sabato 31 luglio 2010

La solitudine di Carrera Andrade

JORGE CARRERA ANDRADE

IL GABBIANO E LA SOLITUDINE

Quaderno bianco del mare,
il gabbiano o un messaggio
si spiega nel volo
in due fogli di viaggio.

La sua sorella marittima,
la solitudine, lo guarda
e, in una speranza vana,
sulla costa sospira.

Insetti e piante
si impigliano al suolo:
iniziali ritorte
di una nostalgia sotterranea.

Qui, nel mezzo, vivo
con gli uccelli marini,
prigioniero di me stesso,
compagno delle rovine,

e guardando e sentendo
solo la pioggia armata
batto la solitudine
con la sua spada liquida.

(da “Obra poetica completa”, 1972)

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Di Jorge Carrera Andrade, poeta e diplomatico ecuadoriano (1902-1978), lo scrittore americano William Carlos Williams aveva rilevato: “Non ricordo un’altra occasione in cui abbia trovato un posto così limpido e libero dal tormento dello spirito che è diventato il nostro pane quotidiano. Le immagini di Jorge Carrera Andrade sono così straordinariamente chiare, così connesse al primitivo che immagino di essere… prendendo parte a una visione già perduta del mondo. È un posto malinconico e maestoso”.

Eccolo allora questo posto, il buen ritiro di Carrera Andrade a ridosso del mare ma ancorato alla terra, dove gli spettacoli della natura offrono al poeta, immerso nella magia di questa atmosfera, la possibilità di cogliere gli aspetti dell’universo, di investigare il cosmo e tutte le sue regole. Prigioniero di se stesso, ma contraddittoriamente libero…

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Fotografia © Luke Tuddenham

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LA FRASE DEL GIORNO
La solitudine è indipendenza.

HERMANN HESSE, Il lupo nella steppa

venerdì 30 luglio 2010

Tutto, parola sfrontata

 

WISLAWA SZYMBORSKA

TUTTO

Tutto -
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta tra virgolette.
Fa finta di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

(da “Attimo”, 2002).

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“Tutto è relativo” ci capita talora di dire o di sentire. Come lo direbbe un poeta? Come lo dice la poetessa polacca Wislawa Szymborska in questi versi. L’immensamente grande, l’universale che ogni cosa include e comprende, l’intera quantità, l’intero numero, l’intero complesso che non esclude nulla. Eppure, anche il tutto, il vocabolo borioso che alla poetessa non piace, diventa piccolo davanti all’infinito, all’essenza stessa della vita, misero rimasuglio che sventola nella bufera…

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Immagine © Walaper Menu

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LA FRASE DEL GIORNO
Il cuore umano è grande abbastanza da contenere tutto il mondo. Ed è abbastanza animoso da reggerne il peso, ma dov'è il coraggio per sbarazzarsene?

JOSEPH CONRAD, Lord Jim

giovedì 29 luglio 2010

Il Kokinshū

Il Kokinshū, abbreviazione di Kokin Wakashū, è un’antologia poetica giapponese ideata dall’imperatore Uda, che regnò nel decennio 887-897, e realizzata da suo figlio Daigo, sul trono imperiale dall’897 al 930. Il nome dell’antologia significa letteralmente “Collezione di poesie giapponesi dei tempi antichi e moderni”.

Raccoglie waka, tanka e qualche choka, le forme di poesia nipponica più diffuse insieme all’haiku. I poeti che vi compaiono sono quelli che bazzicavano la corte: Ki no Tsurayuki era il leader, poi venivano Ki no Tomonori, Ōshikōchi Mitsune e Mibu no Tadamine, tutti membri della nobiltà media e bassa. Tra i 1111 componimenti ve ne sono anche molti anonimi. L’antologia è la più interessante tra le altre coeve - Ryoounsha, Bunka Shurureishuu e Keikokushuu – per il fatto che le poesie che la compongono furono tutte scritte per la prima volta in giapponese, distaccandosi così dalla scrittura cinese diffusa prima di quel momento. Il fatto che sia stata ordinata dalla più alta autorità politica è inoltre segno di voler preservare l’entità culturale della poesia come forma di tradizione. Ki no Tsurayuki lo intuì, infatti così scrisse: “Dureranno come i torrenti che scendono dalle montagne, daranno luogo a altri poemi così numerosi come i granelli di sabbia che ci sono nelle spiagge, e daranno diletto fino a quando i ciottoli si trasformeranno in rocce”.

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ANONIMI

Il fiume Yoshino
questo monte Imose
scorrendo taglia.
Così il fiume del mondo
separa gli amanti.

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Anche nel sogno
è difficile per me
vedere il mio Amore.
Non dorme?
O mi ha dimenticato?

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Tanto dolcemente
versi i tuoi petali,
fiore di ciliegio.
Com’è atroce e duro quanto
in questo mondo resta!

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KI NO TSURAYAKI

Il vento che passa
per il bosco ombroso
fa più pesante
la mia tunica con
l’odore dei fiori.

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Il fiore di ciliegio,
ecco pare sbocciato.
Lassù, tra le valli
di montagna,
si vedono candide nubi.

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FUN-YA NO YASUHIDE

Rara è la fortuna
di chi si crogiola al sole
un giorno di primavera,
come potrei ancora lamentarmi
se la neve mi cade sulla testa?

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Disegni di Hokusai, Kuniyoshi e Kunisada

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia giapponese ha i suoi semi nel cuore umano.
KI NO TSURAYUKI, Kokinshū

mercoledì 28 luglio 2010

Borges e il soldato

JORGE LUIS BORGES

UN SOLDATO DI LEE

L’ha raggiunto una palla sopra la riva
D’una chiara corrente di cui il nome
Ignora. Cade bocconi (è vera
La storia, e più d’un uomo fu quell’uomo.)
La brezza d’oro muove gli oziosi
Aghi delle pinete. La paziente
Formica scala il volto indifferente.
Sale il sole. Già molte cose cambiarono
E molte cambieranno sino a questo
Giorno dell’avvenire in cui ti canto.
Per te, che senza il beneficio del pianto
Sei caduto, come cade un uomo morto,
Non c’è marmo, che custodisca la tua memoria;
Sei piedi di terra sono la tua oscura gloria.

(da “Tutte le poesie”, Meridiani Mondadori, 1985)

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Guerra di Secessione americana. Un soldato confederato con la sua uniforme grigia, cade sulla sponda di un fiume, lontano da casa, colpito da una palla di cannone o di moschetto. La vita, tutt’intorno, continua come se nulla fosse accaduto, come se quella morte fosse estranea alla natura, al tempo che continua a scorrere con le sue piccole cose. Una scena ripetutasi più volte.

Secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, un secolo. E da quel giorno ignoto tra il 1861 e il 1864 – poteva essere a Fredericksburg, a Chancellorsville, ad Antietam o a Gettysburg o a Chikamauga o chissà dove – si discende fino al tempo in cui Jorge Luis Borges scrive la poesia: tante cose sono cambiate, il progresso ha portato nuove tecnologie e nuove scoperte che facilitano la vita e nuove terribili armi. Il poeta constata l’inutilità del sacrificio del soldato che fu agli ordini del generale Robert E. Lee: vano e doloroso come ogni guerra.

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La battaglia di Chikamauga © Libreria del Congresso

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LA FRASE DEL GIORNO
Se nella battaglia senti l'odore della terra, invece di quello degli spari, per te ci può essere salvezza
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CARLO SGORLON, L’armata dei fiumi perduti

martedì 27 luglio 2010

Valeri e i nuovi giorni

 

DIEGO VALERI

SOLITUDINE

Solitudine dura e cara,
compagna dei miei tardi giorni,
alla mensa d’erba amara,
al torbo vino dei ricordi,
soli siamo, tu ed io.
Pur non è triste il nostro stato:
una dolcezza lenta di oblío
già impolvera e copre il passato.
E fuori ride un cielo,
splende il prato di tenere erbe.
Ancora sui rami del futuro
la speranza ha fior del verde.

(da “I nuovi giorni”,All’Insegna del Pesce d’oro, 1962)

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Il critico Giuseppe Raimondi scriveva nella prefazione a questa raccolta: “La poesia di Diego Valeri ha visto accadere le due guerre del secolo, e lo spazio in mezzo alle due, e quello, più desolante ancora, che si prolunga dopo la seconda; e ci avvilisce tutti. Solo questo uomo è sereno, che, con gesto discreto, e aiutando le parole con un’attenzione di ordine musicale, può, ogni tanto, prendere la penna e comporre i suoi fragili componimenti in versi. Piccole composizioni, costruzioni, dove la luce, l’aria e il respiro di chi le elabora, sono la parte maggiore, o sono il vuoto e l’ombra di un disegno, di un’armatura che è fatta, di volta in volta, di un pensiero improvviso, di un’impressione, di un nulla che è trapassato, fulmineo, dai suoi occhi al cuore, alla mente. Poiché il movimento iniziale, la prima operazione, in codesta poesia, è quella di chi, alzando, girando gli occhi, vede e sente. Così, di tanto in tanto, per non lasciare che proprio ogni cosa si perda e si confonda, laggiù dalle parti dell’orizzonte, egli tenta il gioco sereno delle parole”.

Diego Valeri sa che la poesia è la salvezza, che nei versi si può intravedere uno sprazzo di realtà e comprenderla. E continua a scrivere – nel 1962 ha 75 anni. Quello che gli resta è il passato, sono i ricordi che lo assecondano nella solitudine degli ultimi anni: non si abbatte, non si dispera, trova nella memoria la dolcezza della speranza. Se guarda fuori, il mondo è lo stesso di sempre, con il cielo azzurro e i suoi prati verdi, e in quella serenità dolorosamente raggiunta si aprono i “nuovi giorni” del domani che danno il titolo alla raccolta.

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Frederic Leighton, “Solitude”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vivo in quella solitudine che è penosa in gioventù, ma deliziosa negli anni della maturità.
ALBERT EINSTEIN, Pensieri degli anni difficili

lunedì 26 luglio 2010

La verità del Minotauro

JORGE LUIS BORGES

LA CASA DI ASTERIONE

"E la regina dette alla luce un
figlio che si chiamò Asterione"

APOLLODORO, Biblioteca, III, 1

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)* restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.

E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n'è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m'infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m'interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m'addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: "Adesso sbocchiamo in un altro cortile," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa e un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me?

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.

“Lo crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s'è quasi difeso”.

*L'originale dice quattordici, ma non mancano motivi per inferire che, in bocca di Asterione, questo aggettivo numerale vale infiniti.

(da “L’Aleph”, 1949”)

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Il gioco sottile di Borges, che ci porta a spasso per i suoi racconti in un realismo magico degno dei dipinti di Magritte, sembra sempre sul punto di non condurre da nessuna parte. O meglio, di farci attraversare un labirinto dove i muri – o le siepi – sono costituiti da metafore, allusioni, divagazioni. La realtà è apparente, l’impossibile è possibile. Sono manieri monumentali che si reggono su una piccola ipotesi, su una domanda rimasta nell’aria, proprio come il “Castello dei Pirenei” di Magritte che resta sospeso su una roccia nel cielo, un’enorme nuvola di pietra.

Anche “La casa di Asterione” non fa eccezione: Borges, ispirato da un dipinto di George F. Watts, rivede il mito del Minotauro – Asterione o Asterio era il suo nome – rovesciando il punto di vista, ottimo spunto per ottenere un buon racconto, come insegnano nelle scuole di scrittura. È dunque Asterione a parlare, quell’essere dal corpo umanoide e dalla testa e dalle zampe di toro nato dall’accoppiamento di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, introdottasi alla bisogna in una giovenca di legno costruita da Dedalo, e del toro inviato da Poseidone perché il re lo sacrificasse. Quel “figlio regale” venne rinchiuso nel Labirinto e ogni nove anni da Atene sette ragazzi e sette ragazze gli venivano inviati da Atene perché se ne nutrisse. In lui a prevalere era l’istinto ferino, quello puramente animale. Borges ne tratteggia un diverso ritratto, dove le apparenze e le realtà, la verità e l’inganno si mescolano disegnando una “diversità” che alla fine è il lato vero di Asterione, conscio di essa tanto da cedere inerme alla lama di Teseo, giunto per ucciderlo.

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George F. Watts, “Il Minotauro”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vide davanti a sé un'infinità di esseri fatti com'era lui, e come si girò per non vederli più, un'altra infinità di esseri uguali a lui.
FRIEDRICH DURRENMATT, Il minotauro

domenica 25 luglio 2010

Pacheco contro il progresso

JOSÉ EMILIO PACHECO

DISFATTA DI BILL GATES

Dopo il gran caldo e la lucentezza insopportabile del sole,
la tormenta elettrica,
la pioggia che non preannunciò il suo arrivo.
E il tuono immenso, imperatore dell'aria,
fa che il mondo esploda nei conduttori elettrici,
e per un istante ci trasformi
in ombre d'un mondo antico senza elettronica,
spettri apprendisti, aria nell'aria.

