martedì 30 novembre 2010

In questo mondo di ladri

 

ENNIO FLAIANO

I LADRI (FAVOLA ARGUTA)

Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d’artifizio. La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del loro governo riaffermarono il di­ritto di proprietà. Questo rassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero: «Il furto è una proprietà». Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli la testa. Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, ladra, onesta, religiosa. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo. Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti e si vide che non era possibile farli senza l’aiuto di una grossa organizzazione. E si capì che i ladri avevano quest’organizzazione. Una mattina, per esempio ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia. Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città. La stampa, dapprima timida, insorse: sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, e quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. Ma vissero sempre felici e contenti.

Nota. I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loto questa favola, l’hanno respinta cortesemente, dicendo che «non era adatta». Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola.

(da “La solitudine del satiro”, Bompiani, 1973)

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“Perché altrove la vita dovrebbe essere differente? Signore, l’universo è così povero di fantasia” scrive Ennio Flaiano in “Una e una notte”. Fantasia che evidentemente a lui non mancava, come si può apprezzare da questa breve “favola” pubblicata su “Il Mondo” del 19 gennaio 1960 e poi raccolta nel celebre “La solitudine del satiro”. Flaiano, che fu un attento osservatore del tessuto sociale, immagina un governo di ladri, accolti con favore come liberatori dall’incubo dei briganti. Ma in breve instaurano la loro “cleptocrazia” in cui rubano tutto, assorbendo le capacità produttive, i trasporti, i beni culturali, impoverendo in poco tempo il paese. Anche la libertà di stampa naturalmente viene soppressa, non appena comincia a rivelare il vero intento governativo. Il lato interessante di questo apologo è nel rovesciamento: immaginare che non sia il diritto a guidare uno stato ma la sua costante violazione. Pensateci la prossima volta che dite “Piove, governo ladro…”

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Immagine dal film “I soliti ignoti” © Cristaldi Film

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LA FRASE DEL GIORNO
In questi tempi l’unico modo di mostrarsi uomo di spirito è di essere seri. La serietà come solo umorismo accettabile. 
ENNIO FLAIANO, Diario degli errori

lunedì 29 novembre 2010

La tristezza della foglia

 

NICOLA MOSCARDELLI

LA FOGLIA

Tu non sai quant'è la tristezza
della foglia che cade senza vento:

come un piangere lento senza lacrime
un parlare accorato senza voce
un morire d'amore senza amore:

se tu sapessi quant'è la tristezza.

(da “Foglie e fiori”, Modernissima, 1937)

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Possiamo ravvisare una voce sentimentalmente crepuscolare in questa breve poesia di Nicola Moscardelli, abruzzese di Ofena, dove nacque nel 1894, combattente nella prima guerra mondiale, dalla quale tornò atrocemente ferito, giornalista a Firenze e a Roma, città in cui morì nel 1943.

Moscardelli ha il tocco leggero e delicato dell’haiku, e infatti spesso trova nella natura la sua fonte d’ispirazione, come in questo caso, nell’inseguire una foglia staccatasi dal ramo e colta nell’atto di cadere tristemente. Una tonalità che esprime con accorata condivisione una tristezza immotivata che è anche del genere umano.

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Fotografia © Licia Berry

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LA FRASE DEL GIORNO
Se in terra c’è un inferno, certamente è nel cuore di un uomo melanconico. 
ROBERT BURTON, Anatomia della malinconia

domenica 28 novembre 2010

A mezza voce, finalmente insieme

 

SERGIO SOLMI

BAGNI POPOLARI

Uomo che sfioro per via col braccio
e sempre a me così paurosamente
estraneo, ti ritrovo
in questa bigia caserma, che grava
l'oscura sera di dicembre.
Tra gli scrosci dell'acqua, a mezza voce
un motivo tu accenni, ti fa eco,
invisibile, un altro.

Dal finestrino in sé raccolti tremano
gli alberi scarni del cortile.

Penso perché t'ho tradito, perché
l'istessa tua lingua io non parli, perché
l'eguale nostra pena
io debba in queste confuse parole
che non intendi, esprimere. La muta
poesia mi fa nodo in cuore. Questa
mano ch'io porgo, inutile
lasci cadere.

Ma stasera, invisibile, anch'io sono
un tuo fratello. Tra gli scrosci d'acqua
un motivo tu accenni, io seguo, un altro
fischiettando fa eco, un coro sorge.
Dalla dura ubbidienza quotidiana
sciolte alfine le membra dentro il lene
bagno domenicale, prigionieri
rassegnati, la timida
libertà nostra in musica s'esala.

A mezza voce, finalmente insieme,
miei fratelli, cantiamo.

(da “Poesie”, Mondadori, 1950)

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Per capire questa poesia di Sergio Solmi (1899-1982) dobbiamo entrare nel contesto storico e sociale dell’epoca, risalire a un periodo, quello del Ventennio fascista, della seconda guerra mondiale e degli anni ad essa appena successivi, prima che esplodessero l’industrializzazione degli Anni ‘50 e il boom economico dei ‘60.  Insomma, fare il bagno in casa non era comodo come adesso: c’era spesso bisogno di catini, bacili e bacinelle. Riporto da “Mille lire al mese” di Gianfranco Venè: “Fare il bagno era una pratica (un trafficare di pentole e di tinozze, un gran distendere stracci attorno ai recipienti, un gioco di secchi rovesciati addosso per il risciacquo) strettamente riservata ai giorni di vacanza, preferibilmente nelle stagioni meno crude. Se no c’erano i bagni pubblici, versione cittadina, talvolta pretenziosa, dei cessi pubblici. Si andava, dove esisteva, al Cobianchi; locale il cui nome evocava candore di piastrelle biancoazzurre, tepori e vapori acquei, inservienti con grembiulone scopa e straccio, odore di barbiere, pavimenti sempre bagnati”. È qui che va Solmi, è qui che trova un’improvvisa e inattesa fratellanza con gli altri uomini, quelli che gli passano accanto per strada e che sente estranei, quelli che non riesce a comprendere, con i quali non riesce a instaurare un dialogo. Invece, in quei bagni popolari, quando qualcuno attacca un motivo e altre voci lo seguono, come un’improvvisa liberazione sente finalmente di fare parte anch’egli di questo coro.

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L’ex Diurno Cobianchi di Milano

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LA FRASE DEL GIORNO
Come un vento improvviso che m’investe / sei tu, vuota felicità d’esistere. 
SERGIO SOLMI, Poesie, “Canto del convalescente”

sabato 27 novembre 2010

Dove vanno le poesie?

