DEL GIORNO 
Molte cose i saggi apprendono proprio dai nemici. La cautela, che è la migliore arma di salvezza, non l’impari da un amico, ma il nemico te l’insegna alla svelta.
ARISTOFANE, Gli Uccelli

lunedì 14 febbraio 2011

Questo bacio


ENRIQUILLO SANCHEZ

GIORNO DI ACQUISTI

Da Panama ti porto questo bacio
L’ho comprato in un negozio di cianfrusaglie
a metà prezzo
Lo stavamo provando
la venditrice e io
leggermente arrossiti
È avvolto in carta argentata
che la pioviggine ha rigato con le sue ciglia
Il nastro è rosa come le tue labbra
nella mattina dolce
L’ho pagato in contanti
Non finanziano ancora i baci
Impossibile una proroga di qualche mese
per pagare baci o cocci
Però ha un anno di garanzia
e istruzioni dettagliate
che tu e io non studieremo
perché getteremo nel bidone il manuale
Dunque
devi averne cura
Quando il suo proprietario te lo dà
perché te lo deve dare solo il suo proprietario
si leverà volando verso Panama
o verso la brezza
come una quaglia di fumo
che torni cantando alla sua cenere
e dimentichi per sempre i suoi padroni.


San Valentino, festa degli innamorati. E il bacio, “l’apostrofo rosa tra le parole t’amo” del Cyrano di Rostand ne è protagonista. Eccolo in questa poesia di Enriquillo Sánchez (1947-2004), poeta, saggista e romanziere della Repubblica Dominicana che nella sua poetica dipinse l’amore come unico antidoto contro i mali del mondo e della società: il bacio, comprato in un bazar panamense vola leggero come una piuma verso l’amata lontana, si fa dono e senso, diventa carne restando fumo. Buon San Valentino!

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Migdalia Arellano, “A Paris kiss”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma anche io come Pinocchio vendo il mio abbecedario per un bacio d'amore.
ALDA MERINI, Aforismi e magie

domenica 13 febbraio 2011

La luce e l’oscurità

 

VINICIUS DE MORAES

SONETTO DI LUCE E OSCURITÀ

Per la mia Gesse,
e perché illumini sempre
la mia notte

Ha una grazia da pantera
nell'incedere gentile di ragazza.
Nell'ancheggiare con cui arriva ci si aspetta sempre
che all'improvviso ti salti addosso.

Ma subito rinnega la bella e la bestia
raccoglie i capelli, se ne va in cucina
e di un uovo fritto nella padella
con la chiara e il tuorlo lei fa il giorno.

È del capricorno, io sono bilancia
io sono l'Oxalá vecchio, lei è Inhansā
quel che mi esaspera è l'ardore con cui lei vibra

e che la motiva fin dal mattino.
- Come possono, mi dico con stupore
la luce e l'oscurità amarsi tanto...

Itapuā, 8 febbraio 1971

(da Libro di sonetti – Trad. Amina Di Munno)

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Il giorno e la notte, la luce e il buio, il bianco e il nero. Lo yin e lo yang, il maschio e la femmina. Vinicius de Moraes, poeta e diplomatico brasiliano noto anche per canzoni famosissime (Felicidade, Garota de Ipanema, Insensatez), evoca unioni di contrasti per descrivere l’amore che lo lega all’attrice trentunenne di sangue indio Gessy Gesse, che fu sua moglie tra il 1970 e il 1975. Il poeta, che ha 58 anni all’epoca di questi versi, richiama le religioni locali, gli orixás, il Candomblé: per sé sceglie la parte di Oxalá – o Orixalá - il più grande degli idoli del culto gege-nagó, per la donna amata ritaglia il ruolo di Inhansā, dea dei venti e di tutte le tempeste.

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Fotografia © Skies of Cydonia

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LA FRASE DEL GIORNO 
Questo amore mio è come un fiume; un fiume / notturno, interminabile e lento / che scivola morbido nell’eremo. 
VINICIUS DE MORAES, Per vivere un grande amore

sabato 12 febbraio 2011

L’odore della ruggine


BERNARD MAZOimage

IL VIAGGIATORE SENZA ILLUSIONI

Îles, îles, mes sœurs
Pourquoi m'avoir laissé voguer
FRÉDÉRIQUE JACQUES TEMPLE

Non si va lontano
con i battelli
ebbri di schiuma
sul mare.

Tornati a terra
non si distingue più
che l’odore della ruggine
e quello dei sogni abortiti.

