venerdì 31 dicembre 2010

Statistiche 2010

 

WISLAWA SZYMBORSKA

CONTRIBUTO ALLA STATISTICA 

Su cento persone:
che ne sanno sempre più degli altri
- cinquantadue;
insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;
pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
- ben quarantanove;
buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;
propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;
viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;
dotati per la felicità
- al massimo poco più di venti;
innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro più della metà;
crudeli,
se costretti dalle circostanze
- è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;
quelli col senno di poi
- non molti di più
di quelli col senno di prima;
che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;
ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatré
prima o poi;
degni di compassione
- novantanove;
mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.

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Come ogni anno, il 31 dicembre mi dedico alle statistiche. Per evitare un arido susseguirsi di dati, sono partito da una poesia di Wislawa Szymborska. Ma veniamo adesso all’aspetto puramente tecnico, che parte da un presupposto importante: lo sbarco su Facebook non mi ha portato solo a scrivere un libro – l’ormai stracitato “Uno, doje, tre e quattro”, opera a otto mani con Viviana Graniero, Vincenzo Moretti e Carmela Talamo, ma ha dato anche enorme visibilità a questo blog.

VISITE: Le pagine visualizzate sono state 212.000 rispetto alle 112.000 del 2009 e alle 22.000 del 2008. Potete arguire quanto sia cresciuto “Il canto delle Sirene”. I visitatori sono stati 123.000, rispetto agli 80.000 del 2009 e ai 15.000 del 2008. Il tempo medio in cui ogni visitatore si sofferma sul blog è un minuto e mezzo. La crescita è stata costante e continua ed è evidente se confrontiamo il numero di visite giornaliere del mese di dicembre dello scorso anno, intorno ai 200, con quelle di questo dicembre, sempre sopra le 400 e spesso anche oltre le 500. Il record assoluto è del 1° dicembre 2010: 736 visite. Il minimo annuale è del 10 luglio: 152 visite.

PROVENIENZE: il dato che più salta all’occhio tra i siti che hanno portato al “Canto delle sirene”, Facebook è al primo posto con oltre 4.800 visite generate. Al secondo la ricerca immagini di Google con 2.800, al terzo l’aggregatore Liquida, con 2.400. Devo ringraziare ancora i blog che mi linkano: “La Belle Auberge” dell’amica Eugenia, con 548 contatti e Ammodomio, 76. Per misteriose vie 56 visite arrivano da Enakapata dell’amico Vincenzo Moretti, che ringrazio. Il 60% dei contatti provengono dai motori di ricerca, il 30% da siti referenti e il 10% da traffico diretto: questi ultimi sono i lettori affezionati.

POST PIÙ LETTI: 1) Francesca Woodman: 4.563 - 2) Dora Markus: 2.474  - 3) Poesie per settembre: 2.439. Il post più letto tra quelli scritti nel 2010 è invece Scioglilingua italiani: 1.165 visite da luglio, seguito a ruota da Baudelaire e il vampiro (1.070).  

CHIAVI DI RICERCA: Le prime 10: francesca woodman, il canto delle sirene, dora markus, scioglilingua italiani, nizar qabbani, robert frost poesie, poesie su settembre, vasi greci, saramago, nostalgia ungaretti.

PAESI: sono 112 i paesi da cui i lettori si sono collegati, Italia in testa, come è ovvio, poi Svizzera, Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, El Salvador, Brasile e Belgio. Curiosità i visitatori singoli: uno ciascuno da Isola di Man, Afghanistan, Pakistan, Kuwait, Gibilterra, Camerun, Tanzania, Azerbaigian, Kazakhstan, Trinidad e Tobago, Islanda e Nicaragua. Le città: Milano (17.000), Roma (16.000), Torino e Napoli (5.500), Firenze (3.500), Palermo (3.300), Bologna (3.000), Catania e Padova (2.900), Brescia (2.700).

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Dopo questa valanga di numeri, non mi resta che ringraziare tutti i lettori del “Canto delle Sirene” e augurare un 2011 colmo di letizia e di felicità. Prosit!

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LA FRASE DEL GIORNO
La statistica è la scienza ragionata dei fatti.
EDMOND POTONIÉ, Il bilancio della guerra

giovedì 30 dicembre 2010

Sommario di fine anno

 

CORRADO GOVONI

SOMMARIO

L'annata lava con la pioggia il suo cadavere.
Il tempo ha un abito da povero.
L'anima mia è un orto senza chiave.
I miei pensieri sono come gigli in un ricovero.

De l'edifizio verde
de la speranza più non resta una pietra.
Lo scudo contro i colpi spietati del male perde
la tempera. La via dell'avvenire è tetra.

Oh come è triste questo sommario!
Ed è forse ancora lontano
l'invocato calvario.
E tutto sembra vano, è tutto è vano...

Il vento a le porte
urla insistentemente:
ed il mio cuor si sente
pieno di foglie morte.

(da “Armonia in grigio et in silenzio”, 1903)

 

La fine dell’anno è tradizionalmente tempo di bilanci. Spero che il vostro 2010 non sia stato disastroso come il 1902 di Corrado Govoni, che allora aveva solo 18 anni! Appaiono in questi versi due caratteristiche fondamentali della sua poetica: innanzitutto l’esplosione di analogie, ben nove, delle quali sette concentrate nella prima metà; e questo “inventario”, questo abuso del repertorio è appunto il secondo lato distintivo di Govoni, espresso in una scaltrezza tecnica che impressiona ancora di più tenendo conto della sua giovane età.

Chissà che cosa accadde in quell’anno, per fargli dire che il suo cuore è come un orto chiuso, e magari proprio quello della “Villa chiusa nella campagna romana” di un’altra sua celebre poesia. Fatto sta che Govoni vede nero, anzi grigio, grigio come il clima invernale che contribuisce a fargli costruire questo quadro di malinconia, senza speranza, senza futuro… Avrà cambiato idea poi, visto che è vissuto fino a 81 anni?

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Andrej Krioutchenko, “The fallen leaves”

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli anni più si consumano e più diventano preziosi. 
JOHANN WOLFGANG GOETHE

mercoledì 29 dicembre 2010

Janine Pommy Vega

 

Il 23 dicembre, nella sua casa di Willow, nello stato di New York, è morta la poetessa e scrittrice statunitense Janine Pommy Vega, una delle maggiori figure femminili della Beat Generation. Come riporta il suo sito, era malata da tempo e parlava apertamente della debolezza del suo corpo e delle difficoltà motorie: “Ogni volta che cammino sento come il Calvario”. Nata il 5 febbraio 1942 a Union City, nel New Jersey, aveva vissuto “on the road”, ispirata dal libro di Jack Kerouac, letto a 15 anni: “In quel periodo leggevo On the Road di Jack Kerouac e mi accorsi che tutti i personaggi del libro erano mossi da un’intensità del tutto assente nella mia vita” scrive in Sulle tracce del serpente. Si trasferì allora a New York e poi in Europa con il marito Fernando Vega, per poi ritornare in California dopo la morte improvvisa di lui, nel 1965. Per un periodo, nei primi anni Settanta, visse da eremita sulla Isla del Sol, nel mezzo del Lago Titicaca, al confine tra Perù e Bolivia; tornata negli Stati Uniti si dedicò all’insegnamento nelle scuole d’arte e nelle prigioni e alle battaglie del movimento femminile e a difesa delle detenute, viaggiando per il mondo con i suoi reading di poesia, vere performance nel puro stile della Beat Generation. Suona come un epitaffio la sua confessione nell’opera citata: “Lo stile di vita bohémien tra reading, musei, party e conversazioni intellettuali era esattamente ciò che desideravo per la mia vita”.