 

CARLOS NEJAR

LA NUBE DEI SEMI

Le mie poesie, lo so, saranno erranti,
come me, da vivo
e avranno volto, il certificato
di nascita, la levigata,
avventurosa gioventù
dei miei giorni felici.
E vivranno nella polvere, o fra
i cereali, che la mia gente coltiva,
nel cesto di nocciole, o con il pane
ardente e fresco. Accompagneranno
i solitari nella bisaccia
delle aurore, andranno con quelli
che si amano. Sudate
al lavoro, con il fabbro,
nel riposo della fabbrica,
o con la ragazza stesa
sull'erba, in mezzo
ai cinnamomi. Voglio
le mie poesie, insieme
a coloro che soffrono o tentano
di respirare la nuova vita
dell'uomo. Che siano sale
e non saranno calpestate.
Salvo se vitigni fossero,
uva nel torchio dei paesi.
Ma non voglio frontiere o pedaggi,
per il loro ingresso, fra
coloro che vivono. E portate
dallo spirito, liberate
siano nella parola.
E persino di me, che le ho rese
in scrittura. Poiché si sono
scritte con questo inchiostro
delle cose infinite.
E non entreranno nelle tiepide
biblioteche, se non saranno
vagliate con l'ardore
di chi le legga nel sentiero
segreto della scintilla,
o del pesce nell'acqua.
E parlino della mia intimità
con la nuvola dei semi.
E che mi sopravvivano.

(da “Os viventes”, 1979)

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Che dolcezza un poeta che si preoccupa di quel che accadrà alle sue poesie una volta che sono scritte e vanno per il mondo o una volta che lui non sarà più di questo mondo. Il poeta è il brasiliano Carlos Nejar, nato nel 1939 a Porto Alegre, pubblico ministero, più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Una poesia che Nejar sogna destinata agli umili, ai solitari, agli innamorati, ai giovani. Una poesia che si nutre del ricordo e della sua felicità, della bellezza, della passione. Una poesia che comunque deve essere libera, che può essere sacrificata solo per dare nuova vita e che non deve essere chiusa soltanto nei santuari delle biblioteche. Decine, centinaia di poesie in volo nei cieli sconfinati…

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Fotografia © Etsy

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono arrugginiti / il ferro e la solitudine, / il giogo e la sua casa, / la paura e la notte ampia, / però il sogno no. 
CARLOS NEJAR, O Campeador e o vento

venerdì 26 novembre 2010

Metodo per giudicare le poesie

 

DINO BUZZATI

PER GIUDICARE LE POESIE

C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta. Perché la grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa. Naturalmente, per una totale comprensione, occorrerà in seguito starci su, leggerla e rileggerla. Ma una sommaria identificazione è facilissima. Come succede per i violinisti, che bastano quattro note per capire se sono grandi o no (mentre i pianisti sono un po’ come i prosatori, prima di esprimere un giudizio, bisogna starli ad ascoltare lungamente e poi pensarci su tre volte).

(da “In quel preciso momento”, Mondadori, 1963)

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Ci sono poesie che salgono e altre che invece non decollano. Umberto Saba diceva che i versi sono come bolle di sapone: alcune volano su e si elevano verso il cielo, altre invece scoppiano subito o si schiantano a terra. C’è poesia che la critica considera – chissà poi secondo quali insondabili giudizi – minore e la poesia dei Vati. C’è la poesia di strada e la poesia amatoriale, la poesia declamata dalla voce dei grandi attori e quella letta negli happening delle librerie. Ma ogni poesia noi la sentiamo “a pelle”, ne comprendiamo la grandezza già dalla prima lettura: ha ragione Dino Buzzati, che propone questo suo personalissimo metodo per riconoscerla. Siamo in grado di provare un’emozione, e questo è il segno che una poesia ha colto il bersaglio.

Certo, sembra un po’ superficiale il metodo di Buzzati, ma non è peregrino. In fondo lo usa anche il Nobel messicano Octavio Paz: “Capire una poesia vuol dire, in primo luogo, udirne il suono”.

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Olga Cassatt, “Young woman reading”

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LA FRASE DEL GIORNO
Aperto o chiuso, il testo esige l’abolizione del poeta che lo scrive e la nascita del poeta che lo legge. 
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

giovedì 25 novembre 2010

Canto napoletano

 

ALFONSO GATTO

SERA DI NAPOLI

a Paolo Ricci

La canzone dei poveri s'accende
dopo la sera con un lume solo.
E la vecchia città murata al cielo
nella rotonda cupola dell'erba
rispecchia nel suo freddo stacco il giorno
sbiadito dai garofani.
                              Dispera
in un'allegra povertà la voce
sciupata d'una femmina, il fanciullo
che corre sulle case: alle ringhiere
tese nei fili ancor si spoglia il bianco
riverbero dei muri e tocca il capo
fatto già d'ombra a una donna uscita
al suo balcone d'aria con la mano
dolcissima sul petto.
                             Basta il vento
l'ultimo vento della sera ai lumi
che tornano dal mondo, a quell'odore
sbiadito di garofano se il cuore
trema ogni volta d'apparire al canto
triste che cerca la felicità.

(da “Tutte le poesie”, Mondadori, 2005)

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Alfonso Gatto è stato definito da Giuseppe Langella “il poeta del canto fioco”: in questi versi, poi esclusi da “Poesie 1941”, risalta come la sua immagine sia davvero azzeccata. Questa Napoli antica, questa Napoli sospesa tra le due guerre mondiali, rivela la sua anima intima: anche la povertà sa farsi allegra, sa esprimersi nel canto che si disperde tra gli stretti vicoli entro le mura, che passa sopra i panni stesi, che vola sopra le corse degli scugnizzi. È un canto triste, costretto a essere tale dalle contingenze, ma soave, dolcissimo, intriso della speranza che in qualche modo, in qualche angolo, in qualche tempo si possa raggiungere la felicità.

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Fotografia © DR

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Così la vita affiora / nella memoria al bene / tranquillo di quest’ora / e tutte le sue pene. 
ALFONSO GATTO, Poesie

mercoledì 24 novembre 2010

Potente e pronta, dritta e diagonale

 

PRIMO LEVI

SCACCHI

Solo la mia nemica di sempre,
l’abominevole dama nera
ha avuto nerbo pari al mio
nel soccorrere il suo re inetto.
Inetto, imbelle, pure il mio, s’intende:
fin dall’inizio è rimasto acquattato
dietro la schiera dei suoi bravi pedoni,
ed è fuggito poi per la scacchiera
sbieco, ridicolo, in passetti impediti:
le battaglie non son cose da re.
Ma io!
Se non ci fossi stata io!
Torri e cavalli sì, ma io!
Potente e pronta, dritta e diagonale,
lungi portante come una balestra,
ho perforato le loro difese;
hanno dovuto chinare la testa
i neri frodolenti ed arroganti.
La vittoria ubriaca come un vino.

Ora tutto è finito,
sono spenti l’ingegno e l’odio.
Una gran mano ci ha spazzati via,
deboli e forti, savi, folli e cauti,
i bianchi e i neri alla rinfusa, esanimi.
Poi ci ha gettati con scroscio di ghiaia
dentro la scatola buia di legno
ed ha chiuso il coperchio.
Quando un’altra partita?

9 maggio 1984

(da “Ad ora incerta”, Garzanti, 1984)

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Gli scacchi sono più di un gioco, sono un’affascinante battaglia che si svolge sulle 64 caselle della scacchiera. Ci sono giochi per computer che simulano realisticamente gli attacchi portati ai pedoni, agli alfieri, ai cavalieri. C’è la partita storica che si svolge a Marostica nella celebre piazza che riproduce una scacchiera, giocata da pezzi in carne e ossa.