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Una poesia piena di disincanto questa di Bernard Mazo, poeta francese nato a Parigi nel 1939, segretario del Prix Apollinaire, critico e saggista, membro dell’Académie Mallarmé. È un viaggiatore ben strano quello che Mazo descrive: vola sulle ali dell’immaginazione, naviga nel vasto oceano della fantasia, ma la sua nave ha le vele ammainate, rimane zavorrata, non riesce a liberarsi pienamente. E quando torna a terra non può trovare che relitti, i rottami rugginosi abbandonati dalla realtà.

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Dipinto di Tim O’Brien

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LA FRASE DEL GIORNO
Non separarti dalle illusioni. Quando se ne saranno andate, può darsi che tu ci sia ancora, ma avrai cessato di vivere.
MARK TWAIN

venerdì 11 febbraio 2011

Il tempo, questo presente alieno


UMBERTO PIERSANTIimage

FOTO DI MARE

lo ferma nello scatto
contro il mare, su questa spiaggia
ignota, i giochi sono
rosso-accesi di plastica,
gommosi, il tempo
questo presente alieno
che solo la memoria
soccorre e incrina,
io ero come te castano
e assorto,
ma non vedo il secchiello,
gettato oltre la foto,
nella rena sperso,
s'è fatto grigio eterno
come l'onda e il viso
come quelle palline a spicchi grandi
con Magni e Coppi,
il tunnel smisurato
che la spuma circonda
e assedia invano

anche per te
il tempo
farà così distanti
i giochi accesi,
sbiancheranno i colori
nella carta,
dopo,
in una persa spiaggia,
fotografano la vita
tua, remota

(da Nel tempo che precede, 2002)

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Una normalissima foto ricordo, di quelle che tutti noi abbiamo ben incollate nei nostri album oppure dimenticate alla rinfusa in un cassetto o in una vecchia scatola da scarpe, legate con un elastico che si secca. Un bambino ritratto tra i giochi, forse dei gonfiabili o delle moderne altalene, su una spiaggia; dietro scintilla il mare. E poi c’è il tempo, grande protagonista di ogni fotografia: quel tempo che ferma l’attimo per sempre, che lo ingabbia in quel rettangolo – ora digitale, ma un tempo solidamente cartaceo – nel quale rimane cristallizzato, immobile come un insetto intrappolato in una goccia d’ambra. E con il tempo arriva il ricordo, la memoria di un altro bambino, il poeta, che in un altro tempo giocava sulla spiaggia con paletta e secchiello, che costruiva una pista di sabbia per farci correre le biglie con il viso di celebri corridori dai nomi oggi ormai persi nella leggenda. Il tempo, già fermo nello scatto.

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Fotografia © Hotel Viking

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LA FRASE DEL GIORNO 
Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. È per questo che l'uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione. 
MILAN KUNDERA, L’insostenibile leggerezza dell’essere

giovedì 10 febbraio 2011

Cose che non dovevano succedere


WISŁAWA SZYMBORSKA

SCORCIO DI SECOLO

Doveva essere migliore degli altri il nostro XX secolo.
Non farà più in tempo a dimostrarlo,
ha gli anni contati,
il passo malfermo,
il fiato corto.

Sono ormai successe troppe cose
che non dovevano succedere,
e quel che doveva arrivare non è arrivato.

Ci si doveva avviare verso la primavera
e la felicità, tra l'altro.

La paura doveva abbandonare i monti e le valli.
La verità doveva raggiungere la meta
prima della menzogna.

Alcune sciagure
non dovevano più accadere,
ad esempio la guerra
e la fame, e così via.

Doveva essere rispettata
l'inermità degli inermi,
la fiducia e via dicendo.

Chi voleva gioire del mondo
si trova di fronte a un'impresa
impossibile.

La stupidità non è ridicola.
La saggezza non è allegra.

La speranza
non è più quella giovane ragazza
et cetera, purtroppo.

Dio doveva finalmente credere nell'uomo
buono e forte
ma il buono e il forte
restano due esseri distinti.

Come vivere? - mi ha scritto qualcuno
a cui io intendevo fare
la stessa domanda.

Da capo, e allo stesso modo di sempre,
come si è visto sopra,
non ci sono domande più pressanti
delle domande ingenue.