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***

Ah certezza dell'amore nella mano
un nuovo angolo luminoso, spasimi di chiarore

/giorno ventodigola camminando io sono
traboccante emozione, cantando
Un albero rivoltato danza
passeri nel suo capello / una
chioma di canarini

Primavera!
& io non con te?

parigi, primavera '65

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***

Qui davanti all'alba azzurra &   in questa solitudine
a te: ritorna. C'è luna piena sopra i mattutini
edifici, l'ombra della solitudine sulla mia mano:
Ritorna. In questo soffitto vuoto di alte finestre
le persiane si alzano, ed è arrivata gente.
A te: nel mattiniero silenzio fra noi che C'È,
ripiegato nel cuore della notte & nel pozzo nero delle Origini
qui-dentro è avanzato per incontrare lì-dentro, &
noi SIAMO avvinti sotto un suono o un gesto;
sotto la distanza, davanti al tempo, ai piedi della
foresta silenziosa, incontriamoci qui, ti amo.
Crepita un fuoco, mi sono alzata presto
prima dell'alba - amore e quanto tempo ho
bisogno di te in tutto il mio sentire;non so
dove sei né che cosa succede, eppure
senza dubbio le stelle del mattino spanderanno la luce
in luoghi desolati, e questo solo per me
prima cosa della mattina, amore.

parigi, 18/1/65

(da “Beat Generation, 67 poesie”, Mondadori – Trad. Massimo Bocchiola)

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POKHARA

La fine della strada
è una locanda sul ciglio della strada
una bancarella in una fila di bancarelle
con luci tremolanti
traffico balbettante
occasionali nubi di polvere

la donna che ti guarda
negli occhi
sta vendendo qualcosa
si allontana
quando capisce
che non puoi comprare

ti perdi il tramonto
sul lago
Marte sorge
sul filo per il bucato
e il portatore lascia le sue scarpe
dietro la tua porta

alla fine della strada
non c’è rifugio sicuro
nessuna accoglienza da eroe
nessuna tazza di tè
alla fine della strada c’è la strada

che si allunga in entrambe le direzioni
nel tuo cuore.

Pokhara, Nepal, ottobre 1988

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LA FRASE DEL GIORNO 
Non è importante sapere cosa si sta cercando, ma sapere che si sta cercando qualcosa e che si è convinti di trovarla. È la convinzione la chiave di tutto, è la disponibilità a ricevere che trova le risposte. 
JANINE POMMY VEGA, Sulle tracce del serpente

martedì 28 dicembre 2010

Luzi e la felicità


MARIO LUZI

QUESTA FELICITÀ


Questa felicità promessa o data
m'è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell'unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.


(da “Onore del vero”, 1957)

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Nelle sue poesie Mario Luzi si dedica ad un incessante lavoro di scavo, si pone davanti alla realtà e cerca di trarre dalla sua forma sfuggente e contraddittoria i segni della condizione umana: raccoglie le apparenze, i messaggi ambigui, i lati negativi. Il suo lavorio è così una presa di coscienza che l’attesa è destinata ad essere vana: nonostante ciò Luzi vive quest’attesa rivestendola con un profondo e fermo senso religioso, con la pietas, la partecipazione e la condivisione della sofferenza umana. Anche “Questa felicità” può essere letta nell’ottica della salvezza: la felicità come manifestazione del vivere, come momento ritagliato all’inesorabile sbiadire del ricordo.
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Pier Callegarini, “Albero della felicità”

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-------------------------------------------------------------------------------------------------------- LA FRASE DEL GIORNO
La felicità esiste, ne ho sentito parlare. 
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

lunedì 27 dicembre 2010

Innamorati di Erato

 

MAJA RAZBORŠEK

DI PARI PASSO CON ERATO

Già da un pezzo vivo questo amore.
E la sua traccia
e il desiderio come virtù
e il desiderio come debolezza.

Mi ossessiona.
Plasmo a fatica la sua forma.
Non mi riesce mai perfettamente.
Non lo finisco mai fin nei minimi particolari.

Finché non entro in esso come la prima volta:
piena d'incertezza,
con estrema cautela,
mai del tutto a mio agio,
sembra un grande
amore.

Chiudo gli occhi.
Di fronte al suo splendore
mi fermo,
ammutolisco.

E il desiderio descrive il suo cerchio.

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Erato è la Musa della poesia amorosa, che protegge  e ispira. Chiaro che tutti i poeti siano innamorati di lei. Anche la slovena Maja Razboršek, bibliotecaria in una cittadina del Carso. La poesia è un amore infinito, che sempre si rinnova. È anche un’ossessione che accompagna per tutta la vita. È la stessa Razboršek a commentare: La poesia non è una descrittrice del mondo; almeno non letteralmente. La poesia è un mondo autonomo e parallelo. Un mondo con il suo creatore: il poeta. Un mondo di estensioni note o perlomeno intuite. Un mondo dall'infinito misurato. E un mondo con norme singolari, tra cui la più evidente è la libertà. Il poeta è un libero tessitore, legato solo a se stesso e alla sua patria: la poesia”. (…) Il lettore è un visitatore nel mondo del poeta - e allo stesso tempo nel suo. Il lettore entra e contemporaneamente ritorna. S'incammina per una qualsiasi delle innumerevoli strade che conducono alla poesia. Alla poesia non porta mai una sola via; fuori dalla poesia non porta mai una sola possibilità d'intendere, e mai si riesce completamente a uscirne. Siamo sempre un po' nella poesia e la poesia è sempre un pochino in noi. La poesia non ha lettori numerosi, ma fedeli. Anche se fossero numericamente una minoranza trascurabile, meriterebbe scrivere proprio per loro”. Parole che condivido.

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Edward John Poynter, “Erato, the Muse of Poetry”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il testo poetico deve provocare il lettore: costringerlo a udire, a udirsi. 
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

domenica 26 dicembre 2010

La battaglia di Natale

 