Primo Levi, l’indimenticato autore di “Se questo è un uomo” e “La tregua” qui si cimenta con la poesia e descrive una partita a scacchi in forma di battaglia facendo parlare quello che è il pezzo più potente, la Donna – in questo caso quella bianca. La figura del Re non ne esce per niente bene: un inetto, imbelle, incapace di comandare, sempre intento a nascondersi dietro i pedoni, a difendersi con piccoli passi. Lei invece, “potente e pronta, dritta e in diagonale”, in grado di muoversi per tutto il campo, di sbaragliare ogni avversario, fino alla vittoria finale del Bianco.

Poi tutto finisce, bianchi e neri si mischiano alla rinfusa nella scatola di legno, in attesa di un’altra partita, di un’altra battaglia.

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Immagine © Lanny Wu

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LA FRASE DEL GIORNO 
- Ma qual è la principale qualità del giocatore di scacchi? – L’immaginazione.
ANDRÉ CHERON, Gli scacchi per il principiante

martedì 23 novembre 2010

Un solco tra due regni

 

LEONARDO SINISGALLI

IL GUADO

Restano poche frasi,
le più turpi, e il sapore
delle unghie nella bocca.
Resta nella vita quest'afa
che ci soffoca, il tempo
insensato tra due estati.
Il torrente era carico di libellule,
le acque basse e rapide,
un solco tra due regni,
un confine, un segno.
Fu un sogno breve, sonno
di banditi, poi l'inverno, la neve,
la vecchiezza e i colpi alle reni
più fitti.

(da “Le età della luna”, Mondadori, 1962)

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Ha superato la soglia dei cinquant’anni Leonardo Sinisgalli quando scrive questi versi: il tempo che sembra avere perso di valore è una fuga di giorni da togliere il fiato, è un arco che allontana la memoria, la buona memoria dell’infanzia e dell’adolescenza, della gioventù che abbiamo visto in “Mi ricorderò di questo autunno”. Diventa amaro allora volgersi indietro, ritrovare quel torrente della Lucania che apriva la strada al sogno dei bambini, che spalancava regni fiabeschi nelle campagne potentine. Ora il guado è un altro, altra è la frontiera da passare.

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Fotografia © Javed Iqbal

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LA FRASE DEL GIORNO
Un bel fuoco / è una poesia riuscita. / Si sta incerti dell'esito.
LEONARDO SINISGALLI, Dimenticatoio

lunedì 22 novembre 2010

Del conoscere se stessi

 

La persona che conosciamo meglio – o che dovremmo conoscere meglio – è quella con cui siamo in contatto ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, senza ferie e vacanze: siamo noi stessi. Ma non è facile per nulla definirsi, né siamo sempre in grado di sapere come reagiremmo in una determinata situazione.

Se l’imperativo posto sul tempio di Apollo a Delfi, attribuito ai Sette Savi, è “Conosci te stesso”, forse facile per filosofi della loro tempra e per il loro contemporaneo Lao Tzu: “Chi conosce gli altri è saggio; / Chi conosce se steso è illuminato”. Già Miguel de Cervantes nel Chisciotte ci ricorda che “Conoscere bene te stesso è la conoscenza più difficile che possa immaginarsi”.  Va ancora oltre H.D. Thoreau: “Osservare se stessi è difficile quanto guardare indietro senza voltarsi”. Perché, come chiosa Luigi Pirandello in una delle sue novelle: “Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa”.  André Gide così commenta: “Conosci te stesso. Massima tanto perniciosa quanto brutta. Chiunque si osservi arresta il proprio sviluppo. Il bruco che cercasse di «conoscersi bene» non diventerebbe mai farfalla”.

C’è chi si lancia in questa conoscenza di sé, che si mette alla prova, chi si pone domande alle quali risponde con sofferenza, come il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez: “Che solo mi ascolti io di dentro”; e c’è chi svicola, fa finta di nulla e continua a vivere ignorando chi veramente sia, come spiega Joseph Conrad in Lord Jim: “È mia convinzione che nessuno capisca fino in fondo gli elaborati stratagemmi ai quali ricorre per evitare l'ombra sinistra della conoscenza di sé”.  E naturalmente c’è chi scende a compromessi, come racconta Fëdor Dostoevskij nelle Memorie del sottosuolo: “Un uomo evoluto e perbene non può essere vanitoso senza essere illimitatamente esigente verso sé stesso e senza disprezzarsi in certi momenti fino all'odio”. I santi siedono tranquilli e osservano questo viavai: “E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e non pensano a se stessi” dice Sant’Agostino nelle Confessioni.

In conclusione, “Ciascuno di noi è quello che le sue vicende hanno creato”, come ci rammenta Umberto Eco nell’Isola del giorno prima. Ma le parole secondo me più saggie sono ancora una volta quelle di Seneca, scritte all’amico Lucilio: “Mi chiedi qual è stato il mio progresso? Ho cominciato a essere amico di me stesso”.

Anche perché, come si dice nel Troilo e Cressida di William Shakespeare, “Le ferite che ci si fa da se stessi guariscono male”.

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Fotografia © Immanuel Giel

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LA FRASE DEL GIORNO 
Per conoscere se stessi è necessario conoscere gli altri.
LUDWIG BÖRNE, Critiche

domenica 21 novembre 2010

Sera d’autunno

 

FËDOR TJUTČEV

SERA D'AUTUNNO

Nella chiarezza v'è delle autunnali
sere un tenero, un misterioso incanto:
lo splendore degli alberi sinistro,
il languido frusciare delle foglie
porporine, il velato e calmo cielo
sopra la terra triste e desolata,
e, annunzio delle prossime bufere,
un brusco, freddo vento qualche volta,
un mancare e sfinirsi - e quel sorriso
mite di sfioritura, su ogni cosa,
che in essere senziente noi chiamiamo
sacro pudore della sofferenza.

(da “Poesie”, Einaudi, 1964 – Trad. Tommaso Landolfi)

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Fëdor Tjutčev (1803-1873) era un diplomatico russo che trascorse molto tempo all’estero nei consolati e nelle ambasciate – per dodici mesi fu anche in Italia, a Torino. I suoi versi però rimasero a lungo sconosciuti: furono i simbolisti a riscoprirli nei primi anni del Novecento. Tjutčev dà il meglio quando esprime la sua profonda inquietudine, quando riesce a rispecchiarla nella fragilità delle stagioni, nella tristezza che ci recano il clima e le atmosfere. E non è l’autunno la stagione più triste? Non è la sera il momento più languido della giornata, quando le riflessioni si fanno più acute e ci troviamo a porre domande davanti allo splendore dell’infinito?

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Fotografia © Albena Markova

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LA FRASE DEL GIORNO 
Fatica d'amore, tristezza, / tu chiami una vita / che dentro, profonda, ha nomi / di cieli e giardini. 
SALVATORE QUASIMODO, Acque e terre

sabato 20 novembre 2010

Parlano poco gli alberi

 

EUGENIO MONTEJO

GLI ALBERI

Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.
Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.

È difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un'altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.

