mercoledì 30 giugno 2010

Parla il Naviglio

DELIO TESSA

NAVILI

Essus quella trombetta! Nanca pu
sul fa della mattina poss dormì,
d'ora in ora l'è chi come ona sveja...
me sera giust carpiaa, voltava via
pena, pena on'ideja
e... tracch... quella trombetta besiosa!

Tucc riven chi... la tosa
che se galena... el páder che se spara...
ah, caro ti... el tombon... viva el tombon
de San March... viva i temp d'Ara-Bell'Ara!

...Te dormet eh... te dormet... impastada
de sogn te see... de quand t'ho congnossuda,
semper insormentida te see stada...
...anca a vess dessedada,
anca a avella vedüda
la vita come mi... ah quell fass stringa
della ghirba a tirà
sira... párlomen minga!!

NAVIGLIO – E dài con quella trombetta! Neanche più / sul far del mattino posso dormire, / d’ora in ora è qui come una sveglia… / mi ero appena appisolato, mi ero voltato / appena, appena un po’ / e… tracch… quella trombetta rabbiosa! // Arrivano tutti qua… la ragazza / che si avvelena… il padre che si spara… / ah, caro te… il Tombone… viva il Tombone / di San Marco, viva i tempi di una volta! // Dormi eh… dormi… impastata / di sogni sei… da quando ti ho conosciuta, / sempre pigra sei stata… / … anche ad essere svegliata, / anche ad averla vista / la vita come me… ah quel logorarsi / la vita per tirare / la sera! Non ne parliamo!!

(da “Poesie nuove ed ultime”, 1947)

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È il Naviglio a parlare in questa poesia del milanese Delio Tessa (1886-1939). Il dialetto meneghino è però il vero protagonista dell’opera di Tessa, che fu avvocato e Giudice Conciliatore: il linguaggio popolare dà varietà e ricchezza allo stile, infondendo spontaneità e mordente ai versi.

E dunque il Naviglio, stanco e accaldato in una notte di luglio, non riesce a dormire: sulle sue rive è un continuo giungere di autoambulanze che portano al Pronto Soccorso gli sventurati stanchi della vita. C’è la ragazza che si è avvelenata, il padre di famiglia che si è sparato. Con una punta d’amarezza, il Naviglio rimpiange i bei tempi in cui non era stato ancora coperto il Tombone di San Marco, il punto cittadino in cui le acque erano più profonde e dove si gettavano i suicidi, proprio a fianco dell’omonima chiesa, nel quartiere di Brera. E allora si rivolge all’acqua che scorre lenta e pigra: a che gioverebbe svegliarsi, vedere la vita?

A Delio Tessa è dedicata una via di Milano, i pochi passi che da Corso Garibaldi portano alla chiesa di San Simpliciano. Il Tombone di San Marco – è quasi inutile dirlo – è lì a poche centinaia di metri…

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Milano, il Naviglio Grande – fotografia © Giustino

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LA FRASE DEL GIORNO
Le più belle, le più efficaci parole rimangono, se ne vanno le altre. Il popolo non teme i neologismi; li ama, li cerca, li forma. Una lingua senza nuovi apporti è un organismo che vive di cellule morte.
DELIO TESSA

martedì 29 giugno 2010

E all’improvviso il mondo

CHANTAL MAILLARD image

SCONGIURO PER CAMMINARE IGNORANDO SE STESSI

Ho sempre creduto di andare avanti
un passo dietro l’altro per poi ricominciare,
ma non so perché, seguendo questo procedimento,
finivo sempre oltre il punto verso cui mi dirigevo.
Andare verso un uomo in linea retta
era il modo più sicuro di perderlo di vista:
correr verso un oggetto delizioso bastava
per aprire un vuoto proporzionale al suo fascino.
Se volevo toccare la neve in montagna,
e iniziavo l’ascesa, con lo sguardo alle cime,
mi ritrovavo a scendere per una valle fertile
con timidi ruscelli di ghiacciai.
E quando mi immergevo, per poi attraversare
a nuoto un qualche fiume, giungevo, inevitabilmente,
nel medesimo luogo da dove ero partita.
Fu doloroso percepire quanto di vero c’era
nelle parole del saggio Zenone;
non erano per me affatto un paradosso
piuttosto un’evidenza che dovevo accettare:
mai sarebbe stata tirata
la freccia che mirava al centro;
io mai sarei riuscita ad arrivare quindi
dove volgevo l’occhio o il desiderio.
Nemmeno ci riuscii seguendo
i consigli di un celebre filosofo portato in matematica:
né descrivendo un’ellittica breve,
né camminando a zig-zag o in circolo
cessavan di fuggire le cose cui anelavo,
vuotarsi tutti i luoghi e tutte le vetrine
oppure cancellarsi dalla mano
i possibili amanti o i destini.
Dovetti disperarmi. Dovetti perder la speranza.
E seppi che era un bene.
Provai a guardar di sbieco le cose e gli esseri che amavo,
entrar nel loro mondo senza nessun proposito.
Mi misi a camminare ignorando me stessa
e all’improvviso il mondo
si soffermò nella mia mano.

(da “Conjuros”, 2001)

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Bella poesia questa della spagnola di origine belga Chantal Maillard, nata a Bruxelles nel 1951, poetessa specializzata in Filosofia e Religioni indiane. Ci dice di non preoccuparci troppo delle regole, di non costruire piani dettagliati da seguire, di non ragionare semplicemente per schemi, ma di affidarci al carpe diem, alla creatività, di osservare la realtà da un punto di vista differente. Altrimenti le nostre vite si infilano in un labirinto da cui non si riesce a uscire, come dal celebre paradosso di Zenone, quello della freccia, che confuta i concetti di continuità e di movimento dividendo all’infinito spazio e tempo: la freccia che si dirige verso il bersaglio in realtà è ferma, occupando lo spazio della sua lunghezza in ogni singolo istante. Se la nostra vita è quella freccia, non riusciremo mai a muoverla: ma se saltiamo la logica e spostiamo la nostra visione, allora la vedremo correre veloce verso il bersaglio.

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Fotografia © John Stone

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LA FRASE DEL GIORNO
Succede con le poesie: / finiscon per condensarsi le forme / nei nostri occhi come il vapore / su di un vetro gelato; / le forme, e le ferite.
CHANTAL MAILLARD, Matar a Platón

lunedì 28 giugno 2010

Un giorno d’estate

 

EMILY DICKINSON

COLUI CHE FOSSE CAPACE DI REPLICARE

Colui che fosse capace di replicare un giorno d’Estate -
Sarebbe più grande di esso - anche se
Fosse il più minuscolo del Genere Umano -

E se - fosse capace di riprodurre il Sole -
Nel momento del suo calare -
L'Indugiare - e lo Scolorare - intendo -

Quando l'Oriente è stato superato -
E l'Occidente - divenuto Ignoto -
Il Suo Nome - rimarrebbe -

(da “Poesie”, 1862)

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Il genere umano è riuscito a portare uomini sulla superficie della Luna e sonde tra le rocce di Marte e tra gli anelli di Saturno. Ha saputo dividere l’atomo e sfruttarne l’energia. Ha costruito palazzi sempre più alti e treni sempre più veloci, ha vinto la forza di gravità facendo volare aeroplani. Ha sconfitto malattie dal nome spaventoso ed è riuscito a mappare il genoma del DNA.

Ma una cosa gli resta impossibile: riprodurre la bellezza della natura, realizzare la meraviglia di un giorno d’estate o la limpida estasi di un tramonto. E ce lo ricorda Emily Dickinson, con il suo stile piano e delicato.