(da “Secolo passato – Atto finale”, 1999-2000)

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Bill Gates per dirne uno… il più rappresentativo, l’uomo che grazie ai sistemi operativi per i computer ha ottenuto soldi e successo fino a divenire la seconda persona più ricca al mondo, con un patrimonio stimato di 53 miliardi di dollari. Ma potrebbe essere anche il guru di Apple, Steve Jobs. Gente che ha fatto della tecnologia il proprio credo e il proprio business. Gente che ha modificato per sempre la faccia del mondo conosciuto.

Il poeta messicano José Emilio Pacheco, nato a Città del Messico nel 1939, si augura una deriva della tecnologia: basterebbe una importante tempesta geomagnetica, durante la quale il vento solare impatta per un giorno o due il campo magnetico terrestre per “friggere” ogni apparecchio elettronico, riportando indietro di decenni tutte le attività umane. Che cosa faremmo, come ci comporteremmo in un mondo che non conosceremmo più come il nostro? Come potremmo resistere senza aria condizionata e senza telefonini? E senza lanciare messaggi su Facebook o su Twitter? Come potremmo lavorare senza i computer? E non è fantascienza, badate bene: una tempesta solare di enormi proporzioni è prevista dalla NASA per il 2012, simile a quella che nel 1859 mise in crisi le telecomunicazioni spegnendo l’unica cosa esistente allora, il telegrafo. Oltre a distruggere i sistemi di telecomunicazione e quelli di distribuzione dell’energia, potrebbe innescare un vuoto nella sicurezza dei paesi, tanto che l’Università del Colorado ne ha parlato come di una possibile “Katrina spaziale”. Gli effetti che la NASA teme: “La distribuzione dell’acqua potabile in tilt in poche ore, cibi e medicine deperibili persi nel giro di 12-24 ore, interruzione immediata o potenziale del riscaldamento o del condizionamento dell’aria, dello smaltimento delle acque nere, dei servizi telefonici, dei trasporti, dei rifornimenti di carburante e così via”. Forse Pacheco questo non se lo augura…

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Tempesta solare © NASA

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LA FRASE DEL GIORNO
La tecnologia non tiene lontano l'uomo dai grandi problemi della natura, ma lo costringe a studiarli più approfonditamente.
ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY

sabato 24 luglio 2010

E se l’amore…

CHRISTOPHER REID

CARO DIARIO

Mette davvero paura questa faccenda
questo amare ed essere amati.
Forse che qualcuno ci proverebbe
se non vi fosse catapultato dentro
da una forza cui è impossibile resistere,
forza dal pugno di velluto e dal guanto di ferro?

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Bella domanda questa che pone Christopher Reid, poeta, scrittore e disegnatore britannico nato a Hong Kong nel 1949, insegnante di Scrittura Creativa all’università di Hull. Domanda che non ha risposta, perché davvero “Amor omnia vincit”, l’amore vince tutto per dirla con Virgilio, o ancora che, “pur bendato, sa trovare i sentieri della sua volontà” come sanno i personaggi shakespeariani di Romeo e Giulietta. Non è possibile sottrarsi ad esso, usare razionalità.

La miglior risposta è quella delle “Relazioni pericolose” di Pierre Choderlos de Laclos: “Il vero amore non permette di meditare, di riflettere; ci distrae dai nostri pensieri coi nostri sentimenti. Il suo dominio non è mai così forte come quando è sconosciuto; e nell'ombra e nel silenzio allaccia i suoi nodi che è impossibile spezzare”. Scelta non c’è, caro professor Reid…

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Fotografia © PTP Art

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma in qualsiasi modo definiamo l'amore, la definizione dirà sempre che l'amore è qualcosa di essenziale, che trasforma la vita in destino: di conseguenza, le vicende che si svolgono "oltre i confini dell'anima", fossero anche le più belle, sono necessariamente episodiche.
MILAN KUNDERA, L’immortalità

venerdì 23 luglio 2010

Un iris tra le colonne

 

JEAN-PIERRE MILOVANOFF

UN IRIS

In cammino a volte ci ferma
uno sguardo
che ci è lanciato da lontano
da lungo tempo
e che non esiste già più in nessun mondo,
un iris tra le colonne
d’un tempio
rovinato dai vagabondi
e dalla pioggia,
o la dolcezza del cielo
su un convito,
la stessa di una volta
ma per altri convitati
che non sanno nulla
dei primi.
Ritrovarsi,
riflessi che tremano,
si presta ad ogni amore
il caso.

(da “Semicerchio”, n. XXVIII, 2003)

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Jean-Pierre Milovanoff è un poeta francese nato da padre russo e madre provenzale nel 1940 a Nimes. Questa sua poesia mi ha colpito in particolare perché risponde indirettamente al quesito che da tanto questo blog porta avanti: “Cos’è la poesia?”

Poesia è proprio quello che si ravvisa nelle similitudini che Milovanoff adopera: la bellezza di uno sguardo che ci attrae, la meraviglia di un fiore sbocciato nel deserto moderno delle rovine cittadine, lo stupore del cielo che si trasforma in ricordo… Poesia…

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Tivoli, Villa d’Este – Fotografia © DR

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LA FRASE DEL GIORNO
Non credete soltanto a ciò che vedete. / È più profondo lo sguardo dei poeti. / Per loro la Natura è un giardino di casa.

KONSTANTINOS KAVAFIS, Poesie

giovedì 22 luglio 2010

Le parole sparse per il mondo

PATRIZIA CAVALLI

NON HO SEME DA SPARGERE PER IL MONDO

Non ho seme da spargere per il mondo
non posso inondare i pisciatoi né
i materassi. Il mio avaro seme di donna
è troppo poco per offendere. Cosa posso
lasciare nelle strade nelle case
nei ventri infecondati? Le parole
quelle moltissime
ma già non mi assomigliano più
hanno dimenticato la furia
e la maledizione, sono diventate signorine
un po' malfamate forse
ma sempre signorine.

(da “Le mie poesie non cambieranno il mondo”, Einaudi, 1974)

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Dolorosa percezione del mondo e del reale questa della poetessa italiana Patrizia Cavalli. La realtà non è modificabile, come dice il titolo della raccolta, pubblicata quando aveva 27 anni. E l’unico mezzo di decifrare la vita è questo diario poetico che non ha certezze ma che almeno diventa per qualche tempo rabbiosa ribellione contro l’ingiustizia dell’esistenza.