(da “Alcune parole”, 1976)

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Eugenio Montejo è un diplomatico venezuelano nato a Caracas nel 1938. Le sue poesie descrivono un mondo di lussureggiante natura, dove animali e piante a poco a poco si ergono a simboli, trascendendo dal loro essere parte del mondo per diventare corrispondenze, analogie, puri segni espressivi. Così questi alberi e il loro linguaggio a noi incomprensibile riescono a rendere la nostra posizione di fronte al creato, la nostra incapacità di coglierne il senso ultimo. Come osservatori, non possiamo fare altro che contemplare e registrare gli eventi, ben sapendo che la vita pienamente vissuta è quella degli animali, è quella delle piante.

 

Fotografia © Teignbridge

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LA FRASE DEL GIORNO
Credo nella vita come territudine, / come grazia o disgrazia. / - Il mio desiderio più grande fu quello di nascere, / e ogni volta continua ad aumentare.
EUGENIO MONTEJO, Territudine

venerdì 19 novembre 2010

Cos’è la poesia? (XVIII)

 

EMILY DICKINSON

FU QUESTO UN POETA

Fu questo un poeta - colui che distilla
un senso sorprendente da ordinari
significati, essenze così immense
da specie familiari

morte alla nostra porta
che stupore ci assale
perché non fummo noi
a fermarle per primi.

Rivelatore d'immagini,
è lui, il poeta,
a condannarci per contrasto
ad una illimitata povertà.

Della sua parte ignaro,
tanto che il furto non lo turberebbe,
è per se stesso un tesoro
inviolabile al tempo.

(da “Poesie” – Trad. Margherita Guidacci)

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Proseguiamo l’indagine: che cos’è la poesia? È anche la grande capacità del poeta di rivelare, di rendere evidente quello che si può cogliere fino al limite impenetrabile del mistero. È l’abilità nell’appropriarsi di una sensazione e di renderla “visibile”, di trascriverla in immagini. I poeti si stupiscono quando gli si fa notare tutto ciò: non sembrano neppure consci di questo loro dono, non sanno di elevarsi dall’ordinario per illuminare con i loro raggi la realtà. “Il soprannaturale è soltanto il Naturale rivelato” per usare le parole della stessa Emily Dickinson.

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Carl Spitzweg, “Il povero poeta”

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LA FRASE DEL GIORNO
Sai afferrare le crespe / Del prato, quando il vento / Vi avvolge le sue dita? /Iddio provvederà / perché non ti riesca.
EMILY DICKINSON, Poesie

giovedì 18 novembre 2010

Il cammino dei poeti

 

MARINA CVETAEVA

IL POETA, 1

Il poeta - da lontano conduce il discorso.
Il poeta - lontano conduce il discorso.

Per pianeti, per segni, per botri
di indirette parabole... Fra il
e il no
lui - persino volando giù dal campanile -
rimedia un appiglio... Poiché il cammino delle comete

è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della casualità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto
disperatevi! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.

Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso e sul conto;
lui è quello che
domanda
dal banco
chi demolisce Kant,

chi c'è nella bara di pietra della Bastiglia -
com'è l'albero nella sua bellezza...
Quello le cui tracce si dileguano sempre,
quel treno a cui tutti
arrivano tardi...
                Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando - esplosione e scasso -
il tuo sentiero crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario!

8 aprile 1923

(da “Dopo la Russia”, 1928)

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“Marina era assolutamente eccezionale, sorprendente, peculiare. Essa viveva fuori della vita quotidiana e fuori della logica, in un mondo proprio, da lei creato…” scriveva di Marina Cvetaeva la memorialista Zachovskaja. Quel mondo, naturalmente, era la poesia. L’unico appiglio al mondo, l’unica chiave per leggere l’esistenza: Marina esiste solo in quanto scrive dei versi.

Ilia Ehrenburg scrive di lei: “Ho incontrato molti poeti nella mia vita e conosco lo scotto che l’artista paga per la sua passione; ma, se non sbaglio, nei miei ricordi non esiste un’immagine più tragica di quella di Marina. Nella sua biografia tutto appare incerto, illusorio: le sue idee politiche, i giudizi critici, i drammi personali; tutto, tranne la poesia”. Eccolo ancora qui, il punto fermo: la poesia. Ed è alla luce di queste due testimonianze che possiamo allora leggere questi versi, l’eccezionalità di essere poeti, l’impossibilità di confinare un poeta dentro schemi o catene, il dono che permette di svincolarsi dalla corporeità terrestre, dagli innamoramenti, dalle follie, dalle morbose passioni.

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Irene Salvatori, “Il sonno del poeta”

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LA FRASE DEL GIORNO
Mondo, cerca di capire! Il poeta – nel sonno – scopre / la legge della stella e la formula del fiore.
MARINA CVETAEVA, Don Juan

mercoledì 17 novembre 2010

Michaux e la vita

HENRI MICHAUX

MIA VITA

Te ne vai senza di me, mia vita.
Tu scorri.
Ed io ancora attendo di fare un passo.
Porti altrove la battaglia.
Mi abbandoni così.
Io non ti ho mai seguita.
Non vedo chiaro nelle tue offerte.
Il poco che voglio, tu non lo porti mai.
Per questa assenza, io desidero tanto.
Tante cose, anche l'infinito...
Per colpa di quel poco che manca, che tu non porti mai.

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C’è chi si accontenta di quello che ha e chi tende sempre ad avere qualcosa di più. Può essere un bene desiderare, anzi, lo è. Sperare, spalancare le finestre del futuro e vederci nuovi orizzonti. Ma Henri Michaux, (1899-1984) pittore e scrittore belga scoperto da Gide, non fa nulla per ottenere quello che desidera: attende, lascia che la vita scorra e resta lì seduto a guardarla andarsene via. Quello che gli rimane è un guscio vuoto, un nulla che si riempie di ansia: Michaux non trovò altra soluzione che ricorrere alla droga come mezzo artistico, dal 1955 compose le sue opere scientificamente sotto l’effetto allucinogeno della mescalina e dell’LSD.

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Henri Michaux, “La plume du peintre”

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LA FRASE DEL GIORNO
Si vive una sola volta sola. E qualcuno, neppure una.
WOODY ALLEN, Citarsi addosso

martedì 16 novembre 2010

Decadenza

 

PAUL VERLAINE

LANGUORE

a Georges Courteline

Sono l'Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d'oro.

Soletta l'anima soffre di noia densa al cuore.
Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
O non potervi, debole e così lento ai propositi,
e non volervi far fiorire un po' quest'esistenza!

O non potervi, o non volervi un po' morire!
Ah! tutto è bevuto! Non ridi più, Batillo?
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!

Solo, un poema un po' fatuo che si getta alle fiamme,
solo, uno schiavo un po' frivolo che vi dimentica,
solo, un tedio d'un non so che attaccato all'anima!

(da “Jadis et naguère”, 1884 – Trad. L. Frezza)

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Questo sonetto di Paul Verlaine è sicuramente uno degli esempi più lampanti del Decadentismo: riesce a spiegare appieno quelli che sono i principi fondamentali dell’arte decadente attraverso lo stratagemma di usare un quadro oggettivo, quello dell’Impero romano nei giorni della sua decadenza. Intorno si svolgono battaglie, gli invasori sono ormai in città ma tutto è sentito lontano, visto come attraverso un vetro opaco; la voglia di vivere, di essere parte della storia non c’è più, tutto si perde in quel vuoto interiore che inghiotte ogni cosa, persino l’arte – Batillo è un celebre mimo di Alessandria, persino la poesia.