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Fotografia © Luc Viatour

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LA FRASE DEL GIORNO
Non la violenza, ma la bellezza mi mette paura.
KARL KRAUS, Detti e contraddetti

domenica 27 giugno 2010

Dei libri

Tutti sappiamo cos’è un libro. Anche Rino Gattuso, che ha orgogliosamente dichiarato di non averne mai letto uno in vita sua. Certo, un bel testimonial. I vari governi hanno cercato di invogliare i giovani alla lettura, ma la battaglia sembra persa in partenza, considerando le statistiche sui lettori in Italia.

Eppure il libro è uno strumento impareggiabile: ci fa volare sulle ali della fantasia, ci trasporta in luoghi lontani e in epoche lontane senza neppure muoverci da dove ci troviamo: è un ibrido tra una macchina del tempo e un teletrasporto e per giunta portatile. Anzi, ora grazie all’e-book è diventata trasportabile in pochi etti anche un’intera biblioteca. E infatti “Libro, ansia di stare ovunque, in solitudine” diceva nei versi di “Eternità” il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez.

Francis Bacon, il filosofo inglese del Seicento, riteneva che “Leggere rende un uomo completo, parlare lo rende pronto e scrivere lo rende preciso”. Senza questa base è il nulla e infatti lo testimoniano le belle figure che fanno molti giornalisti e politici, sportivi e partecipanti ai quiz. Sempre Bacon nei suoi “Saggi” scriveva: “Alcuni libri devono essere assaggiati, altri trangugiati, e alcuni, rari, masticati e digeriti”. Un pensiero che discende da Seneca, in uno dei tanti consigli all’amico Lucilio: “Non importa la quantità dei libri che hai, ma la loro qualità”. Anche John Ruskin, critico inglese ottocentesco: “I libri si possono dividere in due gruppi: quelli «dell’ora» e quelli «di sempre»”. Il filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila rovesciava invece la distinzione: “I libri seri non istruiscono, interrogano”.

Libri ovunque, libri sempre: Ungaretti ne aveva in battaglia sul Carso, Rigoni Stern nello zaino durante la guerra in Albania e nella ritirata di Russia, e come loro chissà quanti altri soldati. E quanti viaggiatori: il libro è il compagno ideale nei lunghi viaggi in treno e in aereo: “Non viaggio senza libri né in pace né in guerra. È il miglior viatico che abbia trovato per questo viaggio umano” confessa Michel de Montaigne nei suoi “Saggi”. E gli fa eco, in un passo di “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, nella sua immodestia, Oscar Wilde: “Non viaggio mai senza il mio diario. Bisogna sempre avere qualcosa di strabiliante da leggere in treno”. Cesare Pavese invece nel suo diario, “Il mestiere di vivere”, spiega che “La letteratura è una difesa contro le offese della vita”. E Pierre Choderlos de Laclos, nelle “Relazioni pericolose” sottolinea: “Il pregio di un libro consiste o nella sua utilità o nello svago che procura, o in ambedue le cose quando è possibile.”

D’accordo, poi un libro può piacere o non piacere, ma è sempre meglio averlo letto: “Non vi è libro tanto brutto che non possa essere in qualche parte utile” diceva lo scrittore latino Plinio il Vecchio al nipote, che lo citava nelle sue lettere. E il suo contemporaneo Marziale per una volta un pochino più serio: “C’è del buono, del mediocre, molto di brutto / in questo libro: del resto, o Avito, così è fatto un libro”. E ancora Oscar Wilde, nella Prefazione al “Ritratto di Dorian Gray”: “Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male”.

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Paul Cezanne, “Portrait de Gustave Geffroy”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il libro è una cosa... lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e leggi diventa un mondo.
LEONARDO SCIASCIA

sabato 26 giugno 2010

Il canto vero di Fortini


FRANCO FORTINI

ARTE POETICA

Tu occhi di carta tu labbra di creta
tu dalla prima saliva malfatto
anima di strazio e ridicolo
di allori finti e gesti
tu di allarmi e rossori
tu di debole cervello
ladro di parole cieche
uomo da dimenticare
dichiara che il canto vero
è oltre il tuo sonno fondo
e i vertici bianchi del mondo
per altre pupille avvenire.
Scrivi che i veri uomini amici
parlano oltre i tuoi giorni che presto
saranno disfatti. E già li attendi. E questo
solo ancora è il tuo onore.
E voi parole mio odio e ribrezzo,
se non vi so liberare
tra le mie mani ancora
non vi spezzate.

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Franco Fortini, poeta fiorentino nato nel 1917 e scomparso nel 1994, era una coscienza inquieta e lo dimostra in questa sua testimonianza sull’arte poetica. Come nei versi di “Traducendo Brecht”: “La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”. Di fronte allo smarrimento che coglie l’uomo nella società contemporanea, Fortini non ha trovato una contromossa sicura: non l’àncora della fede ebraica, non quella politica, che lo ha tradito con la burocratizzazione del socialismo, con la faccia truce dell’invasione dell’Ungheria, con l’accettazione della mitologia capitalistica. Il poeta si venne così a trovare in polemica continua con i compagni di viaggio, non intenzionato a sottostare agli ossequi alla ragion di stato, al supino adeguarsi alle decisioni dei vertici di partito.

Ecco dunque la sua “arte poetica”, antilirica e negativa, per esprimere l’alto con il basso, il sublime con l’infimo, l’anima con il corpo.

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Giorgio De Chirico, “Il poeta e la sua Musa”

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivi mi dico, odia / chi con dolcezza guida al niente / gli uomini e le donne che con te si accompagnano / e credono di non sapere.  
FRANCO FORTINI, Una volta per sempre

venerdì 25 giugno 2010

I venti libri di una vita

Il tema assegnato alla maturità sull’influenza di ciò che si legge su ciò che si scrive mi ha ricordato che lo scorso anno, intorno a novembre, un’amica di Facebook mi propose questo gioco intellettuale: stilare una lista dei venti libri che ci hanno segnato la vita, associandoli ai ricordi che generano in noi. Se volete cimentarvi, siete liberi anche di scegliere un numero inferiore, quello che vi aggrada. Questa è la mia personalissima lista.