Appurato che il mondo è quello che è, con linguaggio crudo e colloquiale, lontano dalle vette poetiche, Patrizia Cavalli ne racconta le pulsioni, il degrado, la sgradevolezza. La poesia diventa allora testimone di questo mal de vivre.

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Felice Casorati, “Le signorine”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non d'amor di me / si tratta, ma orrore degli altri / dove io mi riconosco.

PATRIZIA CAVALLI, Le mie poesie non cambieranno il mondo

mercoledì 21 luglio 2010

Fantasmi di pietra

 

“I fantasmi di pietra” dello scrittore-scultore Mauro Corona è un libro che consiglio. Lungo le quattro stagioni, Corona ripercorre le strade del suo paese, Erto, abbandonato dopo il disastro del 9 ottobre 1963, quando un fianco del monte Toc precipitò nell’invaso del Vajont cancellando intere contrade dalla faccia della terra. È un cammino attraverso le quattro vie del paese, tra case diroccate e invase dai rampicanti, tra quello che ancora rimane abitato nel grigio uniforme che è seguito alla devastazione. Ma è anche e soprattutto un cammino nella memoria, una lenta arrampicata che ricostruisce di ogni casa, di ogni angolo, di ogni osteria la storia che fu, raccontando, spesso con gli occhi del bambino che Corona era prima del Vajont (è del 1950), talora con gli occhi dello scultore o del giovanotto che è diventato – come quando narra della scalata a mani nude al campanile, compiuta nel 1980. Così, oltre a quei “fantasmi di pietra” che sono le rovine delle vecchie case, appaiono gli spettri di quanti furono travolti dal Vajont o dalla disperazione, di quanti emigrarono dopo il disastro e di quanti rimasero a provare a vivere. Ed è l’affettuosa Spoon River che Corona dedica al suo paese ormai perduto: “Quella ormai lontana tragedia è stata un colpo di scure alla nostra civiltà. Usi, costumi, tradizioni, cultura, unità, amicizie, lavoro, modo di vivere sono scomparsi. Il Vajont ha spopolato il paese, diviso le persone, creato faide, diaspore, solitudini, silenzio, abbandono. Il vero Vajont è stato dopo”.

 

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Sono storie come quelle che ci potrebbe raccontare nel suo studio tra i trucioli di legno o davanti a un litro di vino rosso in un’osteria, uno di quei locali che costellavano Erto e che proliferarono quando la Sade avviò la costruzione della diga maledetta. Storie come questa:

In fondo c’è la casa abbandonata con lo spezzone di altalena che pende dal ramo del melo. Se c’è l’altalena, c’erano bambini. Li ricordo. Cinque, se ne andarono dopo il Vajont. Non sono tornati, non li ho più visti. Il ramo del melo è cresciuto. In quarant’anni un albero mette polpa. Si è tirato dentro il filo d’acciaio. Il legno gli è cresciuto attorno, si è mangiato il cavo come per non lasciarlo andar via. Forse aspetta quei bambini ormai adulti, per mostrare loro la vecchia altalena sulla quale si dondolarono. Fa male al melo il braccialetto d’acciaio, ma non lo molla. Aspetta che qualcuno torni. Vorrebbe rivedere quei bambini. Se non tutti, almeno uno, il più piccolo. Molto orgoglioso gli dirà: «Vedi? Sono stato fedele, ho tenuto da conto la vostra altalena, non l’ho lasciata cadere, è un bel ricordo conservare l’altalena. Tornate, ogni tanto, a trovarmi!».

La nostalgia, la memoria, percorrono quelle quattro stagioni di Erto. E la rabbia e la tristezza per quello che accadde il 9 novembre 1963: “La natura avverte sempre gli uomini quando compiono errori. Anche il Toc aveva mandato segnali prima di crollare nella diga. Gli uomini non vollero ascoltare, furono arroganti, credevano di sapere tutto. Si erano messi sopra Dio. Nemmeno oggi sono cambiati. Vogliono domare, imbrigliare, piegare la natura, piegare Dio”.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni volta che penso a Erto, il mio vecchio paese, quello abbandonato dopo il Vajont, con le vetuste case una attaccata all'altra e le vie di acciottolamento buie e strette, la memoria va verso l'inverno. Il primo ricordo è il tempo degli inverni, la memoria è quella della neve. Notti infinite, silenzi laboriosi, lunghi, pazienti, interrotti solo ogni tanto da sprazzi di allegria nelle feste di Natale e Capodanno
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MAURO CORONA, I fantasmi di pietra

martedì 20 luglio 2010

E, nell’indifferenza, Icaro cade

WYSTAN HUGH AUDEN

MUSÉE DES BEAUX ARTS

Sulla sofferenza non erano mai in torto,
i Vecchi Maestri: come capivano bene
la sua umana posizione; come essa si svolga
mentre qualcun’altro mangia o apre una finestra o cammina annoiato;
come, mentre i vecchi attendono rispettosi e appassionati
la nascita miracolosa, ci siano sempre
bambini a cui non importa niente che essa avvenga, e pattinano
su uno stagno al limite del bosco;
non dimenticavano mai
che anche il tremendo martirio deve avere il suo corso
in qualche modo in un angolo, in qualche squallido posto
dove i cani continuano a vivere da cani e il cavallo del torturatore
si gratta l’innocente deretano contro un albero.

Nell’Icaro di Bruegel, per esempio: come ogni cosa si volge
del tutto tranquilla dal disastro; il contadino
può avere udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era un problema importante; il sole splendeva
come doveva fare sulle bianche gambe che scompaiono nel verde
dell’acqua; e la nave lussuosa e snella che aveva pur visto
qualcosa di sorprendente, un ragazzo che cade dal cielo,
sapeva dove andare e calma continuava a navigare.

(da “Collected Poems”, 1976)

Un grande poeta del Novecento, l’inglese Wystan Hugh Auden, capace di manifestare la sua sensibilità con i suoi mezzi stilistici e tecnici, e un grande pittore, il fiammingo del Cinquecento Pieter Bruegel il Vecchio. Si incontrano nel 1938 ai Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique, a Bruxelles: il poeta rimane colpito dal dipinto di Bruegel di quattro secoli prima conservato al museo, il “Paesaggio con la caduta di Icaro”, che peraltro non si è sicuri sia l’originale.