Ed è proprio quell’atmosfera che Verlaine ricrea nella sua sensibilità poetica: l’incapacità di rapportarsi attivamente con la realtà, l’ozioso abbandono alla noia e al languore, allo spleen così caro a Baudelaire, l’indolente debolezza, l’affascinata contemplazione di qualcosa che finisce, la conseguente contemplazione della morte. Ciò che rimane è solo il frivolo virtuosismo di un acrostico.

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Lord Leighton, “Flaming June”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tuo verso sia la cosa involata / che si sente fuggire da un’anima avviata / verso altri cieli, ad altri amori.
PAUL VERLAINE, Jadis et naguère

lunedì 15 novembre 2010

Una villa abbandonata

 

CORRADO GOVONI

VILLA CHIUSA

ne la campagna romana

So d'una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d'un poeta
che vive in solitudine forzata.

La circonda una siepe, e par murata,
di amaro bosso, e l'ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.

Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d'una lente.

Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.

(da “Le fiale”, Lumachi, 1903)

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“Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore, i mendichi pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli autunni melanconici pieni di addii, le primavere dei collegi quasi timorose, le campagne magnetiche, le chiese dove piangono indifferenti i ceri, le rose che si sfogliano sugli altarini nei canti delle vie deserte in cui cresce l’erba; tutte le cose tristi della religione, le cose tristi dell’amore, le cose tristi del lavoro, le cose tristi delle miserie”: Corrado Govoni stila un prontuario della sua poetica in questa lettera a Gian Pietro Lucini del 1904. Il Crepuscolarismo si va trasformando in Futurismo: di lì a poco Govoni passerà alle “Rarefazioni e parole in libertà”, alla poesia visiva. Qui quel disinvolto uso dell’analogia, quel rifiuto delle canoniche sublimazioni poetiche è solo accennato. Vi possiamo leggere anche Palazzeschi, con la sua fontana malata, con i suoi palazzi misteriosi. Quello che più risalta è la scelta di un luogo per simboleggiare uno scenario di decomposizione, di appassimento: e Govoni mette a frutto tutta la sua abilità stilistica nel ricreare l’atmosfera, giocando con una serie di aggettivi (chiusa, abbandonata, segreta, disseccata, intisichita, arrugginita). Una poesia immobile come un dipinto, non fosse quella vecchia banderuola che gira senza fine.

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James Wiens, “Lavender Villa”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Un’opera meravigliosa di stregoneria. / Così vorrei che per te fosse, la mia povera / impotente schiacciata poesia.
CORRADO GOVONI, Il flauto magico

domenica 14 novembre 2010

Dono dell’avara infanzia

 

SERGIO SOLMI

SE PUR FATICHE E SOGNI

Se pur fatiche e sogni
e la mesta ubbidienza me malvivo
fanno, e rare tue fronde, poesia,
un'ultima gaiezza mi soccorre
e brevemente il mio deserto illude.
Sorriso estremo, labile
zampillo d'acque che dal perso tempo
smorzato appena insorge, e i duri raggi
del dispietato sole di mia vita
fa un attimo brillare,
ultimo dono dell'avara infanzia,
questo: giocare.
 
(da “Fine di stagione”, Carabba, 1933)

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Ecco ancora il bambino che è in noi, quello tanto rimpianto da Guido Gozzano, quello inseguito dalla disperazione di Cesare Pavese. Il tempo spensierato dell’infanzia che emerge dal ricordo e sorprende un poeta, allora trentenne: Sergio Solmi (1899-1982), fine intellettuale che nei suoi versi tende spesso a un’improvvisa liberazione dalla realtà, al raggiungimento di una felicità del vivere: “Lasciami il delirante desiderio / che si gonfia in miraggi / e il timido sangue che s’agita ad ogni / soffio” dice ad esempio in “Preghiera alla vita”.

Non so se avete visto il film francese “Il favoloso mondo di Amélie”. Comunque, in una scena, la sognante Amélie scopre fortuitamente in un nascondiglio del suo appartamento una scatola con i giochi che erano appartenuti tanto tempo prima ad un ragazzo. Indaga presso i vecchi inquilini dello stabile e riesce a rintracciarlo; gli fa ritrovare la scatola in una cabina telefonica. L’emozione di quell’uomo è indescrivibile: è il tempo che si racchiude su se stesso. Ecco, questa emozione, che a tutti noi capita qualche volta di provare ritrovando oggetti o immagini del tempo che fu, è quella che Solmi descrive efficacemente.

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Mary G. Smith, “Watch that window”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il bambino fruisce di una meravigliosa ignoranza, non sospetta la fugacità dei propri privilegi. Si nutre di scoperte, procede secondo il desiderio, riposa nel sogno. Disperato dal peso che andrà facendosi sempre più greve, dei ricordi, dei rimpianti e dei rimorsi, avanza guidato dall'immaginazione istintiva. Per lui il Bene è ciò che è gradevole, il Male è il dolore. Vive, come Adamo ed Eva, nella pienezza dell'Eden.
MAURICE DENUZIÈRE, Louisiana

sabato 13 novembre 2010

Questi giorni di ventura

 

LEONARDO SINISGALLI

MI RICORDERÒ DI QUESTO AUTUNNO

Mi ricorderò di questo autunno
Splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
Curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura
E mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
Farò la storia di questi giorni di ventura,
Di mio padre che a pestar l'uva
S'era fatti i piedi rossi,
Di mia madre timorosa
Che porta un uovo caldo nella mano
Ed è più felice di una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
Piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
Quest'anno non ha avuto fioritura,
E sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
Al quarto di luna. La luna coi corni
Rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre,
Sul palmo aperto della mano guardavo
i solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
Scoppiare il seme nel suo cuore,
Io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
La conca spigata.

(da “Poesie”, Edizioni del Cavallino, 1938)

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È giovane Leonardo Sinisgalli, quando scrive questa poesia: non è ancora trentenne. Probabile che il rifugio agreste di Montemurro, il paese del Potentino dove è nato, sia il luogo in cui si ristora dagli studi di Ingegneria a Roma o dai primi lavori alla “Olivetti” di Milano. Lì, tra le galline e i campi seminati, tra i tini dove invecchia il vino e il granaio, il poeta torna ad essere figlio, a condividere i sogni della madre, “più felice di una sposa” di averlo vicino, e del padre che sogna per lui un letto matrimoniale di ciliegio.

Così quel paesaggio autunnale diventa un tesoro da portarsi nel cuore nelle nebbie cittadine, i giorni trascorsi nel paese natale un’avventura da narrare agli amici che conoscono solo la vita della metropoli. Sono memorie infantili e adolescenziali sullo sfondo senza tempo di quel mondo bucolico dove tutto continua senza sobbalzi, sono gli occhi del padre dove già i semi che tiene in mano diventano un grande campo di grano maturo, diventeranno in “Vidi le Muse” l’Eden in cui “cercar scampo e riposo / Nella mia storia più remota”.