  1. Henryk Sienkiewicz, QUO VADIS? – Niente di che, ma fu uno dei primi libri letti di cui ho memoria, insieme a “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe, “L’isola del tesoro” di Robert Stevenson e “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne.
  2. Italo Calvino, IL BARONE RAMPANTE – Il migliore della collezione Einaudi Ragazzi, quelli bianchi con due righine rosse, preso a esempio di tutti quei libri che lessi tra i dieci e i quattordici anni: “Tempi memorabili” di Cassola, “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, “Il dottor Oss” di Verne, “Marcovaldo” di Calvino, “La scoperta di Troia” di Schliemann.
  3. La BIBBIA – C’è tutto: storia, geografia, religione; inoltre è consultabile come un consigliere personale aprendola a caso. Il ricordo è la preparazione alla Cresima nello studio del viceparroco, ammassati in cinque o sei sulle sedie davanti alla scrivania ingombra di libri d’arte e di archeologia.
  4. Omero, ODISSEA - Il mondo della mitologia che mi si aprì davanti un giorno di fine settembre, quando iniziai il ginnasio. Tradurre dal greco era faticoso, ma scoprire le peripezie di quell’uomo cui tutti “remavano contro”, la sua volontà di tornare a casa erano affascinanti e commoventi.
  5. Giuseppe Ungaretti, VITA DI UN UOMO – Se ho iniziato a scrivere poesie è per quel libro: a 14 anni mi folgorò sulla via dei versi, mi mostrò l’essenza stessa della poesia, l’unione di parole che significavano un’intima emozione, che descrivevano sensazioni che fino allora mi sembravano inesprimibili.
  6. Seneca, LETTERE A LUCILIO – Una filosofia portatile, come la Bibbia da consultare aprendola a caso. Due volumi in cofanetto della BUR, acquistati al tavolo dei “remainders” di una libreria e logorati dall’uso.
  7. Oscar Wilde, IL RITRATTO DI DORIAN GRAY – La bellezza esiste, nulla più, ma mi colpì il messaggio sull’essere e sull’apparire, sull’impossibilità di essere quel che non si è.
  8. Carlo Cassola, FAUSTO E ANNA – Il romanzo non mi è piaciuto granché, ma il libro ha assunto un significato particolare in quanto oggetto. Conobbi il mio primo amore grazie ad esso, lo stavamo leggendo entrambi e mi servì da grimaldello per attaccare discorso con lei. “Galeotto fu ‘l libro”...
  9. I LIRICI GRECI – Una poesia lontana nel tempo che mi ammaliò con quelle ragazze ornate di ramoscelli di mirto, dal sandalo screziato, che giocano a palla; con quei generali che bevono davanti a un cratere di vino, con quell’Amore chiomadoro al quale canto dolci canzoni...
  10. Giuseppe Berto, ANONIMO VENEZIANO – La sceneggiatura dell’omonimo film di Enrico Maria Salerno: Venezia è la mia città ideale, in quel libro è protagonista con un'altra delle mie preferenze, l’Adagio dal Concerto in Re minore per oboe e archi di Anonimo Veneziano, forse Alessandro o Benedetto Marcello.
  11. Giorgio Saviane, EUTANASIA DI UN AMORE – Un amore che mi è piaciuto perché eccezionale, eccitante, divertente, tempestoso, alla fine impossibile: l’uccisione di un amore troppo passionale ed esclusivo per approdare a un amore più universale.
  12. Jorge Luis Borges, FINZIONI – Il maestro cui si abbeverò Umberto Eco, il libro avuto in omaggio con “Epoca” ai tempi del militare e scoperto meraviglioso con i suoi “giardini che si biforcano”, con Pierre Menard, l’autore che riscrisse il Don Chisciotte parola per parola, con la sua Biblioteca. Divorato una sera in branda al chiarore blu delle luci di guerra.
  13. Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA – Scoperta tardi, riletta dopo le noiose lezioni del liceo, dove il professore di italiano non era capace di avvincere. Poesia allo stato puro.
  14. Charles Dickens, CANTO DI NATALE – Perché instilla la speranza che tutti possano un giorno cambiare. E perché il Natale mi piace tanto. Lo rileggo quasi ogni anno in prossimità del 25 dicembre.
  15. Mario Rigoni Stern, IL SERGENTE NELLA NEVE – L’epopea di Rigoni Stern e dell’ARMIR in terra di Russia durante l’inverno del 1942-43 fu una moderna Odissea: una guerra sbagliata, un comando che manda i suoi uomini allo sbaraglio nel gelo con le scarpe di cartone e vecchi fucili. Ma comandati si va e nell’inferno bianco si scopre l’umanità. Letto e riletto.
  16. Eugenio Montale, TUTTE LE POESIE – Amo lo stile di Montale, le sue immagini. Un cospicuo volume di oltre 1000 pagine dove perdermi a inseguire la poesia. Comprato con lo sconto Mondadori del 30% ormai molti anni fa.
  17. Erodoto, STORIE – Il fascino che emana la storia, il sapere che la vita non era fatta solo di battaglie e di eventi notevoli, ma anche di piccole capanne, di gente che viveva in villaggi dalle bizzarre consuetudini, che nel vasto mondo ci sono luoghi di rara bellezza o di incredibile magia.
  18. Joseph Conrad, LA LINEA D’OMBRA – Un’atmosfera tra l’esotico e l’onirico. Come scrisse lo stesso Conrad “Il passaggio dalla gioventù, fervida e spensierata, al periodo più consapevole e patetico dell’età più matura”.
  19. Dino Buzzati, TUTTI I RACCONTI – Perché il mondo della fantasia e quello dei sogni sono territori vastissimi e inesplorati, perché la realtà ha mille facce e noi neppure ce ne rendiamo conto.
  20. IL VOCABOLARIO – C’è tutto. E come scrisse Gesualdo Bufalino, è il libro che mi porterei su un’isola deserta...

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Fotografia © LabTaf Università del Salento

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi diletta perdermi nella mente altrui. Quando non vado a passeggio, leggo; sono incapace di star seduto a pensare. I libri pensano per me.
CHARLES LAMB, Saggi di Elia

giovedì 24 giugno 2010

Il treno rosa di Cucchi

MAURIZIO CUCCHI0712201014.07.45_MaurizioCucchi

IL TRENO CON I VAGONI TUTTI ROSA

Passano i treni, passano le stazioni
e l'amore non passa, senza ragioni.
Sarà gioia o tormento
sarà incanto o lamento?
ti ho sognato stanotte, Nanina,
ma era una ferita. Non mi volevi più...
Chissà... Dopo quasi una vita.
Che strano, che vigliacca
ma al dolore seguiva un acuto piacere,
il lirico piacere, il non corrisposto amore,
l'uomo che ama ma non è riamato,
come ama la vita e ne viene trombato.
Ma il sogno è spesso angoscia,
gratuita angoscia mentitora
e tu non te ne vai, lo so, signora
devota e morbida, alquanto delicata,
inflessibile e unghiata
come ti ho sognata. Quello che conta
è il treno che abbiamo preso,
allora, un treno con un vagone rosa
dal quale con tremore, con ansia sotterranea
noi scenderemo insieme al capolinea.

(pubblicato su “La Stampa”, 14 febbraio 2002)

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Tutta l’opera poetica di Maurizio Cucchi (Milano, 1945) è una faticosa ricostruzione che sfoglia il passato strato a strato e ridispone gli elementi trovati, mescolandoli e sovrapponendoli a visioni oniriche, a considerazioni storiche e letterarie, a memorie di una Milano che fu.

Questi versi, pubblicati in occasione del San Valentino 2002 sulla “Stampa” di Torino, applicano questa teoria all’amore: qui ricordo e sogno ancora si intrecciano e si rincorrono, ma come nelle mani abili di un prestidigitatore l’amaro diventa dolce, l’illusione si trasforma in certezza.

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Fotografia © Peer Kugler

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LA FRASE DEL GIORNO
Trepidi cenni disegni / di carta ma quali saranno / attore maschera o marinaio / i moti del tuo cuore?
MAURIZIO CUCCHI, Donna del gioco

mercoledì 23 giugno 2010

Le radici di Primo Levi

Poiché dispongo di input ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la proposta di comporre anch’io un’«antologia personale», non nel senso borgesiano di autoantologia, ma in quello di una raccolta, retrospettiva e in buona fede, che metta in luce le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto è stato scritto. L’ho accettata come un esperimento incruento, come ci si sottopone a una batteria di test; perché placet experiri e per vedere l’effetto che fa. Volentieri, dunque, ma con qualche riserva e con qualche tristezza. La riserva principale nasce appunto dal mio ibridismo: ho letto parecchio, ma non credo di stare inscritto nelle cose che ho letto; è probabile che il mio scrivere risenta più dell’aver io condotto per trent’anni un mestiere tecnico, che non dei libri ingeriti; perciò l’esperimento è un po’ pasticciato, e i suoi esiti dovranno essere interpretati con precauzione.