(da Gente sul ponte, 1986)

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10 febbraio. Giornata del Ricordo. Si celebrano gli italiani gettati nelle foibe dell’Istria ad opera dei titini sul finire della Seconda guerra mondiale. “Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’. Quel che si può dire di certo è che si consumò - nel modo più evidente con la disumana ferocia delle foibe - una delle barbarie del secolo scorso” disse il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del Giorno del Ricordo del 2007. E due settimane fa era la Giornata della Memoria per le vittime dei lager nazisti.  “Troppe cose che non dovevano succedere” come dice Wisława Szymborska, la poetessa polacca Premio Nobel 1996. Una serie di orrori adombrati dalla leggerezza espressiva di questi versi ma in realtà espressi con una intonazione molto forte. Perché il Novecento doveva essere il secolo della speranza e invece è stato il secolo di due guerre mondiali, dei lager, dei gulag, delle foibe, della pulizia etnica, dei bombardamenti di civili. È stato il secolo della guerra di Corea e di quella in Vietnam, della guerra dei sei giorni e di quella del Golfo. È stato il secolo delle repressioni, dei regimi totalitari, della rivolta di Budapest e di Praga, dei desaparecidos, degli squadroni della morte, del fascismo e del nazismo, dei colonnelli greci e dei generali argentini, del colonialismo e delle indipendenze. Poi è finito, questo XX secolo, e invece di dimenticarlo, ci siamo ritrovati con l’11 settembre, con la guerra in Iraq e in Afghanistan, con il terrore islamico e i kamikaze. “Chi voleva gioire del mondo / si trova di fronte a un’impresa / impossibile”.

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Fotografia © Roberta F.

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LA FRASE DEL GIORNO 
Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.
GEORGE SANTAYANA, The Life of Reason

mercoledì 9 febbraio 2011

Nella neve


ANTONIA POZZI

NEVAI

Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un'immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m'avvampava nel sangue -

(da Parole, 1937)

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Una camminata in montagna d’inverno, tra la neve che seppellisce ogni cosa: Antonia Pozzi, che ben conosceva il paesaggio montano nei giorni estivi, immagina l’Atlantide di fiori sommersa dalla coltre nevosa, le genziane, le stelle alpine addormentate nel letargo, prigioniere dell’incantesimo del ghiaccio. E l’unico fiore visibile diventa lei, ritta nel bianco che abbaglia gli occhi, intenta a spaziare lontano con lo sguardo: le cime, le rocce sembrano scogli nel cielo azzurro spazzato dal vento. Quel mare immaginato è un ricordo amaro che rimane dentro, è la poesia di una lontana estate che torna a cantare la sua malinconia.

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Fotografia © Wallpaper Pimper

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LA FRASE DEL GIORNO 
Si cammina lungo il torrente: / c'è un gran canto che assorda / la malinconia. 
ANTONIA POZZI, Parole

martedì 8 febbraio 2011

Ogni lettore è un altro poeta

 

“Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente – il sospettoso e appassionato scrivente dei miei versi” scrive Jorge Luis Borges nella prefazione intitolata All’eventuale lettore della sua raccolta del 1923 Fervore di Buenos Aires.

Un concetto che ricorda alcune teorie del messicano Octavio Paz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1990: in Corrente alterna spiega che “ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico, un altro testo”. E ancora: “Aperto o chiuso, il testo esige l’abolizione del poeta che lo scrive e la nascita del poeta che lo legge”. Una bella metafora usata da Paz è quella del lettore che apre la gabbia in cui è racchiuso il testo e lo libera, gli permette di alzarsi in volo. Per questo ipotizza per la poesia un futuro che riporta al passato, alla tradizione omerica: La poesia futura sarà orale. Collaborazione tra macchine parlanti, macchine pensanti e un pubblico di poeti, essa sarà l’arte di ascoltare e combinare i messaggi. E non è ciò che si fa ora quando leggiamo un libro di poesie?”

Quando leggiamo una poesia, entriamo in essa in punta di piedi, ma presto ci appropriamo di quel linguaggio, di quelle parole, di quei messaggi, di quelle analogie, elaboriamo la nostra immagine mentale, vi apportiamo le nostre emozioni e le nostre sensazioni. In breve, per dirla con Borges, il leggente diviene lo scrivente e quel testo aderisce alle sue esperienze, alla sua vita per diventare viva poesia; è ancora Octavio Paz a spiegare l’azione del lettore: “Il testo ermetico ha bisogno per compiersi, dell’intervento di un lettore atto a decifrarlo. Il testo aperto implica anche una minima struttura: un punto di partenza, o, come dicono i buddhisti, un «appoggio» per la meditazione. Nel primo caso il lettore apre il testo poetico; nel secondo lo integra, lo chiude”. Tra poeta e lettore si ingenera dunque una necessaria simbiosi: il lettore è il paguro Bernardo, la poesia la conchiglia che gli fa da casa.