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Thomas Pollock Anshutz, “Il contadino e suo figlio al raccolto”

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LA FRASE DEL GIORNO
Perduta alle spalle, la fanciullezza / si fa più lontana, ombra / Cieca nella polvere.
LEONARDO SINISGALLI, 18 poesie

venerdì 12 novembre 2010

Cos’è l’arte? (XVI)

 


SALVADOR DALÍ

“Quelli che non vogliono imitare qualcosa, non producono nulla.”

Salvador Dalí, “El fantasma de Vermeer de Delft que puede ser usado como una mesa”
olio su tavola, 1934/ St. Petersburg, Salvador Dalí Museum

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VICTOR VASARELY

“Sono uno scienziato che fa ricerca in laboratorio.”

Victor Vasarely, “Zebras”
serigrafia, 1942 / Aix-en-Provence, Fondation Vasarely

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GIORGIO DE CHIRICO

“Un'opera d'arte per divenire immortale deve sempre superare i limiti dell'umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica.”

Giorgio de Chirico, “Canto d’amore”
olio su tela, 1914 / New York, Museum of Modern Arts

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LA FRASE DEL GIORNO
L'opera d'arte nasce dalla rinuncia dell'intelligenza a ragionare il concreto.

ALBERT CAMUS, Il mito di Sisifo

giovedì 11 novembre 2010

Partendo


JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

VIGILIA


Già, al sole opale e vermiglio del molo,
entro il vento piangente della sera
calda e fresca della stagione incerta,
la nave, nera, aspetta.

- Ancora, questa notte, torneremo
a quello che già quasi non è nulla
- dove ogni cosa resta
senza di noi -,
infedeli a noi stessi.
Nera, la nave aspetta -.

Diciamo: Tutto è pronto!
E lo sguardo si volge, tristemente,
cercando non so che, che non è qui con noi,
che non abbiamo visto
e non è stato nostro,
ma è nostro se poteva esserlo stato!

Addio! Addio! Addio! ovunque, senza andar via ancora,
senza volerlo ma quasi partendo!

...Ogni cosa resta con la sua vita,
che resta ormai senza la nostra.
Addio - senza più casa - da domani
a te, e in te, tu ignorata, a me stesso,
a te che non giungesti a me, neanche correndo,
e a cui non giunsi, benché mi affrettassi
- che triste spazio in mezzo! -

...E piangiamo, seduti, senza muoverci,
piangiamo, già lontani, gli occhi contro
il vento e il sole che lottano, folli.


(da “Diario di poeta e mare”, 1917)

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È la sera del 5 giugno del 1916. Juan Ramón Jiménez si trova in una casa di New York. Dopo oltre tre mesi, nei quali ha raggiunto e poi sposato – il 2 marzo nella cattedrale di Saint Stephen - l’amata Zenobia, è ormai il momento di partire: i bauli sono chiusi, la stanza è quasi vuota, fuori si vede il porto, all’ancora la nave che riporterà in Spagna gli sposi. Esplode la nostalgia, una grande inconsolabile nostalgia, espressa da parole che diventano quasi musica: il desiderio di essere altrove e contemporaneamente la voglia di rimanere lì da dove si sta per partire. Un sentimento che non si riesce a esprimere, una perdita, un rimpianto, uno strappo ben noto a Jiménez: “Che lacerazione immensa / quella della mia vita nel tutto, / per stare, con tutto me stesso, / in ogni cosa; / per non smettere di stare, / con tutto me stesso, in ogni cosa!”

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Myles Sullivan, “Room service, Him”

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche l’anima è come la patria, / perdute, in esse, le duplici rive / entro l’oro infinito dell’eterno.
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Diario di poeta e mare

mercoledì 10 novembre 2010

Cos’è la poesia? (XVII)

 

UMBERTO SABA

POESIA

È come a un uomo battuto dal vento,
accecato di neve – intorno pinge
un inferno polare la città -
l'aprirsi, lungo il muro, di una porta.

Entra. Ritrova la bontà non morta,
una dolcezza di un caldo angolo. Un nome
posa dimenticato, un bacio sopra
ilari volti che più non vedeva
che oscuri in sogni minacciosi.
                                                  Torna
egli alla strada, anche la strada è un'altra.
Il tempo al bello si è rimesso, i ghiacci
spezzano mani operose, il celeste
rispunta in cielo e nel suo cuore. E pensa
che ogni estremo di mali un bene annunci.

(da “Il canzoniere”, Einaudi, 1945)

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Un altro capitolo sull’essenza della poesia: Umberto Saba in questi versi che risalgono al periodo 1933-1934, ci svela la potenza taumaturgica della poesia, la sua forza non solo di estraniarci dal mondo, ma anche di mutarne la visione. Quell’uomo che cammina in un paesaggio innevato e freddo – facile pensare a Trieste e alle giornate di bora – è lo stesso Saba, avvolto nella sua tristezza mai sopita. La porta che gli si spalanca è la via d’uscita, è la speranza della poesia: entra in quella stanza calda e vi ritrova il ricordo, lo confessa egli stesso in una delle sue prose: “Col passare insomma degli anni, poche cose mi facevano tanto piacere come ritrovare, intatto nella mia memoria, un sonetto composto da ragazzo o anche la lezione originale di un singolo verso”. Tornare fuori, tornare tra la gente dopo questa esperienza, è ritrovare mutato il paesaggio, sereno il cielo, pieno di speranza il giorno. L’angoscia, quella che gli fa dire “Fu come un vano / sospiro / il desiderio improvviso d’uscire / di me stesso, di vivere la vita / di tutti, / d’essere come tutti / gli uomini di tutti / i giorni”, per il momento almeno è superata. Grazie alla poesia.

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Fotografia © ADN Kronos

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LA FRASE DEL GIORNO
Le mie nebbie e il bel tempo ho in me soltanto; / come in me solo è quel perfetto amore, / per cui molto si soffre, io non piango, // che i miei occhi mi bastano e il mio cuore.
UMBERTO SABA, Il canzoniere, “La solitudine”

martedì 9 novembre 2010

Guido e Ketty

 

GUIDO GOZZANO

KETTY

I.

Supini al rezzo ritmico del panka.

Sull'altana di cedro, il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.

Bel fiore del carbone e dell'acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.

Sputa. Nell'arco della sua saliva
m'irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.

Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,

ma signora di sé della sua sorte
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.

Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l'esplora.

Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l'inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.

II.

Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s'ingemmano di stelle.

Ora di sogno! E Ketty sogna: «...or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?

Da noi procaccia dollari l'inchiostro...»
«Oro ed alloro!...» - «Dite e traducete
il più bel verso d'un poeta vostro...»

Dico e la bocca stridula ripete
in italo-britanno il grido immenso:
«Due cose belle ha il mon... Perché ridete?».

«Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.

(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti.)

Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d'infelici
come quei monni astratti e solitari.

Sui venti giri non degli edifici
vostri s'accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;

sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;

l'arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore...»
Ma intender non mi può, benché m'ascolti,

la figlia della cifra e del clamore.

III.

Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.

Gelido è il braccio ch'ella m'abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l'agile persona...

- «O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l'Illustrious lòchs collection più famosa.

Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...