Comunque, ho letto molto, soprattutto negli anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono stranamente lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi. Forse lo stesso avviene agli animali dalla vita breve e dal ricambio rapido, come i passeri e gli scoiattoli, e in genere a chi riesce, nell’unità di tempo, a fare e percepire più cose dell’uomo maturo medio: il tempo soggettivo diventa più lungo. Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale, un’abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura tre libri contemporaneamente; leggeva «stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi» (Deut. 6.7); si faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e profonde, che potessero contenere un libro ciascuna.

Aveva due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate; i tre (un ingegnere, un medico, un agente di borsa) si volevano molto bene, ma si rubavano a vicenda i libri dalle rispettive librerie in tutte le occasioni possibili. I furti venivano recriminati pro forma, ma di fatto accettati sportivamente, come se ci fosse una regola non scritta secondo cui chi desidera veramente un libro è ipso facto degno di portarselo via e di possederlo. Perciò ho trascorso la giovinezza in un ambiente saturo di carta stampata, ed in cui i testi scolastici erano in minoranza: ho letto anch’io confusamente, senza metodo, secondo il costume di casa, e devo averne ricavato una certa (eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità della carta stampata, e, come sottoprodotto, un certo orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono  inconsapevolmente preparato a scrivere, così come il feto di otto mesi sta nell’acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto. Mi sembra onesto dirlo chiaramente, in queste «istruzioni per l’uso» della presente antologia.

(Dalla Prefazione a “La ricerca delle radici”, Einaudi, 1981)

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Scelta stravagante questa del Ministero della Pubblica Istruzione per l’analisi del testo all’esame di maturità 2010. Non uno dei celebri scritti di Primo Levi, non un brano da “Se questo è un uomo”, da “La tregua” o “La chiave a stella”; e neppure una delle sue poche poesie. No, una prefazione a un’antologia delle proprie letture. Come scegliere la classifica stampata dell’hit parade invece di ascoltare la musica.

Nel 1981 Giulio Bollati dell’editrice Einaudi invitò alcuni scrittori a raccogliere un’antologia degli autori ritenuti più importanti per la propria formazione. Solo Primo Levi rispose, rivelando la sua eterogenea cultura di enciclopedico e curioso lettore: trenta autori che coprono un arco di trenta secoli: da Omero a Conrad, da Darwin a Saint-Exupéry. E poi Babel’, Rigoni Stern, il Libro di Giobbe, Celan, Marco Polo, Rabelais, Lucrezio… Tutti antologizzati con un breve cappello informativo. Italo Calvino su “Repubblica”, l’11 giugno 1981 recensiva così: “La qualità principale del Levi antologista è quella di stabilire relazioni tra i testi più eterogenei”.

E ancora Primo Levi nella Prefazione: “Gli autori non sono disposti secondo l'ordine cronologico tradizionale delle antologie, e neppure sono raggruppati per affinità di argomento. Ho seguito approssimativamente la successione in cui mi è accaduto di conoscerli e leggerli, ma spesso ho ceduto alla tentazione del contrasto, come per inscenare dialoghi trans-secolari: come per vedere in che modo due vicini possano reagire fra loro, che cosa possa avvenire all'interfaccia (per esempio) fra Omero e Darwin, fra Lucrezio e Babel', fra Conrad il marinaio e Gattermann il chimico prudente. A Giobbe ho riservato d'istinto la primogenitura, cercando poi di trovare buone ragioni per questa scelta”.

L’idea principale dunque era quella di partire da ciò che un autore ha letto per arrivare a ciò che un autore ha scritto. Geno Pampaloni a proposito di quest’antologia commentò: “Primo Levi ci dà molto di più di quanto sembra offrirci”. Infatti, Levi ci dà una chiave di lettura dei suoi testi e della sua esistenza già nel titolo. La ricerca delle radici. Per questo motivo nella Prefazione parla di “input ibridi”. Conciliare la necessità di trovare un legame identitario con la vocazione ad aprirsi, a condividere. Ecco allora l’ebraismo e la sua riscoperta dopo Auschwitz, la pressante costituzione di una patria comune al di là della Diaspora. Ecco anche la casa torinese dove lo scrittore nacque, abitò e morì, l’ippocastano “vicino di casa” di Corso Re Umberto  che “ha la mia età ma non la dimostra. / Alberga passeri e merli, e non ha vergogna, / in aprile, di spingere gemme e foglie, / fiori fragili a maggio, / a settembre ricci dalle spine innocue / con dentro lucide castagne tanniche”.

E dunque si potrebbe parafrasare un noto proverbio: “Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”. Ognuno di noi ha le sue preferenze, ha i suoi testi prediletti: la mia antologia comprenderebbe Omero, la Divina Commedia, Don Chisciotte, Conrad, Hemingway, Fitzgerald, Borges, Buzzati, Rigoni Stern e moltissimi poeti… Ma anch’io, nel mio piccolo dilettantismo, posso dire con Primo Levi: “Forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto”. Quello che si scrive è la vita…

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto delle nostre radici viene dai libri che abbiamo letti? Tutto molto poco o niente a seconda dell'ambiente in cui siamo nati della temperatura del nostro sangue del labirinto che la sorte ci ha assegnato. 
PRIMO LEVI, La ricerca delle radici

martedì 22 giugno 2010

Il canto del gallo

Forse a chi abita in città non dirà niente, ma per chi come me si trova a vivere nel verde, il canto del gallo è un noto compagno che ogni mattina si presenta a salutare il sole. Proverbiale è divenuto quindi questo “chicchirichì” a indicare le luci dell’alba: anche nel Vangelo Gesù dice a Pietro che gli testimonia la sua lealtà “Prima che il gallo canti, tu tre volte mi rinnegherai” (Gv, 13,38).
E dunque il canto del gallo è una mannaia che viene a tagliare i nostri sogni e a sottrarci all’oblio del sonno, al riposo in cui la coscienza è sospesa. Per alcuni una maledizione che fa ripiombare nella vita, per altri solo il segnale che si può ricominciare a vivere… Ecco tre poesie sul tema:



BERTOLT BRECHT

ALBA


Non per caso
L'alba di un nuovo giorno
Inizia col grido del gallo
Che fin dai tempi antichi indica
Un tradimento.


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.Dipinti di Joseph Crawhall

JACQUES PRÉVERT

IL MATTINO


Grido del gallo
Canto del cigno della notte
Messaggio monocorde e fastidioso
Che mi grida
Oggi si deve cominciar da capo
Oggi ancora oggi
Non sento la tua romanza
E faccio orecchie da mercante
Non ascolto il tuo grido
Eppure esco dal letto di buonora
Quasi ogni giorno della mia vita
E taglio il collo in pieno sole
Ai più bei sogni delle notti mie.


(da “Storie”, 1946)
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CARLO BETOCCHI

ODI IL GALLO


Odi il gallo, di vasta in vasta eco
entro la nebbia solatia ridesta
il proprio canto, e seco lui sparpaglia
di siepi e d'aie e rustiche muraglie
l'aria, evocando il paese d'infanzia
che mai non superò, che si accavalla
di viottoli, di spiazzi, di pruneti
stillanti pigramente una rugiada
che ci bagnò le mani, e che svanisce
al sole in quel suo canto.


(da “Poesie”, Vallecchi, 1955)

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LA FRASE DEL GIORNO
Un mattino, ci si sveglia. È il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere.
MAXENCE FERMINE, Neve

lunedì 21 giugno 2010

Poesie per l’estate

È (sarebbe) il primo giorno d’estate, anche se il clima testimonia il contrario: piogge incessanti, cime dei monti innevate, freddo, ombrelli, maglioni, giubbetti… Esorcizziamo questo tempo fuori fase e invitiamo l’estate a presentarsi con queste poesie in tema.