MARIO RIGONI STERN

QUEL NATALE NELLA STEPPA

In quell'inverno di quarant’anni fa (1941-1942 ndr) il grande freddo non aveva rallentato le operazioni militari e dal Mare di Barents al Mar d'Azov la guerra infuriava al pari della tormenta. Malgrado le perdite subite e l'occupazione nazista di gran parte della Russia europea, l'Armata Rossa era partita al contrattacco con una forza disperata e una preparazione tecnica che, dopo quanto era successo nei mesi precedenti, nessuno aveva previsto. Nel dicembre più freddo e più tragico della storia su, oltre il Circolo Polare Artico, finnici e russi del Nord si fronteggiavano in azioni dove più che le qualità guerriere valevano quelle fisiche e molti campioni di fondo caddero con gli sci ai piedi non solo per armi ma anche per gelo e fatica in una unica e lunghissima notte. I tedeschi rifornivano le loro guarnigioni in Lapponia a dorso d'uomo lungo una pista che partiva da Kemi, nel Golfo di Botnia, e che era chiamata «Strada del Mar dì Ghiaccio». Oltre mille chilometri più in basso, Leningrado era accerchiata da mesi e potè essere rifornita solamente quando il Ladoga gelò tanto da sopportare prima il peso delle slitte e poi delle autocolonne. Hitler aspettava ogni giorno la notizia della capitolazione della città: anzi, la resa non doveva nemmeno essere trattata, aveva detto: «Leningrado deve essere cancellata dalla faccia della Terra!». E più precisamente il generale Walimont, capo della «sezione difesa nazionale» del comando superiore dell'esercito, aveva approntato un piano per «bloccare ermeticamente Leningrado, quindi indebolirla con il terrore e con la fame. In primavera occuperemo la città, manderemo prigionieri nell'interno della Russia i sopravvissuti e raderemo al suolo Leningrado con l'esplosivo». Ma c'era anche chi aveva proposto di recintare la città con i reticolati, mitragliare chi tentava di uscire e I lasciare i tre milioni di cittadini morire di fame, anche se ciò creava per i comandi tedeschi «il problema di epidemie che si potrebbero diffondere tra le nostre truppe». Ma la città della Rivoluzione d'Ottobre seppe resistere per più di due anni e dopo, quando venne liberata, risultò che un cittadino su tre era morto per fame. La divisione SS Totenkopf (Teschio) che era giunta fino a Cudovo, interrompendo la ferrovia Mosca-Leningrado, dovette ritirarsi e sul fronte di Mosca le truppe siberiane comandate da Georgij Zukov. che già in ottobre aveva organizzato la difesa di Leningrado, incalzavano senza tregua le truppe corazzate di Guderian che erano arrivate fino a vedere le torri del Cremlino rosseggiare nel tramonto invernale. Ma anche giù, nel Sud, dopo altri mille chilometri da Mosca, il 25 novembre Timoscenko passò all'offensiva contro l'armata di von Kleist e riprese Rostov, la porta del Caucaso, dove l'esercito tedesco abbandonò carri armati e materiali pesanti. Al principio di quell'inverno apparvero anche per la prima volta sul fronte russo i famosi carri T34, dai larghi cingoli per camminare sopra la neve e il fango e con la corazza inclinata e sfuggente per non dare impatto alle bombe anticarro; molto agili nelle manovre, anche se apparentemente rozzi e grossolani nelle rifiniture, erano armati con un cannone da 76 mm e due mitragliatrici, pesavano 27 tonnellate e marciavano a 45 km all'ora con un motore di 500 hp che non s'incantava nemmeno nei freddi più feroci quando Guderian, lo stratega dei mezzi corazzati tedeschi, notava nel suo diario che «a meno 63° molti uomini morivano mentre facevano i propri bisogni» e se non sì era più che lesti a mangiare la zuppa questa in un attimo si solidificava.

Le scarpe

Si racconta anche che un giorno un generale russo si fece portare davanti un gruppo di prigionieri tedeschi e alla presenza dei suoi soldati ordinò a questi prigionieri che si levassero le scarpe facendole posare ognuno davanti a sé. Fece allora notare come gli stivali chiodati dei tedeschi avessero la misura dei piedi, e aggiunse: «Loro non sanno che da duecento anni i soldati del nostro esercito portano le calzature molto abbondanti, in modo che durante l'inverno si possano imbottire di paglia o di carta per non restare con i piedi congelati. Anche questa delle scarpe su misura e una ragione per cui i tedeschi perderanno la guerra». Intanto nel bacino del Donetz il nostro Corpo di Spedizione faceva la sua parte anche se tante difficoltà, non dovute esclusivamente a quel rigidissimo inverno, sottoponevano i soldati a una prova mai subita prima. Nelle basi di Jassinovataia, Rykovo, Gorlovka, Michailovska attorno alle cucine dei reparti stormi di bambini e di ragazzi senza casa e senza più famiglia aspettavano l'ora del rancio per ripulire le marmitte dove i nostri cucinieri lasciavano qualcosa per loro; in cambio si prestavano a raccogliere legna tra le macerie delle case o attingere l'acqua dai pozzi che grondavano lunghe stalattiti di ghiaccio. Alla sera, come i cani randagi, questi bambini sfamati dalla pietà dei nostri soldati si ritiravano a passare la notte nelle fabbriche semidistrutte nei pressi delle miniere di carbone, o in qualche isba di nessuno. Il giorno di Natale i sovietici ripresero l'offensiva proprio nel settore tenuto dalla Celere dove tre battaglioni di bersaglieri, due della Tagliamento e quattro gruppi di artiglieria tenevano un fronte di venti chilometri. Davanti a loro erano state ammassate tre divisioni di fanteria e un corpo di cavalleria. Anche se le unità sovietiche avevano un organico inferiore, la loro superiorità numerica e il loro volume di fuoco erano superiori, e alle 6,40, dopo una violenta e breve preparazione con artiglieria e mortai, uscirono all'attacco appoggiate dai carri armati. Lo scontro fu violento, duro, e l'ordine che avevano i bersaglieri e i militi della Tagliamento, che in quell'occasione dipendevano non dal Csir ma direttamente dal XLIX Corpo alpino tedesco, era di "non cedere un metro di terreno". Ma «superate le difese esterne, il nemico dilagava irrefrenabile nell'interno delle posizioni dove alcuni presidi, completamente aggirati, resistevano fino al totale annientamento». Era un preludio a quello che sarebbe successo un anno dopo sulle rive del Don all'8a Armata italiana. La battaglia continuò tutto quel giorno con alterne vicende e in tanti episodi. Alle 13,30 il comando tedesco ordinò il contrattacco con due colonne miste di bersaglieri e fanti tedeschi, e quando scende la sera di quel 25 dicembre 1941 molti italiani sono irrigiditi per sempre nella neve. Alcuni caposaldi resistono ancora, altri sono silenziosi, alcuni villaggi sono occupati metà dai russi e metà dagli italiani. Il giorno successivo saranno i fanti della Pasubio che interverranno da sinistra contro le colonne russe che tentano di raggiungere il fiume Krinka, minacciando Stalino. I combattimenti continueranno spezzettati fino al giorno 27 quando i reparti del Csir si consolideranno sulle loro posizioni. Lo stesso giorno il comando della 1° Armata corazzata ordina una controffensiva e ancora la Pasubio, la Torino e la Celere il giorno 28 attaccano le linee che hanno di fronte. Si verifica in questa azione la ripetizione dell'attacco sferrato dai russi il giorno di Natale: in un primo tempo le posizioni attaccate vengono prese, successivamente il contrattacco neutralizza l'offensiva. Tutte queste operazioni del Corpo di Spedizione Italiano vanno sotto il nome di «Battaglia di Natale»; ai nostri reparti costarono molte perdite, centinaia furono anche i congelati perché i combattimenti si svolsero in un freddo polare e tra nebbie fitte che stagnavano nelle depressioni delle balche.