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Jean-Baptiste-Camille Corot, “Femme lisant”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Se scrivere una poesia significa cogliere la segreta connessione che lega le cose, leggerla è penetrare in quel mondo nascosto e, come se fosse una stanza già arredata, appendervi i propri quadri e appoggiare qua e là i propri vestiti, ovvero aggiungervi il proprio passato e le proprie emozioni. 
V. GRANIERO, V. MORETTI, D. RIVA, C. TALAMO, Uno, doje, tre e quattro

lunedì 7 febbraio 2011

Il brivido di Cummings

 

EDWARD ESTLIN CUMMINGS

MI PIACE IL MIO CORPO QUAND’È COL TUO

Mi piace il mio corpo quand'è col tuo
corpo. È una cosa tanto nuova.
Muscoli meglio e nervi di più.
mi piace il tuo corpo, mi piace quel che fa,
e il come. mi piace sentir la sua spina
dorsale, le sue ossa e il tremolante
-liscio-sodo che bacerò
ancora ancora e ancora
di te mi piace baciare questo e quello,
mi piace, lentamente accarezzare, il folto
elettrico pelo, e quel che viene a carne
che si fende... E occhi grandi briciole d'amore,

e forse mi piace il brivido

di sotto me te così nuova

(da Poesie, Scheiwiller, 1961 – Trad. Mary De Rachewiltz))

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La poesia di Edward Estlin Cummings, o e.e.cummings, come amava firmarsi dando segno dello sperimentalismo già dal suo nome, è una scomposizione che prescinde dalla punteggiatura e dal linguaggio e che toglie al lettore i punti di riferimento classici per indirizzarlo in un mondo ricreato, in un panorama che si osserva da un differente punto di vista. Ma l’eccentrica bizzarria del poeta americano si traduce spesso in una grazia delicata, come in questi versi, probabilmente i suoi più celebri, che raccontano un atto d’amore come espressione di gioia.

 

Egon Schiele, “Embrace”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Che cosa è per me il seno tuo? / Un fiore di nuove preghiere, / un poema di luce continua, / una polla di uccelli spavaldi, / un tremulo arco in tensione?
EDWARD ESTLIN CUMMINGS, Che cosa è per me la tua bocca?

domenica 6 febbraio 2011

Città di giacinto e d’oro


CHARLES BAUDELAIRE

INVITO AL VIAGGIO

Mia fanciulla e sorella,
pensa come sarebbe bello
vivere insieme laggiù!
Amarsi senza fine,
amarsi e morire
nel paese che ti assomiglia!
Gli umidi soli di quei cieli turbati
hanno per il mio spirito
l'incanto misterioso
dei tuoi occhi traditori
splendenti tra le lagrime.

Laggiù tutto è ordine e bellezza,
lusso, calma e voluttà.

Mobili lucenti,
levigati dagli anni
decorerebbero la nostra stanza,
i fiori più rari
mischiando i loro profumi
ai vaghi sentori dell'ambra,
i ricchi soffitti,

gli specchi profondi,
lo splendore orientale,
tutto parlerebbe
in segreto all'anima
la sua lingua natia.

Laggiù tutto è ordine e bellezza,
lusso, calma e voluttà.

Guarda sui canali
dormire vascelli
dall'umore vagabondo;
è per assecondare
il tuo minimo desiderio
che vengono di capo al mondo.
I soli declinanti
rivestono i campi,
i canali, l'intera città
di giacinto e d'oro;
il mondo s'addormenta
in una calda luce.

Laggiù tutto è ordine e bellezza,
lusso, calma e voluttà.

(da I fiori del male, 1857)

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“Laggiù tutto è ordine e bellezza, / lusso, calma, voluttà”… È un paradiso alla Paul Gauguin quello che Charles Baudelaire dipinge in questa celebre poesia, trasposta in musica nel 1999 da Franco Battiato. Un Eden dove amarsi e lasciarsi cullare dalla calda luce, dove regna una calma serenità aromatizzata dai profumi tropicali, dove l’anima può finalmente trovarsi a proprio agio. È uno di quei posti che avrà probabilmente visto durante il viaggio cui lo costrinse la famiglia a vent’anni, quando, espulso dal Collège Louis-le-Grand di Parigi, si imbarcò per Calcutta, dove non arrivò mai, preferendo ritornare indietro: l’isola Maurice, magari, o l’isola Bourbon, dove sostò. Il rifugio di chi ha visto “astri e flutti e sabbie e, malgrado traumi e improvvisi disastri” si è spesso annoiato.