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VINCENZO CARDARELLI

ESTIVA

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore -
ci si risveglia come in un acquario -
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno.

E ora, in queste mattine
così stanche
che ho smesso di chiedere e di sperare,
e tutto il giardino è per me,
per il mio male sontuosamente,
penso agli amici che mai piùrivedrò,
alle cose care che sono state,
alle amanti rifiutate,
ai miei giorni di sole...

(da “Poesie”, Mondadori, 1942)

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Jean-Claude Allenbach, “Promenade dans les vignes”

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CESARE PAVESE

ESTATE

C'è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell'erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un'erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d'aria
e il prodigio sei tu. C'è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

1940

(da “Lavorare stanca”, Einaudi, 1943)

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Piet Bekaert, “Dining table early summer light”

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ANTONIO RINALDISenza-titolo-2

SERA D’ESTATE

Fu lungo il giorno: ardeva
ai limiti dell'ombra; or nella sera
di nuovo fresca la casa fiorisce
e alla quiete del sonno si desta
mentre per acque profonde vanisce
brusìo diffuso, rumore di festa.

(da “Poesie”, Mondadori, 1958)

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Jack Vettriano, “The picnic party”

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LA FRASE DEL GIORNO
(L’estate) È scoppiata e si sente / l’avvenuto momento / da come il cielo vibra / sull’erba radente.
ANTONIO BAROLINI, Elegie di Croton

domenica 20 giugno 2010

Un’illusa amica

GIULIO GIANELLI

NON ERA LEI

Fra le tristi e più care
memorie ho quella di un'illusa amica.
Mi cercò, la respinsi, mi rivolle:
ostinata, vegliò sul limitare
del mio spirito, come una mendica.

«Aprimi, io son colei che già cercasti
lungo l'adolescenza,
quando a te discoprivi
te stesso, modulando
voci di sogno che tu solo udivi.
Sono bella; i silenzi amo e le cose
intime: parlerò poco d'amore.
Non voglio anelli, né smaniglie; i baci
tuoi, le carezze saran miei gioielli.
Poveri siamo, poveri saremo.
Accoglimi!»

Così, per ore
lunghe, implorava, a mani giunte, invano.
- Entra - le dissi un giorno.
Entrò... Non era lei!
Piangemmo entrambi.
Poi ci lasciammo addolorati invano.

(da “Poesie”, 1934)

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È facile ravvisare chi si nasconda dietro questa misteriosa amica: è la vita, l’ardente e bruciante vita. E Giulio Gianelli, poeta torinese, allievo di Arturo Graf e amico e corrispondente epistolare di Guido Gozzano, ancora di più la cercava: ammalato di tisi, morirà a Roma a soli 35 anni nel 1914 dopo aver trascorso anni tristi e disagiati.

Gianelli è inserito tra i Crepuscolari, ma si può notare una differenza importante con gli altri esponenti del movimento poetico: il grigiore e la malinconia che riempiono i suoi versi non sono lo sfoggio di una tendenza letteraria, ma un intimo sentimento dolorosamente vissuto. Non è una tristezza che viene dall’esterno, come era la moda del tempo, ma che nasce dall’anima del poeta. E la poesia non è che un modo per placarla.

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Robert Hannah, “Diffidence”

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LA FRASE DEL GIORNO
Poesia, baci di fuoco / dammi in fronte… / ch’io non arda a poco a poco.
GIULIO GIANELLI, Poesie

sabato 19 giugno 2010

José Saramago


Lo scrittore portoghese José Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, è scomparso ieri a Tias, nell’isola di Lanzarote, suo rifugio dopo le virulente polemiche con la Chiesa di Lisbona innescate proprio dal Nobel. Era nato ad Azinhaga il 16 novembre 1922.

La polemica era del resto nelle sue corde: oltre a quella sull’ateismo, la sua sfiducia di comunista estremo nell’Unione Europea, il sostegno ai palestinesi – e di rimando le accuse di antisemitismo, la querelle con Berlusconi che spinse Einaudi a non pubblicare il suo “Quaderno”.

L’ultima sua fatica è stata “Il viaggio dell’elefante”, epico viaggio di un elefante di nome Salomone da Lisbona a Vienna nel XVI secolo. Ma le sue opere più famose sono i romanzi “Memoriale del convento”, originale narrazione della costruzione del convento di Mafra nel Settecento e degli eventi ad esso legati, e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, che riscrive la canonica storia di Gesù attingendo alle Sacre Scritture ma con una visione razionalista e critica che spesso raggiunge toni dissacratori. E proprio questo modo di raccontare e di porsi da un punto di vista differente dall’ufficialità è la caratteristica principale di Saramago scrittore.

Da segnalare anche alcune raccolte di poesie: “I poemi possibili”, “Probabilmente allegria” e “L’anno mille993”. Poi cronache, teatro, saggi e – segno della sua modernità – un blog che trattava di politica e letteratura.


saramago

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DAL BLOG “IL QUADERNO DI SARAMAGO”

POETI E POESIA (19 maggio 2009) in occasione della morte di Mario Benedetti

Non sarà con tutti né sarà sempre, ma alle volte succede quello che stiamo vedendo in questi giorni: che, per la morte di un poeta compaiono, in tutto il mondo, lettori di poesia che si dichiarano devoti di Mario Benedetti e che hanno bisogno di una poesia che esprima il loro sconforto e forse anche per ricordare un passato in cui la poesia aveva un posto d’onore permanente, mentre oggi è l’economia che non ci lascia chiudere occhio. Così quindi, all’improvviso si è stabilito un traffico di poesia che deve aver lasciato perplessi gli analisti ufficiali, perché da un continente all’altro volano strani messaggi, di originale fattura, corte righe che sembrano dire più di quello che si creda a prima vista. I decifratori di codici non riescono a interpretare, ci sono troppi enigmi da decifrare, troppi abbracci e troppa musica che accompagnano sentimenti, anche loro troppi: il mondo non potrà sopportare a lungo questa intensità di emozioni, ma allo stesso tempo, senza la poesia che oggi si esprime, non saremmo noi interamente umani. E questo, in poche righe, è quello che sta succedendo: è morto Mario Benedetti a Montevideo e il pianeta è diventato troppo piccolo per contenere la commozione delle persone. Subito i libri si sono aperti e hanno cominciato a spandere versi, versi d’addio, versi di militanza, versi d’amore, le costanti della vita di Benedetti, insieme alla sua patria, ai suoi amici, al calcio e ad alcune botteghe con lunghe bevute e notti ancora più lunghe.

È morto Benedetti, questo poeta che è riuscito a farci vivere i nostri momenti più intimi e le nostre rabbie meno nascoste. Se con le sue poesie uscissimo per strada – fianco a fianco saremmo molto più che due -, se leggendo “Geografie”, per esempio, imparassimo ad amare un piccolo paese e un continente grande, adesso, viste le lettere che arrivano alla Fondazione, si recupererebbero momenti di amore che hanno dato senso a tempi lontani, e chissà se presenti. Dobbiamo a Bendetti anche questo, al poeta che morendo ci ha fatti eredi del bagaglio di una vita fuori dal comune.

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DALLA LETTURA PER IL PREMIO NOBEL, 7 dicembre 1998

«L’uomo più saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. […] Talvolta, nelle calde notti d’estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: “José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico” […]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell’albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un’altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause più lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: “E poi ?” […] Molti anni più tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi […]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell’insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura».