(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all'ascella
a tratti brevi, come uno stromento)

e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
- «Dischiomerò per Voi l'Italia bella!»

«Manca D'Annunzio tra le mie primizie;
vane l'offerte furono e gl'inviti
per tre capelli della sua calvizie...»

- «Vi prometto sin d'ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti...»

L'attiro a me (l'audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando...)

Imperterrita indulge al resupino,
al temerario - o Numi! - che l'esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,

ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora

il cugino l'attende a giuste nozze.

(da “Poesie sparse”)

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Nel 1912 Guido Gozzano tenta l’estrema carta per vincere la tubercolosi: compie un viaggio in India, “verso la cuna del mondo”, in cerca di climi caldi e salubri che possano guarirlo dalla malattia. E anche lì incontra una di quelle figure femminili che incarnano il suo amore sognato e la sua impotenza sentimentale: come la “Cocotte”, la ciclista Graziella, la Signorina Felicita, l’amica di nonna Speranza, è questa Ketty, ragazza americana in viaggio di piacere a Ceylon.

Forse sono proprio la  libertà e l’emancipazione di questa ragazza americana scarsa di seno e forte come un ragazzo a colpire Gozzano, a fargli considerare Ketty come una icona di questo suo amore: ne rileva la differenza con i gesti da educande delle donne italiane del tempo, ne sente la forza interiore. In quel tramonto orientale, sdraiati sulle chaise-longue mentre le pale del ventilatore ritmano lo scorrere del tempo, i due parlano d’arte, della cultura italiana, il poeta si lamenta dei gazzettieri, della situazione della cultura – già un secolo fa! – e poi si comporta da italiano, ammettendolo pure: insomma, ci prova, convinto di essere ben accetto. Invece trova soltanto schiaffi… L’amazzone forte che fa collezione di capelli di personaggi famosi, che fuma e sputa tabacco, gli dà una lezione di morale.

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Guido Gozzano, “Tramonto in Oriente”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah! Se potessi amare ! Vi giuro, non ho amato / ancora: il mio passato è di menzogne amare.
GUIDO GOZZANO, La via del rifugio, “Il responso”

lunedì 8 novembre 2010

A due passi da casa

 

RABINDRANATH TAGORE

OCCHI PER VEDERE

Viaggiai per giorni e notti per paesi
lontani. Molto spesi
per vedere alti monti, grandi mari.
E non avevo gli occhi per vedere
a due passi da casa
la goccia di rugiada
sulla spiga di grano!

(da “Gitanjali”, 1913)

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Una poesia di grande spiritualità, come lo sono spesso quelle di Rabindranath Tagore (1861-1941), l’indiano Premio Nobel nel 1913. Una prima semplicistica lettura è quella dell’abitudine alla bellezza o dello spregio per le cose di tutti i giorni: si va in posti lontani a cercare la meraviglia quando la si può trovare nei dintorni di casa. Ma c’è una lettura molto più profonda, quella della ricerca esistenziale, della scoperta dell’illimitato e del sacro nella vita quotidiana, dell’immanenza di Dio riflessa nella natura – concetto molto caro a Tagore, che scrive: “Se in qualche modo sono riuscito a comprendere Dio, se la visione di Dio mi è stata concessa, devo avere ricevuto la visione attraverso questo mondo, attraverso l’uomo, attraverso gli alberi, gli uccelli, gli animali, la polvere e il terreno”. Attraverso una goccia di rugiada su una spiga di grano…

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Fotografia © ABC News

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LA FRASE DEL GIORNO
La mia religione è la religione del poeta.
RABINDRANATH TAGORE, Hibbert Lectures

domenica 7 novembre 2010

L’Oriente e l’Occidente

 

ADONIS

ORIENTE E OCCIDENTE

Una cosa si era distesa nel cunicolo della storia
una cosa adorna, esplosiva
che trasporta il proprio figlio di nafta avvelenato
al quale il mercante avvelenato intona una canzone
esisteva un Oriente simile a un bambino che implora,
chiede aiuto
e l’Occidente era il suo infallibile signore.

Questa mappa è mutata
l’universo è un fuoco
l’Oriente e l’Occidente sono una tomba
sola
raccolta dalle sue ceneri.

(da “Memoria del Vento”, Guanda, 1998)

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Questa poesia è del 1968. A noi che la leggiamo adesso, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e le guerre in Iraq e in Afghanistan, risuona premonitrice, piena di una forza profetica. Ma se c’è speranza di superare questa contrapposizione tra l’Oriente e l’Occidente è grazie a persone come Adonis, il poeta siriano ottantenne più volte indicato come favorito al Premio Nobel: dal suo esilio di Parigi scrive versi moderni in un arabo classico e proclama la sua laicità attingendo alla tradizione religiosa e mistica, vive in Occidente ma è orgoglioso della sua nazionalità. Come se dicesse: l’unica strada è quella della convivenza, occorre vivere assieme per superare le paure, conoscersi per rispettarsi.

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  Immagine © Digital Arts Studios

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LA FRASE DEL GIORNO
Non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono.
JOHANN WOLFGANG GOETHE, Le affinità elettive

sabato 6 novembre 2010

Uno, doje, tre e quattro

 

“Viviana conosce solo Vincenzo. E anche Carmela. Vincenzo conosce Carmela e Viviana ma non Daniele, che non conosce nessuno dei tre. Eppure Viviana, Carmela, Daniele e Vincenzo scrivono un libro figlio di un blog figlio di un libro che detto così sembra il remake di «Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo». Il tutto senza trucco e senza inganno. Come è possibile? E, anche, perché? La risposta in “Uno, doje, tre e quattro”, la storia di quattro @mici che diventano amici raccontando se stessi, le loro idee, le loro esperienze e le loro differenze - età, politica, studi, città, passioni, modi di pensare e di scrivere - attraverso le pagine di un blog. Il risultato? Un libro avvolgente, scritto con il linguaggio delle passioni e delle ragioni, in cerca di radici e di futuro. Si, “Uno, doje, tre e quattro” è tutto questo e ancora di più, perché in questo gran parlare di cosa cambia e cosa invece no nell'era dei social network, in questa guerra poco entusiasmante e ancora meno convincente tra gli ultras del «toccare» e quelli del «taggare», il volume è anche il segno di un passaggio e di una possibilità. Il passaggio dal mondo degli atomi a quello dei bit, e ritorno. La possibilità di produrre contenuti e non solo consumarli, come invece avveniva nella fase precedente”.

Non avevo mai pensato di aprire un blog: ora ne ho più di uno. Non avevo mai pensato di scrivere un libro: ora invece eccolo qui, come lo presenta la scheda della casa editrice che lo promuove. Le magie che l’evoluzione tecnologica, accelerata negli ultimi decenni, ha portato nelle nostre vite hanno consentito a quattro persone che neanche si conoscevano – e ancora io non conosco personalmente, almeno fino alla presentazione di Napoli del 16 novembre prossimo,  gli altri tre autori – di scrivere un libro assieme. Con Vincenzo Moretti, il sociologo autore di “Enakapata”, Viviana Graniero e Carmela Talamo, abbiamo dato vita a quella che in principio poteva sembrare un’illusione, ma che strada facendo ha messo radici ed è diventata “Uno, doje, tre e quattro”. Vincenzo Moretti racconta le motivazioni: “Certo, le nuove tecnologie ci azzeccano, ma ridurre la cosa a una faccenda di blog e di posta elettronica sarebbe un clamoroso errore, perché quello che veramente è cambiato in questo controverso nuovo mondo nato con l’internet è l’aumento esponenziale del numero di persone che hanno la possibilità non soltanto di consumare contenuti, ma anche di crearli, di produrli. È un passaggio, questo dal consumo alla creazione - produzione, che è tanto più importante perché avviene qui e ora, in un mondo cioè nel quale i contenuti, le informazioni, la conoscenza rappresentano il cuore della sfida competitiva in atto a ogni livello”.