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Paul Gauguin, “Haere Mai”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Così il vagabondo, pesticciando nel fango / sogna, naso in aria, paradisi luminosi; / e l’occhio ammaliato scopre una Capua / dovunque una candela illumini un tugurio. 
CHARLES BAUDELAIRE, I fiori del male

sabato 5 febbraio 2011

Con me e con gli alpini


Piero Jahier aveva una grande serietà morale che gli derivava dall’educazione religiosa – suo padre era un pastore valdese e lui stesso aveva studiato teologia alla facoltà valdese di Firenze. Questo suo rigorismo diventa solidarietà con i popoli oppressi e si trasforma in un impegno civile che lo porterà a partecipare come interventista alla Prima guerra mondiale. Il contatto con i contadini e con i montanari che si trovano a soffrire con lui nelle trincee gli suscitano un’accorata solidarietà per questi poveracci di cui la Patria si ricorda soltanto quando servono allo scopo, quando diventano carne da macello da mandare in prima linea. È questa comunanza, un allargamento della sua umanità che permea le pagine di Con me e con gli alpini, edito nel 1919 ma scritto nel 1916: Jahier riscopre sotto i panni grigioverdi del soldato il bracciante, l’emigrante, il boscaiolo, entra in contatto con quelle vite abituate a una lotta quotidiana contro la fame e la miseria, ne conosce l’analfabetismo che li mortifica. E ne trae un atto d’accusa contro l’altra Italia, quella che li sfrutta e li tratta da sudditi più che da cittadini. Il suo dire diventa così aspro, a scatti; le parti in prosa si alternano a quelle in poesia, le poesie stesse mischiano versi e prosa, si interrompono, riprendono, significano la pietà, la commozione, il rancore, lo sdegno.

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SILENZIOimage


Tutto il giorno questo scansarsi reverente,
tutto il giorno questi lunghi saluti:
tre passi prima la mano alla visiera,
quattro passi durante lo sguardo fitto in cuore.
E chi sono io, superiore?
Questi saluti chi li ha meritati?
Ma la sera, giornata finita,
traversando i cortili annerati
son io che sull'attenti, rigido,
la mano alla tesa
tutti e ciascuno
per questa notte e per questa vita
vi saluto, miei soldati.

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GIORNI


che la minima buona azione
vale la più bella poesia.


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DIALETTO


Bisogna farli parlare.
Non la risposta alle interrogazioni, ma quello che sentono e dicon tra loro è prezioso sapere.
Mi volto alle parole più concitate di qualche gruppo e provo a chiedere: cosa? ma sorridono e si ritirano rispettosi.
Bisogna imparare il dialetto, unica lingua dei loro pensieri.
Far presto a imparare questo dialetto, anzi lingua veneta, così armoniosa e sensitiva.
Io che vorrei sapere tutti i dialetti d'Italia, anziché il dialetto toscano dei letterati.
Ogni dialetto rappresenta una terra e un sangue che deve trovar luogo così nella patria come nella lingua italiana.
E che potenza e che varietà di creazione i dialetti di questo popolo ramingo che ha un piede sui ghiacci dell’Alpi e uno sulle lave dei vulcani!
Unità della lingua vuol dir questa contribuzione.

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LO GRIDERÒ


perché non son mai stato felice.
È la prima volta che sono felice.
Sono tranquillo e felice.
Come mi amano: mi covano; come un re, proprio.
Corrono a regger la frasca che vuol sferzarmi in viso; mi levano il sasso scomodo di sotto i piedi.
È un peso tremendo questo amore.
Ciascuno è pronto a morir per me volentieri.
Ma sono tranquillo e felice,
Perché anch'io per ciascuno di loro.