Un contadino ara il suo campo con un paziente cavallo a tirare l’aratro, un pastore pascola le sue pecore, le navi solcano il mare spinte dal vento che gonfia le vele. E Icaro bisogna cercarlo con il lanternino: bruciate le ali, precipitato dall’alto, ora è appena caduto, sono quelle due gambe che spuntano dall’acqua nella parte inferiore alla destra del dipinto. Tutti sono indifferenti alla sua straordinaria e velleitaria avventura: Auden rileva quanto ciò che può essere la sofferenza assoluta avviene spesso senza che per questo il mondo smetta di compiere le sue attività. Chiamiamolo fatalismo, chiamiamolo realismo, ma, come nello spettacolo, “The show must go on”, lo spettacolo deve continuare.

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Pieter Bruegel il Vecchio, “Paesaggio con la caduta di Icaro”

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Un altro poeta, l’americano William Carlos Williams, era attratto dai dipinti di Bruegel tanto da scrivere una serie di poesie, raccolte in “Immagini da Bruegel”. Così descrive il “Paesaggio con la caduta di Icaro”:

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WILLIAM CARLOS WILLIAMS

PAESAGGIO CON LA CADUTA DI ICARO

Secondo Brueghel
quando Icaro cadde
era primavera

un contadino arava
il suo campo
tutta la cerimonia

dell’anno era
in cammino formicolando
vicino

alla riva del mare
intenta
solo a sé

sudando nel sole
che fuse
le ali di cera

non lontano
dalla costa
c’era

un tuffo del tutto ignorato
era
Icaro che annegava.

(da “Immagini da Bruegel e altre poesie”, 1962)

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LA FRASE DEL GIORNO
E in essi trovai ciò che nemmeno la guerra riesce a cancellare: il glorioso dolore d'essere uomo.
ORIANA FALLACI, Niente e così sia

lunedì 19 luglio 2010

Caproni e il confine

GIORGIO CAPRONI

CONFINE

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c'era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera.

(da “Il muro della terra”, 1975)

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Tra i temi principali del livornese Giorgio Caproni il viaggio, il confine e le terre di nessuno hanno un significato preponderante: quei paesaggi desolati sono incerti come incerto è il ruolo del poeta stesso, a volte fuggitivo e a volte inseguitore nello scambio continuo di ruoli che è la vita stessa.

Ma proprio quel dubbio confine, segnato forse nel posto sbagliato, è l’unico rifugio che ci rimane, è il limite che separa la realtà dall’immaginazione, il verosimile dal possibile. Tutta l’esistenza è un lungo trascinarsi lungo questo ambiguo confine alla ricerca o in fuga da una figura fondante, che molti chiamano Dio.

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Fotografia © DGP

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LA FRASE DEL GIORNO
Dio di volontà, / Dio onnipotente, cerca / (sfòrzati), a furia d'insistere / – almeno - d'esistere.
GIORGIO CAPRONI, Il muro della terra

domenica 18 luglio 2010

Una nostalgia di vecchi orizzonti

ANNA MONTERO

HO ABITATO LA TUA PELLE

Ho abitato la tua pelle,
i tuoi sogni.
Al di là di te e di me
una nostalgia di vecchi orizzonti
si insinua.
Dalla luce più incerta
vedremo passare le notti, i giorni,
l'oscurità e le distanze.
vedremo passare il corteo
degli assenti,
e la paura ci guarderà dalla finestra.

Ho abitato la tua pelle
e i tuoi sogni
e nella casa abbiamo costruito
una stanza o un fiume
che ci porta
verso altri sogni
che forse ci sogneranno
fino allo sguardo ultimo.

(da “Parlano le donne – Poetesse catalane del XXI secolo, Pironti, 2008)

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Una donna, un uomo. L’amore è finito o sospeso e la donna adesso guarda in quel fiume del tempo. In silenzio lo vede scorrere, vede il passato avanzare con quel suo non essere, con chi non c’è più, con ciò che è stato e non sarà mai più. Vede altresì quello che è rimasto: non ci sono solo rovine nei nostri ieri ma anche splendidi palazzi.

Anna Montero, poetessa e traduttrice catalana nata a Logronyo nel 1954, partendo dalla solitudine obbligata del poeta, esprime il suo stato d’animo nell’esilio dello scrivere, unico modo di interpretare la realtà e di porre in evidenza le emozioni, di scorgere nell’ombra il balenare effimero dell’esistenza.

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René Magritte, “La condition humaine”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutte le parole che sono state dette sono il nostro passato.
ANNA MONTERO, Com si tornés d’enlloc

sabato 17 luglio 2010

Bei Dao e la zanzara

BEI DAO

RACCOLTO

Una zanzara
ha dilatato lo spazio della notte
porta con sé una goccia
il mio sangue

io sono la zanzara
rimpicciolita dallo spazio della notte
porto con me una goccia
il sangue della notte

io sono la notte senza spazio
la notte che volteggia
porto con me una goccia
il sangue del cielo.

1990

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Bei Dao è un poeta cinese nato a Pechino nel 1949, più volte candidato al Nobel. Dissidente, nel 1989, durante la tragica repressione di Tienanmen, era a Berlino per una conferenza. Fu di fatto esiliato, essendogli impedito di tornare in Cina; comincia lì la sua lunga peregrinazione: Inghilterra, Germania, Norvegia, Danimarca, Svezia, Olanda, Francia e Stati Uniti.

Bei Dao ci presenta una semplicissima scena che spesso si ripete in queste notti d’estate: una zanzara punge un uomo. La sua intuizione poetica è però la descrizione di questa scena attraverso tre piani diversi, tre punti di vista.

1. La visione del poeta, che viene punto dalla zanzara. Possiamo immaginare il ronzio dell’insetto, il fastidioso suono di vuvuzela, quelle trombette moleste usate negli stadi sudafricani. Poi la zanzara si posa sulla pelle dell’uomo, probabilmente addormentato, infila il suo becco e inizia a succhiare il sangue, il suo piccolo addome comincia a gonfiarsi. Ormai sazia, si invola.

2. La visione della zanzara: il mondo, a quell’essere piccolo, deve sembrare molto più grande. Vola e reca nel suo ventre il sangue del poeta, che diventa il sangue della notte.

3. La visione della notte: lo spazio a questo punto non c’è più, non è né quello limitato del poeta né quello piccolissimo della zanzara, è semplicemente l’infinito. E il sangue non è più quello del poeta, ma il cielo con i suoi miliardi di stelle.