Sciatori

Mentre succedeva questo, ad Aosta, nella caserma Chiarle, un piccolo reparto dì un centinaio d'uomini stava completando la sua preparazione tecnica e logistica: erano gli alpini sciatori del battaglione Monte Cervino, scelti da tutti i reggimenti nella cerchia delle Alpi. Come avanguardia di tanti altri alpini partì per la Russia nel gennaio del 1942. Lungo il viaggio, in una città della Polonia, il convoglio del Cervino sostò di fronte a un treno di soldati tedeschi che proveniva dal settore di Mosca: i soldati erano dentro i carri bestiame sdraiati su un po' di strame, le ferite erano fasciate con carta, erano anche senza scarpe e disarmati, pallidi e smunti; per riscaldarsi avevano acceso un po' di carbone dentro gli elmetti. Un giovane alpino chiese nella loro lingua: «Come va la guerra?». «Merda la guerra!» rispose uno per tutti.

(da “La Stampa”, 24 dicembre 1981, poi in “I racconti di guerra”, Einaudi, 2007)

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Mario Rigoni Stern racconta da storico appassionato la “battaglia di Natale” che si combatté sul fronte russo nell’inverno del 1941, l’anno precedente la celebre “Ritirata”. In quel momento le sorti della guerra arridevano ancora ai tedeschi, ma proprio quello scontro, cui presero parte anche le divisioni di fanteria italiane Pasubio e Torino, le camicie nere della Tagliamento e la divisione Celere con i bersaglieri, i Lancieri di Savoia e i Cavalieri di Savoia, i carristi della San Giorgio, appoggiati dall’aeronautica, segnò il primo grave scacco per le armate hitleriane. Nel 1942, con l’allargamento del conflitto agli Stati Uniti e l’alleanza anglo-sovietica del 26 maggio, il destino della guerra muterà radicalmente.

Dal racconto di Rigoni Stern emerge anche un’altra indicazione: l’inadeguatezza degli equipaggiamenti. Infatti in questa prima battaglia nel gelo del fronte russo al termine risulta più alto il numero dei morti congelati rispetto ai caduti in combattimento. Il “generale Inverno” fatale a Napoleone, lo sarà anche per Hitler. Intanto, in quei giorni freddissimi con temperature sempre al di sotto dei -20° e sovente al limite dei -60°, l’Armata Rossa contrattacca usando l’arma psicologica di ignorare quei giorni tradizionalmente considerati come tregua, e riconquista Kalinin, Tula e Kaluga, respingendo i tedeschi, che erano arrivati a 50 km da Mosca. Una lezione che non viene appresa, visto che l’inverno successivo si ripeterà l’identica scena e Rigoni Stern, inviato con i suoi alpini del battaglione Vestone, la Divisione Tridentina, la Julia e la Cuneense a supportare le divisioni di fanteria italiane e i corpi d’armata tedeschi, rumeni e ungheresi, dovrà raccontare un’altra odissea nel ghiaccio e nella neve della steppa ucraina.

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LA FRASE DEL GIORNO
Tornammo in pochi, e quando in quel maggio arrivammo alla stazione di Udine, aspettarono la notte per farci uscire dai vagoni bestiame. Non volevano che la gente ci vedesse. Avevamo il torto o la colpa di essere ancora vivi. 
MARIO RIGONI STERN, I racconti di guerra

sabato 25 dicembre 2010

Bianca cometa

 

MARIA LUISA SPAZIANI

LETTERA 1951

Natale altro non è che quest'immenso
silenzio che dilaga per le strade,
dove platani ciechi
ridono con la neve,

altro non è che fondere a distanza
le nostre solitudini
sopra i molli sargassi
stendere nella notte un ponte d'oro.

Sono qui, col tuo dono che mi illumina
di dieci stelle-lune,
trasognata guidandomi per mano
dove vibra un riverbero
di fuochi e di lanterne (verde e viola),
di girandole e insegne di caffè.

Van Gogh, Parigi azzurra...
                             Un pino a destra
per appendervi quattro nostalgie
e la mia fede in te, bianca cometa
in cima.

(da “Le acque del Sabato”, Mondadori, 1954)

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Con i versi di una “artista colta e di riflessione” come Maria Luisa Spaziani, cari amici del Canto delle Sirene, vi auguro Buon Natale. Che siate credenti o agnostici, atei incattiviti o laici dialoganti, prendete quella “bianca cometa in cima” come meglio credete: simbolo di fede o di speranza, segno di rinnovamento o di fiducia nell’uomo.

Che abbiate scartato i doni, che siate andati a messa, che vi siate commossi osservando la gioia dei vostri figli o nipoti, che vi si sia allargato il cuore ascoltando i canti nelle piazze, che vi siate trascinati alla ricerca dell’ultimo dono, che passiate la giornata a tavola con i parenti o ve ne andiate a spasso per le strade semideserte,  preferiate il panettone o il pandoro o gli struffoli, trascorrete un sereno Natale…

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LA FRASE DEL GIORNO
- Che è oggi? - gridò Scrooge ad un ragazzetto che passava con indosso gli abiti della festa e che forse s’era fermato per guardarlo.
- Eh? - fece il ragazzo spalancando la bocca dalla meraviglia.
- Che è oggi, bambino mio? - ripeté Scrooge.
- Oggi! - rispose il ragazzo. - È Natale, oggi

CHARLES DICKENS, Canto di Natale

venerdì 24 dicembre 2010

Due poesie per Natale

 

Per questo Natale avrei voluto regalare ai lettori del “Canto delle sirene” una bella tazza di vin brulé e un sacchetto di caldarroste, mentre tutto intorno un coro gospel intonava una carola natalizia… A quel punto ho capito le difficoltà logistiche cui deve sottostare il povero Babbo Natale con la sua slitta e il suo pancione rosso bordato di pelliccia. Allora sono andato sul tradizionale: due belle poesie. Invece del vino le spezie dei versi di David Maria Turoldo, al posto delle castagne arrostite il calore delle parole di Maria Luisa Spaziani. La musica potete mettercela voi: un mp3, un CD, al massimo canticchiate “Oh Happy Day”.

Auguri, amiche e amici… Buon Natale!

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DAVID MARIA TUROLDO

NATALE

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende,
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d'essere uomo vero
del tuo regale presepio.

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Presepe catalano di Antonio Casulleras i Cisa © APB, Barcelona

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MARIA LUISA SPAZIANI

VOCE

Natale è un flauto d'alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.

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LA FRASE DEL GIORNO
Vorrei poter mettere lo spirito del Natale all’interno di un barattolo e poterlo tirare fuori mese per mese, poco alla volta.
HARLAN MILLER

giovedì 23 dicembre 2010

La festa del domani

 

ALFONSO GATTO

C'ERA AI VETRI DI FREDDO DEL NATALE

C'era ai vetri di freddo del Natale
tra i graffi dei bambini anche il tuo nome.
Io bevevo il caffè, dicevo come
potrò vederla, càpita che il male
paziente all'improvviso m'allontani
nell'ansia dell'averti ove non sei.

Ma sei dovunque l'ora dei cortei
che passano, la festa del domani.