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MATTINA DOPO


che ricalco la via vuoto e fiaccato.
Noi amiamo troppo, noialtri italiani.
Bisogna vincere, no amare.
Come sopporteresti allora di vederli morire?
Amare toccherà a quelli dopo.
Ho sbagliato: è stata la gioia di ritrovar questo popolo cosi puro.
Carezzavo ogni suo bambino per strada: anch'io son tuo figliolo.
Ora intanto, non potrai più amar come prima, il primo amore passato.
La disciplina invece, quella dura.
È vero. Ma come sopporteremmo noialtri di morir senza amore?
Noi dobbiam fare la guerra come abbiamo fatto la vita.
E mentre ragiono, un militare appare in cima alla strada.
Schiacciato dallo zaino immenso, stenta a muovere piede; le sue lunghe cannucce tremanti abbandonano il peso ogni volta sul pistocco fedele.
Stramazzerà se si ferma un minuto.
Ma non si fermerà: nei rivi di sudore il suo viso disperato serra un'estrema risoluzione.
Vuol partir coi compagni il polmonitico appena rientrato.
«Ah! signor tenente, signor tenente…» Ma avanza, ma, mentre guardo, mi ha già oltrepassato.
«Fistarol, grido, figliuol mio, marca visita: è il tuo tenente che te lo chiede. La patria questo non te lo può domandare» .
O Signore, Signore, una sola cosa: rimaner degno di questo soldato fino alla fine.

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Jahier, primo a sinistra, con alcuni alpini e la mascotte (Pubblico Dominio)
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LA FRASE DEL GIORNO
Mi sforzo di mettermi al loro livello, di farmi le loro vere obiezioni. Ma ecco scopro che salgo di livello io, che proprio io divento più vero.
PIERO JAHIER, Con me e con gli alpini

venerdì 4 febbraio 2011

L’emozione del tramonto


JORGE LUIS BORGES

«AFTERGLOW»


È sempre emozionante il tramonto,
indigente o sgargiante che sia,
ma ancora più emoziona
quel bagliore finale e disperato
che arrugginisce la pianura
quando l'estremo sole s'inabissa.
Fa male sostenere quella luce tesa e diversa,
quell'illusione che impone allo spazio
l'unanime timore della tenebra
e che a un tratto svanisce
quando ne percepiamo la fallacia,
come svaniscono i sogni
quando scopriamo di sognare.


(da Fervore di Buenos Aires, 1923 – Trad. Tommaso Scarano)

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“Poeta, cosa cerchi nel tramonto?” ci eravamo chiesti tempo fa con Antonio Machado. Una risposta la fornisce Jorge Luis Borges con questa sua poesia tratta da Fervore di Buenos Aires, opera giovanile, uscita nel 1923 e rielaborata nel 1969. Che cosa ci emoziona quando il sole si abbassa sull’orizzonte, quando con esasperante lentezza scende a Occidente lasciando dietro di sé un bagliore aranciato che si spegne nell’ultimo crepuscolo? Quell’illusione che accompagna la nostra vita, quel senso di essere parte del tempo: “come svaniscono i sogni / quando scopriamo di sognare”. Un’emozione ancestrale che ci portiamo dentro.

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Benjamin Williams Leader, “Burnished sky”

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LA FRASE DEL GIORNO
A quel tempo, cercavo i tramonti, i sobborghi e l'infelicità; ora cerco i mattini, il centro e la serenità.
JORGE LUIS BORGES, Fervore di Buenos Aires, Prologo del 1969

giovedì 3 febbraio 2011

Lamine di croco e di violetto


BARTOLO CATTAFI

STRELITZIA

Becco crudele
testa cieca di gelido uccello
tinnante metallo
sventagliata cresta
lamine di croco e di violetto
dall'alto del tuo collo
dal piedistallo d'acqua
petalo per petalo
seccamente rimbecchi
il fioco marciume della rosa.

(da Marzo e le sue idi, Mondadori, 1977)

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La strelitzia è un fiore davvero particolare, tanto da essere chiamato anche “fiore uccello del paradiso”. È una Musacea originaria dell’Africa meridionale, ma è coltivata in serra anche da noi. Mi piace notare come il poeta siciliano Bartolo Cattafi coglie dall’osservazione di una strelitzia figurazioni visionarie, quelle che secondo Silvio Ramat servivano al poeta per “smascherare l’oggetto: metterlo, come si dice, a fuoco, resistendo alle lusinghe del simulacro, dell’oggetto puro, ideale”. Ne esce un ritratto costituito da annotazioni lineari che fanno di questi versi una specie di poesia visuale scritta però nel modo tradizionale.

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Fotografia © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO
Fantasia è estrarre dal contesto / la figura più piatta / aspettare che pian piano alzi la cresta.
BARTOLO CATTAFI, Marzo e le sue idi

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