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LA FRASE DEL GIORNO
Una puntura di zanzara prude meno quando sei riuscito a schiacciare la zanzara.
UGO BERNASCONI

venerdì 16 luglio 2010

Éluard e gli occhi dell’amata

PAUL ÉLUARD

NESSUNO MI PUÒ CONOSCERE


Nessuno mi può conoscere
Come tu mi conosci

I tuoi occhi dove dormiamo
Tutti e due
Hanno dato ai miei fanali umani
Una sorte migliore che alle notti del mondo

I tuoi occhi dove viaggio
Hanno offerto ai gesti delle strade
Un senso tolto alla terra

Nei tuoi occhi che ci svelano
La nostra infinita solitudine
Niente è più ciò che credevamo

Chi ti può conoscere
Meglio di me.


(da “I surrealisti francesi”, Nuovi Equilibri, 2004)

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La poesia surrealista intendeva percorrere il mondo dell'inconscio con la tecnica degli accostamenti analogici casuali propugnata da André Breton. Questi versi di Paul Éluard propongono una visione allocentrica, un uscire dal proprio io per conoscere il mondo e la realtà attraverso gli occhi dell’amata.
Fuori dall’analogia, è il lampo di vita che scorgiamo negli occhi dell’amata (o dell’amato) che ci cattura e ci fa vedere il mondo con occhi diversi, lo sguardo dell’amore…

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Fotografia © Getty Images

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LA FRASE DEL GIORNO
È certo che un uomo lo si comprende assai meglio dagli occhi che non dalle parole...
ROBERT MUSIL, Il giovane Törless

giovedì 15 luglio 2010

Enzensberger e la matematica

HANS MAGNUS ENZENSBERGER

OMAGGIO A GÖDEL

Teorema di Münchhausen, cavallo, palude e codino,
è una delizia, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

Il teorema di Gödel a prima vista appare
poco appariscente, ma rifletti:
Gödel ha ragione.

«In ogni sistema sufficientemente complesso
si possono formulare frasi
che all'interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili,
a meno che il sistema
non sia di per sé inconsistente».

Puoi descrivere la tua lingua
nella tua propria lingua:
ma non del tutto.
Puoi analizzare il tuo cervello
col tuo stesso cervello:
ma non del tutto.
Ecc.

Per giustificarsi
ogni sistema pensabile
deve trascendersi,
ossia distruggersi.

«Sufficientemente complesso» o no:
la libertà di contraddire
è un fenomeno di carenza
o una contraddizione.

(Certezza = inconsistenza).

Ogni pensabile uomo a cavallo,
quindi anche Münchhausen,
quindi anche tu, è un subsistema
di una palude piuttosto ricca di sostanze

E un sottosistema di questo sottosistema
è il proprio codino,
questa specie di leva
per riformisti e bugiardi.

In ogni sistema piuttosto ricco di sostanze
quindi anche in questa palude,
si possono formulare frasi
che all'interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili.

Prendile in mano, queste frasi,
e tira!

(da “Gli elisir della scienza”, Einaudi, 2004)

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“Gödel, chi era costui?” potremmo dire parafrasando Don Abbondio. Un personaggio noto solo nella cerchia della matematica e della filosofia, anzi della “filosofia della matematica”. Kurt Gödel era un brillante logico e matematico statunitense di origine ceca dalla salute molto tribolata, afflitto da una gigantesca ipocondria che lo porterà a lasciarsi morire di inedia nel 1978 (a 72 anni) per timore di ingerire cibi avvelenati.

La sua fama è dovuta ai due teoremi di incompletezza. Quello citato da Hans Magnus Enzesberger è il primo: «In ogni sistema sufficientemente complesso si possono formulare frasi che all'interno del sistema non sono né dimostrabili né confutabili, a meno che il sistema non sia di per sé inconsistente». Non sto qui a tediarvi con concetti matematici o filosofici, mi limito a registrare il fatto che il teorema di Gödel è limitativo, ovvero precisa le proprietà che i sistemi formali non possono avere. Quindi, una costruzione assiomatica non può soddisfare contemporaneamente le proprietà di coerenza e completezza.

Quello che più interessa in questo blog è che il poeta tedesco Hans Magnus Enzesberger abbia voluto scrivere una serie di poesie sulla matematica. Lui stesso asserisce: “I toni sono sempre gli stessi: «Ma per favore! Al diavolo la matematica». - «Una tortura, già a scuola. Non so proprio come sono riuscito a passare l'esame di maturità». - «Un incubo! Sono davvero completamente negato... ». - «L'IVA ancora ancora ce la faccio, con il calcolatore. Ma tutto il resto è troppo difficile». - «Formule matematiche? Veleno per me. Stacco semplicemente la spina» (…)Ci troviamo dinanzi a un enigma. Da che cosa dipende che la matematica sia rimasta nella nostra civiltà qualcosa come un buco nero, un ambito extraterritoriale in cui si sono arroccati solo pochi iniziati? (…) Nessuno ha oggi più la padronanza di tutti gli ambiti della sua scienza. Questo significa però anche che, nella ricerca, la cerchia dei possibili destinatari si restringe. Lavori che siano veramente originali sono inizialmente capiti solo da pochi colleghi del mestiere; circolano via posta elettronica fra una dozzina di lettori che stanno a Princeton, a Bonn e a Tokyo. E ciò comporta in effetti un certo isolamento”. Per andare oltre questo isolamento, per riuscire a infilarsi nei penetrali della matematica, Enzensberger ha usato l’ariete a sua disposizione: “La poesia della scienza non è palese. Scaturisce da strati più profondi. È una questione aperta se la letteratura sia in grado di praticarla alla stessa altezza. Alla fin fine, al mondo può essere indifferente dove si manifesti la forza d'immaginazione della specie, purché continui a restare viva. Quanto ai poeti, possano questi brevi cenni dimostrare che non si può fare a meno della loro arte. Invisibile come l'isotopo che serve alla diagnosi e alla misurazione del tempo, inappariscente eppure difficilmente rinunciabile come un microelemento, la poesia è all'opera anche là dove nessuno l'immagina”.