(da “Poesie d’amore”, Mondadori, 1973)

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Un bar di Roma, pochi giorni prima di Natale. Sui vetri ricoperti da uno strato di ghiaccio, i bambini si sono divertiti a scarabocchiare: tra quei ghirigori c’è anche un nome, un nome che è caro al poeta. E leggerlo mentre sorseggia un caffè lo conforta nella sua teoria: “Amare non è ragionare, non è credere, non è contrattare il possibile o azzardare l’ignoto. Amare è invocare fisicamente tutto l’essere per una goccia di vita, quale sia il sangue a irrompere o a tacere, come avviene nella morte. L’amore volta nell’impegno e nella riuscita del dono, nella volontà e nella grazia, e, in tal senso, deve toccarci” scrive infatti Alfonso Gatto nella prefazione apposta all’edizione del 1973 delle “Poesie d’amore”. Quell’assenza allora gli pesa, ma si trasforma nel desiderio dell’incontro.

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Willy Ronis, “Bar du vieux port”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quello che si dice l'amore, quel ruvido scoprirsi e cercarsi, quell'aspro sapore uno dell'altro, tu sai, l'amore.  
ITALO CALVINO, Prima che tu dica “Pronto”

mercoledì 22 dicembre 2010

Sei haiku per l’inverno

 

BASHO

 

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Giorno d'inverno -
sul cavallo
un'ombra di gelo.

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Lo specchio è chiaro
e terso
tra i fiori di neve.

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ISSA

 

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Se sto qui,
benché stia qui,
nevica.

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SHIKI

 

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L'inverno è vicino,
quest'anno ho lasciato
la barba.

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Ombre d'alberi:
la mia ondeggia
nella luna invernale.

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Sulle ali delle anatre mandarino
la neve cade leggere:
che quiete!

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Fiori di neve, gelo, ombre, lune che tagliano a fette il cielo, paesaggi bianchi dove i suoni risultano ovattati. Freddo tempo di riposo è l’inverno in questi sei haiku di Basho (1644-1694), Issa (1762-1826) e Shiki (1867-1902). Come abbiamo più volte visto, questo genere di componimento, spesso legato al ciclo naturale delle stagioni, è la descrizione di qualche cosa che avviene, le letture psicologiche e i commenti sono esterni ad esso, sono nella mente del lettore. Leggiamoli allora con la stessa semplicità con cui gli autori li hanno scritti ma cogliendone la incredibile profondità, come nota Roland Barthes: “Avete il diritto, suggerisce l’haiku, d’essere futile, breve, ordinario; racchiudete ciò che vedete, ciò che sentite, in un minimo orizzonte di parole e saprete interessare: avete il diritto di fondare voi stessi (e a partire da voi stessi) ciò che vi sembra ragguardevole; la vostra frase, qualunque essa sia, enuncerà una morale, produrrà un simbolo, voi sarete profondo; con minimo dispendio, la vostra scrittura sarà piena”.

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Kirsty Wither, “Soft white blanket”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’haiku rivela uno specchio vuoto. Si inscrive nello spazio senza simbolizzare nulla, e senza la pretesa di avere un significato. È un’immagine opaca, priva di riflessi. 
LEONARDO VITTORIO ARENA, Haiku

martedì 21 dicembre 2010

Stagione del candore

 

ANDREA ZANZOTTO

GELO

Stagione del candore -
per le più variate nevi
mille stelle sorelle
verso me prendono il cammino

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Osservate promesse,
campi e campi di neve,
nessuno mai potrà aggirare
i vostri orizzonti, le vostre
irrealtà lievi abbordare

*

Silenti cieli senza tradimenti
né incrinamenti
cieli pronti ad ogni favella
eppur colmi d'oblio

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Sogni mai prima visti
sogni sommessamente innevati
come un invito di prati
mai abbastanza riecheggiati

*

Stagione del candore -
io raccolgo tutte le tue glorie,
le tue multiple stelle,
le stasi
in cui di tanto ti sovrasti.

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In una striscia dei Peanuts sotto un acquazzone Linus dice a Charlie Brown: “La pioggia cade sui giusti e sugli ingiusti”. Ecco, la neve ancora di più: quando scende abbondante annulla tutte le differenze, copre ogni cosa, avvolge la realtà con il suo manto ovattato. Andrea Zanzotto parla di “irrealtà lievi”: è infatti illusoria la neve, per quanto la si possa osservare e maneggiare, è uno stato temporaneo dell’acqua che presto muterà. È anche un sogno, un’alterata percezione del mondo, che si mostra sotto un aspetto magico e misterioso. Zanzotto contempla, si addentra nel silenzio, si spinge in quelle lande di mistero con un senso di stupore e di leopardiana dolcezza.

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Fotografia © Etsy

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutto il buio di fuori lo guardava / Attraverso quel gelo di minuscole stelle / Che incrosta i vetri nelle stanze vuote. 
ROBERT FROST, Mountain interval

lunedì 20 dicembre 2010

La finzione dell’ordine

 

ROBERTO SANESI

POCHI VERSI PER NATALE

Dove la rosa di Natale e il gladiolo s'incontrano, la neve
balza da filo a foglia come un gatto cieco, e la periferia ricorda
con i neri cappucci e le lanterne la Ripa Ticinese, un frate laico antico
inventato dal freddo, seduto sui tetti. Sebbene l'alba sia ancora lontana,
i fiori aprono in sé nuove parole, in un'arte del gesto
per me sconosciuta, nascosta nel tempo, e un disordine in cui
la finzione dell'ordine a lungo era stata ragione
esplode nel silenzio.

Boston, Mass. , 1960

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Una poesia colta e raffinata quella di Roberto Sanesi (1930-2001), che risente dell’attività di traduttore di poeti inglesi e americani, da Dylan Thomas a Eliot ai metafisici del Seicento. Una poesia che affida alla parola compiti filosofici: la ricerca che essa sottende va in direzione di nuovi modi di sentire e di vedere, “vive la problematica dell’ambiguità del concettuale e del sensibile” secondo Enzo Paci, prefatore di “Poesie per Athikte”, raccolta di Sanesi del 1959. È alla luce di questo faro che possiamo leggere allora i “Pochi versi per Natale”: alla periferia di Boston, Sanesi si sorprende ad osservare un paesaggio innevato che nel buio potrebbe benissimo essere quello della natia Milano e scopre che l’ordine non è altro che una parvenza nel caos.

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Fotografia © Bostonist

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LA FRASE DEL GIORNO
Soffoca il mare anche la sabbia, e un fuoco / lento brucia le stimmate degli anni, / amore. 
ROBERTO SANESI, Poesie per Athikte

domenica 19 dicembre 2010

Sotto il sole

 

SANDRO PENNA

IL VIAGGIO

Su coste desolate si batteva
il luminoso mare. In alto lievi
paesi: lievi spoglie sotto il sole.
(Sotto il sole medesimo gli antichi
abitatori). Io siedo all'osteria
nella nuova città. Rientro dove il sole
brilla sereno sugli oggetti, e ride
il vecchio mendicante al suo giovane cane.
 

(da “Poesie”, 1973)

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Sandro Penna dipinge spesso il mondo nella sua luminosità, nella sua solarità, nella sua bellezza. Ferdinando Camon rileva che Penna “si contenta di rubare una parola, udire un sussurro”. È proprio quello che accade in questi versi, un’adesione addirittura “fisica” al paesaggio, alla natura: un osservatore che al contempo fa parte della scena, in un’elegia delicata dove il tempo rimane sospeso, anche per pochi istanti, nella sua fugacità, quasi abbagliato da tanta luce.