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DA “LE POESIE POSSIBILI”, 1981

IMPARIAMO, AMORE...

Impariamo, amore, da questi monti
Che, così distanti dal mare, sanno il gesto
Di bagnare nell'azzurro gli orizzonti.

Facciamo ciò che è giusto e diretto:
Da desideri occulti altre fonti
E scendiamo al mare dal nostro letto
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LUOGO COMUNE DEL QUARANTENNE

Quindicimila giorni secchi sono passati,
Quindicimila occasioni che si sono perse,
Quindicimila soli inutili che sono nati,
Ore su ore contate
In questo solenne ma grottesco gesto
Di dare corda ad orologi inventati
Per cercare, negli anni smemorati,
La pazienza di andar vivendo il resto.

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LA FRASE DEL GIORNO
Non di rado ciò che sta scritto è sfasato rispetto a ciò che, in quanto vissuto, dovrebbe avergli dato origine. Non si domandi pertanto al poeta ciò che ha pensato o sentito, è proprio per non doverlo dire che scrive versi.
JOSÉ SARAMAGO, L’anno della morte di Ricardo Reis

venerdì 18 giugno 2010

Un dipinto di Vermeer


WISŁAWA SZYMBORSKA

VERMEER


Finché quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.


(da “Qui”, 2009)

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D’accordo, ci dice Wysława Szmborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, il mondo, la realtà in cui troviamo immersi e nella quale dobbiamo vivere, è piena di cose orrende: l’inquinamento che devasta grandi tratti di oceano, l’incubo del terrorismo che non ci consente di viaggiare tranquilli, la follia che prende certe menti e le spinge a sterminare innocenti, lo smog che attanaglia le grandi città, l’economia che va a catafascio, interi paesi che affogano nei debiti. Ma non per questo dobbiamo disperare, non tutto quello che c’è in questo mondo è da buttare: la via di salvezza è ancora una volta quella in cui l’uomo è capace di elevarsi, l’arte, la poesia, la bellezza, la meraviglia… come “La ragazza del latte”, il dipinto in cui Vermeer ha saputo imprigionare la luce per dare forza agli interni e scoprirne la loro essenza più vera.

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Johannes Vermeer, “Het melkmeisje”, Amsterdam, Rijksmuseum

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LA FRASE DEL GIORNO
In effetti ogni poesia potrebbe intitolarsi «Attimo».
WISŁAWA SZYMBORSKA, Due punti

giovedì 17 giugno 2010

Ungaretti in armonia

     

GIUSEPPE UNGARETTI

I FIUMI

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

Cotici il 16 agosto 1916

(da “L’Allegria”, 1931)

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A proposito dei “Fiumi”, Giuseppe Ungaretti scriveva: “Il vero momento nel quale la mia poesia prende insieme a me chiara coscienza di sé: l’esperienza poetica è esplorazione d’un personale continente d’inferno, e l’atto poetico, nel compiersi, provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà… La poesia è scoperta della condizione umana nella sua essenza, quella d’essere un uomo d’oggi, ma anche un uomo favoloso, come un uomo dei tempi della cacciata dall’Eden”. La poesia è dunque il mezzo per analizzare la propria condizione. E qui, in una dolina carsica durante la I Guerra Mondiale, Ungaretti, in una pausa del conflitto, riposa di sera, vicino a un albero storpiato dalle bombe. Al mattino si era bagnato nell’Isonzo, purificandosi esternamente e interiormente della tragica realtà presente. È un battesimo, un rito iniziatico in cui rinasce: “«L’allegria di Naufragi» è la presa di coscienza di sé, è la scoperta che prima adagio avviene, poi culmina d’improvviso in un canto scritto il 16 agosto 1916 in piena guerra, in trincea, e che s’intitola I Fiumi. Vi sono enumerate le quattro fonti che in me mescolavano le loro acque, i quattro fiumi il cui moto dettò i canti che scrissi allora. I Fiumi è una poesia dell’allegria lunga; di solito, a quei tempi, ero breve, spesso brevissimo, laconico: alcuni vocaboli deposti nel silenzio come un lampo nella notte, un gruppo fulmineo di immagini, mi bastavano ad evocare il paesaggio sorgente d’improvviso ad incontrarne tanti altri nella memoria»

Ungaretti àncora storicamente la poesia, non solo con la data, come nei diari, ma anche con l’uso del dimostrativo “questo”, non sfugge dal presente, anzi ne ottiene un senso di armonia con il creato. Al contempo compie un recupero memoriale del proprio passato, scivola nel ricordo, nella nostalgia per i giorni vissuti che enumera attraverso i fiumi delle città in cui ha trascorso lunghi periodi: Lucca e il Serchio delle origini familiari, Alessandria d’Egitto e il Nilo dell’infanzia, Parigi e la Senna degli ambienti letterari. Sono tutti lì, in quel fiume sulle cui rive si sono combattute e si combatteranno battaglie decisive (ben dodici). Sono in quell’Isonzo dove il poeta si riconosce creatura viva, piccola parte dell’universo, inscindibile dalla totalità: come le pietre, anche il suo corpo viene levigato dalle acque, che come mani lo plasmano, lo fondono con la natura e gli fanno penetrare nelle fibre più intime il senso di appartenenza, pur nella devastante esperienza della guerra. “Le pene formali non indicano forse proprio questa direzione, verso metafisiche soluzioni?” scrive Ungaretti nella prefazione all’edizione del 1931.

E ora, addossato all’albero sciancato, vive la malinconica dolcezza che gli viene dall’aver ricordato altre epoche della sua vita, altra gente – certo l’amico Moamed Sceab di altre poesie – la malinconia languida di un circo vuoto che si rivela senza squarciare completamente il mistero, ma che si lascia intravedere appena nel buio dell’angoscia rievocata dai versi finali. E chiara ormai è la conoscenza di sé.

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 trincea-sul-carso

Soldati sul Carso (pubblico dominio)

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LA FRASE DEL GIORNO
L’interminabile / tempo / mi adopera / come un / fruscio.
GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

mercoledì 16 giugno 2010

Centrali sull’Adda


Il medio corso dell’Adda ospita alcune centrali idroelettriche, alimentate dal Naviglio di Paderno, che sfrutta le acque del fiume canalizzate grazie a una diga mobile lunga 130 metri. Fu il primo intervento di sfruttamento delle risorse idriche, avviato nel 1898 dal “Comitato per l’applicazione dell’energia elettrica in Italia”, divenuto poi Società Edison e ora semplicemente Edison. È in pratica un “museo all’aperto” di archeologia industriale.

La prima centrale fu la “Bertini”, attivata nel 1898 a Porto Inferiore, frazione di Cornate: un sobrio edificio funzionale a pianta rettangolare la cui unica concessione architettonica è un frontone in stile neoclassico. Le condotte in acciaio chiodato si servono di un dislivello di 28 metri producendo 9.600 Kw. In quel periodo fu la più potente centrale idroelettrica d’Europa. Forniva i primi lampioni elettrici e le prime linee tramviarie milanesi collegandosi alla centrale di Porta Volta grazie a un sistema aereo di alimentazione lungo 32 km.

 

La “Carlo Esterle” sorge sempre a Cornate d’Adda, in località Resega, ed è la più potente con i suoi 24.720 Kw. Risale al 1914 e appare come una villa decorata in stile Liberty con motivi geometrici e floreali, colonne, lampioni e grondaie in ferro battuto, finestre in stile neogotico.