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Art Rosengarten, “Meaningful Numbers”

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LA FRASE DEL GIORNO
La matematica conosce radici, fibre, germi, fasci, schiere, inviluppi, nodi, lacci, curve, raggi, bandiere, tracce, intersezioni, corpi e sottocorpi, generi, scheletri, ideali massimali, principali e nulli, anelli, punti isolati, gruppi semplici, cammini aleatori, il punto di fuga, gruppi liberi finitamente liberati, varietà, insiemi vuoti, modelli ombelicali, cuspidi di ponti, la coda di rondine, filtri, nodi infiniti, trecce, la polvere di Cantor, il diamante di Hodge, gli stukas, farfalle e tori...
HANS MAGNUS ENZENSBERGER, Gli elisir della scienza

mercoledì 14 luglio 2010

Niente più che lattine vuote


ERNESTO CARDENAL

COME LATTINE DI BIRRA VUOTE

Come lattine di birra vuote e cicche
Di sigarette spente, sono stati i miei giorni.
Come figure che passano per lo schermo della televisione
E scompaiono, così è passata la mia vita.
Come le automobili che passavano in fretta per le strade
Con risa di ragazze e musica di radio…
E la bellezza passò rapida, come il modello d’auto
E le canzoni di radio che passarono di moda.
E non è rimasto niente di quei giorni, niente
Più che lattine vuote e cicche spente,
risa in foto marcite, biglietti rotti,
e la segatura con la quale la mattina spazzarono i bar.

Lo scorrere del tempo è il protagonista di questa poesia di Ernesto Cardenal, poeta nicaraguense nato nel 1925 e diventato sacerdote e teologo dopo aver partecipato alla fallita “rivoluzione di aprile” che tentò di rovesciare il dittatore Somoza nel 1954. Cardenal riuscì venticinque anni dopo a entrare in Managua alla testa dei rivoluzionari che deposero il figlio di Somoza, Anastasio. Divenuto ministro della Cultura, entrò in conflitto con la Chiesa che lo sospese a divinis nel 1983.

Il tempo che scorre, si è detto. L’amara constatazione che il tempo è passato, che i giorni se ne sono andati via veloci, e l’immagine che Cardenal sceglie è davvero poco poetica: lattine di birra svuotate e schiacciate, mozziconi di sigaretta spenti. Tutto il nostro passato svanisce senza che neanche ce ne rendiamo conto: la canzone dell’estate non viene più trasmessa dalle radio, un’altra verrà a prendere il suo posto e nello stesso modo se ne andrà. Le automobili cambiano, i loro modelli si fanno sempre più sofisticati, hanno accessori nuovi, forme più eleganti, arrotondate. Niente più è rimasto di quei giorni, niente, se non la memoria…

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Mary McIntyre, “Beer cans 2”

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LA FRASE DEL GIORNO
Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato
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BALTASAR GRACIÁN, Oracolo manuale

martedì 13 luglio 2010

Cos’è la poesia? (XVI)

BRUNO CANDÉAS

INGRANAGGIO

Poesia
Non si modella
Si trasforma.
Non si copia
Si crea.
Ha dita
Nei piedi
Per camminare
Nella striscia
Senza squilibrarsi.
Poesia è macchina
E pulsazione.

(da “Férias do Gueto”, 2004)

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Ecco un’ennesima prova in cui un poeta si interroga sull’essenza della poesia. Le risposte sono, come succede, sempre personali e incapaci di aderire esaurientemente alla difficile domanda.

Bruno Candéas è un giovane poeta brasiliano, nato nel 1980: come tanti altri, concorda sul fatto che la poesia nasce da sé, che si impone come una rivelazione. E sa diffondersi in modo autonomo, penetrare i cuori, colpire le anime, incamminarsi nella strettoia sospesa nel vuoto che ancora le concede la moderna società. Con i piedi, con le dita, con il cuore che pulsa…

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Immagine © Naza 1000

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LA FRASE DEL GIORNO
Lo stato del mondo reclama a gran voce che la poesia lo salvi
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LAWRENCE FERLINGHETTI, Poesia come arte che insorge

lunedì 12 luglio 2010

Se dico città

ÀNGELS GREGORI

CITTÀ

Se dico città,
dirò Londra e Berlino, Verona e Parigi,
e dirò Gandia e Cannes e Buenos Aires.
Dirò Napoli e Budapest, Praga, Istanbul,
e dirò l'agosto a Cadaqués e un ottobre in Toscana.
Se dico città,
dirò un amore ad ogni angolo,
dirò un ricordo che non vuole staccarsi,
dirò piazze e soli in differenti cieli
e notti d'estate che scappano attraverso i vetri della finestra.
Se dico città,
dirò i luoghi dove mi devono cercare
se mi perdo ed è difficile trovarmi.
Se dico città capirai che,
a volte, fuggire
vuol dire anche non volersene andare.

E l'Italia è una donna.

(da “Parlano le donne – Poetesse catalane del XXI secolo”, Pironti, 2008)

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Àngels Gregori è una giovane poetessa catalana – è nata nel 1985 - vincitrice del Premi Amadeu Oller de Poesia 2003 e del Premi Ausias March de Poesia 2007. Questa sua lirica è un omaggio al viaggio, anche a quello del sogno, all’idea romantica del viaggiare, del vagabondare per città sconosciute. Àngels ci dice in poesia quello che in “Viaggio in Portogallo” scriveva José Saramago: “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: «Non c'è altro da vedere», sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”.

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Fotografia © Gianni Berengo Gardin

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi viaggia senza incontrare l'altro, non viaggia, si sposta.
ALEXANDRA DAVID-NÉEL

domenica 11 luglio 2010

Variazioni su Orazio

ORAZIO

CARMINA, I,11

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

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“Tradurre è anzitutto comprendere, ma non è poi semplicemente riprodurre quanto si è compreso”. Questo scriveva il linguista Benvenuto Aronne Terracini. Tradurre poesia non è semplice: occorre entrare nella mente dell’autore e riuscire ad esprimere quei concetti in un’altra lingua. Molti non ci si provano neppure, lasciano la via della metrica e si limitano a trasporre i versi in frasi. Il vero poeta invece se ne frega talvolta di essere letterale, afferra il concetto e lo esplora, lo porta fino ai limiti del possibile, lo conduce per mano dalla lingua originale all’altra. Come al solito, gli esempi sono sempre più efficaci di qualsiasi discorso. Vediamo come questo celebre brano di Orazio, quello del “carpe diem” è stato tradotto, o meglio “interpretato” da alcuni grandi poeti.