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Taormina - Fotografia © DR

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse la giovinezza è solo questo / perenne amare i sensi e non pentirsi. 
SANDRO PENNA, Croce e delizia

sabato 18 dicembre 2010

Nebbia a Porta Venezia

 

RAFFAELE CARRIERI

PORTA VENEZIA

I castagnai dei bastioni
Di nuovo accendono i fuochi.
La giostra della nebbia
I lumi di Porta Venezia.
Seduta al parapetto
Mi parli all'orecchio.
L'odore  di neve,
le tue parole.
Piove non piove.

(da “La giornata è finita”, Mondadori, 1963)

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La Milano del boom economico: il ricordo della guerra ancora vivo, la speranza di un futuro migliore, pieno di benessere e di opportunità. La Milano raccontata da Buzzati, per esempio. Eccola qui in un bozzetto di Raffaele Carrieri, poeta tarantino che nel 1930, venticinquenne, scelse di stabilirsi nel capoluogo lombardo. La sua poesia spesso “vibra come per una febbre improvvisa, quasi in preda a un’ebbrezza”, come scrisse Giovanni Titta Rosa. Sfrondata, ridotta all’osso, nuda, senza compiacenze.

Porta Venezia con i suoi Bastioni è l’ingresso al cuore della metropoli: attraversando la barriera formata dai due edifici neoclassici con i portici a colonne, si arriva subito a Piazza San Babila, a Corso Vittorio Emanuele, a Via Montenapoleone. È lì, dove la città finiva, dove ancora la nebbia può apparire con il suo mondo illusorio, che Carrieri e l’amata si trovano. Un mondo sommesso, ovattato, dove nell’aria si innalza il fumo buono dei caldarrostai, dove le luci dei Bastioni potrebbero addirittura essere quelli di una giostra, dove anche le voci si nascondono, rimangono basse. Tutto è incerto, tutto è accennato come in un grigio acquerello. Forse nevicherà, forse pioverà…

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Fotografia © M. Sacerdoti

Porta Venezia oggi (Google Maps)

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LA FRASE DEL GIORNO
Quello che sono e sono stato / domandatelo alle strade. 
RAFFAELE CARRIERI, La giornata è finita

venerdì 17 dicembre 2010

Suoni leggeri

 

GAETANO ARCANGELI

MATTINO INVERNALE FUORI PORTA

Mi colma di gioia
questo calmo ed ilare suono
di motore che pulsa
tranquillo per una strada,
in alto, che non vedo.
Questo leggero frusciare
di rastrello che odo qui presso.
Quella figura che sale
con andatura bambina,
lenta per quei prati lontani.
Questa piccola strada fuori porta
che promette, nella sua prima
solitudine, tanta montagna.
Odo suoni leggeri
che toccano silenzi intatti
con il modo sommesso e pieno d'ombra
ch'è proprio dell'albe e dei risvegli.

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Un’altra poesia di Gaetano Arcangeli: dopo lo stupore dei ricami sulla sabbia di “Bassa marea”, dopo la speranza di “Basta che un lume”, dopo la fine dell’estate raccontata in “Pesa il giorno”, lasciamoci condurre per mano nella tranquillità di una mattina invernale.

Godiamo la pace e l’armonia di questo borgo di collina dove una strada conduce verso la cima, verso un passo di montagna. Gustiamo le pennellate che il poeta distende sul foglio bianco come un pittore, immedesimiamoci di volta in volta con l’automobilista che sale lentamente, con il giardiniere che rastrella foglie, con la ragazza che si inerpica lungo il sentiero tra i prati. Riempiamoci di quei suoni sommessi e dolci, dimenticando lo strepito delle nostre città, dei nostri mass media. Prendiamoci una pausa con questa visione in cui Arcangeli, descrivendo terre e monti, illustra come un paesaggio il suo stato d’animo.

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Fotografia © CS-Music

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse è questo che impedisce di trovare la pace: le troppe parole. 
HERMANN HESSE, Siddartha

giovedì 16 dicembre 2010

Il solito albero

 

DINO BUZZATI

DECORAZIONI NATALIZIE

«E per Natale tu, a casa, cosa fai?»

«Mah, pensavo di fare il solito albero, ma Giantomaso e Almachiara, i miei più piccoli, si sono messi a contestarlo, dicono che a Mao assolutamente non piace. Pensavo di fare il presepio, ma sembra che le punte più avanzate del Concilio lo abbiano messo in quarantena. Pensavo di mettere qualche ghirlanda d’argento, qualche palla di vetro, qualche candelina, e così via, almeno nell’angolo dove alla vigilia si ammucchiano i regali, ma Pierfrancesco, il mio secondo, dice che è un rito schifosamente consumistico. Pensavo, sopra e intorno al caminetto, di mettere in mostra i “christmas cards” ricevuti, ce ne sono divertenti da morire, ma Giorgiopaolo, il mio grandicello, dice che Marcuse è contrario. Pensavo, sulla terrazza, fuori, di costruire un bel Babbo Natale con la neve, ma il colonnello Bernacca dice che per Natale la neve non verrà”.

«E allora?»

«Niente. Pulirò i vetri».

(da “Il panettone non bastò”, Mondadori, 2004)

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Quando Dino Buzzati scrisse questo brevissimo dialogo, pubblicato per la prima volta sul Corriere della Sera il 13 dicembre 1969, l’Italia era in pieno Sessantotto. Tutto veniva messo in discussione, tutto veniva vagliato e catalogato in nome di nuovi principi. Anche la Chiesa, che aveva da poco chiuso il Concilio Vaticano II, si muoveva verso nuovi orizzonti. Poi, come accade a tutte le rivoluzioni, il mondo ha trovato il suo assestamento fatto di compromessi e di restaurazioni. Buzzati, sempre attento nel corso dei suoi quarant’anni di giornalismo alla società e ai suoi mutamenti, coglie subito quest’aria di nuovo e la esaspera collocandola in un salotto della buona borghesia.

Un mondo che Milano aveva vissuto l’anno prima, quando, come riportava il quotidiano di Via Solferino, “anarchici, guevaristi, trotzkisti, marxisti, leninisti” avevano provocato incidenti in centro e tentato di impedire l’ingresso ai grandi magazzini della Rinascente. Un mondo senza Natale, senza segni: perché questo è capitalista, quest’altro è consumista, questo è arretrato, quell’altro retaggio di un’altra società. Persino il tempo non è favorevole. Alla fine cosa resta? Il solito nulla… E Buzzati invece, come noi, aveva bisogno delle tradizioni, dell’illusione, della speranza, del sogno.

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LA FRASE DEL GIORNO
E poi chissà che il giorno dopo, può anche darsi, chissà che qualche pezzetto di Natale non vi rimanga attaccato addosso. Basterebbe anche un pezzetto molto piccolo, il Cielo in fondo si accontenta di poco, non vi domanda di più. 
DINO BUZZATI, Corriere Lombardo, 24 dicembre 1945

mercoledì 15 dicembre 2010

L’immensa solitudine di Salinas

 

PEDRO SALINAS

XXXIX

Il modo tuo d'amare
è lasciare che io t'ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sanno offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole, abbracci
mi diranno che sei esistita
che mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Perché non debba mai scoprire
con domande o carezze
l'immensa solitudine
d'essere solo ad amarti.

