giovedì 27 gennaio 2011

Laggiù, ad Auschwitz

 

SALVATORE QUASIMODO

AUSCHWITZ

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo
ragioni della nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi della terra,
sono Auschwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: "Il lavoro vi renderà liberi"
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

(da Il falso e vero verde, 1954)

.

Auschwitz non è tra le pagine più note di Salvatore Quasimodo. Quando scrive questa poesia sono trascorsi già alcuni anni dalla scoperta del campo di sterminio e il discorso del poeta siciliano appare più eloquente che emotivo. Il dolore, l’immenso dolore che si prova ricordando i sei milioni di ebrei passati per le camere a gas dei lager tedeschi, resta vivo e si spera rimanga anche un monito contro l’antisemitismo che purtroppo continua a serpeggiare qua e là per il globo. In un mondo che impara le lezioni della storia, non dovrebbe più essere necessario ricordare le parole di Primo Levi: “Meditate che questo è stato: / Vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore”. Non dovrebbe più essere necessario combattere contro i negazionisti che vorrebbero mai accaduto questo orrore, nonostante le testimonianze, nonostante il museo qui evocato dallo stesso Quasimodo: le “reliquie” di quel tempo ci dicono “mai più”. Ed è doveroso ricordarlo ogni giorno, non soltanto il 27 gennaio di ogni anno.

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Fotografia © Jochen Zimmermann

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LA FRASE DEL GIORNO
Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell'aria. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto o del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea.
PRIMO LEVI, L’asimmetria e la vita

2 commenti:

Vania ha detto...

..."solo" da leggere e riflettere.
ciao Vania

Saturnello ha detto...

Ero molto piccolo quando mio padre mi portò a vedere una mostra di fotografie sui lager nazisti, oggi non se ne fanno più e anche se si facessero immagino che i padri e le madri direbbero inorriditi che non si possono far vedere certe immagini ai bambini...
Io però da allora non ho mai sentito il bisogno di fare un viaggio ad Auschwitz per sapere cosa pensare e da che parte stare, mi è sempre bastato il ricordo di quella mostra, e ora la lettura di questa poesia rinverdisce il mio sentimento di rifiuto di quella barbarie.
E' una poesia che non conoscevo, è vero che a volte Quasimodo intimidisce con il suo verso colto, ma qui la misura è perfetta...

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