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EDOARDO SANGUINETI th

IMITAZIONE DA ORAZIO

tu non cercare, è illecito sapere, che fine a me, che fine a te,
Leuconoe, ci hanno dato gli dei, e non tentare
calcoli babilonici: meglio è subire quello che sarà,
se molti inverni ci ha assegnato Giove, o questo è l’ultimo,
che adesso, contro le scogliere, fiacca il mare
Tirreno: rifletti bene, versati il vino, e taglia la tua lunga
speranza in breve spazio: mentre parliamo, è già fuggito, a noi ostile,
il tempo: vivi questo tuo giorno, e non fidarti niente di un domani:

(da Il gatto lupesco – Poesie 1982-2001, Feltrinelli, 2002)

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FRANCO FORTINI

NON DOMANDARE

Non domandare, è male, la fine mia, la tua.
Non cercar gli oroscopi. Ti basti,
quel che sarà, patire.
Altri inverni verranno o questo è l’ultimo
che ora affanna ai promontori il mare
Tirreno. Tu che sai,
versa altro vino: la vita è breve, è lunga
la speranza. Recidila. Ti parlo e
l’ora va. Ridi al giorno. Altro non c’è.

(da Composita solvantur, Einaudi, 1994)

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GIOVANNI PASCOLI

PENSIAMO A VIVERE

Non cercare così - che non si può - quale a me, quale a te
Sorte, o Candida, sia data da Dio; lascia di leggere
Quelle cifre Caldee. Prenditi su quel che viene, e via!
O che abbiamo più verni anche, oppur sia l’ultimo questo, che
ora il mare tirreno urta ed infrange alle scogliere, tu
spoglia il vino nel filtro, e, s’è così breve la nostra via,
lunga non la voler tu la speranza. Ecco, parliamo e un po’
questa vita fuggì. L’oggi lo sai: non il domani, oh! No.

(da Traduzioni e riduzioni, Zanichelli, 1913)

 

 

FOTOGRAFIA © ALEEXANDRA.

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LA FRASE DEL GIORNO
Un concetto è lo stesso sia per un filosofo cinese che per uno ungherese o inglese. Chiunque in realtà può esporlo con le proprie parole. Il concetto quindi, in quanto spiritualità, è dell’umanità intera.
ATTILA JÓSZEF

sabato 10 luglio 2010

La fortezza di Fenestrelle

«Uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offriva non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un'invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle».

Così scriveva Edmondo De Amicis nel 1904 in “Alle porte d’Italia”. Parlava del Forte di Fenestrelle, una fortezza che si estende per tre chilometri con un dislivello di 635 metri e che occupa 1.300.000 metri quadrati con i suoi tre forti, con le sette ridotte e i 28 risalti collegati da due scale – una coperta di 4.000 gradini e una di 2.500 – e da 14 ponti.

- Il Palazzo degli Ufficiali -

Il Forte, che si trova nella parte più occidentale del Piemonte, a pochi chilometri dal confine francese, è una struttura serpentina degna del buzzatiano “Deserto dei Tartari”: costruito infatti per essere il corpo di guardia della Val Chisone nel 1727, pure non vi fu combattuta nessuna battaglia, a dispetto dei tre milioni di colpi di cannone che poteva sparare e dei cinque ponti levatoi che consentivano ai soldati di spostarsi agevolmente da una postazione all’altra. Si possono visitare anche le cucine, con i forni dove si cuoceva il pane, e la ghiacciaia, che veniva riempita con la neve impastata a paglia perché si potesse conversare nelle brevi estati montane. Il Palazzo degli Ufficiali ospita oggi gli uffici del Forte e il Museo del 3° Reggimento Alpini. Il Palazzo del Governatore è sede di mostre oltre alla permanente “Gli animali del Governatore”.

- La camera di prigionia del Cardinal Pecca -

Il lato oscuro del Forte di Fenestrelle è quello di carcere: sotto la dominazione napoleonica vi fu rinchiuso il cardinal Bartolomeo Pecca, segretario di papa Pio VII. Nel 1790 vi prestò servizio anche Xavier De Maistre, autore di “Viaggio intorno alla mia camera”. Vi passarono, nobili, monarchici, oppositori di Bonaparte, ecclesiastici. Tornato ai Savoia, ospitò prigionieri politici, carbonari e liberali. Nel 1863 divenne campo di concentramento, il primo lager italiano, a danno dei soldati papalini e napoletani catturati dai piemontesi. Tornò a essere carcere per oppositori – nel 1883 vi transitò anche Vincenzo Gioberti  - fino al 1920, persa ormai la sua importanza strategica: le sue armi furono smantellate durante la I Guerra Mondiale e furono inviate sul fronte orientale. Gli ultimi fuochi furono sussulti partigiani nel 1944, poi il degrado e la rovina, fino al 1990, quando l’Associazione Progetto San Carlo – una onlus formata da soli volontari – iniziò a prendersi cura del Forte e a portarlo agli splendori odierni.

- La scala coperta -

Però, lì nella Piazza d’armi, mentre soffia il vento fresco delle montagne, pare, come parve al De Amicis «di sentire ruggire di sotto le batterie, o di veder tra le casematte rimbalzar le granate degli assedianti sollevando tempeste di schegge, e soldati boccheggiar per le scale, e giù nella valle, e poi fianchi del monte, saltar in aria cassoni d'artiglieria, e masse di truppa sbaragliarsi urlando per i boschi, sparsi d'affusti stritolati e di membra umane».

Niente paura: una sosta al Café des Forçats ci ristorerà… allora, pronti alla visita? Scarpe comode e maglie da indossare nei sotterranei.

 

FORTEZZA DI FENESTRELLE

Indirizzo:    Via del Forte – 10060  FENESTRELLE (TO) 
Telefono:    0121.83.600 
Fax:    0121.88.4642
  E-mail:    info@fortedifenestrelle.com

Da Settembre a Giugno
Lun - Giov - Ven - Sab - Dom: 09.00-18.00
Luglio e Agosto tutti i giorni con il medesimo orario.

COME ARRIVARCI: dalla tangenziale di Torino imboccando a Stupinigi la SS23 del Sestriere oppure l'autostrada di recente costruzione passante per Orbassano/Volvera. Dalla val di Susa immettersi sulla SS24 direzione Cesana Torinese quindi seguire la SS23 direzione Sestriere e proseguire verso Fenestrelle.

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LA FRASE DEL GIORNO
Buona guardia, vecchio gigante solitario. — Ma non è già solitario il vecchio gigante. La sua solitudine non è che apparenza. Egli ha delle corrispondenze segrete e degli accordi misteriosi.
EDMONDO DE AMICIS, Alle porte d’Italia

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