(da “La voce a te dovuta”, 1933)

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Pedro Salinas, poeta nato a Madrid nel 1891, fu un austero professore di letteratura, critico, saggista, traduttore di Proust, intellettuale. Insegnò giovanissimo alla Sorbona, poi a Siviglia, a Madrid, a Cambridge. Eppure è universalmente noto per le sue poesie d’amore, in particolare quelle di “La voce a te dovuta”, dove di volta in volta passa in rassegna le sue emozioni e tutta la gamma dell’innamoramento: dolcezze e tormenti, inganni e disinganni, vani timori, delusione dell’abbandono, paura. Dietro quelle poesie c’è una donna: si chiamava Katherine Prue Reding ed era una studiosa americana trentacinquenne. Salinas la incontrò a Madrid nella primavera del 1932 e con lei percorse quell’amore travolgente e devastante, durato poco più di un anno: fu Katherine a porvi fine quando la moglie di Salinas, Margarita, tentò il suicidio.

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Fotografia © EasyArt

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LA FRASE DEL GIORNO
Al di là di te ti cerco. / Non nel tuo specchio / e nella tua scrittura, / nella tua anima nemmeno. / Di là, più oltre. 
PEDRO SALINAS, La voce a te dovuta

martedì 14 dicembre 2010

Cos’è l’arte? (XVII)

 

EUGÈNE DELACROIX

“Bisogna sempre sciupare un po’ un quadro per finirlo.”

Eugène Delacroix, “Frédéric Chopin”
olio su tela, 1838/ Parigi, Louvre

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ÉDOUARD MANET

“Si vede come si vuol vedere, ed è questa falsità che costituisce l'arte.”

Édouard Manet, “Le bar aux Folies-Bergère”
olio su tela, 1882 / Londra, Courtauld Institute of Art

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CLAUDE MONET 

“Bisogna rifare dieci volte, cento volte lo stesso soggetto.
Niente in arte deve sembrare dovuto al caso.”

Claude Monet, “Ninfee”
olio su tela, 1915 / Monaco di Baviera, Neue Pinakothek

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LA FRASE DEL GIORNO
La Scienza è il piedistallo della verità, l’Arte quello della bellezza.

NICOLÁS SALMERÓN

lunedì 13 dicembre 2010

La Piaf, uscendo di scena

 

EVGENIJ EVTUŠENKO

COSÌ LA PIAF USCIVA DALLA SCENA

C’era a Parigi, c’era una sala e davanti alla sala
qualcuno motteggiava, volteggiando col sedere,
avendo coi suoi salti calpestato l’arte per un’ora…
Era solo un proemio per la Piaf.

Ed ecco entrò, fino al fanatismo
simile a un rozzo idolo,
come se, sbagliando porta, in uno sketch allegro
entrasse una tragedia stanca.

E, sulle stolidaggini da baraccone
ella si eresse, pallida e senza forze,
come una piccola civetta dagli occhi ammalati,
pesante con le sue ali spossate.

Piccoletta e truccata, coll’abito corto,
trattenendo la tosse, con un filo di vita,
ti apparteneva, o epoca,
reggendosi appena sulle gambette esili.

Ci guardava, come guardando la Senna,
dal cui parapetto fosse lì, lì per lanciarsi;
e sentivo la voglia di correre sul palcoscenico
per sostenerla, ché sarebbe caduta.

Un gesto preciso della manina rugosa
e partì l’orchestra… Arrivò fin sull’orlo
del palcoscenico… Costrinse la schiena
a raddrizzarsi e, tremando, aspirò la musica.

Cominciò a cantare, quasi prendendo il volo,
ricadendo davanti agli sguardi puntati,
quel corpo tagliuzzato dai chirurghi,
ansando, girandosi su se stesso, come dentro di noi!

Esso, volteggiando, singhiozzava, rideva con fragore,
bisbigliava come le erbe in delirio al Bois de Boulogne,
rimbombava come un carrettino a Saint-Germain,
urlava come una sirena. Questa era la Piaf.

In lei una mescolanza di campane a stormo,
di pioggia a dirotto, di cannonate,
di insulti, di gemiti, di mormorii, di fantasmi…
Così noi, a un tratto, quasi senza volerlo,
ci sentivamo nei suoi confronti buoni come dei giganti con una lillipuziana.

Attraverso la sua gola passava il dolore, passava la fede,
passavano le stelle, passavano le campane…
Giocando, come una gigantessa, ci prendeva nella mano,
come tanti miseri Gulliver.

Ma in lei, artista autentica, la cosa più importante
era che, a dispetto della morte che l’aspettava,
per la sua gola passavano nuovi artisti,
che dietro si lasciavano nodi di lacrime.

Così la Piaf, uscendo di scena, come tuono,
profetizzava nella sua frenesia.
La piccola civetta cantava, come canterebbe una chimera
caduta sul palcoscenico dall’alto di Notre-Dame.

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All’inizio degli Anni ‘60 il trentenne Evgenij Evtušenko comincia ad essere conosciuto come la voce del dissenso sovietico, la sua fama di polemico rappresentante del disgelo si sparge all’estero: la sua voce di protesta contro il dogmatismo e contro l’indifferenza della burocrazia verso l’uomo lo portano a compiere numerosi viaggi in cui i giovani lo acclamano per i suoi sentimenti di ribellione e di speranza. È a Monaco, a Cuba, a Londra, a Parigi…

Nel 1963, nella capitale francese, ha l’occasione di assistere ad un evento memorabile, l’addio alle scene di Edith Piaf, ormai prossima a morire. Quando la cantante entra in scena dopo un inutile spettacolo preparatorio, tutto cambia, tutto assume la sua importanza. È uno scricciolo debole e malato, Edith Piaf, tenuto insieme dalla morfina, ma quando apre la bocca e inizia a cantare, è tutto un mondo che racconta, è il dolore drammatico delle sue canzoni, è il pathos che la sua voce crea. L’ultima volta, irripetibile. E questo lo sa anche il giovane poeta venuto da lontano: non c’è una donna malata su quel palcoscenico ma il simbolo immortale di un’epoca.

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L’ultimo concerto di Edith Piaf, 1963

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LA FRASE DEL GIORNO
Il dolore guarda abbassando dolorosamente gli occhi, / perché anche nel profondo vede. 
EVGENIJ EVTUŠENKO, Il vento del domani

domenica 12 dicembre 2010

L’incontro casuale di Simic

 

CHARLES SIMIC

GUARDIE STAGLIATE CONTRO IL CIELO

Non ci avevo mai pensato. Gli anni erano passati.
Molti anni. Avevo tante altre cose
di cui preoccuparmi. Oggi stavo sulla sedia del dentista
quando entrò la sua nuova assistente
che finse di non riconoscermi per niente
mentre diligentemente aprivo la bocca.

La stringevo tra i cespugli dell'argine
e volevo che sciogliesse il reggiseno.
Il cielo si oscurava, e tuonava
quando alla fine lo fece, tanto che il primo
gocciolone bagnò uno dei suoi capezzoli bruni.