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La “Taccani” fu costruita a Trezzo sull’Adda da Cristoforo Benigno Crespi, ideatore del “villaggio operaio” che prese il suo nome. È un edificio eretto tra il 1906 e il 1909, in modo da ricordare nello stile un castello feudale con tanto di merli e da armonizzarsi con i ruderi del castello e della torre del Barbarossa e da rispecchiarsi come un’unica struttura sul pelo del fiume. Delle tre è la meno potente, con i suoi 8.500 Kw.

L’itinerario per ammirarle è adatto a cicloturisti e pedoni: l’alzaia dell’Adda è infatti interdetta alle automobili. Il percorso si snoda tra le verdi sponde di robinie, sambuchi e castagni e il fiume, con suggestivi panorami. Purtroppo da circa un anno una frana ha interrotto la strada in località Rocchetta e i lavori per il ripristino sono ben lontani dall’essere anche solo iniziati. Si ipotizza di bypassare il tratto con un tunnel o una paratia in legno. Per questo le centrali non si possono più raggiungere dalle due discese a sinistra e a destra del ponte di Paderno: occorre arrivarci da Porto d’Adda, frazione di Cornate. Da lì si può discendere fino a Trezzo. Sono una decina di chilometri.

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COME ARRIVARE

Autostrada A4: Uscita Trezzo: si può raggiungere Cornate d’Adda attraversando Busnago.

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LA FRASE DEL GIORNO
Buona la forza, meglio l’ingegno.
PROVERBIO ITALIANO

martedì 15 giugno 2010

La poesia di un plenilunio

DINO BUZZATI

PLENILUNIO

“Non si trovava più la pratica della Metalmeccanica Cislaghi.
«L’altro ieri era là» gridò l’ingegner Sebasti. «Signorina Miani, cerchi un poco nella cartella delle offerte. Non sarà mica volatilizzata, no?»
«Ingegnere, è mezz’ora che la cerco: Le ripeto, qui non c’è»
«Dia qui, dia qui, lasci vedere a me… Accidenti, ma dove ha gli occhi, signorina?… Non ha visto che è qui, sopra tutte?… Ma no, accidenti, non è mica questa… Eppure… L’altro ieri era qui…» Alzò ancora la voce. «Perdio, qualcuno deve averci messo le mani in queste carte!»
Alzò gli occhi. La Miani era pallida, il suo petto, sotto il grembiule nero andava su e giù per l’ansito. Quindici anni che lavorava in ditta, ed era ancora intimidita, bastava che il Sebasti si agitasse, e lei tremava come una bambina.
«E non tremi così, capito? Ha paura che io la mangi?»
«Ma io… » balbettò la signorina «no str… tra… ff…»
«Che cosa sta dicendo? Venga qui, non si capisce neanche quel che dice…»
Pensò: adesso la prendo per un polso, la tiro contro a me e le do un bacio. Finalmente. Quindici anni che ci penso. Se non oso stasera che gli altri se ne sono andati. Sbirciò l’orologio elettrico sul muro: le otto e dodici.
In quell’attimo lo prese un batticuore. E una sensazione strana nella testa, come se gli pompassero il cervello. Barcollò. Proprio adesso!, pensò, Sarebbe bello che mi venisse un male.
«Signorina, per piacere, un bicchiere d’acqua.»
Spaventata la Miani corse a prenderlo. Dominandosi, egli si mantenne in piedi. Sono gli anni, pensò, non sono più quello di una volta.
La ragazza rientrò. Il bicchiere d’acqua in mano, stava dinanzi a lui, fissandolo, le labbra un po’ socchiuse.
(Però anche lei – pensò Sebasti – che pelle stanca sotto gli occhi.)
Per respirare aprì la finestra che dava sul cortile della vecchia casa ottocentesca. Entrò un fiato d’aria gelida. Fuori era la notte, e la notte era inondata dalla luna. All’insaputa di lui, della impiegata, del portinaio, del sindaco, del capo della polizia, del vescovo, della popolazione intera: una luna pura e splendida illuminava la città. Era come un immenso sguardo immobile. E a quella luce misteriosa anche i muri dello squallido cortile diventavano poesia.
Poesia anche le secchie, le scope, le scalette accatastate sui balconi, e i panni ad asciugare, penduli. Poesia anche l’ombra fitta nell’angolo dove i muratori avevano lasciato il carretto a mano. Palazzo di Bagdad, reggia felice, ricchezza, sogni. E dietro quelle finestre chiuse gli sconosciuti amori! Nulla era cambiato dai tempi lontanissimi che lui era bambino, la stessa luce, lo stesso incanto, e dentro lo stesso struggimento indefinibile. In quel mentre nell’ufficio il telefono cominciò a chiamare. Stanchissimo, egli si passo una mano sulla fronte”.

(da “In quel preciso momento”, 1955)

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Così è la vita: un tirannico despota che ci strangola il tempo e ci riempie di stress, di impegni, di scadenze. Una frenetica rincorsa dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. E noi la assecondiamo, siamo sedotti da quel suo charme che ci parla di carriera, di denaro, di fama. E non ci accorgiamo che tutto questo ci avvelena, giorno dopo giorno.

Così accade ai due protagonisti di questo breve racconto di Dino Buzzati, l’ingegner Sebasti e la signorina Miani, due impiegati in un anonimo ufficio come tanti ce ne sono, come tanti ce n’erano in quell’Italia che riprendeva a correre dopo la guerra. Ma lo scrittore bellunese conosce qual è l’antidoto a questo veleno: la poesia. Basta che l’ingegnere spalanchi la finestra per bere avidamente aria: la poesia si manifesta in tutto il suo splendore – in questo caso è la luce della luna che bagna ogni cosa rivestendola di una luce magica. Nella poesia c’è tutto quello che ci serve: l’emozione, il ricordo, l’amore, la felicità. Basta che lo ricordiamo, anche quando la vita nuovamente ci chiama con il suo trillo di telefono…

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Fotografia © Duedicuori

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LA FRASE DEL GIORNO
La grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa.
DINO BUZZATI, In quel preciso momento

lunedì 14 giugno 2010

Cos’è l’arte? (XI)

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VINCENT VAN GOGH

“Vorrei fare dei ritratti che tra un secolo, alla gente di quel tempo, sembrassero delle apparizioni”.

Vincent Van Gogh, “Ritratto del Dottor Gachet”
olio su tela, 1890 / Collezione privata

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GUSTAVE COURBET

“La pittura è un'arte essenzialmente concreta e può consistere soltanto nella rappresentazione delle cose reali ed esistenti”.

 

Gustave Courbet, “Gli spaccapietre”
olio su tela, 1849 / distrutto nel bombardamento di Dresda

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RENÉ MAGRITTE

“Io cerco di trasformare in materia l'insensibile”.

 

René Magritte, “La corde sensible”
olio su tela, 1960 / collezione privata

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte vera non è quel che sembra, bensì l'effetto che ha su di noi.
ROY ADZAK

domenica 13 giugno 2010

Cos’è la poesia? (XV)

ANNA ACHMATOVA

LA MUSA

Quando la notte attendo il suo arrivo,
la vita sembra sia appesa a un filo.
Che cosa sono onori, libertà, giovinezza
di fronte all’ospite dolce
col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
Levato il velo, mi guarda attentamente.
Le chiedo: “Dettasti a Dante tu
le pagine dell’Inferno?” Risponde: “Io”.