Una sfida che lui ha avviato la vigilia di Pasqua del 2010 tra una pastiera e una torta pasqualina e che noi abbiamo raccolto: “Viviana, Carmela e io abbiamo dato fiducia a quest’uomo che avremmo potuto prendere per visionario, ma che abbiamo invece valutato come un lucido analizzatore dei tempi e dei media. Abbiamo intrapreso questa «follia» sapendo che era la costruzione di qualcosa di nuovo, e lo abbiamo fatto sostenendoci, alla Isaac Newton, sulle spalle dei giganti per vedere più lontano”. Siamo partiti dal social network, da Facebook per la precisione, con la nostra astronave e abbiamo toccato qua e là i pianeti che ci si presentavano: in “Uno, doje, tre e quattro” c’è la ricerca scientifica, c’è il rapporto tra Nord e Sud con il fenomeno leghista, c’è la poesia, ci sono le radici e le nostalgie, ci sono domande e risposte sul perché si scrive e sul perché i cervelli italiani preferiscano fuggire all’estero, c’è il tifo, c’è persino la gestione della spazzatura. Non ci credete? Leggete cosa scrive Carmela Talamo: “Ritorno all’argomento smaltimento rifiuti per dire che Somma Vesuviana è un piccolo esempio, sicuramente ci sono ancora tante cose da migliorare, sicuramente ci sono ancora tante domande a cui si deve dare una risposta ma, come ho detto, da qualche parte bisogna pur iniziare, e iniziare dalle persone di buona volontà continua a sembrarmi una bella cosa. Sì, me ne convinco ogni giorno di più: ci vuole gente che non si arrende alle pur mille difficoltà che la nostra bella terra ci impone in ogni circostanza, gente che ogni giorno cerca di fare comunque un passo avanti, fosse anche piccolo piccolo, non importa, basta che sia fatto nella giusta direzione. Mi piace la gente che riesce a fare, a distinguersi, ad andare oltre, contribuendo così a spazzare via un po’ di sporcizia dalla nostra napoletanità”.

Dimenticavo: c’è anche un’ampia pagina dedicata ai giochi di parole, ai tautogrammi e agli acrostici: lasciamo la parola a Viviana Graniero, l’esperta del gruppo in questo campo: “Quando mi viene in mente un racconto, una cosa da scrivere, una storia da scarabocchiare, in genere quello che ne esce è sempre qualcosa di ironico, giocoso. Ormai credo di avere la mente deformata, intrecciata dalle regole linguistiche, dalle restrizioni e dalle (il)limitazioni della letteratura potenziale. Che cosa può esserci di più meraviglioso? Arrivare fin dove si può e anche oltre, giocare senza fermarsi mai, perché, potenzialmente, per l’appunto, le possibilità della nostra lingua non hanno confini”.

Non hanno confini neppure le nostre connessioni: in un secondo possiamo colloquiare con persone che si trovano a New York o a Parigi o nel Borneo. Il vero senso del libro è questo: gli autori uno, due, tre e quattro insieme da svariati punti d’Italia senza neppure sedersi davanti a un tavolo. Neuroni e fibre ottiche. È il futuro, bellezza…

 

VENITE A TROVARCI SULLA PAGINA FACEBOOK DI “UNO, DOJE, TRE E QUATTRO…

.Titolo: Uno doje tre e quattro
Editore: Ediesse
Distributore: PDE
Codice ISBN: 9788823015258

PRESENTAZIONE: 16 NOVEMBRE 2010
NAPOLI: La Feltrinelli, Via Santa Caterina a Chiaia, 23

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere vuol dire manifestare il proprio essere, dare un significato alle azioni di tutti i giorni. Vuol dire anche cercare di circoscrivere la realtà, racchiudere l’universo o almeno la parte che riusciamo a comprenderne, intrappolarla come acqua in un bicchiere. Una parte infinitesima mentre oceani rimangono ancora là fuori.
V. GRANIERO, C. TALAMO, D. RIVA e V. MORETTI, Uno, doje, tre e quattro

venerdì 5 novembre 2010

Per avanzare nell’enigma

 

ANTONELLA ANEDDA

IN UNA STESSA TERRA

a Mauro Martini

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell'ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l'attesa marina - senza grido - infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell'enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera -
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

(da “Notti di pace occidentale”, Donzelli, 1999)

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“Antonella Anedda (Anedda-Angioy) è nata a Roma da una famiglia sardo-corsa. Si è laureata in storia dell’arte studiando tra Roma e Venezia. Ha insegnato presso l’Università di Siena. Attualmente vive tra la Sardegna e Roma dove lavora part-time a scuola”. Così la stessa poetessa si presenta nella sua pagina Facebook.

Questi versi sono la dichiarazione di una poetica. In un’intervista rilasciata a Niederngasse 16, Antonella Anedda specifica meglio: «Che la poesia sia un messaggio in bottiglia affidato al mare e destinato a un interlocutore vicino o sconosciuto è anche un’immagine ripresa da Paul Celan (e da Mandel’stam). Scherzando direi che non sono sicura che il poeta scriva sul biglietto: “Io esisto”; forse scrive: “Tu, mondo, esisti”; o forse: “Siamo tutti in questo naufragio, su questa isola”. E se torna a scrivere “Io sono”, ci mette un punto interrogativo. Non penso che il poeta sia il solo e unico che si sforzi di attestare la propria esistenza; anzi, probabilmente scrive perché non è certo di esistere, perché sa che siamo, in realtà, spettri. Conosce, come Virgilio, come Kafka, la vanità delle opere, sa che in fondo sono nulla. A proposito di Kafka, c’è una frase che spiega, presumo, quello che intendo: “Tra te e il mondo, vedi di scegliere il mondo”. Dire, scrivere “Io esisto” è tipico della gioventù. Se poi nella bottiglia si infila un canto che riguarda l’isola, e quella parte di io che la contempla e la pensa, allora va bene metterla in mare».

Scrivere per penetrare l’enigma allora, per tentare di aprire un varco che, se non ci mostrerà il significato del reale, almeno ne rischiarerà una parte. Scrivere come condivisione, come partecipazione alle passioni e alle sofferenze del mondo.

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Fotografia © Halcyon Health

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LA FRASE DEL GIORNO
Per questo scrivo con riluttanza / con pochi sterpi di frase / stretti a una lingua usuale / quella di cui dispongo per chiamare / laggiù perfino il buio / che scuote le campane.
ANTONELLA ANEDDA, Notti di pace occidentale

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