Era più bello di quel che faceva ora alla mia bocca.
Mentre mi contorcevo, e aspettavo una strizzatina d'occhio,
mi colse uno scoppio di risa al ricordo di noi due
che ci abbottoniamo, che corriamo fradici
sotto la prigione con le guardie armate
che nelle torri si stagliano contro il cielo.

(Traduzione di Andrea Molesini)

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Ancora una poesia di Charles Simic: questa volta è uno dei suoi lati più caratteristici, quello ironico e giocoso, ad uscire da un racconto dal tono quasi allucinatorio. Il poeta, seduto sulla scomoda sedia di un dentista, riconosce nella nuova assistente di poltrona una donna che ha amato in gioventù. E quel ricordo diventa il protagonista assoluto della poesia: i due amanti sorpresi dalla pioggia improvvisa fuggono al riparo. L’immagine rimasta per anni nella testa del poeta, tanto da essere scelta come titolo,  è però quella delle sentinelle che presidiavano il perimetro della prigione sotto le cui mura avevano trovato rifugio.

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Fotografia © Photo Malaysia

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti quanti abbiamo provato, ritrovando degli amici, l’incanto dei brutti ricordi. 
ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, Terre des hommes

sabato 11 dicembre 2010

Il polpo sullo scoglio

 

VITTORIO BODINI

COME UN POLPO SBATTUTO

Come un polpo sbattuto ancora vivo contro lo scoglio
si arricciolavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d'impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell'interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola - un'altra pena; e tu un'altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell'amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.

(da “Dopo la luna”, Sciascia, 1956)

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Tanti anni fa sono stato a Bari. C’è un’immagine che mi è rimasta impressa: sul Lungomare di Crollalanza i pescatori toglievano i polipi dai secchi e li battevano a lungo sugli scogli per renderli morbidi, li vendevano e ne offrivano pezzettini da assaggiare crudi. È questo ricordo che ha evocato la poesia di Vittorio Bodini: quel gesto crudele con cui il pescatore ammorbidiva la carne del polipo. Non ci pensavo la sera quando al ristorante me lo servivano sul piatto, ma questa pena deve essere rimasta dentro di me, così come in Bodini, per il quale la scena doveva essere frequente. E il poeta interiorizza quella sofferenza, la trasforma in analogia della sua sensibilità, la converte nel suo dolore per quello che credeva amore e invece non valeva neppure la pena di essere vissuto: lo schiaffo all’amata che lo umilia non è liberazione, ma altro dolore.

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Antonino Sancarlo, “Pescatori di polipi”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vi sono anime fatte per domandare / e altre per rispondere: / la mia è una persiana verde con due occhi dietro. 
VITTORIO BODINI, Dopo la luna, “Come farò”

venerdì 10 dicembre 2010

Dello scrivere

 

“Se hai una storia, non è difficile raccontarla” scriveva Ernest Hemingway al suo editore Charles Scribner nel 1949. Scrivere è una delle cose più affascinanti del mondo, permette di mettere in ordine i propri pensieri, di realizzare le fantasie, di architettare mondi e universi, di viaggiare nel tempo. Consente di analizzare la realtà, di ordinarla o di scardinarla. Permette di  porsi in contatto con se stessi, con la parte più profonda del nostro io. Ancora Hemingway in Vero all’alba, romanzo postumo: “Quando invento la verità, la rendo più vera di quanto lo sia realmente. È questa la differenza tra i buoni e i cattivi scrittori”. Papa era sicuramente un grande scrittore. In una lettera a un altro dei suoi editori, Arthur Mizener, spiega perché si scrive: “Io ritengo che fondamentalmente si scriva per due persone: per se stessi cercando di renderlo assolutamente perfetto, oppure se non perfetto, allora bellissimo. E poi si scrive per chi si ama che lei possa o no leggerlo e che lei sia o no viva”. Scrittura come atto d’amore, quindi. Anche se Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso lo contesta – ma non troppo - con parole più alte e meno comprensibili: “Saper che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”.

Ma cosa serve per scrivere? Ancora Ernest Hemingway – un’ultima volta, lo giuro, poi passo a citare altri – in uno di suoi reportages di guerra: “Una concezione veramente seria dello scrivere è infatti una delle due cose assolutamente indispensabili. L'altra, purtroppo, è il talento”. Come già chiosava nel Don Chisciotte Miguel de Cervantes: “Non è coi capelli bianchi che si scrive, ma con l'intelletto, che suole perfezionarsi con gli anni”. E non mi sento di dare totalmente ragione a una delle Note azzurre di Carlo Dossi, quella segnata con il numero 1779: “Pensare col cuore e scrivere colla testa”. Qualche volta si deve scrivere anche con il cuore…

“Scrivo / ogni lettera è un germe / la memoria / rilancia le maree / e il suo mezzodì” recitano alcuni versi di Octavio Paz, Nobel messicano, in una poesia della raccolta Salamandra. E dunque la scrittura come seme piantato, come qualcosa che può originare altro, che può certamente indurre il pensiero di chi legge. Anche Italo Calvino: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto”, in Se una notte d’inverno un viaggiatore. Ma anche un modo di cogliere l’ineffabile, un tentativo di sorprenderlo, come Arthur Rimbaud e la sua Vierge folle: “Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo delle vertigini”.

Scrivere per esprimere il proprio sentimento, per provare gioia nell’esprimerlo: Wislawa Szymborska parla della “gioia di scrivere, / il potere di perpetuare / la vendetta di una mano mortale”. Thomas Mann in Morte a Venezia dice che “La felicità dello scrittore è il pensiero che riesce a diventare completamente sentimento, è il sentimento che riesce a diventare completamente pensiero”. Non è facile, e il grande bardo William Shakespeare si rammarica – o finge di farlo, il volpone – nel diciassettesimo dei Sonetti: “Se potessi scrivere la bellezza dei tuoi occhi”. A me basterebbe scrivere la bellezza di questo verso…

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Fotografia © Writing the future

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse). 
DINO BUZZATI, In questo preciso momento

giovedì 9 dicembre 2010

L’insegnante e l’infinito

 

CHARLES SIMIC

MOLTI ZERO

Senza voce l'insegnante si alza davanti a una classe
di pallidi bambini dalle labbra serrate.
La lavagna alle sue spalle tanto nera quanto il cielo
che dista anni luce dalla terra.

È il silenzio che l'insegnante ama,
il gusto dell'infinito che trattiene.
Le stelle come le impronte di denti sulle matite dei bambini.
Ascoltatelo, dice felice.

(traduzione di Andrea Molesini)

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Che cos’è l’insegnamento? Riempire zucche vuote di dati, numeri, nozioni e cognizioni? Plasmare forme grezze in modo che possano ragionare con la propria testa? Charles Simic, poeta americano di origine serba, dipinge in questa sua lirica breve una figura che probabilmente tutti avremmo voluto come maestro: l’insegnante capace di andare oltre il libro di testo, di esprimere l’intima relazione tra le cose, quella che non è segnata in nessun paragrafo, in nessuna nota a margine. È la vita che questo maestro insegna, è l’imparare a riconoscere l’infinito.

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Fotografia © Duke University Libraries

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LA FRASE DEL GIORNO
Se insegni, insegna nello stesso tempo a dubitare di ciò che insegni. 
JOSÈ ORTEGA Y GASSET

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