1924

(da “Il giunco”, 1925)

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Cos’è la poesia? Quante risposte abbiamo sentito in questi quattordici post sul tema. Ora viene Anna Achmatova a dirci che la poesia è una misteriosa visitatrice notturna, una dolce Musa che conduce per mano i versi e l’ispirazione e li porta nelle dimore dei poeti. La poesia rivelata, dunque. L’attimo in cui la realtà mostra quello che ci sfugge: un flash che illumina la scena per un brevissimo istante. Al suo confronto tutto diventa vano: non contano più gli onori e la fama, non ha più valore il denaro, né la giovinezza o la libertà sono poi così importanti. Il premio è quella sua “eterna giovinezza”, la “perspicacia magnanima degli astri” che si apre nella mente del poeta, come la stessa Achmatova la descrive nella lirica dedicata a Boris Pasternak.

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Jean-Auguste Ingres, “Ritratto di Cherubini con la musa della Lirica”

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LA FRASE DEL GIORNO
La mia musa concepisce e partorisce chiusa nel misterioso santuario della mente, e lo popola di creazioni innumerevoli, a dar forma alle quali non sarebbero sufficienti né la mia attività febbrile, né tutti gli anni di vita che mi rimangono.
GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER, Memorie di un tacchino

sabato 12 giugno 2010

Il coraggio di Anna Achmatova

ANNA ACHMATOVA

AH, TU PENSAVI CHE ANCH’IO FOSSI UNA


Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.


O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.


Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.


1921

(da “Anno Domini MCMXXI”, 1922)

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“Pessimismo nevrotico”, “Erotismo malato”: così il regime sovietico tentò di bollare i versi scomodi di Anna Achmatova, ostacolandone in ogni modo la pubblicazione. Perché la poetessa russa era una voce moderna che cantava la memoria e la sopravvivenza della grande Madre Russia, ma soprattutto era una donna coraggiosa e moderna, capace di superare prove durissime: la fucilazione del marito Gumilev nel 1934, l’invio ai gulag di molti amici poeti, l’imprigionamento dell’unico figlio Lev nel 1938 – e lei ogni mattina per diciassette mesi si reca ostinata al carcere per avere sue notizie.
Ecco perché questa poesia non ci stupisce: racconta di una donna che tratta come si deve un uomo dal comportamento piuttosto vile, che non si sottrae all’amore ma che non lo sottomette alla propria vita. La poesia è del 1921, la Achmatova ha trentadue anni e la rivoluzione bolscevica è appena ai suoi inizi. Anna non si è piegata davanti a un uomo che la faceva soffrire, poteva farsi spezzare da un regime?

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Natan Al’man, “Ritratto di Anna Achmatova”

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LA FRASE DEL GIORNO
Bisogna uccidere fino in fondo la memoria, / bisogna che l’anima si pietrifichi, / bisogna di nuovo imparare a vivere.
ANNA ACHMATOVA, Requiem

venerdì 11 giugno 2010

Calcio e poesia

 
Il calcio è fonte di passioni che spesso lo trasformano da sport a crudele rappresentazione. Naturalmente è del campo che parlo, perché tutto quello che avviene al di fuori, che lo corrode come un acido altro non è che violenza e teppismo. Ma sul rettangolo verde si consumano gioie e drammi sportivi: i vincenti inscenano i loro peana di vittoria, gli sconfitti siedono sull’erba con i volti disfatti e gli occhi bagnati di lacrime. Ogni quattro anni i Campionati mondiali esaltano gli istinti sportivi di intere popolazioni. Quelli che cominciano oggi in Sudafrica non saranno da meno. Ancora nessuno sa cosa porteranno, ma hanno nel loro tessuto immagini che vengono da lontano: l’urlo di Tardelli nella notte di Madrid, il gol incredibile di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986 e quello scandaloso segnato con la mano, Vittorio Pozzo in doppiopetto portato in trionfo dai suoi giocatori nel 1934, le bandiere nelle notti magiche di Italia ‘90, il cielo azzurro sopra Berlino 2006, i brasiliani con l’immagine di Senna dopo il trionfo ai rigori del 1994…

Emozioni. Come emozione è la poesia. E i poeti non potevano mancare di raccontare il gioco del calcio.
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VITTORIO SERENI

RINASCONO LA VALENTIA E LA GRAZIA


Rinascono la valentia
e la grazia.
Non importa in che forme - una partita
di calcio tra prigionieri:
specie in quello
laggiù che gioca all'ala.
O tu così leggera e rapida sui prati
ombra che si dilunga
nel tramonto tenace.
Si torce, fiamma a lungo sul finire
un incolore giorno. E come sfuma
chimerica ormai la tua corsa
grandeggia in me
amaro nella scia.


(da Diario d'Algeria, 1947)
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UMBERTO SABA

TRE MOMENTI

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi,
che all'altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch'abbia un nome.
 
Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s'avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all'erta spia.
 
Festa è nell'aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s'incrociavano grida ch'eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d'amore orna Trieste.

(da Canzoniere, 1951)

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LA FRASE DEL GIORNO
Il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con una sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette.
MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN, Avvenire, 2 agosto 1998



giovedì 10 giugno 2010

Dichiarazione di guerra, 70 anni

“Il Paese non è affatto pronto. I carri armati sono tutti leggeri e solo 70 sono medi. Le artiglierie sono quelle del ’15-’18, molti pezzi sono bottino di guerra austriaco. La contraerea è inesistente, le munizioni coprono un dodicesimo delle necessità e carburante ce n’è soltanto per otto mesi”. Così c’era scritto nell’ultimo rapporto del generale Rodolfo Graziani a Mussolini. Badoglio, dal canto suo, riteneva altamente insufficiente l’equipaggiamento delle nostre truppe. Ciano, dieci mesi prima, aveva scritto: “In questo momento la guerra sarebbe una pazzia, solo fra tre anni le possibilità di vittoria per l’Italia potrebbero essere dell’80 per cento”.

Insomma, per l’Italia l’ideale sarebbe stato mettersi alla finestra e rimanere neutrale come la Spagna del Generalissimo Franco. Invece alle 16.30 del 10 giugno 1940 il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano comunica all’ambasciatore francese, convocato a Palazzo Chigi, che “l’Italia si considera in stato di guerra con la Francia a partire da domani 11 giugno”. E in serata Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia proclama con la solita enfasi e le studiate pause all’Italia e al mondo: “Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano” per concludere, con parole che risuonano amare e dolorose a noi che conosciamo gli eventi seguiti a quella follia: “La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo”.

Settant’anni sono passati da quella giornata e Italia e Francia sono paesi amici, che cooperano all’interno dell’Unione Europea. Stanno anche costituendo una brigata mista di alpini della Taurinense e chasseurs des Alpes della 27a divisione. Ma quella “pugnalata alla schiena” che il regime piazzò su un paese dominato dall’invasore nazista, con l’esercito in rotta e un governo fantoccio già pronto a guidarlo per conto dell’oppressore, forse non sarà sanata che dai secoli. Quei 14 giorni di guerra resteranno per sempre una viltà inspiegabile. Io, che amo giocare con i “se” della storia", mi sono talvolta chiesto che cosa sarebbe successo se quel 10 giugno quel balcone fosse rimasto chiuso, se l’Italia fosse rimasta neutrale. Magari sarebbe finita allo stesso modo e inevitabile era per i rapporti di forza la discesa in campo con il Reich. Magari avremmo risparmiato migliaia e migliaia di vite, cancellando gli orrori dei bombardamenti, le carneficine della ritirata di Russia e di Cefalonia, le stragi perpetrate ovunque dalle SS. Ma la storia è quella che è stata e purtroppo non si può farla con i “se”.


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LA FRASE DEL GIORNO
È il guaio della guerra. Fa impazzire troppa gente.
ERNEST HEMINGWAY, Storie della guerra di Spagna

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